Questo è un pensiero per un amico che se ne è andato. Glielo devo. Leonardo Serafino, artista i cui lavori, dal figurativo al pop, ho sempre molto ammirato. Tempo fa, parlando dell’ipotesi di una mostra, mi ha chiesto, un po’ scherzando, un po’ no… “perché non scrivi qualcosa per me?”. Ma, sapete, non sono critico d’arte, e mai mi permetterei. “Al massimo posso scrivere un racconto, sui tuoi quadri…” ho risposto un po’ scherzando, un po’ no. E quando Leonardo mi ha mostrato i dipinti che avrebbe scelto per la sua mostra, ed erano tutti ritratti, il racconto è nato da solo, uscendo dalle sue tele…I racconti… sono loro a scegliere la veste che vogliono. Questo, ha la veste di una lettera.
“Caro Leonardo, quando ti ho chiesto… fammeli vedere, quei dipinti… e tu, senza accompagnarmi, mi hai indicato con un gesto la porta laggiù in fondo, e mi sono incamminata lungo il corridoio, e poi ho aperto quella porta… mi sono trovata, da sola, al centro di un cerchio di pareti, e intorno tutti loro: volti, ritratti come di fantasmi meridiani, appena trasudati dalle pareti della stanza.
Sapevo della follia di giochi scanzonati con i tuoi fantasmi, ma mai avrei immaginato che nel tempo ti avesse preso, quella follia, per mano e insegnato a catturare sguardi, da tenere qui, tutti prigionieri della tua magia.
Mi sono subito accorta, sai, del trucco dello spazio che appare dilatato pur fra brevi pareti, ma mi hai fregato lo stesso. Non ho potuto evitare di smarrirmi, e tutto ha preso a vorticare…
Per fortuna che è comparso all’improvviso uno sgabello (o c’era già e non me ne ero accorta), così mi sono seduta. Un attimo solo, mi sono detta, per riprendere fiato e poi scusarmi con tutti loro, e spiegare che ero lì solo per dare un’occhiata, e presto sarei andata via…
Ma quegli sguardi, fissati come in attimi di attese, hanno rapito anche me, nel loro cerchio fatato. E, dimmi la verità, quante prede nel tempo hai lasciato loro in pasto…
Così, come per distrarli da me, ho iniziato a interrogarli…
Chi sei? Come ti chiami, come ti chiami… ho chiesto a ciascuno…
-Chi sono? Chi sono? Chi sono!?…- hanno iniziato a beffarsi di me in sussurri di soffi, qualcuno pure guardandomi a tratti senza mai guardarmi. Senza pietà per i miei timori, che già trasmutavano in desideri…
Avrei voluto vedere anch’io il mare che è nell’orizzonte di quel vecchio marinaio. Le labbra che appena appena si smuovono al ritmo delle onde di quel giorno di mare tranquillo. Vorrei entrare anch’io nell’incanto che ha rapito il pittore calabrese. Lo vedo, riflesso nei suoi occhi persi, il profilo di Morgana, nel cui abbraccio un giorno anche lui è annegato…
E poi essere il grano bruciato dal sole che sfalda l’azzurro delle iridi del contadino americano…
E rubare i segreti bisbigliati nelle orecchie del prete, entrare nel calcolo perverso dei pensieri chiusi di quel politico… Ascoltare la musica che assorbe le labbra serrate del musicista…
E sapere, vorrei sapere…
Quali paure accartocciano il volto del marinaio… Quale piovra ha strappato gli occhi dell’uomo senza occhi… Come calmare il brivido di tutta l’innocente cattiveria del mondo, disegnata nello sguardo di quello scugnizzo… Capire perché la fine si sfregia di macchie rosse e arancio…
Ma tutti oppongono dolorose distanze, pur tenendomi prigioniera come nel vortice di una giostra su cui non riesco a salire.
Perché è solo la propria solitudine quello che ciascuno sembra rimandare. Una solitudine appena appena camuffata… da un cappello da prete, da un paio di lenti stanche, dalla smorfia di fuoco di un trucco sbagliato… Tutti ancora trattenendomi e allo stesso tempo a me sfuggendo.
Solo i corpi di donna, sulla parete di mezzo, si offrono sfrontati, carichi del colore della carne.
E cosa ci fate voi qui? Che siete venute a fare? ho chiesto…
-Siamo venute ad abbracciare quel soldato. Lo vedi? E’ già cenere e sabbia. Quasi riesumato, come fosse appena adesso, dalla terra pallida di una Pompei…
Metafisica della luce, che i volti ha già tutti quasi dissolti. Solitudine delle donne, che sole hanno sguardi e pensieri anche per lui.
E quelli, scommetto, sono tuoi amici, cui fai la grazia di un nome. Mimmo, Sergio…
E va bèh, è bastato un attimo e mi sono innamorata, potevi immaginare, del restauratore di dipinti. Valerio. Non ha occhi che per la sua splendida solitudine che, qualcuno un tempo me lo aveva letto nelle linee della mano, sarà un giorno anche la mia. Ma credi che riesca, prima che il destino si compia, a fargli spostare lo sguardo su di me? Almeno per un attimo, un attimo solo…
La risposta, lo so, è già nel sorriso trattenuto di Susanna, che sembra farsi beffe dei miei sogni. Le donne, e la loro sottile perfidia…
L’ho sentita poi ridere, e chiamare gli altri a ridere di me. Un bisbiglio di silenzi tessuti tutt’intorno alla mai povera testa…
Ora basta! Basta con questo gioco. Ti prego, ti ho chiesto, spezza il cerchio di questo incantesimo. Ti prego, ti prego… ti ho chiamato. Forse anche urlato.
E alla fine sei comparso, anche tu, emerso come gli altri, dall’intonaco della parete. Finalmente.
Ma non sapevo… mai mi ero accorta prima, dell’iride pallida del tuo occhio destro. Avevo, sai?, un alano arlecchino. Anche lei (era femmina, Diana), un occhio nocciola e l’altro d’un celeste quasi bianco, e sempre mi chiedevo… e ora mi chiedo di te, se lo sguardo vero sia quello vuoto di bianco che ancora e ancora scava dentro la tua anima…
Sorridi? Del tuo bel gioco…
Ma un po’ di magia la conosco anch’io, e riuscirò ad andarmene.
Conosco un trucco. Mi nasconderò dentro la breve veste di quella donnina, quella che si erge in piedi sfacciata, che sola indossa il colore della vita… della vita nuda…
lettera per un amico che non c’è più
Fùtbol
E’ finita come è finita. Ma che avrebbe detto Osvaldo Soriano della vicenda della Superlega?
El Gordo… con la sua immensa passione per il fùtbol, mescolata con quella per la vita, che tutta sembrava voler abbracciare, da quella incontrata sulle strade polverose dei ragazzi della Patagonia, a quella dei viali di Parigi, dove l’esilio l’aveva portato… Non ho potuto che pensare allo scrittore argentino perché se qualcosa del calcio ho pure amato lo devo a lui.
Prima di leggerne per me il calcio era: a) il ricordo di pomeriggi bambini, in estenuante attesa che papà e zii finissero di ascoltare le partite (alla radio, allora) prima di portarci fuori per la gitarella della domenica; b) un tentativo adolescente di supplente-portiere per i tiri d’allenamento dei miei fratelli e qualche loro amico (nella noia d’un sonnolento pomeriggio d’estate anche questo si può); c) la speranza adulta di vivere in una casa dove non essere spiazzata da qualcuno che… “ma oggi c’è la partita!
Insomma, mi perdonino sportivi e tifosi, solo un bel po’ di fastidio. Tutto qui. Finché un giorno Osvaldo Soriano è piombato come un fulmine fra le mie letture con i suoi meravigliosi racconti.
Uno in particolare mi stupì, e leggendo leggendo mi ero sorpresa persino a fare il tifo:
“Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Rio Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con i biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di domenica non c’era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia dalle dune e il polline dalle fattorie”…
L’avrete riconosciuto in molti, immagino, “Il rigore più lungo del mondo”.
La storia della partita dove è in gioco il titolo di campionato della Valle de Rio Negro e sono a fronteggiarsi la scalcagnata Estrella Polar e il rude Deportivo Belgrano, da anni campionissimo. Potete capire che, quando nel finale l’Estrella Polar a sorpresa va in vantaggio, il povero arbitro all’ultimo minuto s’inventa un rigore a favore del Belgrano. E fra il fischio che decreta il rigore con la rissa che ne nasce (“la rissa durò così tanto che scese la sera e non ci fu modo di sgomberare il campo”) e la ripresa dei venti secondi mancanti alla fine della partita con il fatidico calcio di rigore, passano ben sette giorni…
Sette giorni che raccontano la vita dei due paesi delle squadre che si fronteggiano, che è poi la stessa di tutti gli altri paesi dello sperduto universo di Valle de Rio Negro, la misera vita dei loro abitanti e la rabbia, i sogni di rivincita, dove ognuno la sua partita la gioca tutti i giorni, “contro un avversario o contro la vita”. (Incontri che mi riportano, con tutte le differenze del caso, alla partita lunga quanto la vita di Marcello, nel bel libro di Carlo Miccio, “La trappola del fuorigioco”, ne abbiamo a suo tempo parlato https://www.remocontro.it/2017/06/11/comunismo-johan-cruyff-la-trappola-del-fuorigioco/ )
Soriano racconta, racconta questi suoi perdenti che pure ama moltissimo: “lo stadio era tutto esaurito e lo erano anche i tetti delle case vicine”, “alla fine tutti tirarono il loro rigore e el Gato (in porta) ne parò parecchi perché li battevano con ciabatte e scarpe da passeggio”, “bene ragazzo, un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal al Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà”.
Una partita, dentro e fuori il campo, tutta da seguire, e persino io, che nulla so di calcio, mi sono sorpresa a cercare di capire e seguire addirittura le azioni di gioco. Magia della scrittura che nasce dalla passione…
Soriano, prima di diventare lo scrittore che è diventato e prima ancora di diventare giornalista sportivo, aveva iniziato la sua carriera come giocatore, e neanche male, tanto che, come ricorda Paolo Collo nella prefazione alla raccolta “Fùtbol” (Einaudi), il suo vecchio allenatore, rincontrandolo un giorno, gli disse: “Lei aveva del talento in area. E’ un peccato che sia finito così, a scrivere stupidate”.
Ed è ricchissimo di bellissime “stupidate” questo fùtbol che la vita attraversa. Mai dimenticando che “come il tango il calcio è cresciuto partendo dalle periferie”. “Uno sport che non esigeva danaro e si poteva giocare senza null’altro che la pura voglia”.
Quanto è lontana da tutto questo la vicenda della Superlega, l’idea di un campionato per super ricchi…
La questione per ora sembra chiusa. Rimane il fatto che qualcuno l’abbia pensata e ordita. In questo mondo sempre più diviso fra pochi ricchissimi e sempre più poverissimi (dove anche i virus seguono l’onda e fanno strage di poveri nei Sud della Terra, mentre noi ci teniamo ben stretti i nostri brevetti).
Che avrebbe pensato dunque di tutto questo Osvaldo Soriano? Di questo calcio che dimentica di essere stato linguaggio comune delle periferie del mondo e che a quel linguaggio, anche sul campo, anche dopo essere diventato un affare miliardario, molto deve ancora…
Quando Soriano morì Daniel Paz gli dedicò un disegno che apparve su Il manifesto. Ne avevo conservata la pagina e sicuramente ora si nasconde da qualche parte fra le carte dei miei cassetti. L’ho ritrovato, quel disegno, (miracoli della memoria virtuale!) in rete. Ed eccola qui, la risposta di Soriano… nel silenzio del suo profilo, di spalle, che si allontana, insieme all’amato gatto. E chissà dove staranno randagiando adesso…
La condanna di una pena. L’omicidio di Stato premeditato
La notizia è di un pugno di settimane fa. Il 24 marzo lo stato americano della Virginia ha abolito la pena di morte. Una decisione che Amnesty saluta come davvero storica, considerando che dal 1997, anno in cui le esecuzioni erano riprese, la Virginia era stata seconda solo al Texas per numero di condanne a morte eseguite. 113, per la cronaca… E sono così 23 gli stati abolizioni degli Stati Uniti. A un soffio dalla metà degli Stati federati d’America…
Bella notizia, alla luce anche di quanto leggo nell’ultimo libro di Paolo Passaglia, docente di diritto comparato e costituzionale, “La condanna di una pena, i percorsi verso l’abolizione della pena di morte” (ed. Olschki): “L’abolizione, totale o parziale della pena di morte è incontestabilmente una delle decisioni che segnano in modo più marcato un ordinamento giuridico e una società, dal momento che con essa opera una opzione importante di ordine filosofico e si adotta- generalmente- anche una presa di posizione molto forte a livello politico”.
“La condanna di una pena”… Penso proprio valga la pena di leggerlo tutto questo testo, mentre leggo nell’ultimo rapporto del Censis sulla situazione sociale del paese che il 44 per cento degli italiani sarebbe favorevole alla reintroduzione della pena di morte, percentuale che tende a salire se si considerano le fasce di popolazione più giovani…
Certo fa rabbrividire, dopo tanto giusto vanto per una Costituzione, la nostra, che, con l’entrata in vigore nel 1948, ha abolito definitivamente la pena di morte per tutti i reati comuni e militari commessi in tempo di pace. Pena che vivaddio, nel 2007, è stata eliminata anche dal codice militare di guerra.
Fa rabbrividire… anche se conforta l’opinione di Passaglia che l’abolizione raggiunta per via costituzionale rimane la più solida, rispetto a quella raggiunta per altre vie, come la giudiziaria…
Invito allora a “studiarlo”, il saggio di Passaglia. Una lettura densissima, dettagliatissima e complessa che, pure da “profana”, ho trovato molto avvincente, col suo sguardo sul mondo a offrire interessanti chiavi di lettura per spiegare la persistenza della pena capitale, e strade e scenari possibili perché il mondo infine se ne liberi. Ma soprattutto, a mio parere, addentrandosi nelle vicende di molti stati di ogni area del mondo, seguendo i cambiamenti, i dibattiti, anche aspri, feroci, le scelte politiche, i passi giudiziari, con la narrazione delle forze che si fronteggiano ed evolvono, o involvono, nel percorso di ciascun paese, questo lavoro molto aiuta a capire la nostra storia. Perché le scelte fatte negli anni, e i tempi e i modi, i valori che le hanno dettate… pure ci dicono chi siamo, da dove veniamo…
Ci aiuta anche a capire, Passaglia, al di là di dettagli e classificazioni, quanto lunga, complessa è stata la strada, quali i segnali, quante e quali implicazioni, quanto impegno per la conquista, dove è stato possibile, di questo passaggio di civiltà. E quali i rischi, se a volte si è anche tornati indietro…
Un percorso che in ciascun paese ha assunto diverse caratteristiche. Ma pure ritornano alcuni tratti ricorrenti, come la centralità delle decisioni degli organi politici, l’eccezionalità dell’abolizione per via giudiziaria e, soprattutto, “la crescente influenza delle istanze internazionali”.
Molta attenzione viene data agli Stati Uniti dove, nonostante ci siano stati casi di decisioni giudiziarie che pure hanno portato all’abolizione della pena di morte, questa non è mai stata dichiarata incostituzionale in sé (incostituzionali magari i tempi, i modi, l’età del condannato, il modo arbitrario e razzialmente distorto con cui la pena veniva irrogata… sic!).
Confrontando la situazione di stati democratici con quella di stati che democratici non sono, certo si rileva che esiste una corrispondenza tra il rifiuto della pena capitale e la democrazia, ma è “corrispondenza puramente tendenziale, giacché le eccezioni sono numerose”.
“Ma che cos’è l’esecuzione capitale, se non il più premeditato degli omicidi, al quale nessun piano criminale, per quanto calcolato sia, può essere comparato?”, scriveva Camus nelle sue Riflessioni sulla ghigliottina, dismessa in Francia insieme alla pena di morte nel 1981, appena ieri. Eppure, come non definirla, la Francia, democrazia? Civilissima democrazia… Ma Dostoevskij ci ha già da tempo aperto gli occhi: “la civiltà ha reso l’uomo, se non più sanguinario, in ogni caso, più ignobilmente sanguinario di quanto fosse un tempo” (rileggiamo le Memorie dal sottosuolo).
Comunque, a conclusione della sua analisi Passaglia, guardando all’influenza culturale del diritto statunitense, immagina che “l’eliminazione della pena di morte in quel paese avrebbe ricadute anche su molti altri sistemi…”. Ipotesi rispetto alla quale, in conclusione, appare piuttosto pessimista, pur augurandosi di ammettere il prima possibile di essersi sbagliato.
E lo immagino felicissimo, Passaglia… che “il prima possibile” (sorpresa?!) sembra ora avvicinarsi… Mentre aggiunge idealmente un nuovo capitolo al suo saggio con un recentissimo articolo, dove fra l’altro osserva che “l’ultimo scorcio della presidenza Trump, con i suoi eccessi, ha forse fornito un ulteriore elemento alla causa abolizionista: l’occasione”. E ci fa notare che forse non a caso, in reazione alle ultime esecuzioni, vari esponenti democratici del Congresso stanno presentando progetti di legge per l’abolizione della pena di morte. “Forse qualcosa si sta muovendo, e nel verso giusto”.
E forse qualcosa si sta muovendo nel verso giusto anche da noi, nonostante l’umore nero dettato da antichi risentimenti e nuove inquietudini di cui parla il Censis…
Con buona pace dei populismi nostrani, che da destra a sinistra non vedono soluzione di continuità, la Corte Costituzionale ha infine dichiarato l’illegittimità dell’ergastolo ostativo. Il regime che, nato sull’onda dell’emergenza criminale degli anni ’90 del secolo scorso, da decenni inchioda al momento del reato a prescindere dal reale pentimento di chi l’ha commesso. Il regime che ha prodotto “quelli della morte viva” (ne parlo spesso e da tanto… https://www.remocontro.it/2016/02/21/ergastolani-scampo-libro-quotidianita-lora-dei-limoni-neri/ ad esempio ). Nulla di immediato, la Corte dà un anno di tempo al Parlamento per le necessarie modifiche normative. Ma intanto qualcosa anche qui si muove. Ancora la condanna di una pena. Ne parleremo…
A proposito di Cristo
“Il dolore causato da tragedie singole e collettive permane e aumenta. Nelle carceri invivibili quanto inutili strumenti “rieducativi”, nelle immense baraccopoli situate nelle periferie di grandi Città, negli ospedali dove spesso termina nello strazio tecnologico la nostra esistenza biologica, la gabbia kafkiana non allenta le sue tragiche porte blindate…”. A proposito dello Stabat Mater, di Cristo, della nostra storia…. Vittorio da Rios, che ancora ringraziamo… :
“Ma noi esponenti della tradizione religiosa della Tribù Bianca che cosa realmente conosciamo del Cristo Storico, della sua giovanissima madre e del reale contesto Storico in cui visse e operò? Non ancora a sufficienza nonostante i vangeli sia canonici che apografi quanto una vastissima letteratura in materia. Il Maier studioso Statunitense di rilievo con “L’ebreo Marginale, ripensare il Cristo storico”, che con il quinto volume dedicato alla attendibilità delle parabole termina questa monumentale opera in cinque volumi pubblicata dalla Queriniana di Brescia, cerca di ritrarne storicamente la figura. Sempre dalla Queriniana qualche anno fa è stata tradotta l’opera collettiva corposissima curata dallo Zimerman, grande studioso e teologo tedesco, sempre sulle parabole attribuite a Gesù. Una gruppo si giovani e valenti studiosi di varie discipline: storici-antropologi-archeologi-teologi e filosofi-economisti,ecc. hanno riproposto una nuova interpretazione delle parabole pronunciate da Cristo posizionandole nel reale contesto storico-sociale ed economico di quel tempo, utilizzando moderni strumenti scientifici ed ermeneutici interpretativi. Ho ritenuto di fare questa breve introduzione per riallacciarmi al capolavoro domenicale della carissima Francesca. A noi in massima parte, come rileva spesso sia nei sui libri quanto in una infinità di conferenze per l’Italia Alex Zanotelli, sfugge la reale figura e l’agire del Cristo Storico. Ben sappiamo che gli storici dell’epoca poco ne parlano a parte Giuseppe Flavio che cita Cristos che opera e predica in Palestina, “guerre Giudaiche”, ma non aggiunge gran che. Tuttavia per il fascino esercitato dal personaggio Gesù vi sono ora una vastità di studi e di escavazioni storiche, io ne ho accennato due tra le maggiori. Si narra con indubbia attendibilità che Gesù poco prima di iniziare la sua predicazione-educazione-e acculturazione del popolo abbia avuto notizia di cosa accaduto a Sepphoris, antico nome greco poi romanizzato del villaggio a circa sei chilometri da Nazareth, dove al tempo di Gesù ci fu una sollevazione di popolo per opporsi alla Schiavitù imposta da Roma e da Erode. Varo curò la repressione, fece circondare il villaggio dai legionari ed eresse, cosi ricorda Alex Zanotelli, oltre 4 mila croci le quali è bene rammentarlo (cosa che non emerge dalle croci da noi conosciute) erano tutte provviste di un “seggiolino” a che l’agonia durasse anche fino a cinque giorni altrimenti il corpo in poche ore sarebbe collassato. Erette le croci e fissati gli sventurati, il villaggio fu circondato affinché nessuno disturbasse l’immane e orribile scempio di creature umane, né i famigliari potessero poi recuperare i corpi che erano lasciati ad avvoltoi e animali vari. Il Cristo visse in quel contesto di spaventosa violenza e sopraffazione praticata sistematicamente dalle autorità romane-erodiane e sacerdotali. Chi si opponeva alla criminale vessazione tassativa che rendeva il popolo schiavo finiva crocefisso a prossima e futura memoria. Bene, quello fu il contesto in cui operò il Cristo Storico, che combatté con gli strumenti che aveva in un realtà storica-sociale di spaventosa ignoranza quanto di sistemica violenza, dove le donne venivano considerate spesso bottino di guerra e rese schiave sessuali da mettere nei bordelli. E noi cosa ne abbiamo fatto? Una icona pietistica a cui appellarci per redimere ipotetiche colpe, “il peccato”, e creare situazioni intimistiche devozionali per sopperire alla tragedia che spesso è la vita. Veniamo alla questione delle Madri e figli e figlie che non hanno resurrezione. Ai patimenti del dolore delle morti in carcere da violenze di ogni tipo, negli infiniti agglomerati abitativi sparsi nel mondo dove guerre e massacri giornalmente si consumano spargendo lutti e corpi a brandelli. Pensiamo alla tragedia del Mediterraneo dove migliaia di vittime provenienti dall’Africa, dalla Siria, da zone asiatiche, ancora giacciono sepolti nel mare… e noi a finanziare e ringraziare i criminali che nei lager libici torturano, stuprano donne e adolescenti, e assassinano sistematicamente. La stessa atroce criminale violenza in cui visse e fu vittima il Cristo. Niente è cambiato da quel tempo. L’ominide rimane una massa di neuroni e cellule ancora da amalgamare razionalmente. Nonostante il sapere e la sua evoluzione filosofica-scientifica. Come uscire da questa apocalittica condizione? Gli strumenti fin qui adottati si sono rivelati inadeguati se non inutili. Il dolore causato da tragedie singole e collettive permane e aumenta. Nelle carceri invivibili quanto inutili strumenti “rieducativi”, nelle immense baraccopoli situate nelle periferie di grandi Città, negli ospedali dove spesso termina nello strazio tecnologico la nostra esistenza biologica, la gabbia kafkiana non allenta le sue tragiche porte blindate che racchiude “l’universo orrendo” di memoria pasoliniana. Il racconto fatto da Francesca sia da stimolo per percorrere altre strade, individuare orizzonti appena scrutati, per recuperare e progettare una nuova umanità. Ripensare lo stesso concetto del diritto che manca drammaticamente oggi. Un lavoro enorme da fare sui giovani e sui futuri intellettuali, modificare la spaventosa macchina odierna definita da Sertorio “il mostro tecnologico di potenza armiera consumistica finanziaria”. Mostro sfuggito al controllo dell’uomo stesso che non può che costatarne le tragiche conseguenze. Ho riportato di nuovo questa definizione del Prof Sertorio perché sinteticamente descrive la tragedia rappresentata oggi dall’era catastrofale. Ci conforta un assioma del Croce sottolineando l’universalità della filosofia. Dichiarando che essa è sempre presente nell’agire umano, e che dove è grande e benefica i Paesi prosperano, mentre le filosofie deteriori e deboli portano alla rovina gli Stati e le comunità e pertanto spetta ai veri filosofi ai grandi pensatori il dovere di combattere le filosofie deteriori e negative. Gran parte delle cause se non tutte delle tragedie attuali le ritroviamo qui. Grazie infinite cara Francesca. Un caro saluto Vittorio” Vittorio da Rios
Stabat Mater
Remando all’incontrario, per noi che siamo abituati ad andare avanti in fretta e appena appena soffermarci sulle cose, che già tutto ci è alle spalle… Vi invito a fermarvi, voltarvi un attimo indietro al tempo appena passato. Perché certo, abbiamo appena celebrato la rinascita, e tirato un sospiro di sollievo dopo i giorni della passione, per questo Cristo infine risorto, volato verso verdi pascoli… Ma c’è chi nel dolore rimane.
No, nessuna resurrezione cancella il dolore delle madri. E mi riporta e inchioda a quell’altra metà della settimana di passione (ed è dolore che mai passa) un singolarissimo, densissimo, Stabat Mater. Cortometraggio prodotto dall’associazione Teatrale Electra, con la regia di Giuseppe Tesi, realizzato nella casa circondariale di Pistoia. Dove la passione di Cristo rivive con i suoi detenuti, affiancati da due qui splendidi attori professionisti, Melania Giglio e Giuseppe Sartori. Passione liberamente interpretata e ispirata al dramma poetico di Grazia Frisina, Stabat Mater, appunto…
Di lui non ero madre, io non sono mai stata madre, ma ho visto le sue piaghe, la sua carne viva sofferente, squarciata sull’altare, il suo corpo offeso, sputato. Lo guardavo con compassione, come fossi stata io quella che l’aveva messo al mondo. Io, nonostante il mio utero cavo…
Ed eccola lì, al centro di tutto, Madre dolorosa. Vestita di veli neri, che entra correndo attraverso i corridoi, e la veste e il manto si gonfiano in rivoli bui… “Chi potrà guardarla senza sentirsi sprofondare?”. E la domanda ti percorre come un brivido, insieme ad altro interrogativo: come si può mai sopravvivere a tanto dolore? Pensando a madri di guerre e violenze pubbliche e private a noi contemporanee, che non conoscono resurrezioni.
Ma tutto è pronto per lo spettacolo…
Presto accorrete! Presto sul baraccone del Golgota / ecco il suo trionfo /lo spettacolo è servito…
Scennite affacciatevi , facite ‘mpresso Venite venite, muviteve signori, o’ pazzò o’ Cristò è arrivato
Gesù o’ pazzò.
L’evento del secolo in un’unica serata… Avanti gente: tre biglietti al prezzo di due e per i nani gli zoppi, gli imbecilli gratis l’ingresso…
Non stupisce, sul palcoscenico di un carcere, l’eco napoletano, che si intreccia con le altre voci. Ma tutti, o quasi, sono accenti del sud del mondo, in queste nostre prigioni che sempre sono un sud, ovunque si trovino. E non c’è sfondo migliore di ombre di corridoi sbarrati, del grigio di recinti di mura e matasse di filo spinato, per suggerire il percorso di destini già scritti.
Se Grazia Frisina ha dato voce nel suo ardito Stabat Mater al silenzio di Maria, Giuseppe Tesi col suo film dà voce al silenzio dei detenuti. E il silenzio e le voci dell’una e degli altri qui mirabilmente si intrecciano…
“Si sentono rumori di stoviglie, di oggetti, di ferro, e questo mi ricorda che sono in un carcere”.
“Sto pagando… anche se la mia vera punizione non è il carcere, ma rimanere senza fare niente… io che sono uno attivo… qui dove non mi è possibile pensare a un futuro, costruirlo, crescere…”.
“Sono caduto molte volte. Purtroppo ho avuto lutti molto gravi, ho perso la prima compagna, un bambino ancora piccolo…”
Noi giaciamo negli abissi marini, in queste stanze spiate…
“e ho iniziato ad apprezzare la gente che lascia tutto fuori per venire per qualche ora a incontrare noi …”
“Ecco guardate, hanno ucciso la madre e il figlio… Cristo il segno della ribellione, Maria il sigillo dell’obbedienza, a lui il tradimento e l’infamia, a lei l’incoronazione del dolore… uno stupro di tutta se stessa”
Ritorna il brivido della domanda: come si può mai sopravvivere a tanto dolore?
Dunque, è morto…
In una delle poche scene girate fuori dal carcere, Maria trascina il corpo del figlio fra le dune di una spiaggia, e con pugni di terra ne ricopre le membra. Immediato è il richiamo al gesto di Antigone che ricopre di terra il corpo di Polinice. Sorella che è sentimento di Madre, e l’una sfuma nell’altra… E madri e sorelle, tante, ho visto anch’io sul confine delle carceri, a riempire i luoghi dell’attesa per un colloquio, per uno sguardo, per l’illusione del dono di briciole di tempo… e sono sorelle-madri, a tenere vivo il filo della comunicazione fra la vita morta del dentro con quella per quanto possibile rimasta viva che è fuori. Ma “il balsamo dei baci” delle une come quello delle altre “non si fa salvezza”…
A chi gioverà tutta la fiera di questo strazio?
E torna la Madre, nella posa e nel gesto di tante madonne addolorate delle nostre chiese, in una scena che molto emoziona. Perché davanti a questa madonna che è corpo dolorante e vivo, inizia una danza, al ritmo dei singulti di una vecchia canzone napoletana (ancora eco e sentimento del sud): “Indifferentemente”…
“Famme chello che vuo’/ Indifferentemente/ Tanto ‘o ssaccio che só’/ Pe’ te nun só’ cchiù niente/
E damme stu veleno/ Nun aspettá dimane/ Ca, indifferentemente/ Si tu mm’accide nun te dico niente…”
Poche cose, devo dire, sento richiamo alla vita come un gruppo di uomini che dal profondo delle viscere fa nascere il ballo. Indifferentemente… In attesa che la vita risorga, davvero, per tutti. Ma intanto, sempre Stabat Mater, la “reine du monde” che forse tanto onore non chiedeva.
Un cortometraggio densissimo, questo Stabat Mater, di richiami e citazioni e simboli… 30 minuti che non basta vederli una volta, per trattenerli tutti…
Bello, questo lavoro dove linguaggio della poesia e linguaggio del cinema cantano all’unisono e diventano, anche, percorso formativo e di crescita per un futuro di integrazione. Nonostante tutto, nonostante la prigione che il virus dei nostri giorni ci ha costruito intorno e, anche lì, ha rallentato e complicato i tempi e i modi della lavorazione del film. Potete immaginare… Ma nessuno si ferma. “Stabat Mater” verrà proiettato appena possibile a Pistoia, dove è stato prodotto. Per poi viaggiare per l’Italia, DPCM permettendo…
Per ora, il regalo di questo assaggio… https://www.facebook.com/watch/?v=2796826830532090
Un tuffo al cuore…
Vittorio da Rios, prendendo spunto dalla storia di Joy ci regala una sua struggente testimonianza. E ancora riflessioni sull’uomo….
“Ringrazio Francesca, che ancora una volta si dimostra unica nell’affrontare le grandi piaghe e sofferenze dell’umanità contemporanea. Debbo riconoscere che ho avuto un tuffo al cuore nell’aprire e poi leggere il suo lavoro fatto oggi che per la tradizione cristiana ha un particolare significato. Perché un tuffo al cuore? La memoria: ” sembra ieri” è andata a circa 22 anni fa quando una tarda serata ritornando da una visita fatta a un caro amico che abitava nei pressi di Bassano attraversando una trafficata arteria nel trevigiano “sinistra Piave” rimasi colpito dalle decine di giovane creature di colore addobbate con vestiari succinti da evidenziarne le “grazie” assiepate ai cigli e nelle stazioni di servizio. Non nego la mia iniziale curiosità quasi morbosa innanzi a un simile spettacolo e iniziai a cercare di capire non tanto cosa ci facessero li, il che era evidente, ma come erano capitate li e cosa c’era dietro a quel movimento che interessava a livello nazionale migliaia e migliaia di creature giovani anzi spesso giovanissime: CARNE “FRESCA LA DEFINÌ” IN UN SUO CAPOLAVORO PRODOTTO PER RAI TRE DA C’ERA UNA VOLTA IL CARISSIMO DA POCO SCOMPARSO SILVESTRO MONTANARO. E da quel momento iniziò quasi tutte le notti per un tempo non breve la mia quasi solitaria azione di OPERATORE DI STRADA con non pochi rischi di varia natura.Avvisai i Carabinieri della mia presenza e agire, che mi dissero di stare attento, e che loro a parte qualche “retata indentificatoria” delle ragazze tutte cautamente private di qualsiasi documento da parte dei loro aguzzini, altro non potevano fare.Bene ne conobbi una infinità di creature la maggioranza nigeriane, ma poi iniziarono ad essere presenti le ragazze dell’Est. comprese le albanesi, nel momento della tragica diaspora di quel popolo. Una sera mentre cercavo una ragazza di colore che qualche notte prima mi era venuta incontro evitando per poco di investirla, disperata e affamata che era ospitata in un appartamento a Padova assieme a altre infelici come lei, dove gli sfruttatori avevano il controllo diretto e mi fece vedere le bruciature sulla pelle causate da sigarette e le tracce di percosse perché la notte non aveva “lavorato” a dovere. La riaccompagnai a Padova mi fermai a uno di quei chioschi mobili notturni e li comprai dei panini e delle bibite e gli diedi le poche migliaia di lire che mi erano rimaste in tasca. Valutai l’opportunità di portarla dai Carabinieri ma pensai che a ben poco sarebbe servito. Stavo evidenziando che cercando questa ragazza che non riuscì più a rintracciare mi fermai in una stazione di servizio dove vi erano assiepate una decina di ragazze nigeriane, era oltre mezza notte. Appena mi vide si avvicinò una di queste ragazze molto giovane 20-22 anni parlava poco in italiano. Cercai di farmi capire se conosceva quella ragazza dandogli alcuni cenni identificatori. Ma non ricavai nulla e me ne andai. Poi pero essendo rimasto colpito da questa creature per lo sguardo a cercare aiuto ritornai subito li. Lei mi vide mi venne subito incontro la feci salire e li diedi 50 mila lire, la cifra stabilita dai suoi sfruttatori. Gli disse cercando di farmi capire che la volevo aiutare, mi guardo colpita, poi lo sguardo come a cercare qualcosa di indefinito quasi si rasserenò e dai suoi occhi neri iniziarono a scendere copiose sulle guance le lacrime. Gli diedi il mio numero di telefono di casa e inizio una vera battaglia per sottrarla da quella condizione di schiavitù, RITA era il suo nome convenzionale. Fu una battaglia vinta, e non fu la sola ovviamente. RITA la sottrai alla tratta criminale, le feci avere il permesso di soggiorno poi un lavoro, una casa, successivamente la doppia cittadinanza italiana-nigeriana. Ne è rimasta una tenera profonda e affettuosa amicizia. Soffriva di asma RITA non trattata da bambina che curai e guarii quasi del tutto. Ancora adesso quando mi chiama mi ringrazia e mi “definisce il suo salvatore” altrimenti non sapeva cosa di ancor più tragico il destino le avrebbe riservato, forse la morte sicura. aveva frequentato le scuole superiori e alcuni anni di università nella sua città Benin City Ora abita in Inghilterra vicino a dei suoi parenti stretti e ha un ragazzo di 15 anni. RITA è una delle diverse ragazze che riuscii a strappare da quella condizione innaturale per una donna giovane e spesso giovanissima. Ritengo che il quadro dello sfruttamento sessuale delle donne africane, Latino Americane, asiatiche dell’Est ecc. rispetto a 20 anni sia ulteriormente peggiorato da notizie che si possono apprende da associazioni e organizzazioni che operano dentro queste tragedie della modernità catastrofale. Si ha un’idea di quante di queste ragazze non solo nigeriane sono scomparse nel nulla uccise? Erano e sono nulla, senza documenti fragilissime, totalmente schiavizzate e i loro corpi merce che rende miliardi di euro o dollari che si voglia alle organizzazioni criminali internazionali. Ma qui c’è assoluto bisogno di un cambio radicale di paradigma culturale-conoscitivo della realtà schiavistica che tiene prigioniere di fatto milioni di giovani creature. Mi preme evidenziare questo particolare a riguardo di quelli anni quando una sera era un sabato estivo oltre l’una di notte presso una stazione di servizio arriva una mercedes di classe alta, e scarica una giovanissima creatura. Mi venne spontaneo far rilevare al “signore” in giacca e cravatta, fruitore di quel poco più che adolescente corpo che quella creature poteva essere non sua figlia ma nipote. E anziché farsi fare prestazioni che moglie o amanti si rifiutano, si fosse chiesto cosa ci fa li e come ci è arrivata una poco più che ragazzina? Perché non l’ha accompagnata a casa rifocillata e vedere come poteva aiutarla? Sbatte la portiera dell’automobile e sgommò via in velocità. Pasolini aveva ragione quando già tra gli anni fine sessanta primi settanta, definì l’italiano medio un “potenziale criminale” e i fatti accaduti in questi ultimi decenni ne sono una tragica conferma. In quelli anni tu mettevi assieme una decina di ragazze nigeriane e avevi una cifra che oscillava tra i 900 milioni, e un miliardo di vecchie lire. Tutte indistintamente avevano un “debito” costruito da pagare alle organizzazioni criminali internazionali tra i 70 e 90 milioni di lire: 35-45 mila Euro. Bene questo era ed è il tragico quadro che riguarda una infinità di giovanissime creature. Il caro Silvestro ogni anno finché era in RAI dedicava un trasmissione a questo fenomeno. Tratta delle donne a fini schiavistici e reti pedofile, e questo inquietava le menti che dirigevano la TV pubblica dicendoli ne hai parlato una volta perché “tornarci su” e Silvestro spiegava a queste “menti” perché lui ci tornava “SU” perché vedeva il fenomeno in grande crescita con decine di milioni di “turisti” che frequentano ogni anno i “paradisi sessuali e in particolare quelli per pedofili. In America Latina Brasile, poi l’Asia Cambogia in particolare, e paesi dell’Est europeo. Questa sua estrema coerenza nel raccontare cercando di creare coscienza collettiva su un squallido fenomeno che interessa ogni anno circa 100 mila compatrioti che il carissimo indimenticabile Silvestro fu estromesso dalla RAI cancellando il suo prestigioso programma di CERA UNA VOLTA. Questo mio breve pensiero va anche a suo doveroso ricordo. ” Vittorio da Rios
Il mio nome è Joy
Come meglio celebrare il giorno della Pasqua se non col racconto di una rinascita… e la rinascita di cui oggi vi voglio parlare è quella di Joy, ragazza venuta dalla Nigeria. Un grido di libertà, dopo il tremendo calvario della schiavitù della tratta.
A farmi conoscere la sua storia è stata Alma, Alma Jahollari, amica di Caserta, che… “Quando l’ho incontrata, nella sartoria della cooperativa ‘newHope’, mi ha colpito col suo sorriso. E’ una ragazza dolcissima. Devi parlarne!”. E mi ha regalato il libro nel quale, grazie alla penna di Mariapia Bonanate che ha raccolto le sue parole, Joy si racconta…
“Io sono Joy”, il titolo. E così esordisce. Poi continua: “Io sono Lowet, Glory, Esoghe, Sophia, Mary, amiche che hanno una storia simile alla mia e a quella di migliaia di ragazze nigeriane”. E insiste. “Il mio nome è Joy, non Jessica, come decisero di chiamarmi i miei aguzzini la mattina che mi rubarono l’anima, il corpo e il nome”.
Quante volte abbiamo sentito parlare di tratta di donne, di donne nigeriane, soprattutto… i dati, gli arresti, qualcuna che scompare, qualcuna che si salva… Eppure, “nel buio fuligginoso dell’indifferenza sociale, sono rimaste storie tanto sconosciute quanto sinistramente onnipresenti nelle nostre società globalizzate”, annota papa Francesco, nella prefazione che dona al libro.
Alla men peggio, quel che accade a queste donne pensiamo, con distratta sufficienza, di poterlo immaginare…
E’ invece davvero inimmaginabile tutto quello che può succedere a una ragazza convinta con l’inganno ad abbandonare la sua terra, sottoposta a riti woodoo e poi imbrigliata in una rete infernale dove, come tanti migranti, si è espropriati di tutto, dove non si è più persone, si diventa schiavi, e le donne, prima di diventare schiave del sesso nel paese d’approdo, vengono affamate, stuprate decine e decine di volte, fatte oggetto di violenze inaudite. Benin City, Kano, Agadez, Murzuq, Brach. Tripoli, Misurata… le tappe di prigioni che si susseguono, di padrone in padrone, prima della traversata sui barconi, per essere poi inghiottite da una delle prigioni nostrane. E la prima domanda che affiora, dopo aver letto di tanti tremendi dettagli, è come sia possibile sopravvivere a tanto, e con che lacerazioni dell’anima, quando si sopravvive…
L’ultima prigione a cui è approdata Joy, come tante altre sue compagne, si chiama Castel Volturno, in quel della provincia di Caserta.
Non possiamo immaginare. Bisogna leggere, ascoltare le sue parole. Per sapere di terribili verità, ma anche, soprattutto, per guardare con sguardo meno appannato a quello che pure è sotto i nostri occhi, lungo il ciglio di tante nostre strade, dove alla violenza dei “padroni” si aggiunge la nostra violenza… quella di quegli uomini di cui troppo poco si parla, che all’ombra della nostra indifferenza, che diventa in qualche modo consenso, quei corpi chiedono, usano, deturpano…
“Quando sei sul ciglio della strada passano in macchina, lanciando acqua sporca e oggetti che possono ferirti, e feriscono ancora più per le parole volgari… Sei sempre terrorizzata che arrivi la polizia, di non riuscire a scappare in tempo… Ti sconvolgono quei padri che portano con sé i figli, a volte poco più che bambini, chiedendoti di farli assistere al loro rapporto sessuale perché possa poi insegnargli come si fa…”
Joy è stata fortunata. Con l’aiuto di un ragazzo africano, che collabora con la questura di Caserta, riesce a scappare… e trova infine accoglienza a “Casa Ruth”, il centro fondato da Rita Giarretta, l’orsolina che tante ragazze ha salvato e aiutato a costruirsi una nuova vita.
“… nel bagno c’era del sapone, degli asciugamani morbidi e un vestito… mentre l’acqua scorreva sulla mia pelle mi sentii rinascere… quando sono uscita dalla doccia Jessica era scomparsa…”
Mai più Jessica, e riappropriandosi del suo nome ritrova “quel corpo che avevo odiato, perché era diventato una merce avariata che puzzava degli odori ripugnanti di chi lo deturpava”.
Non è la prima volta che Alma mi racconta delle ragazze di Casa Ruth. Quando l’ho ringraziata per aver condiviso con me anche questa storia, le si sono riempiti gli occhi di lacrime… E ho capito perché, quando può e come può, anche lei testimonia, racconta, aiuta… lei che non dimenticherà mai, mi ha detto, un’altra ragazza che aveva incontrato un giorno in una stanza d’albergo dove faceva pulizie e che… “non sono riuscita a salvare”.
Era una minorenne, albanese (l’est, altra via di orrendi traffici). “Mi ha fatto tanta tenerezza, mi aveva chiesto aiuto, e mi aveva fatto vedere il suo corpo massacrato… le avevano bruciato un capezzolo, per punizione, per non aver guadagnato un giorno la somma che il suo proprietario esigeva”. Le aveva chiesto aiuto, ma prima che Alma riuscisse a fare qualcosa, è stata uccisa dai suoi carcerieri, che avevano capito… E come non pensare ancora ai clienti, che quel corpo pure avevano continuato a usare, deturpare…
Ancora due parole su Joy. Si affaccia continuamente, nel suo racconto, il pensiero di quel Dio al quale sempre lei si rivolge. “Sono partita dal mio paese pensando di fare la tua volontà, e aiutare la mia famiglia”, ma… “adesso dove sei?”. Dov’era mai quel dio che pure “mi aveva tradito”…
Joy ce l’ha fatta anche perché sorretta, viene da pensare ascoltando le sue parole, dall’immensa forza che è delle donne della sua terra, che l’ha sostenuta finché anche Dio è ritornato, nell’abbraccio di Casa Rut, dove ora la sua nuova vita è continua rinascita.
E allora un pensiero alla vita che risorge qui sulla terra, col ricordo di un’immagine incontrata in non ricordo più quale chiesa, ma che molto mi sembrò significare…
Era una scultura in bronzo. Un Cristo forse appena risorto. Forse già in volo. Sospeso lassù, inchiodato al muro, a un salto dall’altare. A un passo dalla luce della vetrata. Con le mani e le braccia gentilmente scostate dal corpo, una verso l’alto, l’altra verso il basso, come nel gesto gentile di una danza, con l’ampia veste allargata a campana. La prima impressione è stata che la pesantezza di metallo della tunica lo trattenesse ancorato alla terra. Anche se a tratti la spinta contraria dello spazio cavo sotto la veste rigonfia diventava più forte illusione di volo. E il moto immobile di quell’ampia veste mi è sembrato a un tratto sciogliersi nel vorticare senza fine di danza di derviscio, che a un passo dal suolo soffia, ma che la terra mai non abbandona…
E buona Pasqua a tutti.
Sulla strada del pensiero libero…
Louise Michel e tante altre e altri… Paolo Rausa ci riporta sul sentiero della storia, per ricordarci quanti “fulgidi esempi per tutti a dimostrazione che le idee giuste vivranno per sempre”.
“Ci sono figure che ci ricordano quanto è erta la strada del pensiero libero e dell’azione. Molte fra queste sono donne, che hanno fatto della libertà e della giustizia la loro dottrina sociale. E hanno sacrificato sé stesse per affermare i principi di eguaglianza sostanziale. “Ovunque troverò qualcuno che si unirà a me senza dover prestare giuramento alla mia bandiera.”, così diceva Michail Bakunin, perché certi principi non hanno bisogno di vessilli ideologici ma di spiriti magni. Louise Michel era una di questi. Ringraziamo perciò Anna Maria Farabbi che ci ha fatto dono di questa reminiscenza della memoria. L’esperienza politica della Comune di Parigi, sebbene per pochi mesi, ha rappresentato la possibilità di gestire la cosa pubblica senza per questo assumere il potere di decidere sulla vita delle persone ai fini della propria grandezza o per i propri interessi. Una società che ha smarrito il senso comune e il significato della kléos greca, la gloria, come prestazione non solo della propria affermazione personale ma come modalità di esaltazione di comportamenti virtuosi, degenera nell’esercizio del potere come dominio sulle persone e sulle cose. Per fortuna non sempre è così e Louise Michel ce lo ricorda. E’ possibile lottare perché si affermi il concetto di esercizio comune e collettivo del vivere per superare la divisione in classi sociali che generano privilegi e sottomissioni. Esperienze vissute anche da altre donne. In Italia per es. dalla napoletana Eleonora Pimentel che ha promosso insieme ad altri spiriti eletti la rivoluzione del 1799, schiacciata nel sangue dalle truppe sanfediste del cardinale Ruffo. E lei impiccata senza che fossero coperte le sue parti intime perché il suo esempio doveva generare repulsione e obbrobrio. In nome di una monarchia che di lì a qualche decennio sarebbe decaduta in tutti i sensi, civile, morale e politico. L’interesse commerciale e affaristico si oppone a far risultare possibili e vincenti certi esempi perché sarebbero contagiosi. Si dimostrerebbe così che certe forme di organizzazione sociale e politica perpetuano le ingiustizie, oltre che favorire gli interessi di poche persone, di uno sparuto ceto di aristocratici e potenti affaristi. Come nell’antica Roma il triumviro Grasso, che avrebbe potuto consentire a Spartaco di imbarcarsi da Brindisi e lasciare il suolo italico, ma serviva l’esempio e quindi preferì annientare nel modo più crudele quei poveri diseredati che avevano osato mettere in discussione il dominio imperiale. L’interesse economico cannibalizza e distorce tutte le nostre aspirazioni, sino a confonderle ma non chi riesce a capire il meccanismo e lo denuncia, come sosteneva Bertold Brecht: “Ci sono più crimini nel fondare una banca che nel rapinarla.” Un’altra donna mi piace ricordare, Rosa Luxemburg, una socialista senza dogmi, a 150 anni dalla sua nascita, per la libertà del pensiero e dell’azione. Una donna di corporatura minuta e con una deformazione all’anca che la costringeva a zoppicare fin da piccola, ma dallo spirito indipendente e autonomo nelle analisi e nelle proposte politiche. Ha lottato contro numerose avversità, andando sempre controcorrente e pagando di persona: morì assassinata da miliziani di destra. Riteneva che il socialismo avrebbe dovuto espandere la democrazia, non ridurla. Non condivideva l’idea del partito come nucleo compatto di rivoluzionari di professione propugnata da Lenin perché temeva che un partito centralizzato avrebbe comportato un’obbedienza cieca dei militanti all’autorità centrale. Al partito attribuiva la funzione di sviluppare la partecipazione sociale, non di soffocarla. Per opporsi alla guerra, compresa la sua finalità economica capitalista, sostenne la necessità dello sciopero generale dei lavoratori contro la barbarie militarista, ma molti a sinistra compreso Marx non ne compresero la spinta rivoluzionaria. Destini amari, ma fulgidi esempi per tutti a dimostrazione che le idee giuste vivranno per sempre.
Paolo Rausa
E’ che il potere è maledetto, e per questo io sono anarchica
“Ho creduto necessario portare questo fuoco femminile in Italia, peraltro ancora troppo poco conosciuto, quanto mai attuale e stimolante in un clima di confusione, decadenza e svilimento generale”.
Il fuoco femminile è quello di Louise Michel, la “grande dama francese dell’anarchia”, che tutti ricordiamo protagonista della Comune di Parigi, “una delle più radicali esperienze di sovversione dell’ordine politico, sociale e culturale”.
Chi ce ne regala le parole, curando un’antologia di testi scelti dalla vastità delle sue opere, è Anna Maria Farabbi, altra donna di fuoco, ché di fuoco sono anche le sue poesie e i suoi scritti…
Bell’incontro. Esplosivo direi. A cominciare da come Anna Maria Farabbi spiega che… “Ho scelto lei perché la sua vita e la sua penna hanno vissuto in uno stesso corpo, con potenza laica, anticlericale, dirompente, carismatica”. E brano dopo brano, anche noi travolge, la vita di Louise che, fra i personaggi più significativi della seconda metà dell’800, fu insegnante, comunarda, femminista, anarchica” e tutto della sua impetuosa vita appuntò in pagine e pagine di diari e poesie.
Nelle prime pagine del libro c’è un ritratto, che Anna Maria Farabbi sceglie per farci conoscere il volto di Louise. E’ un’immagine del 1871. Guardatela. Volto “pulito, diretto, acuto, singolare, mirato”. Dove tutto, il suo pensiero, la sua personalità, la sua vita anche, sembra riassunto.
Lo stesso piglio, viene da pensare, di quando, davanti al giudice del processo nel quale, dopo la tragica fine della Comune, è imputata fra l’altro di istigazione alla guerra civile, disse: “Difendermi? A che scopo? Non cambierei la vostra sentenza… Ma prima di sedermi ci tengo a glorificare la memoria di coloro che furono fucilati a Satory! Sì. Lo dichiaro pubblicamente, essi sono martiri della Rivoluzione sociale di cui mi vanto essere una delle promotrici”.
Louise Michel… certa che “come è passata l’antropofagia, passerà pure il capitale”, convinta della “necessità che i diseredati, i fuorilegge scelgano non la forza, ma il diritto”, lei che punta il dito contro la “danza macabra delle banche, lo spreco dei governi deliranti”. E quanta attualità…
Comprende proprio tutti e tutto il pensiero della sua rivoluzione sociale: le donne, i bambini, gli anziani. Non c’è umile che venga escluso. Arriva ad abbracciare, Louise, anche gli animali. “Perché” sottolinea Anna Maria Farabbi, “considera la società come un unico corpo organico dentro cui ogni vita, vegetale, animale, minerale che sia, ha diritti di esistenza, per il cui rispetto è necessario combattere”.
Un cuore davvero immenso, quello di Louise Michel… che non denuncerà il ragazzo che, a Le Havre, al termine di un discorso attentò alla sua vita.
E canta… “Una fanfara suona nel fondo del buio mistero/ e molti la seguono: io la ritroverò. / Ascoltate, si sentono passi grevi in terra/ è una scia umana, a lei mi unirò”.
Contro il potere che è maledetto…
“E’ vero forse – scrive- che le donne amano la rivolta. Noi non valiamo più degli uomini, ma il potere non ci ha ancora corrotto”. E confida a una compagna del lungo viaggio verso la Nuova Caledonia, dove viene deportata dopo la condanna, di essere convinta che “ciascun uomo al potere non possa far altra cosa che commettere crimini”. Chissà, mi chiedo, che avrebbe detto oggi della storia delle quote rosa, qui a chiedere di essere ammesse a rosicchiare, permettetemi, fettine di potere. Ché presto abbiamo dimenticato quello che pure noi abbiamo con De André cantato, che “non esistono poteri buoni”…
Campo di concentramento, prigionia, deportazione… non le fu risparmiato neanche l’internamento nell’ospedale psichiatrico… ché la sua intrattabilità era davvero troppa!
E come contenere una donna risolutamente convinta delle sue battaglie, certa che “dai nostri tempi maledetti verrà il giorno in cui l’uomo, cosciente e libero, non torturerà più né il suo simile né le bestie. E per questa speranza vale la pena di attraversare l’orrore della vita”.
Ma siamo ancora lontani da quel futuro.
Louise Michel è oggi anche il nome della nave che l’artista Banksy ha noleggiato per andare a salvare i migranti nel Mediterraneo. Non poteva che chiamarsi così, quella nave. E guardando a quel che nel nostro mare accade, sembra sentire la sua voce… “nero destino che fai tu del mio gigantesco sogno?”
Fra le tante sensazioni, irriassumibili, che nascono dalla lettura dell’antologia curata dalla Farabbi, molto mi ha colpita, come dire, una certa confidenza con la morte. Questa morte che noi ignoriamo e la cui sola idea fuggiamo. Ma che pure, ci ricordano le sue parole, fa parte del respiro del mondo. Louise Michel dedica un canto al Guardiano del cimitero, ricorda il suo vagare fra i viali e le tombe da bambina… “Un gruppo di vecchi abbassano la testa a terra come ascoltando coloro che sono morti per conquistare la libertà”, scrive in una pagina del diario della Comune …
Un libro ricchissimo, “Il potere è maledetto e per questo io sono anarchica”. Vi si affacciano molti protagonisti della vita culturale e politica europea che incrociarono la strada di Louise Michel: Victor Hugo, Théopfile Ferré, Auguste Blanqui… insieme alla folla di tanta sua gente, al volto ansioso della madre, al ricordo del canto della nonna…
Insomma, lascia senza fiato, questo lavoro di Anna Maria Farabbi. E tanta voglia di leggere ancora…
Anna Maria Farabbi l’avevo incontrata un po’ di anni fa nelle pagine de La bambina cieca e la rosa sonora. Dove la sua poesia è tessuta delle note di Vincenzo Mastropirro. La bambina cieca, mi spiegò, è una testimonianza esemplare, nella vita dell’universo. Sfida il silenzio, con domande che vorrebbero sciogliere il buio. Ancora una sfida, dunque, come quella potentissima che ci arriva dalla voce di Louise Michel.
“Il potere è maledetto e per questo io sono anarchica” inaugura Al3viE. Un cenno a questa nuova casa editrice (che è un marchio Kaba edizioni) con le parole di Raffaella Polverini, che l’ha fondata. “In Al3viE c’è il coraggio del passo che lascia il sentiero battuto, la fatica del procedere nella boscaglia, la determinazione graffiata, la visione dell’oltre e poi l’incontro con altri viandanti con i quali condividere la ricchezza del proprio orto, la bellezza del proprio giardino”.
Il nostro augurio al suo cammino, che attraversi la boscaglia…
Chi ha varcato la soglia- 12^ testimonianza. Io sono colui che tenni
E’ un insegnante, Mariella, a rispondere oggi alla “chiamata” di Cascina Macondo. “Ero emozionata e anche un po’ impaurita, perché nasconderlo? Quando l’agente che mi aveva accompagnata chiuse a chiave la porta dell’aula e mi trovai sola con un buon numero di persone detenute in una sezione di Alta Sicurezza, in un attimo mi immaginai sequestrata e usata come ostaggio! Niente di tutto questo successe….” leggete, della sua esperienza, che molto ha da insegnarci…
“Sono un’insegnante di Lettere in pensione e la prima volta in cui ho varcato quella soglia è stato in una luminosa mattina di luglio di alcuni anni fa, quando sono entrata in una Casa di reclusione come docente volontaria di un progetto di scuola estiva della sezione carceraria di un Istituto di Istruzione Superiore di quella città. Di soglie nella mia vita ne avevo varcate altre: con il passare degli anni l’esperienza e la riflessione ci portano a mettere in crisi presunte sicurezze e a fare un salto oltre, superando ingiustificate paure e pregiudizi, per regalarci poi spazi inaspettati e fino ad allora inesplorati di conoscenza, comprensione e libertà. Ma queste sono soglie metaforiche, quella invece era ed è davvero una soglia, un limite che concretamente delinea due spazi ben divisi: il fuori, che mi lasciavo alle spalle, e il dentro, in cui un po’ alla volta entravo, attraverso controlli, lunghi corridoi, porte pesanti che venivano aperte e poi richiuse, il tintinnio dei mazzi di quelle grosse chiavi (ben presenti a chi frequenta un carcere), che nella loro silenziosa unicità trasmettono un messaggio inquietante: mai come in questo luogo si ha la percezione di come esse siano davvero simbolo di apertura e chiusura, il che contestualizzato significa libertà e reclusione.
Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e diserrando,.. ( canto XIII Inferno). Serrare e diserrare non solo gli spazi, ma il cuore altrui – dice Dante. Aprire il cuore e la mente sono, per chi si inoltra in una realtà e in una comunità umana di cui si ha conoscenza soltanto attraverso le cronache e i luoghi comuni, prerequisiti per capire e mettersi in relazione. Non so se ne ero allora così consapevole, avevo accettato di entrare come insegnante volontaria in carcere sia perché ero curiosa, in senso positivo, di conoscere quell’ambiente e le persone che lì vivono, sia perché ho sempre amato la scuola e l’insegnamento. Mi intrigava poi la prospettiva di insegnare a degli adulti, esperienza che non avevo mai fatto.
Ero emozionata e anche un po’ impaurita, perché nasconderlo? Quando l’agente che mi aveva accompagnata chiuse a chiave la porta dell’aula e mi trovai sola con un buon numero di persone detenute in una sezione di Alta Sicurezza, in un attimo mi immaginai sequestrata e usata come ostaggio! Niente di tutto questo successe, tutto procedette serenamente e fin dall’inizio io mi sentii a mio agio ed accolta: la lezione che avevo pensato e preparato (lessi loro una novella di Pirandello) fu motivo di scambio e di un vivace confronto.
Da allora (era il 2014) ho continuato ad essere presente nella scuola, ho conosciuto molti detenuti e contribuito alla preparazione di alcuni per l’esame di maturità, ho partecipato a progetti di incontro con scrittori, ho visto le pareti degli ambienti scolastici diventare pitture bellissime grazie all’impegno e alla professionalità dei docenti e al fattivo coinvolgimento degli studenti, in breve ho constatato di persona l’importanza della scuola nei processi di formazione e di crescita personale.
Non sono una buonista, non sono andata lì pensando di fare un’opera di misericordia a dei disgraziati cui portare una salvezza non richiesta, ci sono andata mantenendo le mie convinzioni (aderisco ai principi e alle iniziative di Libera) e ponendomi in una posizione di rispetto, che è stato reciproco, e di autenticità, mantenendo il mio ruolo senza autoreferenzialità e non nascondendo mai le mie idee anche quando erano in contrasto con quelle di qualcuno. La letteratura, tema dei nostri incontri, offre la possibilità di confrontarci sull’idea che abbiamo della vita e del mondo, ci apre spazi di conoscenza, ci fa riconoscere emozioni e sentimenti, ci interpella su ciò che è bene e ciò che è male, ci chiarisce a noi stessi: in sintesi ci mette di fronte alla complessità dell’animo umano. Ed è quello che ho sperimentato in questi anni di frequentazione del carcere, cioè che le persone non si esauriscono in un gesto o in un atto che hanno compiuto (senza peraltro sottovalutarne il peso e la gravità), ma sono questo e tanto altro, e che la scuola e ogni attività formativa offrono strumenti per scoprire o riscoprire aspetti nuovi di se stessi e per porsi in un cammino di ricerca e di consapevolezza. Le persone che ho incontrato sono diverse fra loro, con alcuni è stato più facile intendersi, con altri meno, ma questo succede normalmente nelle nostre relazioni; la diversità di idee e anche i conflitti possono essere importanti opportunità educative, se condotti e gestiti nel rispetto reciproco. Se continuo a varcare la soglia e mantengo rapporti epistolari con alcuni detenuti trasferiti in altre carceri, è perché oltre quella soglia ho intrecciato relazioni significative: è stato per me un percorso arricchente.
Mariella .






