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    Caserta Decida

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    Quando mi hanno detto che a Caserta c’è un candidato sindaco di 27 anni, da emigrata dalla mia città al nord del Garigliano quando neppure avevo la sua età, ho sentito il cuore già un po’ cominciare a battere… e sono subito andata a cercare di saperne di più, di Raffaele Giovine, questo giovane uomo che, a capo di Caserta Decide, affronta una sfida non da poco.
    Spulciando qua e là, ho letto della sua vita fra movimento e volontariato, ho ascoltato alcuni suoi interventi…
    Beh, notevole. Tanto per cominciare, per la freschezza. Quasi un sogno…
    Poi subito, la prima cosa che viene in mente è un richiamo a quello straordinario “ottimismo della pratica” che Basaglia opponeva al “pessimismo della ragione”, quel “cambiare il mondo attraverso il nostro specifico”, proponendo quei cambiamenti radicali che solo dalla capacità di immaginare il futuro possono nascere. E Raffaele Giovine di questa capacità di immaginare il futuro, un futuro radicalmente nuovo, ne ha davvero molta. Un’immaginazione che ha basi solidissime.
    Mi sembra dica molto, su questa sua capacità, la vicenda di Villa Giaquinto, che a Caserta penso tutti conoscano. L’aver restituito a suo tempo alla città uno spazio pubblico che rinasce dall’abbandono, grazie alla volontà del fare. E mi sembra abbia, quella vicenda, quasi i termini di una parabola. Parabola della rinascita… a cominciare dall’albero caduto e dall’accetta e poi dalla motosega offerti da due cittadini ben lieti che qualcuno iniziasse a occuparsi del parco, fino alla rete di persone che piano piano si è coagulata intorno a chi ha saputo immaginare la rinascita di uno spazio pubblico che sembrava perso, cosa che pure era evidentemente desiderio di molti.
    Parabola anche dell’ottusità di chi a questo ha provato a opporsi: verrebbe da ridere, se non venisse piuttosto da piangere, leggendo di quanto la burocrazia si è ingegnata per ostacolare in qualche modo quel progetto che proponeva un metodo-linguaggio nuovo e forse proprio per questo “pericolosamente rivoluzionario”. A cominciare dalla denuncia per “furto di legna” che per prima è arrivata…
    In nuce, in questa storia, mi sembra ci siano anche alcuni punti cardini del progetto che il giovane candidato sindaco ha per la sua città, come il recupero della tradizione degli usi civici… e perché non affidare il patrimonio dismesso di Caserta, i beni confiscati alle mafie, a cooperative di giovani che possano farne un impegno sociale… questi giovani cui tanti “no” sono stati opposti nel tempo…
    E racconta bene, quel che è accaduto intorno a Villa Giaquinto, anche un’idea bellissima che Raffaele Giovine ha di sé: un sé che non è mai “io”, ma è sempre un “noi”.
    Ascoltando i suoi progetti, viene da pensare all’idea della “città che cura”, che è partecipare insieme, da ruoli e professioni diverse, a un progetto che poi diventa patrimonio collettivo. Ancora l’idea di una pratica che nasce dal pensiero di Basaglia, che sarebbe ora venisse trasposta dall’ambito socio-sanitario alla gestione complessiva delle città, come pure da più parti si chiede e si indica, quando si parla di “città della prossimità”, ad esempio…
    Modello utopico? Rivoluzionario? Per fortuna c’è chi le rivoluzioni ancora riesce a immaginarle…
    La rivoluzione immaginata per Caserta da Giovine, partendo dalle persone e dai bisogni dei singoli, e parlando di cose ben concrete (lavoro, economia, ecologia), sembra allargarsi costantemente in un respiro che abbraccia la città intera, e poi il paese tutto, e poi l’Europa… che è lo sguardo nuovo che si oppone a quello vecchio che stenta a morire e ancora spesso intralcia. Nuovo, anche nell’umiltà e nella ricerca del confronto che si sentono forti nelle parole di Raffaele, rari da trovare così sincere.
    Qualcuno, leggo, lo ha definito un ingenuo.
    La sua risposta? Essere ingenui è una categoria per sognare.
    Insomma, Raffaele Giovine “ha fatto un sogno”… Bellissimo, direi, e immagino sia lo stesso di tutte le persone che lo sostengono. Scorrendo le liste… età media 34 anni, e si pareggiano uomini e donne, e questo in un moto spontaneo, mi sembra, che non ha bisogno di “quote rosa” per trovare bilanciamenti “politicamente corretti”, che tanto sanno (perdonatemi, so che vado in questo controcorrente) di vecchio e paralizzante. E tutti questi giovani sostenitori sono, immagino, la prima cellula di quel “noi” che, per quel sogno da tradurre in realtà, si candida a essere l’anima pulsante della città.
    Fra quel “noi”, con gran piacere scopro solo ora (le zie sono sempre le ultime a sapere) che c’è un mio nipote, Enrico. Enrico de Carolis, che così racconta quel “noi”: “Siamo dei visionari. Ma questo non fa di noi degli illusi. Abbiamo molto chiaro cosa significhi lavorare per il Bene Comune. Sappiamo che dovremo confrontarci con delle procedure amministrative che a noi possono sembrare oscure e complesse. Questo non ci scoraggia. La nostra è la visione, appunto, di una città fatta a misura d’uomo che trovi soluzioni per le politiche sociali e culturali, che, attraverso uno sviluppo ecosostenibile, metta in essere progetti, su cui già stiamo lavorando, che creino lavoro e socialità. Noi siamo il futuro di Caserta e, per questo, abbiamo deciso di cominciare da adesso a contribuire per rendere vivibile e “Bella” la nostra città. Lo facciamo già da tempo nella gestione dei beni comuni, nelle pratiche politiche che incidono nelle problematiche sociali. Era arrivato il momento di fare un salto di qualità, di non delegare ad altri le nostre istanze e i nostri sogni. Il nostro attivismo politico si traduce in due parole: Visione e Concretezza”.
    E allora, evviva i visionari e la loro concretezza…
    Vi dirò… oggi che qui a Roma, giuro, non so proprio a chi dare il mio voto, ché voci così radicalmente nuove ancora non ho sentito, mi piacerebbe, il 3 d’ottobre, ritornare ad essere per un giorno cittadina di Caserta, per portare il mio voto a questo “noi” che riapre alla speranza…

    (nella foto, Raffaele Giovine ed Enrico de Carolis… una manifestazione ai tempi del liceo… )



    Openresonance

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    “E qui in questo libro, gli ultimi lavori. Nascono dall’accostamento di linee e colori, dall’intreccio di nastri e tagli, dal mettere e toglie, seguendo il caso e adattandomi al divenire stesso dell’opera, o sotto dettatura di processi inconsci…”
    Così si presenta e presenta il suo lavoro, fra l’altro, Eugenio Azzola, nel libro-catalogo Openresonance…
    Ed è stata per me una grande sorpresa, ché Azzola l’avevo conosciuto grazie a un prezioso libro nato dalla sua esperienza, durante il servizio civile, nell’ex Ospedale psichiatrico di Trieste, “La quinta felicità” (ne ho più di una volta parlato https://www.laltrariva.net/la-quinta-felicita-2/). Dieci mesi, scrive ricordando, che sono diventati sei anni, “in questo ambiente dolorosamente reale ma allo stesso tempo fantastico e gioioso, in cui ci si trova e ci si perde, senza fine”. Eugenio Azzola e la tenerezza dei suoi “matti”… E di quegli anni non poco deve essergli rimasto nell’animo se all’inizio del catalogo la citazione di Jack Kerouac a quel mondo rimanda: “Le uniche persone per me sono i matti, quelli che sono matti nel vivere, matti nel parlare, matti da essere salvati, desiderosi di tutto allo stesso tempo, quelli che non sbadigliano mai o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi bengala gialli esplodendo come ragni da una parte e dall’altra delle stelle e nel mezzo vedi il centro di luce blu che scoppia e tutti fanno “Oooh!”.
    Scopro ora di Eugenio Azzola l’arte. Leggo, anche, del suo essere musicista, chitarrista… e tutto in queste immagini sento fondersi… in linee come pentagrammi dove risuonano voci che sono geometrie di campi, che sono profili di città, che sono pensieri, che sono pioggia, o recinti, o sono ombre o luci o colori…
    Ancora parlando di questi suoi lavori, Azzola, pensando che “mi possano liberare da ogni apparato concettuale, e sono il luogo dove il senso, per quanto possibile, non dovrebbe rimanere invischiato”, si chiede e ci chiede cosa siano allora: paesaggi dalle emozioni sottili? Ritratti di momenti rimacinati nel perenne divenire della vita? Quali risposte…
    Non sono critico o teorico di questioni d’arte, ma penso che mettersi davanti a un quadro sia un po’ come leggere una poesia, che la si ascolta e la si riconosce. Così, davanti a un’opera, bisogna guardarla lasciando che risuoni in noi, e in ciascuno soffi parole…
    Ancora sfogliando e risfogliando le pagine di questo Openresonance, riconosco griglie di paesaggi urbani, e dita di preghiere ostinate nella nebbia, e degli uni e delle altre sussurri come arpeggi…

    Carcere e covid, dalle fake news alle leggi emergenziali

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    Cosa sappiamo, cosa è accaduto davvero nelle carceri italiane dal momento in cui “fuori” esplode l’emergenza covid? Partendo da un quadro completo e dettagliato delle condizioni delle carceri che sono state premessa delle rivolte del marzo del 2020, queste pagine ci aiutano a dare risposte, svelando la ferocia di un sistema le cui contraddizioni l’emergenza ha fatto esplodere. Puntando il dito, soprattutto, sul ruolo dei media nella costruzione deviata dell’opinione pubblica, sull’informazione falsata che arriva a condizionare, e non solo in tempo di covid, le scelte politiche e legislative, a discapito dello Stato di diritto. Oggi che le inchieste della magistratura squarciano infine il velo sulla mattanza subita dai detenuti di Santa Maria Capua Vetere, queste pagine sono un forte invito a non lasciarci blandire dai cori ufficiali, ad ancora chiedere conto, a partire ad esempio dai morti di quelle rivolte, a fare domande su un intero sistema da più parti ormai riconosciuto di dubbia legittimità. … un testo tutto da (scaricare e) leggere… http://www.stradebianchelibri.com/berardi-sandra—carcere-e-covid.html

    Dal carcere di Saluzzo, una lettera per tutti noi…

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    Un gruppo di detenuti del carcere Rodolfo Morandi di Saluzzo ha deciso di scrivere ogni anno, a ridosso dell’8 settembre, una lettera aperta alla cittadinanza. Anche quest’anno abbiamo raccolto il testimone, tra vecchi e nuovi detenuti che fanno parte del gruppo di scrittura “Cascina Macondo” che ci dà la possibilità di avere una finestra da cui poter respirare una boccata di ossigeno. Eccoci pronti per l’impegno preso quattro anni or sono, di scrivere la nostra lettera aperta alla cittadinanza, a ridosso dell’8 settembre, giorno in cui si festeggia l’armistizio e la nascita della resistenza.
    Abbiamo scelto questa data fortemente simbolica per far sentire la nostra voce nella speranza che qualcuno possa trarre conclusioni costruttive. Il 2020 è stato l’anno del Covid, e il 2021 non è stato da meno. Le attività culturali e didattiche sospese, le visite dei familiari annullate, il volontariato inconsapevolmente assente… sono solo alcune delle difficoltà che abbiamo dovuto gestire. In questi spazi di silenzio abbiamo imparato quanto sia importante per noi la collettività. Noi sappiamo bene cosa significhi essere in “cattività”, stare chiusi senza la possibilità di fare quello che si vuole.
    E pensiamo ai messaggi inviati in questi anni. Nella prima lettera: “non fatevi mai giustizia da soli, perché potreste scoprire un giorno che quella non era giustizia”. Nella seconda: “costruite qualcosa dentro di voi, coltivate l’amore di chi vi conosce e agevolate il formarsi di quello degli altri, perché può succedere che resti solo quello di tutti i beni e di tutte le condizioni che sembra si possano controllare”. Nella terza non c’era un vero e proprio messaggio, ma partecipando quantomeno emotivamente a tutto quello che il mondo intero viveva come “la pandemia”, dichiaravamo la nostra vicinanza ai famigliari di quanti erano rimasti colpiti da tristi eventi.
    Un appello particolare lo rivolgiamo ora alle fondazioni. Che la nostra voce possa giungere sino a voi, dunque, fondazioni e cittadini liberi, per dirvi che dietro l’angolo chiuso da alte mura, ci siamo anche noi. Forse avrete meno riconoscimenti, ma abbiate la curiosità di visitare il carcere e di interagire con noi dentro le mura, sovvenzionate generosamente quelle onlus, associazioni, cooperative sociali e chiunque abbia progetti educativi. Chi ha varcato la soglia del carcere e ha avuto modo di conoscerci davvero, sa che possiamo dare molto, specie se gli interlocutori sono onesti, preparati e portatori di valori e umanità. Investite su di noi. Conoscenza, studio, lavoro, diritto, cultura, arte… Poter essere risorsa utile alla comunità. Siamo l’ultima ruota del carro, ma anche quella ruota ha il diritto-dovere di contribuire a far muovere il carro. Ringraziamo tutti coloro che hanno dato voce e spazio a questa lettera.
    8 settembre 2021 – Carcere di Reclusione “Rodolfo Morandi” – Saluzzo
    Ally Said Mhando, Antonio Bonura, Camillo Bellopede, Donato, Emilio Toscani, Gian Luca Landonio, Giuseppe Casciola, Giuseppe Sanfilippo, Guglielmo Giuliano, Leonardo Mannolo, Luigi Scognamiglio, Maurizio Tripodi, Mosabal Alì Ibrahim, Salvatore Criscuolo, Niveo Batzella, Roberto Agnello

    Viaggiare da fermi ai tempi del Covid

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    Da tempo un po’ complice di Marcello Baraghini, mitico fondatore di Stampa Alternativa che a suo tempo mi ha accolta nella sua banda, ne seguo, per quel che posso, i lavori, sempre fuori dall’ordinario (e meno male che c’è questo editore all’incontrario, come qualcuno lo definì una volta).
    Così ho incontrato Serena Luciani e il suo “Viaggiare da fermi ai tempi del covid”. Di che si tratta? Si tratta che… chiusi in casa per via del covid, nipoti e bisnipoti chiedono a Serena che è, nella sua casa, di là dallo schermo di un computer, di raccontare loro storie. E la zia regala racconti di paesi lontani. Un’ora ogni sera per quattordici sere, per il racconto di un bellissimo viaggio che, ragazza degli anni Sessanta, la portò lungo il Mediterraneo: la Grecia, e poi Delfi, Istanbul, Palmira…
    Il richiamo che viene subito alla mente è ad altri intrattenimenti che tutti abbiamo amato. Come non pensare a quei dieci giorni di fantastiche narrazioni del Decamerone, mentre fuori infuria la peste. Oppure alle Mille e una notte di Sherazade, un racconto ogni notte per sopravvivere …
    E qui, con tutte le differenze del caso, l’incanto si ripete. Tempo di covid, non si può uscire, non ci si può incontrare… come superare questa “notte”? Come, soprattutto, continuare a intrecciare fra noi parole. La modernità ci regala skype, la narrazione passa su quel filo, e su quel filo passa anche la vita, perché quelli che zia Serena regala ai nipotini sono racconti di vita.
    “Molti e molti anni fa, quando né voi né i vostri genitori eravate nati…”
    Il sapore è quello del “c’era una volta” che tiene inchiodati di là dal video nipoti e pronipoti e come in tutte le narrazioni che si rispettano, molto passa anche attraverso lo stupore. Un viaggio della fine degli anni Sessanta è preistoria per un ragazzino d’oggi: viaggio in Volkswagen, con pochi soldi, tende e sacchi a pelo, poche o nulle comodità, senza telefonini né navigatori. Un viaggio lungo il tempo e lungo il Mediterraneo, in un mondo non ancora aggredito dal turismo. Delfi, Istanbul, Efeso, Aleppo, Palmira… tutti nomi che sono pagine di storia ma sui quali si accendono cupe luci delle cronache di questi tempi. E forse anche per questo l’impatto con i giovani ascoltatori è stato forte: cos’era allora, quello che ha visto zia, cos’è adesso… Si narra purtroppo anche di quanto non esiste più. Ed è l’incontro fra due mondi che sembrano lontani, e lo sono, nello spazio e nel tempo, ma capita anche che tutto si condensi in un braccialetto che zia Serena comprò in un mercato di quel viaggio lontano e ancora porta al polso. Bella cosa, in un tempo che tutto brucia in fretta…
    Racconta, racconta ancora. Chiedono anche oltre il tempo dell’ora concordata i nipotini, ascoltatori attenti e per nulla passivi.
    Per questo, oltre il percorso, comunque ben affascinante, del viaggio, ho pensato che c’è anche un altro modo di seguire questo “Viaggiare da fermi…”: attraverso le domande dei nipoti, che messe in fila una dietro l’altra sono un piccolo racconto nel racconto, la fotografia di un micro universo di ragazzini curiosi e attenti, che fanno domande per approfondire anche la storia, con belle riflessioni.
    La zia parla dell’impero britannico e di quello bizantino e uno di loro: “E qual è la differenza zia? Sempre invasori sono stati… tutti con la guerra e la violenza”. Oppure, alla descrizione del volto della medusa nella cisterna di Istanbul… “forse zia quella cisterna grazie a medusa è il mondo dell’amore sotterraneo…”, “forse quella cisterna è un mondo capovolto, che contiene la ricchezza più grande: l’acqua”.
    Mi è piaciuta molto la protesta del nipotino Roberto quando la zia narra del tesoro di Priamo, trovato nel sito dell’antica Troia e che ora si trova in Russia: “Ma è ingiusto”! Una protesta che ha il sapore, e lo stupore, di quello che provai anch’io finendo sotto le mura di Babilonia prigioniere della sala di un museo di Berlino. La sensazione di una grande violenza, l’idea di una grande rapina…
    Sanno anche rispondere, quei ragazzini, al linguaggio del racconto quando fantastico. E mi chiedo quante fiabe hanno letto o è piaciuto loro ascoltare per scovare immagini che starebbero perfettamente in un racconto delle Mille e una notte…
    Un amico, al quale ho parlato di questo incontro fra generazioni attraverso la narrazione, ha commentato: “Immagino il racconto sia stato accompagnato da video e immagini magari prese da internet. E’ difficile oggi tenere fermi dei ragazzini, legarli alle parole senza immagini, è una generazione che sulle immagini è cresciuta e di queste sembra vivere”.
    E invece no, ed è questa per me la più bella sorpresa del libro. Pensate che quando, alla decima giornata, dopo il racconto del viaggio a Efeso, a un certo punto zia Serena si ferma e dice: “Per oggi i nostri occhi hanno visto cose stupefacenti con l’immaginazione, ma credo che mamma e papà vi faranno vedere al computer…”, viene subito interrotta: “No no, zia fino alla fine vogliamo seguire solo la tua voce, poi vedremo se ciò che abbiamo sognato con te corrisponde alla realtà. Per ora non vogliamo contaminazioni”.
    La prima cosa che ho pensato è che nella loro famiglia ci dev’essere, costruita nel tempo, una bella, tenerissima abitudine al narrare e all’ascoltare, che è cosa non sempre così curata, in questi nostri tempi affannati e distratti. L’invito, forte, che nasce da queste pagine, è a riallacciare quel legame che passa attraverso la narrazione, che è trasmissione particolarissima di conoscenza da una generazione all’altra. Un’abitudine ad alimentare l’interesse per quello che i più grandi hanno da raccontare, della loro vita e del loro tempo. Cosa che serve anche a rinsaldare legami d’affetto. E che molto ci aiuterebbe a ritrovarci…


    Questo fatto agghiacciante della pena perpetua

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    “… Poi mi è stato fatto notare che era giunto il momento che io donassi qualcosa allo stato. A Lei non sembra abbastanza che io per 36 anni l’abbia allattato da dentro una cella col mio sangue? Quale altro dono dignitoso per lui e indignitoso per me avrei dovuto portarle in dono? … a uno stato che non prova vergogna a tenere un uomo per oltre 36 anni rinchiuso in una cella!!?”
    Ho ritrovato dopo sei anni copia della lettera che Mario Trudu aveva scritto al magistrato di sorveglianza dopo l’udienza nella quale gli era stato negato un permesso per visitare la sorella malata. 36 anni di prigione senza l’alito di uno spiraglio, e ancora un “no”. Perché Mario era ostativo, non era stato collaboratore di giustizia e per quelli come lui l’ergastolo è un fine pena mai effettivo. Fino alla morte. E così per lui è stato perché due anni fa poi Mario è morto. E lasciamo perdere il perché e il per come…
    Ancora mi viene da piangere a pensare che allo Stato non è bastato essere stato per 36 anni “allattato da dentro una cella col mio sangue”. Ce ne sono voluti 40, di quei terribili anni, e poi solo la morte è arrivata a sollevare dalla pena…
    E questa lettera (e tante altre ancora, ché Mario spesso mi mandava copia di ciò che scriveva), scritta a penna, con i suoi caratteri ordinati, precisi, come si insegnava una volta a scrivere, è rimasta lì sotto i miei occhi, a scorrere come in sovrimpressione sulle pagine del libro che ho letto in questi giorni e che proprio di ergastolo tratta. Anzi, “Contro gli ergastoli”. Lavoro a cura di Stefano Anastasia, Franco Corleone e Andrea Pugiotto. Ed è lavoro preziosissimo questo “Contro gli ergastoli” che, con dieci saggi di autori che, magistrati, docenti, studiosi, hanno molto da dire in materia, (e in appendice testi di Aldo Moro, Aldo Masullo, Salvatore Senese e un discorso di Papa Francesco) offre una disamina ricchissima dell’argomento, riflettendo su tutte le modalità di detenzione a vita, “guardando al fine pena mai da ogni latitudine”.
    Per ricordarci innanzitutto che esistono più “ergastoli” e dirci che il momento è pur giunto per affrontare intanto la questione dell’ergastolo ostativo. Quello che contraddice in sé la finalità “rieducativa” della pena. Quello “di cui” è morto Mario Trudu, e “di cui” nel nostro civile paese rischiano di morire circa 1300 persone.
    L’occasione, si ricorda, l’ha data nella primavera scorsa la Corte Costituzionale che, pur non dichiarandone formalmente l’illegittimità, ha condannato il “fine pena mai”. E ha dato al parlamento un anno di tempo per affrontare la questione. Un’occasione da non perdere. Per una questione di civiltà se l’ergastolo “della pena di morte rappresenta l’ambiguo luogotenente”.
    La definizione è di Salvatore Senese, che così ne parla nella relazione al testo proposto dalla commissione giustizia nella primavera del 1998, quando si andò molto vicini all’abrogazione della pena perpetua: il disegno di legge fu approvato dal senato (107 voti favorevoli, 51 contrari, 8 astenuti e non è poco..), e fu una scelta storica che il parlamento però poi accantonò, rinunciando a proseguire l’iter legislativo della riforma.
    E tanto più importante è oggi, che il parlamento è chiamato ad affrontare “questo fatto agghiacciante della pena perpetua” (la definizione è di Aldo Moro), conoscere quel che è accaduto, e non accaduto, da allora, i passi fatti a poco a poco grazie alla giurisprudenza, italiana ed europea, quando costa, in termini esistenziali, la pena senza fine, il suo senso, se un senso ne ha… per porsi necessari interrogativi, a iniziare da cosa significa, ad esempio, condannare a questa “pena di morte nascosta” persona di 50 anni o persona che di anni ne ha solo 20. E ne conosco di persone “maturate” in carcere, in una vita che, privata com’è di prospettiva, vita non è. Ed è faticoso, vi assicuro, sostenerne lo sguardo, senza chiedersi che assurda barbarie è mai questa…
    Una cosa, fra l’altro, il libro chiarisce, smentendo un luogo comune purtroppo assai diffuso (e avallato anche da molta stampa): che l’ergastolo non esiste. L’ergastolo, quello vero, il “fine pena mai” fino alla morte purtroppo esiste e come!, mentre, paradossalmente, il numero degli ergastolani è enormemente cresciuto negli ultimi decenni, nonostante molto diminuito sia il numero degli omicidi compiuti. Un dato per tutti: gli ergastolani nel 1992 erano 408, 1784 nel 2020, mentre negli ultimi dieci anni più di cento ergastolani in carcere sono morti… e questo molto dice su un sistema che di fatto “riproduce la violenza a cui dichiara di voler mettere fine”.
    E c’è una domanda, che qui risalta tra tutte, che puntualizza Aldo Masullo, sempre nel corso del ricchissimo dibattito che ci fu in senato in quella lontana primavera del 1998: la domanda non è se l’ergastolo violi in diritto alla vita, “bensì il sacrosanto diritto dell’uomo all’esistenza, che è cosa distinta”.
    “Contro gli ergastoli” è l’ultimo dei libri della collana della Società della Ragione, che è nata con lo scopo di studio e sensibilizzazione sui temi della giustizia, dei diritti e delle pene, “nell’orizzonte di un diritto penale mite e minimo, proprio di una democrazia laica alternativa allo Stato etico”. E non è un caso che il primo volume della collana fosse un lungimirante testo intitolato “Contro l’ergastolo”.
    “Contro gli ergastoli” è lettura che farebbe bene a tutti, ma penso questo volume rivolto soprattutto al mondo della politica se, come scrive Andrea Pugiotto, ordinario di diritto costituzionale a Ferrara, si propone di “accelerare la rimozione degli ergastoli dall’ordinamento, e offrire alla politica argomenti per non opporsi a tale mutamento di segno, cogliendone semmai le potenzialità di riforme conseguenti”. Convinto com’è, Pugiotto, che “chi nega l’effettività dell’ergastolo gioca con la vita degli altri; chi lo giustifica legittima l’inaudito”.
    E c’è da augurarsi davvero che in molti, nel mondo della politica, di quelli che dovranno affrontare la questione dell’ergastolo, leggano queste pagine, per ritrovare lo spirito che fu di Aldo Moro e il suo “ricordatevi che la pena non è la passionale smodata vendetta dei privati…”. Per provare a scrollarsi di dosso l’essere succube di quell’opinione pubblica che pure certa politica invece esacerba. Cercando di immaginare (e non c’è bisogno di molta fantasia) le vite private di esistenza degli ergastolani, degli ostativi, quelli che davvero mai mettono piede fuori dal carcere… i mille Mario Trudu… condannati ad “allattare lo stato da dentro una cella col proprio sangue”. Perché, se solo se ne conoscessero le vite, saprebbero che questo è. E di questo, aveva ragione Mario, lo Stato deve solo provare vergogna…

    “Posa, posa!» – Eduardo a Positano

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    Dal 15 ottobre al 2 novembre il Comune di Positano ospita una mostra fotografia sul teatro di Eduardo de Filippo. Foto di scena che Daniela Morandini ha tirato fuori dal suo prezioso archivio. Preziosissimo regalo… di cui ci parla Elisa Guida, dell’Università degli Studi della Tuscia.

    Fotografie di scena, quasi tutte inedite, scattate da Daniela Morandini quando aveva
    poco più di vent’anni, viveva a Bologna e incominciava il lavoro di giornalista.
    Dopo decenni al microfono – da Radio Città alla Rai, dalle corrispondenze da Mosca
    e New York a quelle dalle due Germanie (raccontate prima e durante il crollo del Muro)
    – Morandini rispolvera quelle vecchie immagini. Le passa dall’analogico al digitale e
    con Iosiamo , che da anni si occupa di esplorare il mondo attraverso la cultura, realizza
    la mostra Eduardo artefice magico. Fotografia, restauro e poetica della finzione. La
    ospita il Comune di Positano, nella Sala dell’ufficio cultura e turismo, dal 15 ottobre al
    2 novembre 2021. Poi i pannelli saranno a disposizione delle scuole.
    « É stato il bisogno di riaprire un sipario», scrive Morandini: «ho digitalizzato questi
    negativi quando la pandemia ha imposto di chiudere i teatri. Sono le foto di scena degli
    ultimi capolavori [ Il Berretto a sonagli di Pirandello e i due atti unici Sik Sik l’artefice
    magico e Gennareniello],1979-80. Maschere, sentimenti e voci di dentro che mi hanno
    accompagnata per quasi cinquant’anni».
    Del progetto colpiscono almeno tre elementi. La scelta di puntare i riflettori proprio
    su Sik Sik , la voglia di coinvolgere gli studenti, il luogo.
    Per la prima volta a teatro proprio all’apice della Grande crisi, nel 1932, Sik Sik calca
    i palcoscenici italiani fino al 1980, quando a Milano è rappresentato per l’ultima volta
    con Eduardo nel triplice ruolo di attore-autore-regista. Lo sappiamo, ma lo ricordiamo
    ai più giovani: Sik-Sik è un illusionista che si esibisce in piccoli teatri di varietà con la
    moglie Giorgetta. Per la riuscita di uno spettacolo, è costretto, all’ultimo momento, a
    sostituire due aiutanti; ciò provoca una gran lite tra i personaggi e lo smarrimento di un
    lucchetto. Lo spettacolo fallisce: Giorgetta rimane prigioniera in un baule e solamente
    dopo diversi tentativi il mago la riesce a liberare. ​
    Una commedia sulla finzione, “una commedia nella commedia”, quella su cui
    Morandini pone l’attenzione, con la sua magia, il suo gioco, i suoi fallimenti. Un
    “imbroglio bello”, quello dell’arte, che torna in scena nell’era della simulazione, così
    lontana dall’ ars poetica e sua nemica. Ecco, allora, la volontà di ancorare la mostra a un
    progetto didattico. Ecco perché Morandini sceglie di portare nelle classi del Sud un po’
    di quella magia che è andata perduta, e che i millennial non conoscono. La fotografia, il
    teatro e lo stesso Eduardo possono aiutarli a (ri)trovarsi, finalmente in presenza dopo
    mesi di didattica a distanza. Non è forse il futuro il senso della tradizione?
    A ospitare la mostra, dunque, il Comune di Positano. Una scelta che fonde biografia, impegno e magia, ancora una volta. Non è tanto la cornice incantevole del posto a motivarla, quanto il legame affettivo che legava Eduardo a quel mare. Era la fine degli anni Quaranta, quando riuscì a comprare la sua isola, Isca, vicino a Punta Campanella e a Li Galli, a loro volta acquistati dal coreografo e ballerino Léonide Massine e, dopo oltre cinquant’anni, da Rudolf Nureyev .
    Piccola, piccolissima, l’isola di Eduardo, tanto che in Costiera si parla dello
    “scoglio” di Isca proprio per rimarcarne le dimensioni contenute e la vicinanza alla
    terraferma. Forse l’unico luogo dove il Maestro sia mai stato spettatore. Di sicuro, uno
    spazio di riposo tra una stagione teatrale e l’altra, un rifugio dal mondo senza però
    allontanarsene troppo. Un luogo di quiete, insomma, ma anche di tempesta, dato che è
    proprio da quel suo scoglio che il Maestro incominciò la traduzione in napoletano
    dell’omonima commedia di Shakespeare.
    Un’ancora, quella tra l’arte e la Costiera, che arriva fino a Morandini, legata alla terra
    delle sirene da più generazioni. «Posa, posa!» pronunciò la Madonna rapita dai saraceni
    passando con la galea sul cielo di Positano. «Posa, posa!», le ripeteva il suo papà
    raccontandole questa leggenda. «Posa, posa!», avrebbe ripetuto lei, divenuta madre, a
    sua figlia. Da sempre al Fornillo di Aniello, l’Ercole di Positano che viveva il mare
    come un pesce e la spiaggia come una casa aperta agli amici. Si pescava al momento, si
    mangiava insieme e si parlava fino a tardi. «Era un modo di essere semplice e antico»,
    commenta Morandini, che in quella spiaggia ha vissuto una parte di sé. Un grand tour ,
    quello della sua famiglia, iniziato il secolo scorso e per il quale Daniela non poteva che
    ringraziare. E non poteva che farlo a modo suo, con ciò che le riesce meglio: fare e
    promuovere cultura.
    Elisa Guida
    Università degli Studi della Tuscia

    Viaggiare da fermi

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    Un appuntamento….

    Un appuntamento…, il 2 settembre alla casa Internazionale delle donne, con Serena Luciani….Viaggiare da fermi, al tempo del covid… un tenero incontro fra generazioni attraverso la bellezza del narrare, che, nonostante quanto si dica e si pensi, ancora sa affascinare anche i più giovani… e molto insegnare…

    Il 2 settembre alle ore 17.30 nel giardino della Casa Internazionale delle Donne in via della Lungara 19, Roma
    si presenta il romanzo di Serena Luciani Viaggiare da fermi ai tempi del Covid, edito da Strade Bianche di Stampa Alternativa.
    Insieme all’autrice ne parlano:
    Marcello Baraghini, editore
    Francesca de Carolis, giornalista
    Annamaria Baiocco, responsabile Lega Ambiente Garbatella

    Le nostre vite parallele

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    “Personalmente ho avuto un cruccio nella mia vita: quello di partorire continuamente tante idee e progetti, più di quanto il tempo e la salute concessami dal creatore potevano permettermi di realizzare… la mente come un vulcano perennemente in eruzione”. Così racconta di sé Pietro Tartamella e, per quel che ho potuto conoscere, posso dire che è proprio vero.
    Pietro Tartamella, artista di strada, una lunga barba da mangiafuoco buono… che, dopo aver girovagato per l’Italia con spettacoli e giochi di voci e di colori, con la moglie Anna, Annamaria Verrastro, si è fermato in un casolare sul limite della campagna, fra Torino e Asti, e qui insieme hanno fondato Cascina Macondo che è associazione di promozione sociale, ricchissima di iniziative e di attività, pensate per aiutare a svelare le capacità e la bellezza che è in ognuno… ma proprio in tutti tutti… anche quelli che la società vorrebbe escludere e tenere lontano…
    Dicevo spesso a un mio amico detenuto, che purtroppo oggi non c’è più, che da quando ho messo piede in un carcere, e ho iniziato a seguire vite prigioniere, paradossalmente mi si sono aperti infiniti mondi, affollati di persone incantevoli. Come Pietro, appunto, che fra le tante cose molto si occupa di persone detenute, tessendo con loro parole…
    Oggi ho fra le mani l’ultimo lavoro curato da Pietro: “Vite parallele”, che è un lunghissimo racconto dove si intrecciano ricette e biografie. Dove dentro la cornice immaginaria di sette incontri conviviali si incrociano testimonianze di vita. E sono storie, molte, di persone detenute, che si alternano a quelle degli amici che da sempre affollano gli incontri di Cascina Macondo, e a quelle di persone disabili che lì hanno trovato anche per loro parole… E sorprendono, e spiazzano, le narrazioni che nascono intorno a tavolate imbandite, fra una portata e l’altra e l’eco di sospiri di poesia haiku.
    E’ stupefacente come sotto lo sguardo di Pietro le persone, qualsiasi sia stato nel bene e nel male il percorso della loro vita, sempre si svelino, raccontando e raccontandosi senza timori né ipocrisie.
    E “mentre a qualcuno muore la madre, a qualcun altro, nello stesso momento, potrebbe nascere un figlio… Mentre qualcuno si sdraia sul letto dopo una giornata di gran lavoro, c’è qualcun altro che nello stesso momento si alza per cominciare la propria notte di lavoro”. Le nostre vite che scorrono parallele…
    Il cuore di tutte le iniziative di Cascina Macondo è l’affabulazione, che sempre ruota intorno a una concezione del mondo ricca di poesia e accoglimento. Che è un modo per viaggiare, anche stando fermi, nell’anima del mondo. Perché Pietro, come Annamaria, vagabondi artisti di strada lo sono sempre rimasti, anche dopo la scelta di fermarsi nella loro cascina. Nomadi stanziali, direi, che è una condizione, bellissima, dello spirito.
    Poco distante da Cascina Macondo c’è un grande rovere. Tempo fa Pietro col gesso tracciò intorno al tronco un quadrato di cinque metri per cinque. Una sorta di “cella all’aperto”, dove si è rinchiuso per un certo tempo, come prigioniero. E ha invitato amici e conoscenti a portare, a lui che non poteva muoversi, racconti di viaggi. Ebbene, sono state decine e decine gli amici che hanno risposto all’invito ad accorrere intorno alla sua cella-fortezza sotto il grande albero. Ognuno col racconto di un proprio andare… che può essere il sogno di un ragazzino, Tommaso, che “sogno in grande / e navigo, navigo… e mi risveglio// sogno e volo/”… che può essere “il cammino verso quel cubicolo che sarà la mia nuova cella” (ci sono sempre storie di persone detenute. Che non si dimentica mai a Cascina Macondo che sono parte della nostra società).
    Insomma, tanta vita scorre sempre nei racconti e tutto intorno, tante storie che sono frammenti di esistenze raccolti nelle pieghe del nostro andare e del nostro stare. Che tutte Pietro sembra dirigere e orchestrare.
    E questo grande affabulatore qualche anno fa ha provato anche a vivere da eremita. Che significa senza televisore né radio, senza libri, senza giornali, senza internet, senza luce, senza bagno, senza acqua corrente, senza orologio… soprattutto, senza parlare. La sua “grotta” è stata Amatillo, una barca costruita in Bangladesh, che a vederla sembrava una capanna truccata da armadillo, ancorata nel fiume Lys a ridosso del ponte Vleeshuis, nella cittadina belga di Gent. Ma anche il silenzio di quei giorni si è tradotto un mare di appunti sulla sua visione del mondo, il suo impegno per una “società solidalista”, nella quale Pietro ostinatamente crede, “una società dove, tanto per cominciare, ai bambini bisognerebbe insegnare a chiedersi non ‘cosa farò da grande’, ma ‘quale sarà il mio ruolo’, in una società in cui ognuno si senta legato a ciascun altro…”
    Infinite altre cose si potrebbero raccontare sulle iniziative di Pietro Tartamella, e a sfogliare tutte le sue pagine c’è da perdersi, nell’infinità di storie e di vite che scorrono parallele…
    Ancora solo una nota. Ah-Che-Waga-Chun, “colui che s’arrampicò sull’albero”, è il suo nome indiano. Il nome di quando, con la moglie Anna, attraversava l’Italia, per piantare nelle piazze di paesi e città una grande tenda indiana, dove accogliere bambini, per raccontare loro bellissime storie. Una vita nomade di cui la vita stanziale degli ultimi anni ha conservato integro il fascino.
    Come il logo di Cascina Macondo: un veliero, che ha le vele di foglie e naviga su un mare di sassi e foglie. Nato, spiega Tartamella, dall’immagine di una vecchia copertina di “Cent’anni di solitudine” (ricordate? insuperabile Gabriel Garcìa Màrquez), il veliero su un fiume in secca… Sono state aggiunte le foglie e l’idea di un vento lieve che sempre, ancora, spinge a viaggiare, per ritrovare il filo delle parole…
    Ecco, sempre insegna, Pietro, a seguire, per non perdersi, quel vento…


    Gens Ilienses

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    “Poiché la fotografia è contingenza pura e poiché non può essere altro che quello (è sempre un qualcosa che viene rappresentato)- contrariamente al testo il quale, attraverso l’azione improvvisa di una sola parola, può far passare una frase dalla descrizione alla riflessione- , essa consegna immediatamente quei particolari che costituiscono precisamente il materiale del sapere etnologico”.
    Roland Barthes, ne La camera chiara. Quasi stupefatto di quanto una fotografia può rivelare, permettendo di accedere a un “infra-sapere” affollato di “oggetti parziali” … un sapere da assaporare con “gusto amoroso”. “Nello stesso modo- continua- io amo certi aspetti biografici che, nella vita di uno scrittore, mi affascinano al pari di certe fotografie; ho chiamato questi aspetti biografemi; la Fotografia ha con la Storia lo stesso rapporto che il biografema ha con la biografia”.
    Rileggo le pagine di Roland Barthes, dopo aver scorso le immagini di un “pantheon molto personale e democratico”. Quello che Pietro Basoccu, medico pediatra fotografo nato in terra d’Ogliastra, ha idealmente creato per gli artisti della sua terra. Gens Ilienses. Sessantacinque ritratti per un pantheon molto personale, certo, e davvero molto democratico: ci sono pittori, ceramisti, scultori, attori, scrittori, scrittrici, poeti, un tatuatore, una stilista …. qualcuno ben noto, qualcuno che noto non è se non per la propria gente… E cos’è l’arte, cos’è un artista… se ogni gesto, ogni cosa, ricomposti e restituiti nella bellezza possono essere arte… e sono mani e pensieri d’uomini e di donne…
    E nei loro volti incorniciati nel riquadro di brevi sfondi, ricchi o scarni degli elementi che a quelle storie appartengono e le identificano, ritrovo l’infra-sapere di cui parla Barthes.
    Un infra-sapere affollatissimo con il quale Pietro Basoccu racconta la sua terra. Che è sempre per lui anche un modo per raccontare il mondo.
    Sono stati i volti, gli occhi, le ombre, ritratte nella quotidianità di dettagli di un carcere della Sardegna, a inchiodarmi per la prima volta, alcuni anni fa, davanti alle sue fotografie. Catturata, allora, da quelle immagini in bianco e nero che, pensai, meglio non avrebbero potuto dipingere un’ossessione fatta di ruggine, ferro e silenzi, e raccontare l’indecenza che è di tutte le carceri del mondo. Da subito affascinata dalla particolare e universale verità delle immagini di Pietro Basoccu, ho seguito per come ho potuto i suoi lavori, che instancabilmente, scatto su scatto, rigorosamente sempre in bianco e nero, narrano la sua terra ma anche il suo tempo tutto, attraverso storie, che sempre sono sguardi, volti, indimenticabili volti.
    Come quando svelano l’intimità di una casa-famiglia che non riesce ad allontanare da chi vi abita il pensiero della prigione, profili intrappolati nel labirinto della vita, o come quando si offrono a chi osserva come gli splendidi centenari della terra d’Ogliastra. Un fotografo sociale, ho letto, ama definirsi Basoccu…
    E questo suo ultimo pantheon, “volti di artisti, intellettuali alcuni conosciuti, altri meno ma per le comunità che abitano, grazie alle loro opere o al loro ingegno vengono riconosciuti come artisti, alcuni con cui ho collaborato, altri non ogliastrini che ho incontrato nel mio girovagare fotografico in terra sarda e che d’imperio sono finiti in questa galleria”… non può che essere letto come il seguito dei lavori precedenti.
    Perché approdo di un cammino che tutto lega. Attraverso volti anche quando volti non ci sono, come la narrazione di casa Lola (“scavo” fotografico di qualche anno fa). Dove, presentissima assente, aleggia l’anima di quell’incredibile artista che è stata Maria Lai, con la sua arte tessuta di fili… Regina delle Janas, forse, come sorriso di jana (le fate dei boschi di Sardegna) svelano i volti delle artiste che Basoccu ferma nelle immagini della sua ultima ricerca.
    E in queste ferie d’agosto, è possibile incontrarle, le janas di Basoccu, insieme a tutti gli altri artisti di questo suo pantheon arbitrario, sul lungomare di Santa Maria Navarrese, sulla cosa del nuorese… allestite lungo il muro ai piedi dell’antica chiesa della frazione a mare di Baunei.
    E sorrido leggendo che Basoccu dichiara che di provocazione si tratta, a iniziare dal titolo, che farebbe storcere il naso ai dotti latinisti: l’avevate notato? “gens singolare (intendendo la famiglia tutta della gente d’ Ogliastra) e Ilienses plurale (come la varietà dei paesi ogliastrini con la varietà dei costumi dei loro abitanti)…”.
    “E’ tutto un pretesto per raccontare che non esistono confini e, fotograficamente parlando, neppure gerarchie”. Ed è ancora narrazione che è sempre sguardo anche sul mondo attraverso quella briciola di segreto della vita che in ciascuno è. Ché nel particolare è il tutto. Ché “la Fotografia ha con la Storia lo stesso rapporto che il biografema ha con la biografia”, per tornare a Barthes…
    Pensando all’Ogliastra che è isola nell’isola, che attraverso i suoi volti Pietro Basoccu così profondamente racconta. E non stupisce che mai, ma proprio mai, nelle sue immagini ci sia l’ombra di una briciola di quei luoghi comuni che fanno della Sardegna il folklore. E che dalla verità spesso allontanano. Pensando all’Ogliastra, che un po’ ho conosciuto, isola nell’isola, e come tutte le isole, ne sono da tempo convinta, hanno in sé tutto il mondo…
    Un fotografo sociale, ho letto, ama definirsi Basoccu. Ma soprattutto mi viene da pensare al suo sguardo di medico pediatra. E che bella cosa per i suoi pazienti bambini avere di fronte lo sguardo di questo medico… che negli occhi di ciascuno sa vedere l’unicità di ognuno, che dal tutto si distingue e del tutto fa parte. E questa universale unicità a ciascuno sa restituire…

    da https://www.ultimavoce.it/sotto-il-cielo-d-ogliastra-uno-sguardo-sulluomo/