More
    Home Blog Pagina 27

    Le Donne del Muro Alto

    0


    Le donne del muro alto” è un progetto nato otto anni fa nella casa circondariale femminile di Rebibbia, a cura della regista Francesca Tricarico e dell’associazione culturale Per Ananke, che si occupa di promuovere l’arte e la cultura, il teatro in particolar modo, come strumenti di integrazione, educazione e riabilitazione. Per la prima volta nella storia di Rebibbia Femminile la sezione delle detenute Alta Sicurezza ha visto aprirsi le porte del carcere attraverso l’esperienza teatrale, che oggi continua con la media sicurezza e con le ex detenute e signore ammesse alle misure alternative alla detenzione. Incontro con Francesca Tricarico, che al teatro in carcere ha dedicato la sua vita. Dall’ultimo numero della rivista Una città… http://www.unacitta.it/it/home/ (tutto da leggere…)

    Come è iniziata la tua esperienza con il carcere di Rebibbia?
    La mia storia con il carcere è iniziata nel 2008 con un master di teatro sociale all’università La Sapienza, all’interno del carcere maschile dove ho fatto un tirocinio che doveva durare 300 ore. Sono rimasta lì 5 anni, all’interno della sezione di Alta Sicurezza, dove tra l’altro ho avuto anche l’occasione di lavorare al film dei fratelli Taviani “Cesare deve morire”, un’esperienza molto ricca e bella.
    In quel periodo ho iniziato a chiedermi perché delle esperienze culturali in carcere si raccontasse quasi esclusivamente il mondo maschile. Delle donne sentivo parlare prevalentemente a proposito di sfilate, cucito, cucina o corsi per badanti. Attività rispettabilissime che apprezzo, per carità (mia madre cuce, figuriamoci se ho una visione di parte), ma perché, continuavo a chiedermi, così poche narrazioni sul carcere femminile e la cultura, sui libri scritti da donne detenute, su donne laureate in carcere… Ho capito allora che le esperienze culturali nelle realtà femminili erano meno diffuse, ma anche meno raccontante e ricercate. Quando ho chiesto come mai, mi è stato risposto che le donne sono di meno, ma soprattutto “sono più complicate”.
    Sentirsi rispondere, io donna, che il problema sta non solo nel numero ridotto delle donne in carcere, ma soprattutto nel fatto che sono più “difficili”, ha fatto crescere in me il desiderio di indagare la realtà carceraria femminile. Continuavo a domandarmi: davvero la motivazione sta nel fatto che sono poche e difficili? Se sono difficili allora lo sono per le sfilate come per i libri…
    Ho deciso così di andare dal garante regionale dei diritti dei detenuti dell’epoca, parlargli dell’esperienza maturata nel carcere maschile e della mia volontà di conoscere la realtà femminile; ero disposta a continuare lì il tirocinio. Non solo sono stata ascoltata, ci eravamo già incontrati durante le riprese del film, ma mi è anche stato proposto di dirigere un laboratorio teatrale nella sezione di Alta Sicurezza del femminile, che non era mai stata aperta a questa attività.

    E come sei stata accolta? Ci sono stati momenti di diffidenza?
    All’inizio ho incontrato tantissima diffidenza. Ma non era un problema solo delle donne detenute. Prima che iniziassi, continuamente mi era stato ripetuto “lascia stare non ne caverai nulla, le donne sono molto più difficili degli uomini”. Alcuni registi, all’epoca con più esperienza di me, mi hanno detto: “io ho provato con le donne… mai più!”. C’era quindi anche la mia di diffidenza, volevo capire qual era la mia verità, oltre quella delle donne. Loro, d’altro canto, erano estremamente diffidenti, temevano di essere manipolate, che la loro immagine e le loro storie venissero utilizzate esclusivamente per interessi personali come era accaduto con personaggi noti, di passaggio in carcere per attività “spot”, senza continuità e una reale volontà di lavorare con loro e per loro. Il primo anno è stato un incubo e una bellissima esperienza nello stesso tempo. Per un anno intero mi hanno “testata”, per capire se io ero davvero lì con loro e per loro o per mio tornaconto personale.
    Quando lavori con le donne, a differenza del carcere maschile (questa è la mia esperienza naturalmente), c’è un continuo chiedersi perché: perché facciamo questo, perché non lo facciamo, perché ci chiedi questo, perché ci chiedi quell’altro. Fino allo sfinimento. E’ stato un test sulla mia pazienza ma anche su quanto io fossi vera, sincera, finché un giorno non abbiamo discusso, come solo le donne sanno fare. Sono esplosa in modo duro anch’io, e dopo questa esplosione il nostro rapporto è cambiato. La verità con cui mi sono rivolta loro, con cui senza filtri ho detto tutto quello che pensavo, ha fatto sì che si aprissero davvero. “Da oggi siamo con te, sei vera”. Io chiedo, come chiede il teatro, ai miei attori in carcere come fuori di essere nudi, veri, ma non puoi chiedere agli altri di esserlo se non lo sei tu per prima.

    Così è nata la compagnia delle Donne del Muro Alto…
    È nata proprio nella sezione Alta Sicurezza, 8 anni fa, ed è poi divenuto “Le Donne del Muro Alto” il nome del progetto in corso tutt’ora sia in carcere che fuori con un gruppo di ex detenute.
    La meticolosità con cui queste donne lavorano una volta conquistata la loro fiducia, il coraggio di scendere nel profondo, di lavorare anche con le emozioni più scomode, di raccontare e raccontarsi, di non temere il giudizio perché già giudicate, ci ha permesso negli anni di realizzare spettacoli che hanno affrontato con ironia e commozione temi importanti. Protette dalle storie dei grandi autori, che puntualmente riscriviamo contestualizzandole in modo nuovo, indaghiamo nelle nostre storie, nelle storie delle nostre famiglie, con forza e coraggio più grandi di quelli che ho trovato nel maschile, probabilmente per la tipologia di percorso che abbiamo scelto di fare.
    Il nome, “donne del muro alto”, è nato proprio perché lavoravamo nell’Alta sicurezza, che è un muro nelle mura di cinta, una sezione a parte, dove si hanno restrizioni maggiori. Ricordo che prima che ci dessero la possibilità di fare le prove nella palestra (uno spazio più intimo), utilizzavamo l’area della socialità, il luogo dove si vede la televisione insieme nelle ore di “socialità” appunto, dove si gioca a carte, si scambiano due chiacchiere… Fare le prove col sottofondo di ‘Uomini e Donne’ di Maria De Filippi non era semplice. Allora abbiamo chiesto a tutta la sezione di rinunciare per tre ore due volte a settimana, e a ridosso degli spettacoli più volte, a quell’area comune. Un grande sacrificio che tutte hanno accettato di fare perché anche la loro voce potesse arrivare all’esterno, grazie agli spettacoli delle loro compagne. Gli spettacoli sono così diventati di tutte, non solo delle partecipanti al laboratorio teatrale ma dell’intera sezione.
    Tre anni fa mi è stato chiesto di lavorare anche in media sicurezza e da novembre 2020 ho iniziato anche con le ex detenute e signore ammesse alle misure alternative fuori dal carcere.

    Continui quindi nel femminile, un universo relativamente piccolo, che “paga” il dover vivere in un sistema tutto pensato al maschile.
    E in più in questi anni ho capito come queste donne subiscano uno stigma maggiore rispetto agli uomini. Perché ancora oggi in Italia essere una donna che ha commesso un reato è una colpa più grande di quella di un uomo che sbaglia.
    Non solo. Se è vero che queste donne sono inizialmente “più difficili”, se è più complesso conquistare la loro fiducia, se sono più arrabbiate degli uomini, se accettano meno la detenzione c’è un perché, come sempre. Un contesto di provenienza che non può non essere preso in considerazione. Solitamente, non tutte naturalmente, hanno situazioni familiari complicate, molte hanno subito violenze fisiche e psicologiche, hanno spesso i compagni in carcere, a volte persino l’intera famiglia. Hanno quindi meno colloqui, meno disponibilità economica, meno possibilità di vedere i figli, affidati a case-famiglia o a genitori anziani a volte lontani e con difficoltà a fare i colloqui. Vivono dunque spesso un abbandono maggiore rispetto agli uomini. C’è una battuta che abbiamo scritto per la nostra personale rivisitazione di Medea: “Gli uomini hanno sempre una mamma, una sorella, una moglie, una fidanzata, una scema come noi che li va a trovare. Noi siamo sole”.

    Fare teatro è un modo per interrogarsi anche sulla nostra società
    Io penso che il teatro in carcere sia un importante strumento di riflessione per il “fuori” quanto per il “dentro”. Con il teatro le attrici detenute hanno la possibilità di dedicarsi ad un’attività che permette di far arrivare la loro voce all’esterno, oltre le mura carcerarie, e di avere uno spazio d’espressione anche emotivo nel luogo per eccellenza del contenimento. In carcere può essere pericoloso lasciarsi andare alle emozioni così come contenerle sempre, cosa che può avere serie conseguenze psicologiche e fisiche. Il teatro offre questa libertà senza rischi, protette dalla storia da raccontare, dalla forma da utilizzare, con i tempi e il ritmo del racconto. E dà l’opportunità di avere lo spazio e il tempo di dedicarsi anche a riflessioni altre oltre le quotidiane.
    Il pensiero va ad una ragazza dell’Alta Sicurezza con cui ho lavorato ad uno spettacolo sulla vita della drammaturga francese Olympe de Gouges, che prima approva la rivoluzione, poi decide di opporsi perché, accusa, “avete scritto una costituzione così giusta da non avere il coraggio di applicarla, le donne ad esempio le avete dimenticate”. Uno spettacolo ricco di riflessioni anche sulla nostra costituzione, sui nostri doveri e diritti, oggi come ieri. A ridosso della prima, questa ragazza mi dice: “io ti odio, sei la persona più cattiva che io conosca! Nessuno mi ha mai fatto del male come me lo stai facendo tu!”. E io.. “ma come?! Sei in Alta Sicurezza, vieni da una storia complessa, e io sono la più cattiva? Non ho capito nulla, allora!”. E lei: “la protagonista è una donna forte determinata coraggiosa, come me”. E allora? Qual è il problema? “A Napoli mi hanno insegnato che nisciuno muore ppe nisciuno. Questi maledetti libri invece raccontano di tante donne morte per un bene comune, io oggi ho un problema ed è colpa tua che mi hai dato questi libri”.

    Storia bellissima, stravolgente, anche…
    Sì, mi sono trovata all’interno di una sezione di Alta Sicurezza, quindi con persone che hanno commesso reati importanti a discapito del bene comune, ad affrontare con queste donne un confronto sul significato della parola ‘bene comune’ di una forza e di una verità che non ho trovato in nessuno dei centri “culturali” frequentati da intellettuali o pseudo tali.
    la nostra bella borghesia…
    Sì e qui torniamo all’idea che il teatro in carcere fa bene al dentro, ma anche e forse ancora di più al fuori, alla società esterna, ai salotti della nostra bella borghesia dove andiamo protetti dai libri che abbiamo letto, forti delle citazioni che ormai conosciamo a memoria. E’ sicuramente importante fare teatro dentro, stimolare nuove riflessioni in queste donne che hanno figli, nipoti, con cui possono confrontarsi una volta uscite, a cui trasferire nuove visioni quando ne hanno. E anche se si tratta solo di dieci, venti donne, è già un lavoro grande. Ma mai grande come il lavoro che possiamo fare con la società fuori. Innanzitutto, il teatro in carcere ritrova la sua essenza, l’urgenza e la necessità. Queste donne hanno la necessità, l’urgenza di raccontare e raccontarsi anche fuori. Normalmente possono rivolgersi esclusivamente ad un numero ristretto di persone legate in un modo o nell’altro al carcere, il dottore, l’avvocato, il personale dell’istituto penitenziario, i famigliari ai colloqui… Il teatro dà loro invece la possibilità di parlare ad una platea vasta e variegata, fatta di curiosi, addetti ai lavori, intellettuali, famigliari, personale del carcere, teatranti, giornalisti, studenti… Dopo la rappresentazione si torna in cella. Quindi è un’occasione unica che nessuna vuole perdere anche se fare teatro in carcere è sfiancante… il rumore, la confusione, gli imprevisti, donne che entrano donne che escono, e le altre mille difficoltà del luogo e non solo.
    Inoltre, il teatro in carcere non ha paura della verità o del giudizio perché queste donne sono già state giudicate. Un teatro che non ha paura del confronto in una società che sempre meno accetta la verità, limitando sempre di più il confronto, chiusa nella “bolla” dei social.


    Come racconta anche il vostro “Ramona e Giulietta”, sottotitolo Quando l’amore è un pretesto, particolarissima rilettura di Romeo e Giulietta, dove protagoniste sono due lei….
    Il carcere è un’enorme lente d’ingrandimento su quelle che sono le dinamiche dell’uomo con se stesso e in relazione con l’altro e la società. Il teatro pure è lente d’ingrandimento. Per questo si sposa così bene il teatro con il carcere perché è una lente di ingrandimento su una lente d’ingrandimento. Il carcere non è un mondo a sé, ma è parte della società, ciò che raccontiamo dentro non è altro che ciò che accade fuori, ma all’ennesima potenza, come tutto ciò che si vive in carcere, dal dolore alla gioia ai problemi burocratici. Perché tutto è amplificato dalla restrizione. “Ramona e Giulietta” nasce due anni dopo la celebrazione della prima unione civile tra donne all’interno di un carcere in Italia, scatenando reazioni opposte. Chi approva e difende questo diritto all’affettività, chi considera le unioni tra persone dello stesso sesso un qualcosa di vergognoso.
    In quel periodo fare le prove era molto complicato. Nelle sezioni, tra le donne con cui stavo lavorando, e non solo, l’atmosfera era tesa e c’era una rabbia che non avevo mai visto prima. Avevo la sensazione che da un momento all’altro la situazione potesse esplodere. Ho così deciso di iniziare un lavoro di ascolto proprio sulla rabbia, scoprendo infine che la tensione tra loro era dovuta all’eco di questa unione, alla divisione in corso tra chi sosteneva queste unioni e chi le rifiutava.
    Decidiamo allora di mettere in scena “Ramona e Giulietta”, una nostra personale riscrittura di Romeo e Giulietta, portando in scena l’amore tra due donne che si sono conosciute e amate in carcere, le liti, anche, in sezione o nella biblioteca, dove questo amore è nato. Abbiamo avuto la possibilità di confrontarci senza paura di esprimere ciascuna il proprio punto di vista, poiché protette dalla scrittura, sino ad arrivare a capire che in realtà la rabbia non era nei confronti di queste donne e del loro amore, ma nasceva dall’impossibilità per le eterosessuali, che hanno i loro compagni fuori, di vivere l’affettività in carcere. Cosa che negli altri paesi europei è invece possibile.
    Una battuta dello spettacolo dice: “a un uomo, a una donna, se li privi dell’affettività, che cosa rimane? La rabbia… la frustrazione…”.
    “Ramona e Giulietta” è stato uno dei lavori più difficili da realizzare per il tema scelto, soprattutto in fase di scrittura. Il teatro è stato quella piazza neutra dove poter dire quelle cose che non avresti detto mai…
    In quegli stessi giorni in Italia, al nord in particolare, si manifestava contro le unioni civili fra persone dello stesso sesso, in difesa della famiglia tradizionale, come se le unioni civili fra persone dello stesso sesso volessero distruggere la famiglia tradizionale. In quello stesso periodo sul palco di Rebibbia Femminile ci siamo ritrovate a raccontare in modo diverso ma simile quanto stava accadendo fuori, cercando di capire da dove venisse tutta quella rabbia. Mentre all’esterno si manifestava pro e contro, noi dentro sostenevamo le nostre certezze e i nostri dubbi grazie al teatro.

    Ho potuto vedere Amleta, ancora uno Shakespeare rivisitato, molto particolare, con tante voci del Sud… Molto brave le tue donne. Riesci davvero a tirare fuori l’attore che è in loro..
    Amleta è stato scritto e realizzato con tutte donne campane all’interno della sezione Alta Sicurezza. Le attrici, davvero molto brave, lavoravano già da cinque anni con me. Un lavoro dove ho lasciato un pezzo del mio cuore. Abbiamo deciso di indagare i pericoli “dell’amore”, di quante volte abbiamo oltraggiato questa parola o siamo state oltraggiate in nome dell’amore, per un compagno o la famiglia. Abbiamo affrontato il tema degli affari di famiglia, sino ad arrivare a scrivere, protette dal racconto, cosa significa essere “figlia di…”, “moglie di…”. Sono state brave e coraggiose, poiché ancora una volta l’urgenza di raccontarsi, di essere ascoltate, è stata più forte della difficoltà di affrontare certi argomenti.

    Ed è arrivato il covid. Ma non vi siete fermate.
    Adesso abbiamo in corso un progetto cui tengo tantissimo, iniziato a novembre quando in carcere non si poteva più entrare. E’ nato dall’idea di proseguire fuori il percorso teatrale iniziato dentro con alcune signore uscite in libertà o ammesse alle misure alternative alla detenzione. Ho ottenuto il permesso dal magistrato di sorveglianza, per il progetto che è sostenuto dalla regione Lazio e a breve andremo in scena proprio con una rivisitazione della nostra “Ramona e Giulietta”, con queste signore, attrici ex detenute, che già avevano lavorato in carcere su questo testo.
    E’ un lavoro difficile. Pensavo che fare teatro fuori fosse complesso, ma non più del farlo in carcere, dove ogni giorno hai un imprevisto ad attenderti, legato alle urgenze dell’istituzione… Ma per quanto il carcere sia un’esperienza difficile che non auguro a nessuno, lì comunque si vive in una sorta di “bolla” con le sue regole, tempi e spazi. Quando escono, molte di queste donne si scontrano con una realtà che non è più quella di quando sono entrate in carcere, spesso sono sole, senza lavoro e con una famiglia di cui occuparsi quando ne hanno una dove tornare. Hanno bisogno di lavoro, di tornare ad avere fiducia in loro stesse, di sentirsi accettate dalla società per non cadere nuovamente nel baratro dell’isolamento e rischiare di tornare indietro.
    In questo momento sono molto impegnata anche nella ricerca di fondi, affinché le mie attrici siano riconosciute come vere e proprie lavoratrici dello spettacolo, il loro impegno sia riconosciuto come un vero e proprio lavoro, quindi poterle retribuire adeguatamente, fornendo anche una formazione più ampia legata ai diversi mestieri del teatro.

    E ci riesci?


    Non è semplice. Molti amici-spettatori negli anni ci hanno sostenuto nei momenti più difficili, quando non eravamo coperti da bandi. Sino a dicembre siamo Officina di teatro sociale, ma non riusciamo a retribuire le nostre donne come meriterebbero, stiamo quindi cercando nuove opportunità, siamo sempre alla ricerca di nuovi bandi. Perché questo è un lavoro e come tale deve essere trattato. Le mie attrici per le prove, che facciamo a Roma, vengono da lontano, Olevano Romano, Anzio, Nettuno… Non è semplice soprattutto per molte di loro che non hanno una tranquillità economica e famigliare.

    Qualche settimana fa sulla vostra pagina ho letto: “Ieri ci siamo spogliate tutte insieme, è stato doloroso e leggero come non accedeva da mesi. Troppi mesi, o forse no, quelli necessari per trovare nuovamente il coraggio di farlo. …Di sfogliare quelle verità che proteggi con cura anche da te stessa. Ci hanno chiesto di raccontare la nostra avventura teatrale a Rebibbia e fuori, abbiamo parlato della nascita del nostro Ramona e Giulietta. Mi sono commossa leggendo…
    E mi commuovo ancora, perché è una riflessione nata in un periodo molto difficile per la nostra compagnia all’esterno. La vita non regala niente a nessuno e regala tutto allo stesso tempo, con sorprese inaspettate che all’improvviso ti ripagano di quanto vissuto. Abbiamo affrontato problemi di salute, famigliari, lavorativi, in un contesto in cui il teatro è diventato un importante punto di riferimento, una vera famiglia con tutti i dolori e le gioie della famiglia. Nonostante le difficoltà affrontate, il teatro ha sempre continuato ad essere una priorità per tutte noi, il nostro lavoro, la nostra casa. Non abbiamo mai perso l’entusiasmo.
    La riflessione che hai letto sulla nostra pagina Facebook “Le Donne del Muro Alto” è stata scritta dopo che ci è venuta a trovare Giulia Anania per il Festival delle periferie… le abbiamo raccontato come abbiamo riscritto “Ramona e Giulietta”, di quanto è stato doloroso scoprire che inizialmente nel testo era presente solo la rabbia, che ci eravamo dimenticate l’amore… Quando siamo rimaste sole siamo tornate indietro, al viaggio nelle nostre paure, che abbiamo affrontato anche grazie a quel lavoro, fino a scoprire che in realtà l’amore c’era. Era sempre stato lì, avevamo solo bisogno del giusto tempo per tornare a inserirlo anche nei nostri racconti.
    Una delle attrici di “Ramona e Giulietta”, Vincenza, non c’è più. E’ morta, per un infarto mentre era in carcere. Aveva problemi psichiatrici, era la mia compagna delle elementari che avevo ritrovato in carcere. Tu pensi di avere il pelo sullo stomaco, di conoscere il carcere, saperlo vivere, e poi incontri lì la tua infanzia… Quindi ci siamo ritrovate a parlare di Vincenza, del percorso intimo che ognuno di noi ha fatto, di quanto il teatro ci ha messo a nudo, ci ha protetto, ci ha fatto a cadere giù e poi risalire su.
    Io non dico più che il carcere mi ha tolto dieci anni di vita, ma che mi ha dato dieci anni di vita. Sento di avere vissuto tante vite, insieme alle vite delle mie attrici…
    Ogni viaggio che chiedo di fare a una mia attrice è un viaggio che faccio anche io con lei e con me stessa. E’ il teatro lo strumento che ho scelto per indagare dentro di me attraverso l’altro, di raccontare ciò che credo sia necessario raccontare, di ascoltare e di essere ascoltata, di dare voce a chi non ne ha, combattere gli stigma sociali, fare politica.
    E’ l’essenza del perché facciamo questo lavoro, di cui, ripeto, c’è bisogno dentro e fuori le mura del carcere, dove tutto avviene in modo più intenso, con la nostra lente d’ingrandimento. E tutto assume un senso più profondo quando riusciamo a farci ascoltare fuori da quelle mura…

    … La pioggia dei monti mi laverà la vita…

    0

    Giovanni Farina, il suo primo permesso dopo un’infinità di anni dentro un carcere… i primi pensieri, raccolti in questa poesia… che mi manda ( e lo ringrazio davvero) e mi permetto di condividere…

    Si è aperta
    la porta
    e sono uscito.
    Dietro di me
    si sono chiusi
    i rugginosi cancelli.
    Alzo la testa
    verso l’alto
    e vedo il cielo
    che mi sorride.
    Gli dico
    che
    mi arrampicherò
    lassù in vetta
    alle montagne
    dove vedo
    le nuvole passare.
    Non lacerò
    che il passato
    mi segua
    inizierò una vita nuova.
    La pioggia dei monti
    mi laverà la vita.

    Giovanni Farina

    “Aiutatemi a dare voce e giustizia a mio padre”

    0

    Ricordate Antonio Ribecco? La prima persona detenuta morta per covid.. Non era neanche stato rinviato a giudizio e in carcere ha contratto la malattia… Suo figlio Domenico Ribecco da allora non si dà pace , e oggi si rivolge al Ministro Cartabia… perché si faccia chiarezza su una vicenda assurda…. e chiede giustizia per suo padre… con questa sua accorata lettera, che pubblico integralente perché vale la pena leggerla tutta… Una lettera di figlio, accorata e fiduciosa… che il Ministro ascolti…

    Egregio Signor Ministro,
    Egregia Professoressa Marta Cartabia,

    sono Domenico Ribecco, figlio di Antonio Ribecco, morto il 09/04/2020 dopo aver contratto il virus all’interno del carcere di Voghera.
    Sarebbe un piacere per me ottenere un incontro con Lei ma, immaginando i suoi tanti impegni, Le scrivo per portare alla Sua attenzione quanto è accaduto alla mia famiglia e, soprattutto, a mio padre.

    Sono consapevole che questa situazione di emergenza dovuta alla Pandemia si è riversata (e continua…) su tutto il paese e che non siamo gli unici ad aver subito un lutto in famiglia.

    Sono qui a chiederLe, semplicemente, di leggere la mia storia e possibilmente valutare la situazione giudicando lo stato di mio padre come un semplice cittadino, perché allo stato dei fatti era in attesa del primo grado di giudizio e avrebbe potuto affrontare i tre gradi per dimostrare la sua innocenza dalle accuse mosse a suo carico. Oramai in Italia siamo abituati così, anche se spetterebbe all’accusa provare la colpevolezza di una persona. Ma aldilà di questo, anche se detenuto, mio padre meritava il rispetto della sua umanità e dei suoi diritti fondamentali, della salute e della vita.

    Prima della triste vicenda giudiziaria, mio padre era completamente incensurato e quindi era alla sua prima esperienza carceraria, essendo sempre stato al di fuori di determinati ambienti. Mi sento di affermare senza esitazioni che le accuse mosse a suo carico erano totalmente infondate e dico ciò senza voler giudicare il lavoro di determinate figure che lavorano per lo Stato anche perché era nostro interesse e premura affrontare il processo a viso aperto. La mia rabbia – perdoni il sentimento che provo – è che tutto questo non ci sia stato concesso.

    Ci siamo trasferiti dalla Calabria in Umbria negli anni ’90 per garantire servizi migliori a mia sorella non vedente e per avere maggiori opportunità lavorative.
    Non abbiamo mai navigato nell’oro e mio padre ha sempre lavorato da onesto cittadino per dare un futuro alla sua famiglia. Appena trasferitosi a Perugia lavorava dalla mattina presto anche fino alle undici di sera ed ha continuato a farlo fino al giorno in cui è stato arrestato. Faceva lavori umili e di piccola entità nel settore dell’edilizia. Un piccolo artigiano che non ha mai partecipato ad una gara d’appalto e che non aveva mai svolto lavori di grossa entità.

    Abbiamo sempre confidato nella giustizia ed anche in questa situazione eravamo sicuri che i risultati sarebbero stati dalla nostra parte.

    Esistono le giuste sedi per giudicare una persona ed emettere sentenze e non voglio sprecare questa lettera per fare io il processo, ma sono qui a richiedere la Sua attenzione sulle motivazioni e sulle negligenze che hanno portato al decesso di mio padre, perché per come abbiamo vissuto la nostra tragica vicenda, si sarebbe potuto evitare.

    Le voglio raccontare che mio padre è stato abbandonato alla sua malattia e ad oggi ci troviamo totalmente sperduti di fronte a delle indagini che vanno a rilento e delle testimonianze che fanno rabbrividire.

    Molti detenuti della VII sezione di Voghera, hanno sporto volontariamente querela in quel periodo, per denunciare quanto stava accadendo nell’istituto e cosa comportamenti omissivi e negligenti stavano causando a mio padre; molti ci hanno raccontato che non è stata presa in considerazione la sua malattia ed anche dopo proteste ed evidenti sintomi di sofferenza, mio padre non è stato visitato tempestivamente da un medico, nonostante esplicite richieste; l’agente di polizia penitenziaria che ha assistito al diniego di visita, avrebbe fatto un esposto in sezione contro la condotta del medico.

    Altri detenuti ci mettono a conoscenza che non venivano forniti i dispositivi di protezione per prevenire il contagio ed ovviamente, visto il sovraffollamento di oltre il 180%, non era consentita la distanza di sicurezza, dichiarando tutti che la direttrice avrebbe imposto il non uso delle mascherine per non creare allarmismo, nonostante il 07/03/2020 fosse stato ricoverato il cappellano del carcere per coronavirus.

    Lo scorso gennaio i sindacati di Polizia Penitenziaria, hanno diffidato il carcere di Voghera con riferimento alla direttrice, interrompendo i rapporti sindacali per aver gestito male la prima ondata di emergenza sanitaria ed aver messo a rischio la vita di tutte le persone che vivono e operano all’interno dell’Istituto; che non è nuova a questi differimenti, ho potuto constatare sul web che diverse volte è stata soggetta di provvedimenti ed anche di remissione dell’incarico.

    Ancora non abbiamo ben capito come mai mio padre, dopo esplicita richiesta in sede di interrogatorio di garanzia, presentando la documentazione di mia sorella non vedente, non sia stato detenuto in Umbria o in regioni limitrofe come prevede l’art. 14 dell’ordinamento Penitenziario. Da Voghera ha presentato ulteriore richiesta al DAP per essere trasferito più vicino alla famiglia.

    Ovviamente nessuno poteva prevedere l’esplodere della pandemia, ma se si fossero rispettate le regole già previste dalla normativa penitenziaria, mio padre avrebbe potuto non essere trasferito a Voghera e magari non contrarre il Virus. Al 31/12/2019 gli istituti Umbri e Toscani non erano soggetti all’esplosivo sovraffollamento del Nord e forse sarebbe stato più consono mandare mio padre in altro istituto penitenziario.

    I diritti che sono stati violati sono quelli della salute, delle cure e della vita di una persona, di un detenuto così come di qualsiasi essere umano.

    Dal 3 giugno 2020 sulla vicenda di mio padre l’on. Roberto Giachetti ha depositato un’interrogazione parlamentare che non ha ancora avuto risposta. Gliela allego.

    Io credo che uno Stato di diritto, visto che mio padre si trovava in custodia presso un istituto penitenziario da soli due mesi ed in attesa di 1° giudizio, dovrebbe vigilare, sorvegliare e punire chi non esegue i propri compiti nel rispetto della legge e dei diritti dell’uomo, altrimenti è lo Stato stesso a divenire peggiore dei peggiori criminali che vuole e deve perseguire. E, in aggiunta, mio padre – come tutti coloro che ci trovano in custodia cautelare – era da considerare non colpevole fino a sentenza definitiva (art. 27, comma 2 della Costituzione).

    Le invio anche il mio grido di aiuto che ho scritto in un momento di rabbia ma che credo spieghi bene quanto è successo. Così come Le trasmetto la relazione che mi ha fornito il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma.

    Era un diritto di mio padre essere curato ed un nostro diritto di familiari essere informati, per tutelarlo e tutelarci e per essere al corrente di quello che stava succedendo.

    Non siamo potuti stargli vicino né fisicamente né con la giusta informazione.

    Ho (abbiamo) dovuto sopportare la malattia di mio padre a distanza, per ben 19 giorni di Terapia intensiva venendo a scoprire per caso del suo contagio. Non ho potuto stargli vicino come avrei voluto. Ho una sorella non vedente a cui ho dovuto spiegare nel modo migliore quello che stava accadendo, sempre se esiste un modo. Ho una mamma messa in ginocchio dalla vita, distrutta nel cuore e nell’animo per essere privata all’improvviso ed ingiustamente di un marito e di un figlio incarcerati e poi per la prematura scomparsa di mio padre in un contesto catastrofico.

    Ho dovuto comunicare io tramite telefono a mio fratello, anche lui in carcere, della morte di nostro padre. Non poterlo confortare in un momento così drammatico, mi creda, è stato struggente. Ho avuto veramente paura che potesse togliersi la vita per questa notizia. Così avrei dovuto vivere con i sensi di colpa di non aver fatto abbastanza per mio padre e di aver fatto del male a mio fratello.

    Ora io mi chiedo, è giusto tutto questo? E’ normale? Mio padre e la mia famiglia si meritavano tutto questo male?

    Supplico giustizia. Mio padre si poteva salvare. E’ stato per 10/15 giorni con febbre e sintomi chiari di covid con un caso già confermato all’interno dell’istituto il 07/03/20.

    Perché non meritava le cure? Perché non meritavamo di essere avvisati? Perché non sono intervenuti in tempo?

    Mi aiuti, Signora Ministra, a far luce su quanto è accaduto.

    Grazie per il Suo tempo, confido in una Sua gentile risposta.

    Con i più deferenti saluti

    Domenico Ribecco

    Cinquemila rose…

    0

    Cinquemila rose. Cinquemila rose furono piantate nel parco dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste quando, fra il 2005 e il 2010, Franco Rotelli, che era allora direttore generale della Asl, ne promosse il restauro. Altrettante ne sarebbero dovute essere piantate, ma… “sono quelle che non ci sono, se spesso alla sera d’estate nel parco non c’è ancora nessuno, se la vita vera, promessa al posto dell’orribile cosa che era lì, non è stata ancora davvero prodotta”.
    Questo scriveva nel 2013 Franco Rotelli, raccontando il tempo dell’impegno per restituire alla pienezza della vita quel luogo di morta disperazione che era stato, prima della rivoluzione di Basaglia, il manicomio di Trieste. E penso ben rappresenti, il racconto de “La rosa che (ancora) non c’è”, l’anima tutta dei suoi interventi raccolti in uno degli ultimi preziosi regali che ci fa la Collana 180, archivio critico della salute mentale (Alphabeta Verlag): “Quale psichiatria? Taccuino e lezioni” di, appunto, Franco Rotelli, uno dei protagonisti della riforma psichiatrica in Italia e uno dei principali collaboratori di Franco Basaglia.
    Un “taccuino” che in ventidue tappe, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso per arrivare al tempo a noi più prossimo, racconta il complesso percorso di Rotelli. Che è cammino lungo un percorso professionale e umano. Umanissimo direi, perché ogni capitolo sembra rimandare a quel gesto di piantare rose, amorevole, come il desiderio delle rose che pure si spera verranno, nonostante “l’inerzia colpevole” di chi non ha cura.
    E’ uno sguardo, quello di Franco Rotelli, che si allarga su un ampio orizzonte, si interroga sui tanti volti delle “prigioni” che abbiamo costruito. Mentre tutto gira, come ben sottolinea Agnese Baini che questa raccolta ha curato, intorno all’ “idea di salute mentale come pratica di libertà”, che è quello che intanto ha permesso il passaggio dai vecchi ospedali psichiatrici alla riorganizzazione di cure e servizi.
    Indimenticabile, come un pugno allo stomaco, il racconto della visita, all’inizio degli anni Novanta, al grande manicomio dell’isola di Leros, e il padiglione degli uomini Nudi e il Padiglione delle donne Nude, dove “domina incontrastata, assoluta, la Psichiatria”. “I campi di sterminio avevano una logica: la guerra agli ebrei (…), ma qui qual è la logica? Che cosa conduce a creare mucchi umani in luride tane, a determinare questi grappoli di uomini e donne coperti di stracci buttai uno sull’altro in una puzza immonda?”. Un orrore non dissimile nella sostanza, si osserva, dai manicomi della Sicilia, della Calabria, di alcune aree del milanese, dai manicomi criminali inglesi… Dopo quella visita, fortemente sostenute dalla Comunità economica europea, due équipe, da Trieste e dall’Olanda, interverranno per trasformare radicalmente il manicomio di Leros. A proposito di rose piantate e di pratiche di libertà…
    Fulminante, ancora, il parallelo fra guerra e follia, che entrambe vivono di astrazioni che “le fondano, le giustificano, ne sono giustificate”. E “fa guerra l’ideologia igienistica dell’eliminazione del male, della malattia, del danno”.
    Mille e mille gli spunti che nascono dalle riflessioni di Rotelli. Ricchissime.
    Lo sguardo, costante, è sulla società tutta… sullo lo sviluppo di strategie per una salute mentale comunitaria e territoriale, che passa attraverso lo spostamento del centro dell’interesse dalla sola malattia, alla persona e alla disabilità sociale… sulla necessità di ri-abilitare la ri-abilitazione… sulla città che deve sapere accogliere chi ancora purtroppo oggi tende a isolare e rinchiudere… su quello che è stato fatto, quello che ancora è da fare, sugli ostacoli, le strategie…
    Attualissime rimangono le riflessioni sui luoghi dove la democrazia è assente, che “in un paese autenticamente democratico” non dovrebbero esistere. Eppure, quanti ancora ne costruiamo, noi così bravi a escludere, invalidare, rinchiudere. Travestiti da luoghi di redenzione, di sicurezza, di cura, persino…
    Passa, lo sguardo di Rotelli, anche attraverso la storia delle nostre carceri, come pure attenzione alle carceri sempre ne ha avuta Basaglia. Nell’84 scriveva che “da più parti si riconosce ormai che il carcere non si riformerà dal suo interno dietro le mura. Tanto meno potrà cambiare se dietro le mura ritornerà il silenzio”. E le tristi cronache di questi giorni, le immagini delle violenze subite dai detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ne sono attualissima oscena riprova. Perché dietro le mura (ed è il titolo di uno scritto del ‘92) non possono che nascere mostri.
    Fra l’altro si interroga, Rotelli, anche sull’architettura, che, scriveva trent’anni fa, è architettura intorno alla pericolosità. Non so se ci sia oggi da qualche parte un’architettura del ritorno alla vita. Se siano state pensate “panchine di neve” che si sciolgano in fretta…
    Mentre “i folli continuano a costituire la minoranza più oppressa del mondo”. E sembra cosa vera ancora oggi, come il fatto che la 180 “qualcuno lavora per realizzarne i principi, qualcuno per combatterla, qualcuno pur aderendovi la svuota di senso”.
    E la pronuncia di una ben triste verità. La verità di “questo paese capace di fare ottime leggi sulla carta e poi stravolgerle nella realtà”. Il pensiero torna alle cinquemila rose mancanti…
    “Le rose che non ci sono parlano di quando qualcuno vorrà accusarti di quel che hai fatto, mentre tu vorresti accusare tutti di quello che non hanno fatto”. Che purtroppo è ancora storia dell’oggi.
    Ma l’invito, dalla prima all’ultima pagina, è ad andare avanti, a fare, affondare le mani nella realtà della vita, e mai fermarsi.
    L’invito è ancora a piantare rose, se come recita la poesia citata di Gianni D’Elia… “Cosa può fare una semplice rosa/ Contro la guerra infinita? / Nient’altro che essere vita/ Contro la vita tradita…”. E non è affatto poco.




    Dalla Sicilia un “cunto” per non dimenticare Genova, il G8, vent’anni dopo…

    0



    Fra meno di un mese l’anniversario di quel terribile fine luglio di vent’anni fa… I giorni del G8 di Genova, che videro una città sconvolta dalla violenza di cui furono vittime uomini e donne, giovani e vecchi, di ogni nazionalità e professione. Una violenza inaudita di cui vittima sarebbe potuto essere chiunque di noi.
    E fra le narrazioni e i ricordi che ci saranno, c’è un’iniziativa particolare che ha la bellezza e il fascino delle cose che nascono, come si dice, dal basso. Lo spettacolo viaggiante di Area Teatro, compagnia teatrale siciliana fondata da Alessio e Ivano Di Modica. Che, rielaborato, rimette in scena lo spettacolo, il primo che allora ne parlò, realizzato subito dopo quei giorni.
    Alessio e Ivano erano fra i giovani arrivati a Genova per manifestare pacificamente contro i Grandi della Terra, e subito sentirono l’urgenza di raccontare quel che accadde. Urgenza che non è mai morta, anzi.
    Per sostenere il loro progetto negli ultimi tre anni la compagnia Area Teatro ha messo in piedi, e con successo, una campagna crowdfunding iniziata il 15 aprile 2020 e che finirà il prossimo 12 agosto (altro giorno della nostra memoria da non perdere, giorno della strage di Stazzema). E ora il “Partigiani della Memoria Tour” è pronto per partire con lo spettacolo, “20 ANNI- Cronache di inizio millennio dal G8 di Genova”. Ancora risalendo l’Italia. Si inizia a Bologna il 4 luglio. Poi la Spezia, Padova, Trento…
    Per raccontare intanto a chi oggi ha vent’anni, far incontrare loro le parole, le testimonianze di chi vent’anni aveva allora, e anche “per rimettere in circolazione il sogno di un mondo più giusto, che aveva messo in moto tanti giovani, e che in quei giorni si infranse”…
    Ma è un ricordare e testimoniare che farà bene a tutti. Tanto più importante, ritengo, perché mi sono sempre chiesta, da allora, se questo nostro paese ha davvero capito quel che di tremendo accadde in quel fine settimana di luglio del 2001… cosa hanno significato per la nostra democrazia quei terribili giorni di sospensione di ogni diritto, dove la vita delle persone è stata prigioniera di una violenza indiscriminata e arbitraria. Una storia troppo presto archiviata, perché se dopo tanti anni sappiamo tutto, ancora nulla delle responsabilità politiche, su cui sembra caduto un velo. Mentre chi ricorda ancora rabbrividisce all’eco di nomi di luoghi che evocano pestaggi, torture, morte…: Diaz, Bolzaneto, piazza Alimonda… (E, una cosa che ripeto spesso, le cose rimosse sono destinate a ripetersi. Personalmente penso ci sia un unico filo rosso che parte da lontano, attraversa Genova e arriva fino alle ultime vittime nella rivolta delle carceri del marzo dello scorso anno… e mai sarà spezzato, quel filo, se continuiamo a non chiedere conto, come fossero questioni che non ci appartengono).
    “La memoria di Genova deve essere della gente”, dicono Alessio e Ivan Di Modica richiamando il motto delle madri di Plaza de Mayo: “La memoria è la vera libertà del popolo”. E proprio le madri di Plaza de Mayo sono state tra le prime sostenitrici del progetto, insieme alla famiglia di Carlo Giuliani, che in quei giorni perse la vita, e tanti altri… (fra cui, per la cronaca: Vittorio Agnoletto, che fu portavoce del Genova Social Forum nel 2001, il vignettista Vauro, Il musicista e scrittore Massimo Zamboni, la scrittrice Maria Rosa Cutrufelli, il documentarista Antonio Bellia, il giornalista Marco Ciriello, il cantante Cisco Bellotti, il cantautore Enrico Capuano, Renato Di Nicola, del Foro Italiano ed Europeo dei Movimenti per l’Acqua).
    E’ ammirevole che tutto questo si sia sviluppato in tempo di pandemia, momento difficile per tutta la cultura. E questo ha un significato non da poco: “è il sintomo di una necessità di teatro e che il teatro indipendente è vivo”.
    Due parole su Area Teatro, compagnia indipendente di Augusta, nel cuore del polo petrolchimico più grande d’Europa, che da quando è nata è alla ricerca di un linguaggio universale “che possa parlare alle persone come ascoltatori e portatori di vissuti ed emozioni al fine di creare l’immaginario collettivo, perché le storie non raccontano la realtà ma la forgiano”.
    La tecnica narrativa è quella del cunto siciliano, dove il racconto non è solo narrazione orale, ma anche forma, gesto, immagine. E lo spettacolo è la restituzione di una narrazione collettiva che nasce dall’incontro fra chi cunta e chi non passivamente ascolta, ma restituisce l’immagine del proprio cunto. Metodo molto affascinante, che ha fra i riferimenti culturali Mimmo Cuticchio, lo straordinario erede della tradizione dei cuntisti siciliani. E allora, davvero auguri ad Alessio e Ivano di Modica e alla loro compagnia per l’inizio di questo nuovo viaggio che sarà “ballata metropolitana in cui l’antica arte del Cunto siciliano si fa linguaggio vivo e contemporaneo, per trasportare il pubblico in un viaggio lungo… vent’anni (per chi ne volesse sapere date e quant’altro: http://www.areateatro.it/).
    Ancora una nota, sempre a proposito di Genova.
    L’ultimo numero di Internazionale, nell’editoriale annuncia una serie di puntate che racconteranno a chi oggi ha vent’anni cos’accadde quel fine settimana. Limoni, il titolo del podcast sul G8, che è il titolo di una poesia di Montale, che è nato a Genova. Limoni, ancora si ricorda, sono i frutti che Berlusconi chiese di appendere alle fioriere di Palazzo Ducale.
    Che coincidenza… Limoni, ancora, sono arrivati quest’inverno dalla Sicilia, come profumato ringraziamento per chi ha sostenuto il progetto “per non dimenticare il G8 di Genova”.
    Avrà il sapore aspro del limone questa narrazione… ma anche del colore dei limoni, ne sono certa, la luce…

    Ma cosa ne è dei servizi di salute mentale? A proposito della tragedia di Ardea…

    0


    Ancora nulla è chiaro della vicenda di Ardea. L’unica cosa certa, leggo, è che l’omicida “non fosse in cura per problemi mentali”, anche se alcuni vicini dicono “fosse uscito da pochi giorni da un centro di igiene mentale”, che lo scorso anno avesse avuto una denuncia per minacce alla madre, che in casa aveva, nascosta, la pistola d’ordinanza del padre, guardia giurata, scomparso l’anno scorso, mentre si cerca di capire se avesse agito sotto l’influenza di “farmaci”… Rimane la terribile verità della morte di due bambini e di un anziano nel parco di Ardea, mentre si cerca di capire il perché del gesto di quel giovane uomo, definito persona “disturbata e con manie di persecuzione”, che alla fine s’è ucciso.
    Ed ecco che si parla di “follia omicida”, subito si alzano voci contro la legge Basaglia “che ha chiuso i manicomi” e tutto il corollario che sempre davanti a dolorosi episodi come questo ritorna in campo, a dar man forte a tentazioni di “restaurazione” che purtroppo già tentano di disfare quel che di straordinario, pur tra tante difficoltà, finora è stato fatto…
    Eppure, qualcosa va ribadita. Soprattutto l’importanza e l’utilità del pensiero di Basaglia tanto più oggi “davanti alle nuove forme di segregazione, alla biopolitica, alla tendenza a nascondere le forme sociali del disagio…”, alla tendenza a negare la complessità delle cose. Che è quello che facciamo con tutto ciò che non ci piace e non vogliamo riconoscere parte della società: matti, malati, clandestini, devianti, delinquenti…
    La legge voluta da Basaglia, una volta negata l’istituzione, una volta liberato “l’uomo” da quell’orrore che sono stati i manicomi, ha aperto la strada a pensare e progettare nuove istituzioni della salute mentale: servizi territoriali, centri che siano aperti notte e giorno, per ricollocare le vite prima recluse in una città che possa riaccoglierle, seguirle, conoscerle, curarle.
    Ma cosa è successo delle linee guida della 180 nella sua traduzione a livello regionale? La realtà è che a livello regionale, ognuno si è mosso a modo suo (e con questo la legge Basaglia non c’entra proprio nulla) o non si è mosso affatto. Una questione “vecchia”, piena di ombre e vuoti che questi tempi di pandemia hanno esasperato, in un Paese, il nostro, che per la salute mentale non arriva a spendere il 3 per cento del budget nazionale della Sanità. Mentre Francia e Inghilterra, per citarne due, riservano alla salute mentale fino al 10-15 per cento della spesa sanitaria.
    Cosa ne è dei luoghi di cura? Cosa ne è dei servizi di salute mentale? E’ da queste domande che bisogna partire, “perché – non smette mai di ripetere Peppe dell’Acqua, che è stato per anni direttore del Centro di salute mentale di Trieste – non c’entra Basaglia, ma c’entrano le carenze organizzative, le amministrazioni regionali, le culture psichiatriche che sono ritornate a quello che era prima della legge Basaglia”. E, carico del dolore per quanto accaduto, nel suo intervento suo radio tre, questa mattina…: “Quell’uomo aveva bisogno di cura, di essere seguito, e non essere rimandato a casa con alcune medicine… Cosa fa la regione Lazio?… Scandalosa non è la 180, ma scandalosi sono i centri di diagnosi e cura affollati, la disorganizzazione… Fatti come quello di Ardea non dovrebbero accadere dove ci fossero servizi di salute mentale comunitari disposti ad accogliere, sufficientemente attrezzati con la giusta cultura”. Ma quanto ne siamo lontani?
    La sezione italiana della World Association for Psychosocial Rehabilitation (WAPR), nel suo sguardo sulla realtà italiana tutta, parla di servizi troppo spesso frammentati e non comunicanti, carichi delle insoddisfazioni degli operatori, troppo pochi per garantire livelli essenziali di assistenza, cura e riabilitazione, mentre tanta è “la delusione delle persone che non riescono a raggiungere i loro obiettivi di vita e la fatica dei familiari che spesso si sentono troppo soli nella gestione del progetto di vita della persona malata”. E in questo quadro dobbiamo ragionare su ciò che è accaduto.

    Un cenno ad altra questione, non eludibile dopo quello che è accaduto ad Ardea. Riguarda le persone con malattie mentali che abbiano commesso reato. Ho sentito alla radio il lamento di un ascoltatore: “Quale punizione per l’omicida? Ci sarà l’incapacità di intendere e di volere e tutto finisce lì”.
    Ecco, il nodo è tutto nella norma che inchioda il malato di mente che abbia commesso reato alla irresponsabilità penale. A guardarla bene, questa eredità del codice Rocco, è una sorta di maledizione, perché produce una pericolosità da cui nessuna pena ti potrà mondare, essendo irresponsabile, e quindi pericoloso per sempre, per sempre imprigionato, ieri erano gli Ospedali psichiatrici, oggi le Rems, che Antigone definisce “istituzioni totali diverse nel nome, ma del tutto assimilabili sul piano ontologico”
    Ebbene, una via d’uscita ci sarebbe, ed è stata sperimentata in Brasile, a Belo Horizonte: “restituire alla persona la responsabilità, quindi l’essere una persona”.
    Si tratta di un “programma d’attenzione integrale” che prevede l’intervento congiunto di avvocati, psicologi, psichiatri, assistenti sociali… che si occupano della responsabilizzazione dei pazienti psichiatrici che hanno commesso un reato. I dettagli, interessantissimi, per chi voglia approfondire, in “Una via d’uscita” di Virgilio del Mattos (collana 180, Alphabeta Verlag).
    Qui accenno solo al fatto che viene ribaltato il concetto di non imputabilità del paziente psichiatrico pensato come un elemento di “garanzia”. Una rivoluzione “copernicana” che restituisce responsabilità alla persona, e con effetti sorprendenti se accade che un paziente, durante il percorso del programma, dica: “io ho capito le ragioni del mio atto. Questo mi dà una capacità di controllo”. E la dignità di affrontare e scontare una pena…
    Infine, a proposito di “follia omicida”, due paroline che tornano a rimbalzare e che tutto vogliono dire e nulla dicono… Proprio alcuni studi condotti sul “Programma d’attenzione integrale” hanno dimostrato che fra la follia e l’atto violento non c’è il nulla. Spesso ci sono segnali che le persone manifestano prima di compiere reati.
    E il cerchio di chiude. Ritorniamo alla necessità dei servizi territoriali, della conoscenza, dell’attenzione, della cura…


    La triste storia del gabbianino…

    0

    Da qualche anno sul terrazzo del condominio ogni anno una coppia di gabbiani (non so se sia sempre la stessa) nidifica. Quindi un po’ di chiasso lo fanno, specie fra fine maggio e giugno, che le uova si sono schiuse e i pulcini di gabbiano (che sembrano piuttosto dei piccoli tacchini) pigolano rumorosamente e poi lanciano squarci di urla quando tentano di prendere il volo. Quest’anno qualcuno, infastidito, deve essere salito sul terrazzo per provare ad allontanarli (pensate un po’ che idea! Se proprio si vogliono allontanare i gabbiani, bisogna pensarci all’inizio dell’autunno, e farlo in tempo di nidi sarebbe anche vietato). I gabbianini si sono spaventati e uno è caduto giù nel giardino condominiale.
    Immaginate cosa succede. Lui che pigola sempre più forte, e i genitori che dall’alto lo controllano, lo chiamano e ogni tanto scendono in picchiata per nutrirlo. Il primo giorno la situazione è stata complicata dal mio gatto che, sceso in giardino, si è messo a rincorrere il piccolo gabbiano. Cosa che ha scatenato un putiferio: i genitori del gabbianino sono scesi in picchiata (il gatto è riuscito a nascondersi ma ha impiegato cinque ore prima di riuscire a mettersi in salvo in casa…) e poi devono aver chiamato a raccolta tutti i gabbiani del quartiere (sono tanti, al mare non ne trovi più, sulle coste non c’è più pesce e loro si sono tutti trasferiti in città a rimestare tra i nostri rifiuti) che sono corsi qui sopra a starnazzare. Poi, ristabilito l’equilibrio, tutto si è calmato…
    Intanto ho provato a far leggere al gatto la “Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (Sepluveda, ricordate’) ma mi è sembrato poco convinto. Quindi l’ho tenuto chiuso in casa, nonostante le sue vive proteste, in attesa che il gabbianino fosse pronto per volare.
    Era successo già qualche anno fa, ed è bastato aspettare che il pulcino crescesse, e riuscisse a spiccare il volo, cosa che allora accadde, con tutti noi che tifavamo per lui. E quest’anno, come allora, è stato un po’ il gioco dei bambini: andare a spiare il gabbianino dal cancello del giardinetto centrale che si è avuto cura di chiudere perché il pulcino potesse crescere indisturbato, nutrito dai genitori che chiamandolo due o tre volte al giorno scendono per imbeccarlo. Che poi è uno spettacolo affollato di grida, tenero e bellissimo…
    Ma sembra che di questi tempi si sia un po’ tutti meno ragionevoli. Gli uomini pensano di essere l’unica specie con diritto di esistenza, e avevo già mesti presentimenti.
    Ieri degli operai, da queste parti per non so quali lavori, hanno lasciato aperto il cancelletto del giardino. Ho visto il gabbianino zampettare spaesato per il vialetto che costeggia il giardino. Spostandosi appena appena, e tornare indietro. Poi mi hanno detto di aver sentito uno degli operai dire a qualcuno: “se vuoi lo prendiamo”. Ma poi, mi hanno detto, sono scesi in picchiata i gabbiani-genitori e sicuramente, ho pensato anch’io, l’avranno impedito…
    Notte insonne, questa notte. Il mio gatto si è lamentato per tutto il tempo del buio, mentre dal giardino saliva un silenzio di tomba. Nessun pigolio, nessun richiamo. Silenzio mestissimo anche questa mattina, quando mi è stato detto: il gabbiano non c’è più, sembra sia volato sulla strada.
    Volato? Un pulcino che a stento iniziava ad allargare le ali senza riuscire a saltare più di mezzo metro? Faccio molta, ma molta fatica a crederci. E chissà chi ce l’ha messo sulla strada. Per arrivarci bisogna varcare un altro cancello, normalmente chiuso. E perché mai un pulcino spaventato dovrebbe andare incontro ai rumori e al caos di una strada ben trafficata… E non voglio pensare altro…
    Mi chiedo cosa racconteranno oggi ai bambini che nel pomeriggio, in questi giorni, si sono affacciati a vedere come stava il gabbianino. Racconteranno la “favola” che è volato via? Insegnando loro fin da piccoli a non vedere, a spezzare il filo, in loro ancora vivo, della comunicazione con il mondo…

    Qualche giorno fa ho sentito nel cortile un ragazzino parlare ad un altro, con stupore meravigliato, della via Lattea: “che sembra un uragano, ma non è un uragano…”. E poi fare stupefacenti considerazioni sull’universo nel quale “un giorno potremo scomparire… non esistere più!!!”. Per fortuna ci sono loro, ho pensato ascoltandoli e penso ancora, a salvarci dalla nostra ottusità.





    Non cancelliamo la rivoluzione di Basaglia

    0

    Una risposta al dramma contemporaneo, al nostro cupo e irresponsabile correre verso l’autodistruzione… l’ho trovato, con grande gioia, leggendo “La letteratura ci salverà dall’estinzione” un molto bel libro di Carla Benedetti, di quelli che aprono strade… spiegando che dove l’economia, il diritto e la politica continuano a fallire, forse la letteratura e la filosofia ci salveranno dall’estinzione…
    E non mi è sembrato un caso averlo fra le mani proprio oggi che da Trieste leggo dell’intenzione di andare avanti in una “dissennata opera di distruzione”, da parte dell’assessorato regionale alla salute del Friuli Venezia Giulia, di quella realtà che, come annuncia Gianni Cuperlo, l’Organizzazione mondiale della sanità in un documento in uscita tra pochi giorni giudicherà assieme alla francese Lille e alla brasiliana Campinas un “sistema complessivo di eccellenza” nell’ambito dei servizi di salute mentale di comunità. La denuncia è di “uno spoils system usato al solo scopo di silurare gli eredi di Franco Basaglia da posizioni dirigenziali nelle quali le competenze e l’orientamento valoriale sono fondamentali e decisivi”. Insomma, cupe ombre sembrano addensarsi sui traguardi raggiunti in mezzo secolo di cammino della rivoluzione di Basaglia,
    Cosa c’entra la lettura di quel libro con quel che sta accadendo a Trieste?
    C’entra, c’entra, credo…
    Intanto perché fra le tante cose, per ricordarci chi siamo, di quale “pensiero” siamo prigionieri, richiama Tobie Nathan, l’etnopsichiatra francese, che ci ha spiegato la differenza fra “società a universo unico”, come è a nostra, e “società a universi multipli”, quelle che ammettono altri mondi oltre a quello visibile e conosciuto. E ci ricorda che in queste culture, che noi abbiamo bollato come “selvagge”, la persona che ha disturbi psichici non è solo un malato e basta, come tendiamo a fare noi, ma è persona in contatto con qualcuno o qualcosa di questi universi, e ne diventa una sorta di interfaccia. Anche per questo non viene isolato dalla società, ma piuttosto ascoltato come “informatore inconsapevole di un mondo che è bene conoscere”. Diversa invece la cura che la nostra società moderna affida agli specialisti, isolando il malato dalla società, ormai chiusi come siamo “in un unico universo, quello che chiamiamo ‘reale’, e che ha se stesso come orizzonte e quadro di riferimento ultimo”. Che è tutto quello che a Trieste, da Basaglia in poi si è cercato di combattere, e con gli straordinari risultati che tutti conosciamo…
    E spiega bene, quel libro, la pochezza del nostro sentire (nello specifico ci si chiede perché rimuoviamo un’enormità come la catastrofe che ci aspetta e continuiamo con l’opera dissennata di distruzione del nostro mondo?), anche con un narcotizzante e sinistro entertainement (ed end-tertaiment), immiseriti modelli narrativi dove è stata messa da parte “la potenza della parola umana che incide sul destino degli individui”… Nel merito, il confronto della narrativa contemporanea è con il mondo omerico, ma anche Dostoevskij, Tolstoj, Melville, Hugo, il nostro Gadda, dove “ogni storia narrata, anche la più piccola, echeggia dentro questa cassa di risonanza di ampiezza cosmica ed epica, costituita dall’intera storia dell’uomo”…
    E, mutati i termini da mutare, come non pensare a quello sguardo sull’uomo che non perde mai lo sfondo dell’infinito pensiero di Basaglia…
    Dunque, perché non regalare (con preghiera di lettura) a chi tanto si sta industriando per smantellare quanto con immenso impegno è stato costruito a Trieste nell’ultimo mezzo secolo (oltre il testo della Benedetti) due o tre dei preziosi testi raccolti nella collana “180- Archivio critico della salute mentale”, delle edizioni Alphabeta Verlag, che, con l’appassionata direzione di Peppe Dell’Acqua, quello sguardo e quella profondità infinita continuamente ci raccontano… Racconti e saggi della collana hanno tutti la stessa forza, lo stesso abbraccio di universi multipli…
    Una provocazione? Non so. Io, nel mio piccolo, qualcuno di quei libri proverò a seminare.
    L’associazione che si occupa del parco vicino casa (villa degli Scipioni) ha preso una bella iniziativa: ha messo una piccola casetta-bacheca dove si invitano le persone a lasciare libri, o prenderne… ecco, a questo punto, penso di portane lì, insieme a qualcuno scritto dalle persone detenute di cui da tempo mi occupo, anche qualcuno della collana 180…
    E’ un luogo pieno di ragazzi… magari leggendo, magari crescendo… impareranno a sfondare il muro di questo nostro universo unico, chiuso e immiserito, e inizieranno a riportare in giro il seme dell’umanità, partendo da tutto quello che Basaglia ci ha insegnato

    Parole attese di voce in voce…

    0

    Un bel progetto proposto da Gaetano Marino (Parole di storie, Quarta radio).
    Si tratta di un progetto didattico di scrittura, produzione e distribuzione in rete di audiolibri – podcast – digitale, che viene proposto alle scuole. Ascoltate:

    “Attraverso il gioco inconsapevole della libera fantasia. La fiaba è un mondo dove tutto può essere visto e pensato con grande libertà e immaginazione. Proprio questa libertà assoluta, che potremmo definire leggerezza degli sguardi nella memoria, dove il pensiero e la logica non hanno più strade definite, ci può fornire quella formula magica per accedere al mondo, spesso faticoso, della realtà, della storia, delle regole e della logica. Nuove strade che aiutano spesso ad osservare il mondo che ci circonda sotto un altro sguardo, un’altra idea, ed è proprio qui che il vero accade, inevitabilmente, e si apprende attraverso il gioco inconsapevole della libera fantasia.
    Con questa premessa Parole di Storie vuole offrire un progetto destinato allo sviluppo della creatività e ri-scrittura su vari temi connessi al ruolo della memoria. Si tratta di un programma di produzione e diffusione web radio denominato “Parole attese, di voce in voce”, realizzato e messo in rete dal nostro portale www.paroledistorie.net e che garantisce un’ampia audio visibilità su tutta la rete globale internet.
    Il progetto, che si intende realizzare “non in presenza” e totalmente gratuito, comprende quattro fasi di svolgimento. 1) Fase di individuazione, invenzione ludica testuale, in forma di fiaba, nella riscrittura di un testo breve (si consiglia non più di mezza pagina a4). Possibilità di comporre in forma singola o in gruppo, con ampia libertà di immaginazione e utilizzo dei linguaggi del tempo, ma in lingua italiana. 2) Fase di ricezione e successivo adattamento del testo (compressione testuale dalla forma scritta alla forma di messa in voce) a cura dei responsabili artistici di Parole di Storie. 3) Fase di messa in voce, registrazione, masterizzazione e drammaturgia del suono presso gli studi di Aula39; 4) Fase finale di messa in rete, pubblicazione e distribuzione sul portale www.paroledistorie.net “

    Per ogni chiarimento e eventuale definizione dei programmi d’intervento, potete contattate il nostro responsabile artistico e organizzativo, Gaetano Marino. Il numero telefonico +39-3456955238 oppure all’indirizzo email: gaetano@gaetanomarino.net

    Una via d’uscita

    0

    Leggendo nell’ultimo numero di Voci di Dentro l’articolo di Claudio de Matteo a proposito dell’esperienza delle carceri gestite dalle Apac in Brasile, le carceri della speranza, celle “chiavi in mano”… viene in mente un’altra bella esperienza che sempre questione di “contenzioni” riguarda e ancora nasce nello stato di Minas Gerais, ed è avventura davvero rivoluzionaria.
    Riguarda le persone con malattie mentali che abbiano commesso reato. Persone che fino a pochi anni fa ancora dalle nostre parti finivano nell’orrore degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Pazzi e criminali allo stesso tempo, “troppo pazzi per stare in un carcere, troppo criminali per un manicomio civile”, come scrive Antigone nel suo ultimo rapporto sulle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Le Rems che agli Opg sono subentrate, “istituzioni totali diverse nel nome, ma del tutto assimilabili sul piano ontologico”, ancora Antigone, che pur sottolinea le novità su cui fare leva per insistere su buone pratiche che, tanto per cominciare, aprono al dialogo costruttivo tra servizi della salute mentale e magistratura.
    Ma i confini fra intervento sanitario e di ordine pubblico sono piuttosto labili. Mentre rimane un nodo, grosso come un macigno, che è tutto lì, nella norma che inchioda il malato di mente che abbia commesso reato alla irresponsabilità penale. A guardarla bene, una sorta di maledizione, questa irresponsabilità penale, perché produce una pericolosità da cui nessuna pena ti potrà mondare, essendo irresponsabile, e quindi pericoloso per sempre, per sempre imprigionato, Opg o Rems o quel che sia…
    Lo hanno capito bene a Belo Horizonte, dove nel 2001 è stato avviato l’interessantissimo esperimento cui accennavo all’inizio, e che indica una via d’uscita da questa trappola.
    La via d’uscita si chiama “Programma d’attenzione integrale” al paziente giudiziario. Virgilio De Mattos, giurista, docente di criminologia e scienze politiche a Belo Horizonte, ce lo spiega in un libro che, tradotto in Italia nel 2012, ha offerto un contributo importante al dibattito sulle strategie per superare gli OPG, ma che molto anche oggi può insegnare. “Una via d’uscita” è appunto il titolo del libro (pubblicato nella collana 180 archivio critico della salute mentale, edito da AlphaBeta Verlag).
    Parole sempre attuali quelle di De Mattos: “Il presente è ancora segregazione: se la psichiatria cammina verso la deistituzionalizzazione, il diritto penale va, al contrario, verso la istituzionalizzazione”.
    La via d’uscita è “restituire alla persona la responsabilità, quindi l’essere una persona”.
    Senza questo, De Mattos ne è convinto, non è possibile andare da nessuna parte. Perché la pericolosità diventa una malattia senza cura e, continuando a negare attenzione alle persone, nella lunga storia della scomparsa del soggetto nel silenzio, violenza non può che aggiungersi a violenza…
    “Il programma d’attenzione integrale” prevede l’intervento congiunto di avvocati, psicologi, psichiatri, assistenti sociali… che si occupano della responsabilizzazione dei pazienti psichiatrici che hanno commesso un reato. Quindi un intervento che si muove su tre piani, giuridico, clinico, sociale, e che presuppone un’attiva collaborazione fra magistratura e servizio di salute pubblica.
    All’esperimento ha partecipato anche Ernesto Venturini, psichiatra, collaboratore a suo tempo di Basaglia, esperto in psichiatria forense, che in qualità d’esperto dell’OMS ha accompagnato il processo di riforma psichiatrica in Brasile dal 1991.
    Anche lui convinto che perché ci sia una via d’uscita tutto deve girare intorno al concetto di responsabilità, “…cosa che sta alla base anche delle critiche che vengono fatte sul concetto di non imputabilità del paziente psichiatrico pensato come un elemento di “garanzia” per una persona che ha una limitata capacità d’intendere, quindi ha bisogno di un luogo specifico, di misure di sicurezza, in vista di un automatismo fra pericolosità sociale e malattia di mente”.
    “Se mi sancite matto tale da essere internato senza limiti di tempo in una struttura così violenta, come potete pensare di guarirmi…” si riferisce, Venturini, alla violenza degli Opg. Ma chiusi questi, il nodo di fondo rimane lo stesso.
    Il concetto di imputabilità è dunque la premessa per considerare la capacità di recupero della persona. Imbrigliati nella nostra cultura che vuole il pazzo irresponsabile e pericoloso, facciamo quasi fatica a organizzare il pensiero intorno a questa idea. Eppure, quel che è accaduto a Belo Horizonte dovrebbe iniziare a scalfire le nostre sedimentate comode “certezze”.
    Fra l’altro alcuni studi condotti sul “Programma d’attenzione integrale” hanno dimostrato che fra la follia e l’atto violento non c’è il nulla. Spesso ci sono segnali che le persone manifestano prima di compiere reati. E quindi, smentendo l’idea che il folle agisca all’improvviso e senza motivo, è possibile pensare anche alla prevenzione.
    Testimonia Venturini: “La cosa che colpisce è che pazienti dicono a un certo punto ‘io ho capito le ragioni del mio atto. Questo mi dà una capacità di controllo e io potrò, dopo alcuni anni in cui dovrò doverosamente scontare una pena, ritornare alla mia città, alla mia famiglia. Riabilitato’”.
    “E’ impressionante vedere come questa cosa viene affermata dai pazienti come riconoscimento della propria dignità, e con consapevolezza. Mentre quando si è “irresponsabili” anche quel diritto minimo, che viene riconosciuto a chiunque, non viene garantito, ed è paradossale che le persone che hanno necessità di più garanzia sono quelle che hanno meno garanzia”.
    I primi dieci anni di attuazione del “Programma d’attenzione integrale” al paziente psichiatrico, parlano di una recidiva bassissima, solo il 2% delle persone torna a delinquere…
    La via d’uscita, quindi, “considerare il malato soggetto di diritti e non oggetto della paura sociale”.
    La via d’uscita, quindi, risolvere le contraddizioni legislative, modificare il dogma immodificabile del codice penale, che ancora inchioda “il folle” all’irresponsabilità penale e alla pericolosità sociale, restituendogli le chiavi della propria vita…
    E magari, iniziando da lì, chissà che un giorno non si possa iniziare a ripensare quell’altra “bizzarria” delle persone “internate”, prevista per persone pur imputabili, tanto che la pena per i reati commessi l’hanno scontata, che non sono “detenuti” ma di fatto lo sono per via delle misure di sicurezza legate all’idea della “pericolosità sociale”. Persone “recluse” in case lavoro o colonie agricole. Inquietante retaggio del codice Rocco che ancora ci teniamo ben stretto… E pure capita, come denunciano recenti fatti di cronaca, che in attesa della disponibilità di un posto nei luoghi deputati, rimanga ancora il carcere…
    Sogni? Forse. Ma non muore quell’idea di Basaglia, il cui pensiero tanto ha influenzato l’esperienza brasiliana, di considerare possibile l’impossibile. Quel che “oggi” ci sembra impossibile…