More
    Home Blog Pagina 27

    Ma cosa ne è dei servizi di salute mentale? A proposito della tragedia di Ardea…

    0


    Ancora nulla è chiaro della vicenda di Ardea. L’unica cosa certa, leggo, è che l’omicida “non fosse in cura per problemi mentali”, anche se alcuni vicini dicono “fosse uscito da pochi giorni da un centro di igiene mentale”, che lo scorso anno avesse avuto una denuncia per minacce alla madre, che in casa aveva, nascosta, la pistola d’ordinanza del padre, guardia giurata, scomparso l’anno scorso, mentre si cerca di capire se avesse agito sotto l’influenza di “farmaci”… Rimane la terribile verità della morte di due bambini e di un anziano nel parco di Ardea, mentre si cerca di capire il perché del gesto di quel giovane uomo, definito persona “disturbata e con manie di persecuzione”, che alla fine s’è ucciso.
    Ed ecco che si parla di “follia omicida”, subito si alzano voci contro la legge Basaglia “che ha chiuso i manicomi” e tutto il corollario che sempre davanti a dolorosi episodi come questo ritorna in campo, a dar man forte a tentazioni di “restaurazione” che purtroppo già tentano di disfare quel che di straordinario, pur tra tante difficoltà, finora è stato fatto…
    Eppure, qualcosa va ribadita. Soprattutto l’importanza e l’utilità del pensiero di Basaglia tanto più oggi “davanti alle nuove forme di segregazione, alla biopolitica, alla tendenza a nascondere le forme sociali del disagio…”, alla tendenza a negare la complessità delle cose. Che è quello che facciamo con tutto ciò che non ci piace e non vogliamo riconoscere parte della società: matti, malati, clandestini, devianti, delinquenti…
    La legge voluta da Basaglia, una volta negata l’istituzione, una volta liberato “l’uomo” da quell’orrore che sono stati i manicomi, ha aperto la strada a pensare e progettare nuove istituzioni della salute mentale: servizi territoriali, centri che siano aperti notte e giorno, per ricollocare le vite prima recluse in una città che possa riaccoglierle, seguirle, conoscerle, curarle.
    Ma cosa è successo delle linee guida della 180 nella sua traduzione a livello regionale? La realtà è che a livello regionale, ognuno si è mosso a modo suo (e con questo la legge Basaglia non c’entra proprio nulla) o non si è mosso affatto. Una questione “vecchia”, piena di ombre e vuoti che questi tempi di pandemia hanno esasperato, in un Paese, il nostro, che per la salute mentale non arriva a spendere il 3 per cento del budget nazionale della Sanità. Mentre Francia e Inghilterra, per citarne due, riservano alla salute mentale fino al 10-15 per cento della spesa sanitaria.
    Cosa ne è dei luoghi di cura? Cosa ne è dei servizi di salute mentale? E’ da queste domande che bisogna partire, “perché – non smette mai di ripetere Peppe dell’Acqua, che è stato per anni direttore del Centro di salute mentale di Trieste – non c’entra Basaglia, ma c’entrano le carenze organizzative, le amministrazioni regionali, le culture psichiatriche che sono ritornate a quello che era prima della legge Basaglia”. E, carico del dolore per quanto accaduto, nel suo intervento suo radio tre, questa mattina…: “Quell’uomo aveva bisogno di cura, di essere seguito, e non essere rimandato a casa con alcune medicine… Cosa fa la regione Lazio?… Scandalosa non è la 180, ma scandalosi sono i centri di diagnosi e cura affollati, la disorganizzazione… Fatti come quello di Ardea non dovrebbero accadere dove ci fossero servizi di salute mentale comunitari disposti ad accogliere, sufficientemente attrezzati con la giusta cultura”. Ma quanto ne siamo lontani?
    La sezione italiana della World Association for Psychosocial Rehabilitation (WAPR), nel suo sguardo sulla realtà italiana tutta, parla di servizi troppo spesso frammentati e non comunicanti, carichi delle insoddisfazioni degli operatori, troppo pochi per garantire livelli essenziali di assistenza, cura e riabilitazione, mentre tanta è “la delusione delle persone che non riescono a raggiungere i loro obiettivi di vita e la fatica dei familiari che spesso si sentono troppo soli nella gestione del progetto di vita della persona malata”. E in questo quadro dobbiamo ragionare su ciò che è accaduto.

    Un cenno ad altra questione, non eludibile dopo quello che è accaduto ad Ardea. Riguarda le persone con malattie mentali che abbiano commesso reato. Ho sentito alla radio il lamento di un ascoltatore: “Quale punizione per l’omicida? Ci sarà l’incapacità di intendere e di volere e tutto finisce lì”.
    Ecco, il nodo è tutto nella norma che inchioda il malato di mente che abbia commesso reato alla irresponsabilità penale. A guardarla bene, questa eredità del codice Rocco, è una sorta di maledizione, perché produce una pericolosità da cui nessuna pena ti potrà mondare, essendo irresponsabile, e quindi pericoloso per sempre, per sempre imprigionato, ieri erano gli Ospedali psichiatrici, oggi le Rems, che Antigone definisce “istituzioni totali diverse nel nome, ma del tutto assimilabili sul piano ontologico”
    Ebbene, una via d’uscita ci sarebbe, ed è stata sperimentata in Brasile, a Belo Horizonte: “restituire alla persona la responsabilità, quindi l’essere una persona”.
    Si tratta di un “programma d’attenzione integrale” che prevede l’intervento congiunto di avvocati, psicologi, psichiatri, assistenti sociali… che si occupano della responsabilizzazione dei pazienti psichiatrici che hanno commesso un reato. I dettagli, interessantissimi, per chi voglia approfondire, in “Una via d’uscita” di Virgilio del Mattos (collana 180, Alphabeta Verlag).
    Qui accenno solo al fatto che viene ribaltato il concetto di non imputabilità del paziente psichiatrico pensato come un elemento di “garanzia”. Una rivoluzione “copernicana” che restituisce responsabilità alla persona, e con effetti sorprendenti se accade che un paziente, durante il percorso del programma, dica: “io ho capito le ragioni del mio atto. Questo mi dà una capacità di controllo”. E la dignità di affrontare e scontare una pena…
    Infine, a proposito di “follia omicida”, due paroline che tornano a rimbalzare e che tutto vogliono dire e nulla dicono… Proprio alcuni studi condotti sul “Programma d’attenzione integrale” hanno dimostrato che fra la follia e l’atto violento non c’è il nulla. Spesso ci sono segnali che le persone manifestano prima di compiere reati.
    E il cerchio di chiude. Ritorniamo alla necessità dei servizi territoriali, della conoscenza, dell’attenzione, della cura…


    La triste storia del gabbianino…

    0

    Da qualche anno sul terrazzo del condominio ogni anno una coppia di gabbiani (non so se sia sempre la stessa) nidifica. Quindi un po’ di chiasso lo fanno, specie fra fine maggio e giugno, che le uova si sono schiuse e i pulcini di gabbiano (che sembrano piuttosto dei piccoli tacchini) pigolano rumorosamente e poi lanciano squarci di urla quando tentano di prendere il volo. Quest’anno qualcuno, infastidito, deve essere salito sul terrazzo per provare ad allontanarli (pensate un po’ che idea! Se proprio si vogliono allontanare i gabbiani, bisogna pensarci all’inizio dell’autunno, e farlo in tempo di nidi sarebbe anche vietato). I gabbianini si sono spaventati e uno è caduto giù nel giardino condominiale.
    Immaginate cosa succede. Lui che pigola sempre più forte, e i genitori che dall’alto lo controllano, lo chiamano e ogni tanto scendono in picchiata per nutrirlo. Il primo giorno la situazione è stata complicata dal mio gatto che, sceso in giardino, si è messo a rincorrere il piccolo gabbiano. Cosa che ha scatenato un putiferio: i genitori del gabbianino sono scesi in picchiata (il gatto è riuscito a nascondersi ma ha impiegato cinque ore prima di riuscire a mettersi in salvo in casa…) e poi devono aver chiamato a raccolta tutti i gabbiani del quartiere (sono tanti, al mare non ne trovi più, sulle coste non c’è più pesce e loro si sono tutti trasferiti in città a rimestare tra i nostri rifiuti) che sono corsi qui sopra a starnazzare. Poi, ristabilito l’equilibrio, tutto si è calmato…
    Intanto ho provato a far leggere al gatto la “Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (Sepluveda, ricordate’) ma mi è sembrato poco convinto. Quindi l’ho tenuto chiuso in casa, nonostante le sue vive proteste, in attesa che il gabbianino fosse pronto per volare.
    Era successo già qualche anno fa, ed è bastato aspettare che il pulcino crescesse, e riuscisse a spiccare il volo, cosa che allora accadde, con tutti noi che tifavamo per lui. E quest’anno, come allora, è stato un po’ il gioco dei bambini: andare a spiare il gabbianino dal cancello del giardinetto centrale che si è avuto cura di chiudere perché il pulcino potesse crescere indisturbato, nutrito dai genitori che chiamandolo due o tre volte al giorno scendono per imbeccarlo. Che poi è uno spettacolo affollato di grida, tenero e bellissimo…
    Ma sembra che di questi tempi si sia un po’ tutti meno ragionevoli. Gli uomini pensano di essere l’unica specie con diritto di esistenza, e avevo già mesti presentimenti.
    Ieri degli operai, da queste parti per non so quali lavori, hanno lasciato aperto il cancelletto del giardino. Ho visto il gabbianino zampettare spaesato per il vialetto che costeggia il giardino. Spostandosi appena appena, e tornare indietro. Poi mi hanno detto di aver sentito uno degli operai dire a qualcuno: “se vuoi lo prendiamo”. Ma poi, mi hanno detto, sono scesi in picchiata i gabbiani-genitori e sicuramente, ho pensato anch’io, l’avranno impedito…
    Notte insonne, questa notte. Il mio gatto si è lamentato per tutto il tempo del buio, mentre dal giardino saliva un silenzio di tomba. Nessun pigolio, nessun richiamo. Silenzio mestissimo anche questa mattina, quando mi è stato detto: il gabbiano non c’è più, sembra sia volato sulla strada.
    Volato? Un pulcino che a stento iniziava ad allargare le ali senza riuscire a saltare più di mezzo metro? Faccio molta, ma molta fatica a crederci. E chissà chi ce l’ha messo sulla strada. Per arrivarci bisogna varcare un altro cancello, normalmente chiuso. E perché mai un pulcino spaventato dovrebbe andare incontro ai rumori e al caos di una strada ben trafficata… E non voglio pensare altro…
    Mi chiedo cosa racconteranno oggi ai bambini che nel pomeriggio, in questi giorni, si sono affacciati a vedere come stava il gabbianino. Racconteranno la “favola” che è volato via? Insegnando loro fin da piccoli a non vedere, a spezzare il filo, in loro ancora vivo, della comunicazione con il mondo…

    Qualche giorno fa ho sentito nel cortile un ragazzino parlare ad un altro, con stupore meravigliato, della via Lattea: “che sembra un uragano, ma non è un uragano…”. E poi fare stupefacenti considerazioni sull’universo nel quale “un giorno potremo scomparire… non esistere più!!!”. Per fortuna ci sono loro, ho pensato ascoltandoli e penso ancora, a salvarci dalla nostra ottusità.





    Non cancelliamo la rivoluzione di Basaglia

    0

    Una risposta al dramma contemporaneo, al nostro cupo e irresponsabile correre verso l’autodistruzione… l’ho trovato, con grande gioia, leggendo “La letteratura ci salverà dall’estinzione” un molto bel libro di Carla Benedetti, di quelli che aprono strade… spiegando che dove l’economia, il diritto e la politica continuano a fallire, forse la letteratura e la filosofia ci salveranno dall’estinzione…
    E non mi è sembrato un caso averlo fra le mani proprio oggi che da Trieste leggo dell’intenzione di andare avanti in una “dissennata opera di distruzione”, da parte dell’assessorato regionale alla salute del Friuli Venezia Giulia, di quella realtà che, come annuncia Gianni Cuperlo, l’Organizzazione mondiale della sanità in un documento in uscita tra pochi giorni giudicherà assieme alla francese Lille e alla brasiliana Campinas un “sistema complessivo di eccellenza” nell’ambito dei servizi di salute mentale di comunità. La denuncia è di “uno spoils system usato al solo scopo di silurare gli eredi di Franco Basaglia da posizioni dirigenziali nelle quali le competenze e l’orientamento valoriale sono fondamentali e decisivi”. Insomma, cupe ombre sembrano addensarsi sui traguardi raggiunti in mezzo secolo di cammino della rivoluzione di Basaglia,
    Cosa c’entra la lettura di quel libro con quel che sta accadendo a Trieste?
    C’entra, c’entra, credo…
    Intanto perché fra le tante cose, per ricordarci chi siamo, di quale “pensiero” siamo prigionieri, richiama Tobie Nathan, l’etnopsichiatra francese, che ci ha spiegato la differenza fra “società a universo unico”, come è a nostra, e “società a universi multipli”, quelle che ammettono altri mondi oltre a quello visibile e conosciuto. E ci ricorda che in queste culture, che noi abbiamo bollato come “selvagge”, la persona che ha disturbi psichici non è solo un malato e basta, come tendiamo a fare noi, ma è persona in contatto con qualcuno o qualcosa di questi universi, e ne diventa una sorta di interfaccia. Anche per questo non viene isolato dalla società, ma piuttosto ascoltato come “informatore inconsapevole di un mondo che è bene conoscere”. Diversa invece la cura che la nostra società moderna affida agli specialisti, isolando il malato dalla società, ormai chiusi come siamo “in un unico universo, quello che chiamiamo ‘reale’, e che ha se stesso come orizzonte e quadro di riferimento ultimo”. Che è tutto quello che a Trieste, da Basaglia in poi si è cercato di combattere, e con gli straordinari risultati che tutti conosciamo…
    E spiega bene, quel libro, la pochezza del nostro sentire (nello specifico ci si chiede perché rimuoviamo un’enormità come la catastrofe che ci aspetta e continuiamo con l’opera dissennata di distruzione del nostro mondo?), anche con un narcotizzante e sinistro entertainement (ed end-tertaiment), immiseriti modelli narrativi dove è stata messa da parte “la potenza della parola umana che incide sul destino degli individui”… Nel merito, il confronto della narrativa contemporanea è con il mondo omerico, ma anche Dostoevskij, Tolstoj, Melville, Hugo, il nostro Gadda, dove “ogni storia narrata, anche la più piccola, echeggia dentro questa cassa di risonanza di ampiezza cosmica ed epica, costituita dall’intera storia dell’uomo”…
    E, mutati i termini da mutare, come non pensare a quello sguardo sull’uomo che non perde mai lo sfondo dell’infinito pensiero di Basaglia…
    Dunque, perché non regalare (con preghiera di lettura) a chi tanto si sta industriando per smantellare quanto con immenso impegno è stato costruito a Trieste nell’ultimo mezzo secolo (oltre il testo della Benedetti) due o tre dei preziosi testi raccolti nella collana “180- Archivio critico della salute mentale”, delle edizioni Alphabeta Verlag, che, con l’appassionata direzione di Peppe Dell’Acqua, quello sguardo e quella profondità infinita continuamente ci raccontano… Racconti e saggi della collana hanno tutti la stessa forza, lo stesso abbraccio di universi multipli…
    Una provocazione? Non so. Io, nel mio piccolo, qualcuno di quei libri proverò a seminare.
    L’associazione che si occupa del parco vicino casa (villa degli Scipioni) ha preso una bella iniziativa: ha messo una piccola casetta-bacheca dove si invitano le persone a lasciare libri, o prenderne… ecco, a questo punto, penso di portane lì, insieme a qualcuno scritto dalle persone detenute di cui da tempo mi occupo, anche qualcuno della collana 180…
    E’ un luogo pieno di ragazzi… magari leggendo, magari crescendo… impareranno a sfondare il muro di questo nostro universo unico, chiuso e immiserito, e inizieranno a riportare in giro il seme dell’umanità, partendo da tutto quello che Basaglia ci ha insegnato

    Parole attese di voce in voce…

    0

    Un bel progetto proposto da Gaetano Marino (Parole di storie, Quarta radio).
    Si tratta di un progetto didattico di scrittura, produzione e distribuzione in rete di audiolibri – podcast – digitale, che viene proposto alle scuole. Ascoltate:

    “Attraverso il gioco inconsapevole della libera fantasia. La fiaba è un mondo dove tutto può essere visto e pensato con grande libertà e immaginazione. Proprio questa libertà assoluta, che potremmo definire leggerezza degli sguardi nella memoria, dove il pensiero e la logica non hanno più strade definite, ci può fornire quella formula magica per accedere al mondo, spesso faticoso, della realtà, della storia, delle regole e della logica. Nuove strade che aiutano spesso ad osservare il mondo che ci circonda sotto un altro sguardo, un’altra idea, ed è proprio qui che il vero accade, inevitabilmente, e si apprende attraverso il gioco inconsapevole della libera fantasia.
    Con questa premessa Parole di Storie vuole offrire un progetto destinato allo sviluppo della creatività e ri-scrittura su vari temi connessi al ruolo della memoria. Si tratta di un programma di produzione e diffusione web radio denominato “Parole attese, di voce in voce”, realizzato e messo in rete dal nostro portale www.paroledistorie.net e che garantisce un’ampia audio visibilità su tutta la rete globale internet.
    Il progetto, che si intende realizzare “non in presenza” e totalmente gratuito, comprende quattro fasi di svolgimento. 1) Fase di individuazione, invenzione ludica testuale, in forma di fiaba, nella riscrittura di un testo breve (si consiglia non più di mezza pagina a4). Possibilità di comporre in forma singola o in gruppo, con ampia libertà di immaginazione e utilizzo dei linguaggi del tempo, ma in lingua italiana. 2) Fase di ricezione e successivo adattamento del testo (compressione testuale dalla forma scritta alla forma di messa in voce) a cura dei responsabili artistici di Parole di Storie. 3) Fase di messa in voce, registrazione, masterizzazione e drammaturgia del suono presso gli studi di Aula39; 4) Fase finale di messa in rete, pubblicazione e distribuzione sul portale www.paroledistorie.net “

    Per ogni chiarimento e eventuale definizione dei programmi d’intervento, potete contattate il nostro responsabile artistico e organizzativo, Gaetano Marino. Il numero telefonico +39-3456955238 oppure all’indirizzo email: gaetano@gaetanomarino.net

    Una via d’uscita

    0

    Leggendo nell’ultimo numero di Voci di Dentro l’articolo di Claudio de Matteo a proposito dell’esperienza delle carceri gestite dalle Apac in Brasile, le carceri della speranza, celle “chiavi in mano”… viene in mente un’altra bella esperienza che sempre questione di “contenzioni” riguarda e ancora nasce nello stato di Minas Gerais, ed è avventura davvero rivoluzionaria.
    Riguarda le persone con malattie mentali che abbiano commesso reato. Persone che fino a pochi anni fa ancora dalle nostre parti finivano nell’orrore degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Pazzi e criminali allo stesso tempo, “troppo pazzi per stare in un carcere, troppo criminali per un manicomio civile”, come scrive Antigone nel suo ultimo rapporto sulle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Le Rems che agli Opg sono subentrate, “istituzioni totali diverse nel nome, ma del tutto assimilabili sul piano ontologico”, ancora Antigone, che pur sottolinea le novità su cui fare leva per insistere su buone pratiche che, tanto per cominciare, aprono al dialogo costruttivo tra servizi della salute mentale e magistratura.
    Ma i confini fra intervento sanitario e di ordine pubblico sono piuttosto labili. Mentre rimane un nodo, grosso come un macigno, che è tutto lì, nella norma che inchioda il malato di mente che abbia commesso reato alla irresponsabilità penale. A guardarla bene, una sorta di maledizione, questa irresponsabilità penale, perché produce una pericolosità da cui nessuna pena ti potrà mondare, essendo irresponsabile, e quindi pericoloso per sempre, per sempre imprigionato, Opg o Rems o quel che sia…
    Lo hanno capito bene a Belo Horizonte, dove nel 2001 è stato avviato l’interessantissimo esperimento cui accennavo all’inizio, e che indica una via d’uscita da questa trappola.
    La via d’uscita si chiama “Programma d’attenzione integrale” al paziente giudiziario. Virgilio De Mattos, giurista, docente di criminologia e scienze politiche a Belo Horizonte, ce lo spiega in un libro che, tradotto in Italia nel 2012, ha offerto un contributo importante al dibattito sulle strategie per superare gli OPG, ma che molto anche oggi può insegnare. “Una via d’uscita” è appunto il titolo del libro (pubblicato nella collana 180 archivio critico della salute mentale, edito da AlphaBeta Verlag).
    Parole sempre attuali quelle di De Mattos: “Il presente è ancora segregazione: se la psichiatria cammina verso la deistituzionalizzazione, il diritto penale va, al contrario, verso la istituzionalizzazione”.
    La via d’uscita è “restituire alla persona la responsabilità, quindi l’essere una persona”.
    Senza questo, De Mattos ne è convinto, non è possibile andare da nessuna parte. Perché la pericolosità diventa una malattia senza cura e, continuando a negare attenzione alle persone, nella lunga storia della scomparsa del soggetto nel silenzio, violenza non può che aggiungersi a violenza…
    “Il programma d’attenzione integrale” prevede l’intervento congiunto di avvocati, psicologi, psichiatri, assistenti sociali… che si occupano della responsabilizzazione dei pazienti psichiatrici che hanno commesso un reato. Quindi un intervento che si muove su tre piani, giuridico, clinico, sociale, e che presuppone un’attiva collaborazione fra magistratura e servizio di salute pubblica.
    All’esperimento ha partecipato anche Ernesto Venturini, psichiatra, collaboratore a suo tempo di Basaglia, esperto in psichiatria forense, che in qualità d’esperto dell’OMS ha accompagnato il processo di riforma psichiatrica in Brasile dal 1991.
    Anche lui convinto che perché ci sia una via d’uscita tutto deve girare intorno al concetto di responsabilità, “…cosa che sta alla base anche delle critiche che vengono fatte sul concetto di non imputabilità del paziente psichiatrico pensato come un elemento di “garanzia” per una persona che ha una limitata capacità d’intendere, quindi ha bisogno di un luogo specifico, di misure di sicurezza, in vista di un automatismo fra pericolosità sociale e malattia di mente”.
    “Se mi sancite matto tale da essere internato senza limiti di tempo in una struttura così violenta, come potete pensare di guarirmi…” si riferisce, Venturini, alla violenza degli Opg. Ma chiusi questi, il nodo di fondo rimane lo stesso.
    Il concetto di imputabilità è dunque la premessa per considerare la capacità di recupero della persona. Imbrigliati nella nostra cultura che vuole il pazzo irresponsabile e pericoloso, facciamo quasi fatica a organizzare il pensiero intorno a questa idea. Eppure, quel che è accaduto a Belo Horizonte dovrebbe iniziare a scalfire le nostre sedimentate comode “certezze”.
    Fra l’altro alcuni studi condotti sul “Programma d’attenzione integrale” hanno dimostrato che fra la follia e l’atto violento non c’è il nulla. Spesso ci sono segnali che le persone manifestano prima di compiere reati. E quindi, smentendo l’idea che il folle agisca all’improvviso e senza motivo, è possibile pensare anche alla prevenzione.
    Testimonia Venturini: “La cosa che colpisce è che pazienti dicono a un certo punto ‘io ho capito le ragioni del mio atto. Questo mi dà una capacità di controllo e io potrò, dopo alcuni anni in cui dovrò doverosamente scontare una pena, ritornare alla mia città, alla mia famiglia. Riabilitato’”.
    “E’ impressionante vedere come questa cosa viene affermata dai pazienti come riconoscimento della propria dignità, e con consapevolezza. Mentre quando si è “irresponsabili” anche quel diritto minimo, che viene riconosciuto a chiunque, non viene garantito, ed è paradossale che le persone che hanno necessità di più garanzia sono quelle che hanno meno garanzia”.
    I primi dieci anni di attuazione del “Programma d’attenzione integrale” al paziente psichiatrico, parlano di una recidiva bassissima, solo il 2% delle persone torna a delinquere…
    La via d’uscita, quindi, “considerare il malato soggetto di diritti e non oggetto della paura sociale”.
    La via d’uscita, quindi, risolvere le contraddizioni legislative, modificare il dogma immodificabile del codice penale, che ancora inchioda “il folle” all’irresponsabilità penale e alla pericolosità sociale, restituendogli le chiavi della propria vita…
    E magari, iniziando da lì, chissà che un giorno non si possa iniziare a ripensare quell’altra “bizzarria” delle persone “internate”, prevista per persone pur imputabili, tanto che la pena per i reati commessi l’hanno scontata, che non sono “detenuti” ma di fatto lo sono per via delle misure di sicurezza legate all’idea della “pericolosità sociale”. Persone “recluse” in case lavoro o colonie agricole. Inquietante retaggio del codice Rocco che ancora ci teniamo ben stretto… E pure capita, come denunciano recenti fatti di cronaca, che in attesa della disponibilità di un posto nei luoghi deputati, rimanga ancora il carcere…
    Sogni? Forse. Ma non muore quell’idea di Basaglia, il cui pensiero tanto ha influenzato l’esperienza brasiliana, di considerare possibile l’impossibile. Quel che “oggi” ci sembra impossibile…

    Il tagliere di Odisseo…

    0

    Un pensiero dedicato a Sandra, Sandra Berardi, con un grande augurio per il bellissimo lavoro che ha avviato, trasformando in splendidi oggetti il tronco di ulivi secolari della sua terra, che una tempesta aveva sradicato…. Lo manda Daniela Morandini, nella cui casa ha trovato ora posto questo oggetto luminoso. Un tagliere? Una scultura piuttosto…

    “Quando Francesca mi raccontò questa storia , cominciai a farmi delle domande.
    Mi disse di quando, qualche anno fa, nella Magna Grecia, un’alluvione sradicò un ulivo nella terra di Sandra. Cosa fare di quel tronco antico? Di quei nodi lucenti, intrecciati, che non volevano morire?
    Sandra li sezionò, e in quelle vene tornò a scorrere il fiato. Li pose in un bagno di resina trasparente: “ Diventeranno dei taglieri- disse- e con loro il pane prenderà una forma nuova”.
    Qualche giorno fa, per posta, uno di qui taglieri è arrivato fino a me, immerso in una resina blu. Forse un brandello di quei vortici agitati da Scilla e Cariddi.
    E sotto Cariddi gloriosamente l’acqua livida assorbe/ tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe/ paurosamente. Ah, che tu non sia là quando riassorbe
    Allora non ho avuto più dubbi: non poteva essere che il tagliere di Odisseo. Quello che, forse, il re di Itaca intagliò quando scolpì nell’ulivo il talamo nuziale intorno al quale costruì la sua casa”.

    e qui Elihartè… il sito e lo shop online https://www.facebook.com/Elihart%C3%A8-100206255549293

    Gatto Randagio ritorna in strada…

    0

    L’invito era a pensarsi gatti randagi… “che vanno, gironzolano, distrattamente (?!) guardano, che trovano piccoli tesori anche frugando nei bidoni dell’immondizia. Continuando a sorridere di noi, a volte, anche, piangono. Ma sempre prendono appunti…”.
    Si era presentato così, il Gatto, sette anni fa, affacciandosi nello spazio di RemoContro.
    E per sette anni ha condiviso con noi pagine dal suo diario. Puntuale ogni domenica. Con grande piacere, mi ha confidato…
    Ma ultimamente, è un po’ che l’avevo notato, aveva un che di piuttosto inquieto.
    Sapete come sono i gatti. Sembrano sempre far finta di nulla. Finché quel che cova loro dentro…
    Cosa è successo? E’ successo che la sua natura randagia ha preso il sopravvento. Sapevo che prima o poi sarebbe accaduto.
    E che vuoi fare? Dove vuoi andare? Gli ho chiesto…
    “Ovunque e da nessuna parte” mi ha risposto. Ma continuerà a sbirciare, ha precisato, quello che accade dietro le mura delle nostre contenzioni…
    Gli ho chiesto di ripensarci, l’ho supplicato, ho provato, persino, a lusingarlo con promesse che so neppure avrei potuto mantenere… ma non c’è stato nulla da fare. I randagi, quando decidono di cambiare strada, non c’è nulla che riesca a trattenerli…
    Alla fine, una promessa gliel’ho estorta. Che non scomparirà del tutto. E non ho dubbi che manterrà l’impegno. D’altra parte, i gatti randagi, anche quando sembrano voler scomparire, lasciano sottili tracce, indizi… insomma, chissà che non sarà possibile scovarlo, qua e là, magari passando per questa riva…
    Ma prima di andare ad acquattarsi chissà dove, mi ha detto, sente di dover ringraziare di cuore tutte le persone che nel tempo lo hanno seguito. Ringraziarle per l’attenzione, che pure ha sentito affettuosa, quanto per la pazienza, per tutto quel suo rimestare fra i rifiuti… ma i randagi, mi ha ricordato, non frequentano i salotti buoni…
    E mi ha chiesto di ringraziare soprattutto il “titolare” di RemoContro, per averlo accolto, e aver sopportato anche le sue bizzarrie (ma altrimenti che gatto sarebbe stato?). Sa di dovergli almeno l’incontro per un caffè.


    L’evasione possibile

    0

    Ho seguito una giornata di studio a proposito di Arte e Filosofia a Rebibbia.
    Una riflessione sui progetti di pratiche artistiche e filosofiche che da anni vengono portati avanti, nel carcere romano, grazie anche, fra gli altri, all’impegno della scuola di formazione filosofica Daimon. Vale la pena di parlarne…
    Personalmente sono sempre più convinta che bisogna tendere a una società senza carceri, che rielabori il concetto di pena, che sappia reinventarle, le pene (non certo eliminarle), in coerenza con quanto stabilisce la nostra Costituzione nel tanto citato quanto poco rispettato articolo 27, secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Certo, non è cosa semplice. Ci vorrà del tempo (spero poco) ma io credo che iniziative come queste di Rebibbia aiutino molto, anzi siano imprescindibili, per andare in questa direzione…
    C’è un’immagine che mi è rimasta, forte, degli incontri di filosofia con tanta passione guidati da Fernanda Francesca Aversa (il cui percorso si è poi condensato in un titolo ben indicativo e suggestivo: Naufraghi in cerca di una stella. Sì, una stella, piuttosto che una terra): l’idea dello spazio di una cella che diventa spazio di libertà… Ed è a mio parere un passaggio fondamentale, perché questo spazio di libertà dentro una cella è una premessa culturale che può accompagnare un processo di riforma nel senso che mi auguro.
    Un primo passo da compiere per scalfire mura, e ricomporre le fratture che si sono prodotte nella società. Iniziando ad abbatterle dentro ciascuno di noi, quelle mura. Perché accanto a fratture individuali di chi ha commesso un reato, c’è quell’enorme frattura sociale che nasce da una responsabilità collettiva di tutti noi che vogliamo “i colpevoli” sempre e solo dietro le mura di un carcere, chiudendoli al mondo. Magari per timore, confusione, ma soprattutto per nulla saperne…
    Ecco, il corso di filosofia ha offerto un grande strumento, a chi è recluso, per ricucire la propria individuale frattura.
    Una testimonianza fra tante, quella di Fabio Falbo, “resiliente nella caverna”, con tutto il peso dell’“eccesso di dolore” della propria condizione (“esagerato” è aggettivo che ritorna spesso nelle lettere che ricevo dal carcere), che si immagina “gladiatore che dalle sofferenze, dal dolore, dalle tragedie… deve far uscire il meglio di sé”.
    Grande strumento anche l’arte che, a Rebibbia, arriva attraverso il bellissimo lavoro di Francesca Tricarico, che fra l’altro ha collaborato al film dei fratelli Taviani “Cesare deve morire”. Come il progetto “Donne del muro alto”, altro “titolo” che tutto riassume. Francesca Tricarico che ha scelto il femminile. Ha scelto le donne, per le quali sono sempre scarse le offerte culturali. Forse perché così poche, le donne, (2.255, il dato a dicembre) rispetto all’enorme universo maschile… e pensate quanto è più difficile, quanto più duro essere relegati in un mondo costruito a misura di maschio.
    “Teatro è presenza -spiega- ci obbliga a essere e rispondere, restituisce la libertà di esprimersi in un mondo dove la libertà è levarsi la maschera della vita… E’ sperimentare la possibilità di trasformare se stesso attraverso la comunione con gli altri”.
    E poi c’è, dicevo, l’enorme frattura sociale cui contribuiamo tutti noi, con le nostre chiusure.
    E penso al “Più Voce e Meno pregiudizi”, che chiedono le Donne del Muro Alto, che ho ascoltato, calde degli echi del sud… E penso alle parole di Pietro Lo Faro, studente dei seminari di filosofia, che… “Si avverte davvero invalicabile quel muro che la società tutta ha costruito intorno alla “colpa”, come fosse sempre e solo affare d’altri, “eppure continuo a studiare e a coltivare in me il pensiero che potrei un giorno essere considerato altro che non un delinquente”. Perché “riconoscermi negli altri è un’esigenza di cui ancora oggi ho bisogno”. E quanto è vero, se noi tutti siamo l’immagine che ci restituisce lo sguardo dell’altro…
    Sono le voci, le esperienze come queste che andrebbero sempre più portate “fuori”, fatte conoscere… a ricucire la frattura che divide chi è dentro dal resto della società, a riempire il vuoto di conoscenza, ad abbattere l’indifferenza, e poter poi pensare, insieme, un mondo dove la pena non è più quell’inutile orrore che è mediamente il carcere, perché non dappertutto esistono iniziative come quelle di cui vi sto parlando…
    A riprova, mi piace raccontare una bella storia di cui ho esperienza personale.
    Quella di Alfredo Sole, che scontava l’ergastolo nel carcere di Opera, e un giorno mi raccontò di essere stato lì lì per farla finita, quando ha aperto un libro che aveva accanto e fino ad allora distrattamente sfogliato… “nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura… “. La Divina Commedia lo cattura. e legge legge, senza sosta fino all’alba, e con la luce del giorno svaniscono le ombre anche dell’anima. “Dante mi ha salvato la vita”, dice ancora oggi che è in semilibertà. La sua vicenda ha colpito molto un gruppo di studenti, alla cui docente avevo raccontato questa storia. Ne sono nati incontri, lezioni, discussioni… intorno a temi quali la libertà, la felicità, le scelte, la consapevolezza. E, sapete?, ascoltando, interrogandosi, riflettendo… ne è nata una nuova conoscenza, una diversa attenzione nei confronti di un mondo fino ad allora magari distante e indifferente, e c’è chi ha cambiato opinione a proposito di carcere, di colpe, di pene…
    Se vi sembra poco…
    Questi studenti andranno a comporre l’opinione pubblica del domani, e sappiamo tutti quanto l’opinione pubblica influenzi, nel bene e nel male, i processi di riforma…
    Un vero peccato che le testimonianze che ho ascoltato nel seminario di Rebibbia siano rimaste nel chiuso del cerchio dei pochi ammessi…
    Mi permetto, però, di fare evadere i versi di una poesia di Giovanni C. , Le emozioni ferite…
    Un germoglio non ho visto fiorire
    Uno sconforto non ho potuto lenire
    Un dolore non ho potuto attenuare
    Una rabbia non ho potuto calmare.
    Un fiore non ho visto sbocciare
    Un po’ di calore non gli ho potuto dare
    Un cammino non ho potuto incoraggiare.
    Solo per un’ora ho potuto alleviare
    Quello che un giorno ogni giorno dovrebbe fare.

    Tra la folla

    0

    Scivolando scivolando all’ultima pagina… la poesia di Virna Chessari che chiude la raccolta La farfalla di Ulisse… The Ulysses butterfly… (perché è nell’inglese che Virna Chessari ha “trovato la melodia per dare voce al suo mondo interiore, alle parole mancanti”)

    “You held my hand / in that colourful street market…

    Mi tenevi la mano
    in quel colorato mercatino.
    Un’oliva verde il mio dono di benvenuto,
    sapore acidulo
    in contrasto
    con i profumi inebrianti di arancio e limone.
    Una moneta dal tuo portafoglio logoro, mamma,
    pieno di santini.
    Non eravamo sole.
    Ogni passo una preghiera
    e un dolce sospiro per te
    Padre
    che non hai mai smesso di seguirci.
    Ti vedevo anch’io
    Nei suoi occhi stanchi
    Che ancora ti attendono.

    “La poesia… non c’è bisogno di capire.. la poesia si fa riconoscere” mi disse un’amica che di poesie, lei certo, s’intendeva. E credo sia proprio così, se con i versi di Virna scivolo anch’io tra la folla e, confesso, non trattengo il pianto, ché riconosco quei “suoi occhi stanchi che ancora ti attendono”…

    Rizpà e le altre…

    0

    “Avevo solo voi figli miei/ mio sereno aprile /mio colmo di melodia/ Io ero la sposa senza autorità/ una fa le tante sottomesse/ la debole / la senza voce nel palazzo di Saul…
    Conoscete la storia di Rizpà? Concubina di Saul, cui diede due figli. Morto Saul, durante il regno di Davide ci fu una carestia lunga tre anni, punizione, si disse, mandata da Dio per un giuramento che Saul aveva violato, torto che solo il sangue della sua discendenza avrebbe riparato… Così i figli di Rizpà, Armonì e Merib-Baal, furono impiccati insieme ad altri cinque discendenti di Saul. Impiccati a sette alberi e lasciati esposti. Rizpà li vegliò per mesi e mesi…
    Rizpà, personaggio femminile fra i meno conosciuti della Bibbia. Che io ho incontrato nei versi di Grazia Frisina, che le dà voce in “Madri”, tre drammi brevi, che sono il canto di Rizpà, ma anche di Sara, Agar, Maria… E di queste madri e delle loro potenti figure, oggi che le madri si “festeggiano”, voglio parlare. Quelle donne che “mulieres taceant in ecclesia” qui si riprendono la parola…
    La parola di Rizpà è un grido che lacera l’aria:
    “La loro sola colpa, dunque / essere gli eredi di Saul/ Oh! Quale esoso pegno han dovuto pagare/ per essere nati nella dimora di un re…”.
    E per cinque mesi Rizpà rimase su una roccia del monte Gelboe, ferma a guardare i corpi che erano stati lasciati lì, sospesi… a proteggerli, per impedire che animali e uccelli rapaci ne facessero scempio. E va oltre il legame materno, perché veglia e protegge tutti quei sette corpi di giovani immolati alla ragion di Stato, o di Dio che è la stessa cosa…
    Quale dio è colui che per placarsi/ si disseta col sangue degli innocenti?”
    “quale giustizia è quella che ha/ le sue fondamenta sull’efferatezza/ quella che impone d’immolare la giovinezza nel nome/ di una nazione di un onore di un patto di una bandiera/ o di estinguere un debito di sangue/ nel nome di un Dio?”

    Meno cruenta, ma non meno crudele, la ragione che oppone Sara, moglie di Abramo, ad Agar, la serva costretta ad unirsi al vecchio Abramo per dargli il figlio che Sara ancora non aveva partorito.
    Sara e Agar, vittime entrambe della legge patriarcale di cui sono di fatto entrambe schiave, si fronteggiano:
    “La grazia, la leggerezza dei tuoi gesti, la rotondità dei tuoi fianchi mi riconsegnavano impietosamente alla mia sterilità…”
    “Mi dicevi sgualdrina, negra del Nilo, lupa affamata e senza coscienza. Eppure, eri stata proprio tu a volere tutto questo…”
    “Perché si compisse il patto, l’alleanza

    Burattini, dunque, l’una e l’altra nelle mani di Dio…
    Sara, poi, un figlio, pur vecchissima, lo darà ad Abramo che, inutile dirlo, ripudierà Agar, che fuggirà nel deserto…

    E poi Maria, che tutti conosciamo. Maria che, davanti a Cristo morto: “le mie fibre tessute nelle tue e ora nelle tue sfilacciate” (nello Stabat Mater di cui abbiamo parlato… https://www.remocontro.it/2021/04/11/stabat-mater-il-dolore-delle-madri-e-di-chi-nel-dolore-rimane/ )
    Rizpà, Sara, Agar, Maria… storie di madri a confronto col volto disumano di un dio che le mette alla prova su quanto hanno di più sacro. Lo spiega bene Marinella Perroni, teologa, che firma la bella prefazione a questo “Madri” (Ed. Oèdipus). E d’altra parte, aggiungo, questo Dio si era già rilevato ben poco umano quando disse poi alla donna: “moltiplicherò i tuoi travagli e le doglie delle tue gravidanze, nella sofferenza partorirai figliuoli” (Genesi… 3, 16)…
    Donne, madri del tempo della Bibbia. Ma non sono storie da noi così lontane…
    Quale festa oggi per tante altre madri…
    “Ho perso mio figlio! Ho perso mio figlio!”… l’avete sentito anche voi quel grido, della mamma che vede il suo piccolo Joseph risucchiato dalle onde, nel video del novembre scorso che la Open Arms ha voluto rendere pubblico, perché tutti sappiano cosa succede nei nostri mari… ( https://www.askanews.it/video/2020/11/12/video-shock-del-naufragio-madre-di-joseph-ho-perso-mio-figlio-20201112_video_16543546/ ) e quante altre madri, e quanti altre grida che non abbiamo udito…
    Torna il pensiero a quella da cui siamo partiti, Rizpà. Che dalla roccia sul monte Gelboe ci racconta il dolore di tutte le persone vittime della logica del potere e dei potenti, e ne chiede conto ai governanti del mondo. Come chiede oggi conto ai governanti del mondo il grido della mamma del piccolo Joseph…
    Ma c’è anche un bellissimo messaggio che viene dalla storia di Rizpà.
    “Niente potrà avvolgervi nel sudario del nulla”, dice. E vince. Vince perché alla fine fa che l’uomo scenda dal “piedistallo d’arroganza” su cui poggia il piede. Colpito dal comportamento di quella donna, lì sul monte da mesi, a vegliare i corpi dei suoi figli, e anche quelli dei figli di altri… Davide decide infine che sì, che quei corpi vengano seppelliti.
    Grazie a lei, che riesce a ottenere che la morte non abbia l’ultima parola, quei morti diventano motivo di riconciliazione.
    Permettetemi di ringraziare Grazia Frisina, che questa storia me l’ha fatta conoscere… e auguri a tutte le madri, anche a quelle che magari madri di figli propri non sono se, ancora Marinella Perroni riferendosi alle donne che hanno fatto la storia biblica, “ciò che rende una donna protagonista della storia di Dio… non è la maternità in sé, ma la capacità di viverla, perfino quando ingenera conflitto e porta in sé le stigmate del dolore, nella pienezza dell’umano… Solo così si diventa madri. Non soltanto dei propri figli…”
    Dei propri figli, di un figlio d’altri, di un ricordo calpestato, di un cucciolo abbandonato, del segmento d’un fiore violato… che tutto, della vita del mondo, va difeso dall’arroganza dell’Uomo…