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    Il tagliere di Odisseo…

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    Un pensiero dedicato a Sandra, Sandra Berardi, con un grande augurio per il bellissimo lavoro che ha avviato, trasformando in splendidi oggetti il tronco di ulivi secolari della sua terra, che una tempesta aveva sradicato…. Lo manda Daniela Morandini, nella cui casa ha trovato ora posto questo oggetto luminoso. Un tagliere? Una scultura piuttosto…

    “Quando Francesca mi raccontò questa storia , cominciai a farmi delle domande.
    Mi disse di quando, qualche anno fa, nella Magna Grecia, un’alluvione sradicò un ulivo nella terra di Sandra. Cosa fare di quel tronco antico? Di quei nodi lucenti, intrecciati, che non volevano morire?
    Sandra li sezionò, e in quelle vene tornò a scorrere il fiato. Li pose in un bagno di resina trasparente: “ Diventeranno dei taglieri- disse- e con loro il pane prenderà una forma nuova”.
    Qualche giorno fa, per posta, uno di qui taglieri è arrivato fino a me, immerso in una resina blu. Forse un brandello di quei vortici agitati da Scilla e Cariddi.
    E sotto Cariddi gloriosamente l’acqua livida assorbe/ tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe/ paurosamente. Ah, che tu non sia là quando riassorbe
    Allora non ho avuto più dubbi: non poteva essere che il tagliere di Odisseo. Quello che, forse, il re di Itaca intagliò quando scolpì nell’ulivo il talamo nuziale intorno al quale costruì la sua casa”.

    e qui Elihartè… il sito e lo shop online https://www.facebook.com/Elihart%C3%A8-100206255549293

    Gatto Randagio ritorna in strada…

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    L’invito era a pensarsi gatti randagi… “che vanno, gironzolano, distrattamente (?!) guardano, che trovano piccoli tesori anche frugando nei bidoni dell’immondizia. Continuando a sorridere di noi, a volte, anche, piangono. Ma sempre prendono appunti…”.
    Si era presentato così, il Gatto, sette anni fa, affacciandosi nello spazio di RemoContro.
    E per sette anni ha condiviso con noi pagine dal suo diario. Puntuale ogni domenica. Con grande piacere, mi ha confidato…
    Ma ultimamente, è un po’ che l’avevo notato, aveva un che di piuttosto inquieto.
    Sapete come sono i gatti. Sembrano sempre far finta di nulla. Finché quel che cova loro dentro…
    Cosa è successo? E’ successo che la sua natura randagia ha preso il sopravvento. Sapevo che prima o poi sarebbe accaduto.
    E che vuoi fare? Dove vuoi andare? Gli ho chiesto…
    “Ovunque e da nessuna parte” mi ha risposto. Ma continuerà a sbirciare, ha precisato, quello che accade dietro le mura delle nostre contenzioni…
    Gli ho chiesto di ripensarci, l’ho supplicato, ho provato, persino, a lusingarlo con promesse che so neppure avrei potuto mantenere… ma non c’è stato nulla da fare. I randagi, quando decidono di cambiare strada, non c’è nulla che riesca a trattenerli…
    Alla fine, una promessa gliel’ho estorta. Che non scomparirà del tutto. E non ho dubbi che manterrà l’impegno. D’altra parte, i gatti randagi, anche quando sembrano voler scomparire, lasciano sottili tracce, indizi… insomma, chissà che non sarà possibile scovarlo, qua e là, magari passando per questa riva…
    Ma prima di andare ad acquattarsi chissà dove, mi ha detto, sente di dover ringraziare di cuore tutte le persone che nel tempo lo hanno seguito. Ringraziarle per l’attenzione, che pure ha sentito affettuosa, quanto per la pazienza, per tutto quel suo rimestare fra i rifiuti… ma i randagi, mi ha ricordato, non frequentano i salotti buoni…
    E mi ha chiesto di ringraziare soprattutto il “titolare” di RemoContro, per averlo accolto, e aver sopportato anche le sue bizzarrie (ma altrimenti che gatto sarebbe stato?). Sa di dovergli almeno l’incontro per un caffè.


    L’evasione possibile

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    Ho seguito una giornata di studio a proposito di Arte e Filosofia a Rebibbia.
    Una riflessione sui progetti di pratiche artistiche e filosofiche che da anni vengono portati avanti, nel carcere romano, grazie anche, fra gli altri, all’impegno della scuola di formazione filosofica Daimon. Vale la pena di parlarne…
    Personalmente sono sempre più convinta che bisogna tendere a una società senza carceri, che rielabori il concetto di pena, che sappia reinventarle, le pene (non certo eliminarle), in coerenza con quanto stabilisce la nostra Costituzione nel tanto citato quanto poco rispettato articolo 27, secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Certo, non è cosa semplice. Ci vorrà del tempo (spero poco) ma io credo che iniziative come queste di Rebibbia aiutino molto, anzi siano imprescindibili, per andare in questa direzione…
    C’è un’immagine che mi è rimasta, forte, degli incontri di filosofia con tanta passione guidati da Fernanda Francesca Aversa (il cui percorso si è poi condensato in un titolo ben indicativo e suggestivo: Naufraghi in cerca di una stella. Sì, una stella, piuttosto che una terra): l’idea dello spazio di una cella che diventa spazio di libertà… Ed è a mio parere un passaggio fondamentale, perché questo spazio di libertà dentro una cella è una premessa culturale che può accompagnare un processo di riforma nel senso che mi auguro.
    Un primo passo da compiere per scalfire mura, e ricomporre le fratture che si sono prodotte nella società. Iniziando ad abbatterle dentro ciascuno di noi, quelle mura. Perché accanto a fratture individuali di chi ha commesso un reato, c’è quell’enorme frattura sociale che nasce da una responsabilità collettiva di tutti noi che vogliamo “i colpevoli” sempre e solo dietro le mura di un carcere, chiudendoli al mondo. Magari per timore, confusione, ma soprattutto per nulla saperne…
    Ecco, il corso di filosofia ha offerto un grande strumento, a chi è recluso, per ricucire la propria individuale frattura.
    Una testimonianza fra tante, quella di Fabio Falbo, “resiliente nella caverna”, con tutto il peso dell’“eccesso di dolore” della propria condizione (“esagerato” è aggettivo che ritorna spesso nelle lettere che ricevo dal carcere), che si immagina “gladiatore che dalle sofferenze, dal dolore, dalle tragedie… deve far uscire il meglio di sé”.
    Grande strumento anche l’arte che, a Rebibbia, arriva attraverso il bellissimo lavoro di Francesca Tricarico, che fra l’altro ha collaborato al film dei fratelli Taviani “Cesare deve morire”. Come il progetto “Donne del muro alto”, altro “titolo” che tutto riassume. Francesca Tricarico che ha scelto il femminile. Ha scelto le donne, per le quali sono sempre scarse le offerte culturali. Forse perché così poche, le donne, (2.255, il dato a dicembre) rispetto all’enorme universo maschile… e pensate quanto è più difficile, quanto più duro essere relegati in un mondo costruito a misura di maschio.
    “Teatro è presenza -spiega- ci obbliga a essere e rispondere, restituisce la libertà di esprimersi in un mondo dove la libertà è levarsi la maschera della vita… E’ sperimentare la possibilità di trasformare se stesso attraverso la comunione con gli altri”.
    E poi c’è, dicevo, l’enorme frattura sociale cui contribuiamo tutti noi, con le nostre chiusure.
    E penso al “Più Voce e Meno pregiudizi”, che chiedono le Donne del Muro Alto, che ho ascoltato, calde degli echi del sud… E penso alle parole di Pietro Lo Faro, studente dei seminari di filosofia, che… “Si avverte davvero invalicabile quel muro che la società tutta ha costruito intorno alla “colpa”, come fosse sempre e solo affare d’altri, “eppure continuo a studiare e a coltivare in me il pensiero che potrei un giorno essere considerato altro che non un delinquente”. Perché “riconoscermi negli altri è un’esigenza di cui ancora oggi ho bisogno”. E quanto è vero, se noi tutti siamo l’immagine che ci restituisce lo sguardo dell’altro…
    Sono le voci, le esperienze come queste che andrebbero sempre più portate “fuori”, fatte conoscere… a ricucire la frattura che divide chi è dentro dal resto della società, a riempire il vuoto di conoscenza, ad abbattere l’indifferenza, e poter poi pensare, insieme, un mondo dove la pena non è più quell’inutile orrore che è mediamente il carcere, perché non dappertutto esistono iniziative come quelle di cui vi sto parlando…
    A riprova, mi piace raccontare una bella storia di cui ho esperienza personale.
    Quella di Alfredo Sole, che scontava l’ergastolo nel carcere di Opera, e un giorno mi raccontò di essere stato lì lì per farla finita, quando ha aperto un libro che aveva accanto e fino ad allora distrattamente sfogliato… “nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura… “. La Divina Commedia lo cattura. e legge legge, senza sosta fino all’alba, e con la luce del giorno svaniscono le ombre anche dell’anima. “Dante mi ha salvato la vita”, dice ancora oggi che è in semilibertà. La sua vicenda ha colpito molto un gruppo di studenti, alla cui docente avevo raccontato questa storia. Ne sono nati incontri, lezioni, discussioni… intorno a temi quali la libertà, la felicità, le scelte, la consapevolezza. E, sapete?, ascoltando, interrogandosi, riflettendo… ne è nata una nuova conoscenza, una diversa attenzione nei confronti di un mondo fino ad allora magari distante e indifferente, e c’è chi ha cambiato opinione a proposito di carcere, di colpe, di pene…
    Se vi sembra poco…
    Questi studenti andranno a comporre l’opinione pubblica del domani, e sappiamo tutti quanto l’opinione pubblica influenzi, nel bene e nel male, i processi di riforma…
    Un vero peccato che le testimonianze che ho ascoltato nel seminario di Rebibbia siano rimaste nel chiuso del cerchio dei pochi ammessi…
    Mi permetto, però, di fare evadere i versi di una poesia di Giovanni C. , Le emozioni ferite…
    Un germoglio non ho visto fiorire
    Uno sconforto non ho potuto lenire
    Un dolore non ho potuto attenuare
    Una rabbia non ho potuto calmare.
    Un fiore non ho visto sbocciare
    Un po’ di calore non gli ho potuto dare
    Un cammino non ho potuto incoraggiare.
    Solo per un’ora ho potuto alleviare
    Quello che un giorno ogni giorno dovrebbe fare.

    Tra la folla

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    Scivolando scivolando all’ultima pagina… la poesia di Virna Chessari che chiude la raccolta La farfalla di Ulisse… The Ulysses butterfly… (perché è nell’inglese che Virna Chessari ha “trovato la melodia per dare voce al suo mondo interiore, alle parole mancanti”)

    “You held my hand / in that colourful street market…

    Mi tenevi la mano
    in quel colorato mercatino.
    Un’oliva verde il mio dono di benvenuto,
    sapore acidulo
    in contrasto
    con i profumi inebrianti di arancio e limone.
    Una moneta dal tuo portafoglio logoro, mamma,
    pieno di santini.
    Non eravamo sole.
    Ogni passo una preghiera
    e un dolce sospiro per te
    Padre
    che non hai mai smesso di seguirci.
    Ti vedevo anch’io
    Nei suoi occhi stanchi
    Che ancora ti attendono.

    “La poesia… non c’è bisogno di capire.. la poesia si fa riconoscere” mi disse un’amica che di poesie, lei certo, s’intendeva. E credo sia proprio così, se con i versi di Virna scivolo anch’io tra la folla e, confesso, non trattengo il pianto, ché riconosco quei “suoi occhi stanchi che ancora ti attendono”…

    Rizpà e le altre…

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    “Avevo solo voi figli miei/ mio sereno aprile /mio colmo di melodia/ Io ero la sposa senza autorità/ una fa le tante sottomesse/ la debole / la senza voce nel palazzo di Saul…
    Conoscete la storia di Rizpà? Concubina di Saul, cui diede due figli. Morto Saul, durante il regno di Davide ci fu una carestia lunga tre anni, punizione, si disse, mandata da Dio per un giuramento che Saul aveva violato, torto che solo il sangue della sua discendenza avrebbe riparato… Così i figli di Rizpà, Armonì e Merib-Baal, furono impiccati insieme ad altri cinque discendenti di Saul. Impiccati a sette alberi e lasciati esposti. Rizpà li vegliò per mesi e mesi…
    Rizpà, personaggio femminile fra i meno conosciuti della Bibbia. Che io ho incontrato nei versi di Grazia Frisina, che le dà voce in “Madri”, tre drammi brevi, che sono il canto di Rizpà, ma anche di Sara, Agar, Maria… E di queste madri e delle loro potenti figure, oggi che le madri si “festeggiano”, voglio parlare. Quelle donne che “mulieres taceant in ecclesia” qui si riprendono la parola…
    La parola di Rizpà è un grido che lacera l’aria:
    “La loro sola colpa, dunque / essere gli eredi di Saul/ Oh! Quale esoso pegno han dovuto pagare/ per essere nati nella dimora di un re…”.
    E per cinque mesi Rizpà rimase su una roccia del monte Gelboe, ferma a guardare i corpi che erano stati lasciati lì, sospesi… a proteggerli, per impedire che animali e uccelli rapaci ne facessero scempio. E va oltre il legame materno, perché veglia e protegge tutti quei sette corpi di giovani immolati alla ragion di Stato, o di Dio che è la stessa cosa…
    Quale dio è colui che per placarsi/ si disseta col sangue degli innocenti?”
    “quale giustizia è quella che ha/ le sue fondamenta sull’efferatezza/ quella che impone d’immolare la giovinezza nel nome/ di una nazione di un onore di un patto di una bandiera/ o di estinguere un debito di sangue/ nel nome di un Dio?”

    Meno cruenta, ma non meno crudele, la ragione che oppone Sara, moglie di Abramo, ad Agar, la serva costretta ad unirsi al vecchio Abramo per dargli il figlio che Sara ancora non aveva partorito.
    Sara e Agar, vittime entrambe della legge patriarcale di cui sono di fatto entrambe schiave, si fronteggiano:
    “La grazia, la leggerezza dei tuoi gesti, la rotondità dei tuoi fianchi mi riconsegnavano impietosamente alla mia sterilità…”
    “Mi dicevi sgualdrina, negra del Nilo, lupa affamata e senza coscienza. Eppure, eri stata proprio tu a volere tutto questo…”
    “Perché si compisse il patto, l’alleanza

    Burattini, dunque, l’una e l’altra nelle mani di Dio…
    Sara, poi, un figlio, pur vecchissima, lo darà ad Abramo che, inutile dirlo, ripudierà Agar, che fuggirà nel deserto…

    E poi Maria, che tutti conosciamo. Maria che, davanti a Cristo morto: “le mie fibre tessute nelle tue e ora nelle tue sfilacciate” (nello Stabat Mater di cui abbiamo parlato… https://www.remocontro.it/2021/04/11/stabat-mater-il-dolore-delle-madri-e-di-chi-nel-dolore-rimane/ )
    Rizpà, Sara, Agar, Maria… storie di madri a confronto col volto disumano di un dio che le mette alla prova su quanto hanno di più sacro. Lo spiega bene Marinella Perroni, teologa, che firma la bella prefazione a questo “Madri” (Ed. Oèdipus). E d’altra parte, aggiungo, questo Dio si era già rilevato ben poco umano quando disse poi alla donna: “moltiplicherò i tuoi travagli e le doglie delle tue gravidanze, nella sofferenza partorirai figliuoli” (Genesi… 3, 16)…
    Donne, madri del tempo della Bibbia. Ma non sono storie da noi così lontane…
    Quale festa oggi per tante altre madri…
    “Ho perso mio figlio! Ho perso mio figlio!”… l’avete sentito anche voi quel grido, della mamma che vede il suo piccolo Joseph risucchiato dalle onde, nel video del novembre scorso che la Open Arms ha voluto rendere pubblico, perché tutti sappiano cosa succede nei nostri mari… ( https://www.askanews.it/video/2020/11/12/video-shock-del-naufragio-madre-di-joseph-ho-perso-mio-figlio-20201112_video_16543546/ ) e quante altre madri, e quanti altre grida che non abbiamo udito…
    Torna il pensiero a quella da cui siamo partiti, Rizpà. Che dalla roccia sul monte Gelboe ci racconta il dolore di tutte le persone vittime della logica del potere e dei potenti, e ne chiede conto ai governanti del mondo. Come chiede oggi conto ai governanti del mondo il grido della mamma del piccolo Joseph…
    Ma c’è anche un bellissimo messaggio che viene dalla storia di Rizpà.
    “Niente potrà avvolgervi nel sudario del nulla”, dice. E vince. Vince perché alla fine fa che l’uomo scenda dal “piedistallo d’arroganza” su cui poggia il piede. Colpito dal comportamento di quella donna, lì sul monte da mesi, a vegliare i corpi dei suoi figli, e anche quelli dei figli di altri… Davide decide infine che sì, che quei corpi vengano seppelliti.
    Grazie a lei, che riesce a ottenere che la morte non abbia l’ultima parola, quei morti diventano motivo di riconciliazione.
    Permettetemi di ringraziare Grazia Frisina, che questa storia me l’ha fatta conoscere… e auguri a tutte le madri, anche a quelle che magari madri di figli propri non sono se, ancora Marinella Perroni riferendosi alle donne che hanno fatto la storia biblica, “ciò che rende una donna protagonista della storia di Dio… non è la maternità in sé, ma la capacità di viverla, perfino quando ingenera conflitto e porta in sé le stigmate del dolore, nella pienezza dell’umano… Solo così si diventa madri. Non soltanto dei propri figli…”
    Dei propri figli, di un figlio d’altri, di un ricordo calpestato, di un cucciolo abbandonato, del segmento d’un fiore violato… che tutto, della vita del mondo, va difeso dall’arroganza dell’Uomo…

    lettera per un amico che non c’è più

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    Questo è un pensiero per un amico che se ne è andato. Glielo devo. Leonardo Serafino, artista i cui lavori, dal figurativo al pop, ho sempre molto ammirato. Tempo fa, parlando dell’ipotesi di una mostra, mi ha chiesto, un po’ scherzando, un po’ no… “perché non scrivi qualcosa per me?”. Ma, sapete, non sono critico d’arte, e mai mi permetterei. “Al massimo posso scrivere un racconto, sui tuoi quadri…” ho risposto un po’ scherzando, un po’ no. E quando Leonardo mi ha mostrato i dipinti che avrebbe scelto per la sua mostra, ed erano tutti ritratti, il racconto è nato da solo, uscendo dalle sue tele…I racconti… sono loro a scegliere la veste che vogliono. Questo, ha la veste di una lettera.

    “Caro Leonardo, quando ti ho chiesto… fammeli vedere, quei dipinti… e tu, senza accompagnarmi, mi hai indicato con un gesto la porta laggiù in fondo, e mi sono incamminata lungo il corridoio, e poi ho aperto quella porta… mi sono trovata, da sola, al centro di un cerchio di pareti, e intorno tutti loro: volti, ritratti come di fantasmi meridiani, appena trasudati dalle pareti della stanza.
    Sapevo della follia di giochi scanzonati con i tuoi fantasmi, ma mai avrei immaginato che nel tempo ti avesse preso, quella follia, per mano e insegnato a catturare sguardi, da tenere qui, tutti prigionieri della tua magia.
    Mi sono subito accorta, sai, del trucco dello spazio che appare dilatato pur fra brevi pareti, ma mi hai fregato lo stesso. Non ho potuto evitare di smarrirmi, e tutto ha preso a vorticare…
    Per fortuna che è comparso all’improvviso uno sgabello (o c’era già e non me ne ero accorta), così mi sono seduta. Un attimo solo, mi sono detta, per riprendere fiato e poi scusarmi con tutti loro, e spiegare che ero lì solo per dare un’occhiata, e presto sarei andata via…
    Ma quegli sguardi, fissati come in attimi di attese, hanno rapito anche me, nel loro cerchio fatato. E, dimmi la verità, quante prede nel tempo hai lasciato loro in pasto…
    Così, come per distrarli da me, ho iniziato a interrogarli…
    Chi sei? Come ti chiami, come ti chiami… ho chiesto a ciascuno…
    -Chi sono? Chi sono? Chi sono!?…- hanno iniziato a beffarsi di me in sussurri di soffi, qualcuno pure guardandomi a tratti senza mai guardarmi. Senza pietà per i miei timori, che già trasmutavano in desideri…
    Avrei voluto vedere anch’io il mare che è nell’orizzonte di quel vecchio marinaio. Le labbra che appena appena si smuovono al ritmo delle onde di quel giorno di mare tranquillo. Vorrei entrare anch’io nell’incanto che ha rapito il pittore calabrese. Lo vedo, riflesso nei suoi occhi persi, il profilo di Morgana, nel cui abbraccio un giorno anche lui è annegato…
    E poi essere il grano bruciato dal sole che sfalda l’azzurro delle iridi del contadino americano…
    E rubare i segreti bisbigliati nelle orecchie del prete, entrare nel calcolo perverso dei pensieri chiusi di quel politico… Ascoltare la musica che assorbe le labbra serrate del musicista…
    E sapere, vorrei sapere…
    Quali paure accartocciano il volto del marinaio… Quale piovra ha strappato gli occhi dell’uomo senza occhi… Come calmare il brivido di tutta l’innocente cattiveria del mondo, disegnata nello sguardo di quello scugnizzo… Capire perché la fine si sfregia di macchie rosse e arancio…
    Ma tutti oppongono dolorose distanze, pur tenendomi prigioniera come nel vortice di una giostra su cui non riesco a salire.
    Perché è solo la propria solitudine quello che ciascuno sembra rimandare. Una solitudine appena appena camuffata… da un cappello da prete, da un paio di lenti stanche, dalla smorfia di fuoco di un trucco sbagliato… Tutti ancora trattenendomi e allo stesso tempo a me sfuggendo.
    Solo i corpi di donna, sulla parete di mezzo, si offrono sfrontati, carichi del colore della carne.
    E cosa ci fate voi qui? Che siete venute a fare? ho chiesto…
    -Siamo venute ad abbracciare quel soldato. Lo vedi? E’ già cenere e sabbia. Quasi riesumato, come fosse appena adesso, dalla terra pallida di una Pompei…
    Metafisica della luce, che i volti ha già tutti quasi dissolti. Solitudine delle donne, che sole hanno sguardi e pensieri anche per lui.
    E quelli, scommetto, sono tuoi amici, cui fai la grazia di un nome. Mimmo, Sergio…
    E va bèh, è bastato un attimo e mi sono innamorata, potevi immaginare, del restauratore di dipinti. Valerio. Non ha occhi che per la sua splendida solitudine che, qualcuno un tempo me lo aveva letto nelle linee della mano, sarà un giorno anche la mia. Ma credi che riesca, prima che il destino si compia, a fargli spostare lo sguardo su di me? Almeno per un attimo, un attimo solo…
    La risposta, lo so, è già nel sorriso trattenuto di Susanna, che sembra farsi beffe dei miei sogni. Le donne, e la loro sottile perfidia…
    L’ho sentita poi ridere, e chiamare gli altri a ridere di me. Un bisbiglio di silenzi tessuti tutt’intorno alla mai povera testa…
    Ora basta! Basta con questo gioco. Ti prego, ti ho chiesto, spezza il cerchio di questo incantesimo. Ti prego, ti prego… ti ho chiamato. Forse anche urlato.
    E alla fine sei comparso, anche tu, emerso come gli altri, dall’intonaco della parete. Finalmente.
    Ma non sapevo… mai mi ero accorta prima, dell’iride pallida del tuo occhio destro. Avevo, sai?, un alano arlecchino. Anche lei (era femmina, Diana), un occhio nocciola e l’altro d’un celeste quasi bianco, e sempre mi chiedevo… e ora mi chiedo di te, se lo sguardo vero sia quello vuoto di bianco che ancora e ancora scava dentro la tua anima…
    Sorridi? Del tuo bel gioco…
    Ma un po’ di magia la conosco anch’io, e riuscirò ad andarmene.
    Conosco un trucco. Mi nasconderò dentro la breve veste di quella donnina, quella che si erge in piedi sfacciata, che sola indossa il colore della vita… della vita nuda…


    Fùtbol

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    E’ finita come è finita. Ma che avrebbe detto Osvaldo Soriano della vicenda della Superlega?
    El Gordo… con la sua immensa passione per il fùtbol, mescolata con quella per la vita, che tutta sembrava voler abbracciare, da quella incontrata sulle strade polverose dei ragazzi della Patagonia, a quella dei viali di Parigi, dove l’esilio l’aveva portato… Non ho potuto che pensare allo scrittore argentino perché se qualcosa del calcio ho pure amato lo devo a lui.
    Prima di leggerne per me il calcio era: a) il ricordo di pomeriggi bambini, in estenuante attesa che papà e zii finissero di ascoltare le partite (alla radio, allora) prima di portarci fuori per la gitarella della domenica; b) un tentativo adolescente di supplente-portiere per i tiri d’allenamento dei miei fratelli e qualche loro amico (nella noia d’un sonnolento pomeriggio d’estate anche questo si può); c) la speranza adulta di vivere in una casa dove non essere spiazzata da qualcuno che… “ma oggi c’è la partita!
    Insomma, mi perdonino sportivi e tifosi, solo un bel po’ di fastidio. Tutto qui. Finché un giorno Osvaldo Soriano è piombato come un fulmine fra le mie letture con i suoi meravigliosi racconti.
    Uno in particolare mi stupì, e leggendo leggendo mi ero sorpresa persino a fare il tifo:
    “Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Rio Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con i biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di domenica non c’era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia dalle dune e il polline dalle fattorie”…
    L’avrete riconosciuto in molti, immagino, “Il rigore più lungo del mondo”.
    La storia della partita dove è in gioco il titolo di campionato della Valle de Rio Negro e sono a fronteggiarsi la scalcagnata Estrella Polar e il rude Deportivo Belgrano, da anni campionissimo. Potete capire che, quando nel finale l’Estrella Polar a sorpresa va in vantaggio, il povero arbitro all’ultimo minuto s’inventa un rigore a favore del Belgrano. E fra il fischio che decreta il rigore con la rissa che ne nasce (“la rissa durò così tanto che scese la sera e non ci fu modo di sgomberare il campo”) e la ripresa dei venti secondi mancanti alla fine della partita con il fatidico calcio di rigore, passano ben sette giorni…
    Sette giorni che raccontano la vita dei due paesi delle squadre che si fronteggiano, che è poi la stessa di tutti gli altri paesi dello sperduto universo di Valle de Rio Negro, la misera vita dei loro abitanti e la rabbia, i sogni di rivincita, dove ognuno la sua partita la gioca tutti i giorni, “contro un avversario o contro la vita”. (Incontri che mi riportano, con tutte le differenze del caso, alla partita lunga quanto la vita di Marcello, nel bel libro di Carlo Miccio, “La trappola del fuorigioco”, ne abbiamo a suo tempo parlato https://www.remocontro.it/2017/06/11/comunismo-johan-cruyff-la-trappola-del-fuorigioco/ )
    Soriano racconta, racconta questi suoi perdenti che pure ama moltissimo: “lo stadio era tutto esaurito e lo erano anche i tetti delle case vicine”, “alla fine tutti tirarono il loro rigore e el Gato (in porta) ne parò parecchi perché li battevano con ciabatte e scarpe da passeggio”, “bene ragazzo, un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal al Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà”.
    Una partita, dentro e fuori il campo, tutta da seguire, e persino io, che nulla so di calcio, mi sono sorpresa a cercare di capire e seguire addirittura le azioni di gioco. Magia della scrittura che nasce dalla passione…
    Soriano, prima di diventare lo scrittore che è diventato e prima ancora di diventare giornalista sportivo, aveva iniziato la sua carriera come giocatore, e neanche male, tanto che, come ricorda Paolo Collo nella prefazione alla raccolta “Fùtbol” (Einaudi), il suo vecchio allenatore, rincontrandolo un giorno, gli disse: “Lei aveva del talento in area. E’ un peccato che sia finito così, a scrivere stupidate”.
    Ed è ricchissimo di bellissime “stupidate” questo fùtbol che la vita attraversa. Mai dimenticando che “come il tango il calcio è cresciuto partendo dalle periferie”. “Uno sport che non esigeva danaro e si poteva giocare senza null’altro che la pura voglia”.
    Quanto è lontana da tutto questo la vicenda della Superlega, l’idea di un campionato per super ricchi…
    La questione per ora sembra chiusa. Rimane il fatto che qualcuno l’abbia pensata e ordita. In questo mondo sempre più diviso fra pochi ricchissimi e sempre più poverissimi (dove anche i virus seguono l’onda e fanno strage di poveri nei Sud della Terra, mentre noi ci teniamo ben stretti i nostri brevetti).
    Che avrebbe pensato dunque di tutto questo Osvaldo Soriano? Di questo calcio che dimentica di essere stato linguaggio comune delle periferie del mondo e che a quel linguaggio, anche sul campo, anche dopo essere diventato un affare miliardario, molto deve ancora…
    Quando Soriano morì Daniel Paz gli dedicò un disegno che apparve su Il manifesto. Ne avevo conservata la pagina e sicuramente ora si nasconde da qualche parte fra le carte dei miei cassetti. L’ho ritrovato, quel disegno, (miracoli della memoria virtuale!) in rete. Ed eccola qui, la risposta di Soriano… nel silenzio del suo profilo, di spalle, che si allontana, insieme all’amato gatto. E chissà dove staranno randagiando adesso…


    La condanna di una pena. L’omicidio di Stato premeditato

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    La notizia è di un pugno di settimane fa. Il 24 marzo lo stato americano della Virginia ha abolito la pena di morte. Una decisione che Amnesty saluta come davvero storica, considerando che dal 1997, anno in cui le esecuzioni erano riprese, la Virginia era stata seconda solo al Texas per numero di condanne a morte eseguite. 113, per la cronaca… E sono così 23 gli stati abolizioni degli Stati Uniti. A un soffio dalla metà degli Stati federati d’America…
    Bella notizia, alla luce anche di quanto leggo nell’ultimo libro di Paolo Passaglia, docente di diritto comparato e costituzionale, “La condanna di una pena, i percorsi verso l’abolizione della pena di morte” (ed. Olschki): “L’abolizione, totale o parziale della pena di morte è incontestabilmente una delle decisioni che segnano in modo più marcato un ordinamento giuridico e una società, dal momento che con essa opera una opzione importante di ordine filosofico e si adotta- generalmente- anche una presa di posizione molto forte a livello politico”.
    “La condanna di una pena”… Penso proprio valga la pena di leggerlo tutto questo testo, mentre leggo nell’ultimo rapporto del Censis sulla situazione sociale del paese che il 44 per cento degli italiani sarebbe favorevole alla reintroduzione della pena di morte, percentuale che tende a salire se si considerano le fasce di popolazione più giovani…
    Certo fa rabbrividire, dopo tanto giusto vanto per una Costituzione, la nostra, che, con l’entrata in vigore nel 1948, ha abolito definitivamente la pena di morte per tutti i reati comuni e militari commessi in tempo di pace. Pena che vivaddio, nel 2007, è stata eliminata anche dal codice militare di guerra.
    Fa rabbrividire… anche se conforta l’opinione di Passaglia che l’abolizione raggiunta per via costituzionale rimane la più solida, rispetto a quella raggiunta per altre vie, come la giudiziaria…
    Invito allora a “studiarlo”, il saggio di Passaglia. Una lettura densissima, dettagliatissima e complessa che, pure da “profana”, ho trovato molto avvincente, col suo sguardo sul mondo a offrire interessanti chiavi di lettura per spiegare la persistenza della pena capitale, e strade e scenari possibili perché il mondo infine se ne liberi. Ma soprattutto, a mio parere, addentrandosi nelle vicende di molti stati di ogni area del mondo, seguendo i cambiamenti, i dibattiti, anche aspri, feroci, le scelte politiche, i passi giudiziari, con la narrazione delle forze che si fronteggiano ed evolvono, o involvono, nel percorso di ciascun paese, questo lavoro molto aiuta a capire la nostra storia. Perché le scelte fatte negli anni, e i tempi e i modi, i valori che le hanno dettate… pure ci dicono chi siamo, da dove veniamo…
    Ci aiuta anche a capire, Passaglia, al di là di dettagli e classificazioni, quanto lunga, complessa è stata la strada, quali i segnali, quante e quali implicazioni, quanto impegno per la conquista, dove è stato possibile, di questo passaggio di civiltà. E quali i rischi, se a volte si è anche tornati indietro…
    Un percorso che in ciascun paese ha assunto diverse caratteristiche. Ma pure ritornano alcuni tratti ricorrenti, come la centralità delle decisioni degli organi politici, l’eccezionalità dell’abolizione per via giudiziaria e, soprattutto, “la crescente influenza delle istanze internazionali”.
    Molta attenzione viene data agli Stati Uniti dove, nonostante ci siano stati casi di decisioni giudiziarie che pure hanno portato all’abolizione della pena di morte, questa non è mai stata dichiarata incostituzionale in sé (incostituzionali magari i tempi, i modi, l’età del condannato, il modo arbitrario e razzialmente distorto con cui la pena veniva irrogata… sic!).
    Confrontando la situazione di stati democratici con quella di stati che democratici non sono, certo si rileva che esiste una corrispondenza tra il rifiuto della pena capitale e la democrazia, ma è “corrispondenza puramente tendenziale, giacché le eccezioni sono numerose”.
    “Ma che cos’è l’esecuzione capitale, se non il più premeditato degli omicidi, al quale nessun piano criminale, per quanto calcolato sia, può essere comparato?”, scriveva Camus nelle sue Riflessioni sulla ghigliottina, dismessa in Francia insieme alla pena di morte nel 1981, appena ieri. Eppure, come non definirla, la Francia, democrazia? Civilissima democrazia… Ma Dostoevskij ci ha già da tempo aperto gli occhi: “la civiltà ha reso l’uomo, se non più sanguinario, in ogni caso, più ignobilmente sanguinario di quanto fosse un tempo” (rileggiamo le Memorie dal sottosuolo).
    Comunque, a conclusione della sua analisi Passaglia, guardando all’influenza culturale del diritto statunitense, immagina che “l’eliminazione della pena di morte in quel paese avrebbe ricadute anche su molti altri sistemi…”. Ipotesi rispetto alla quale, in conclusione, appare piuttosto pessimista, pur augurandosi di ammettere il prima possibile di essersi sbagliato.
    E lo immagino felicissimo, Passaglia… che “il prima possibile” (sorpresa?!) sembra ora avvicinarsi… Mentre aggiunge idealmente un nuovo capitolo al suo saggio con un recentissimo articolo, dove fra l’altro osserva che “l’ultimo scorcio della presidenza Trump, con i suoi eccessi, ha forse fornito un ulteriore elemento alla causa abolizionista: l’occasione”. E ci fa notare che forse non a caso, in reazione alle ultime esecuzioni, vari esponenti democratici del Congresso stanno presentando progetti di legge per l’abolizione della pena di morte. “Forse qualcosa si sta muovendo, e nel verso giusto”.
    E forse qualcosa si sta muovendo nel verso giusto anche da noi, nonostante l’umore nero dettato da antichi risentimenti e nuove inquietudini di cui parla il Censis…
    Con buona pace dei populismi nostrani, che da destra a sinistra non vedono soluzione di continuità, la Corte Costituzionale ha infine dichiarato l’illegittimità dell’ergastolo ostativo. Il regime che, nato sull’onda dell’emergenza criminale degli anni ’90 del secolo scorso, da decenni inchioda al momento del reato a prescindere dal reale pentimento di chi l’ha commesso. Il regime che ha prodotto “quelli della morte viva” (ne parlo spesso e da tanto… https://www.remocontro.it/2016/02/21/ergastolani-scampo-libro-quotidianita-lora-dei-limoni-neri/ ad esempio ). Nulla di immediato, la Corte dà un anno di tempo al Parlamento per le necessarie modifiche normative. Ma intanto qualcosa anche qui si muove. Ancora la condanna di una pena. Ne parleremo…


    A proposito di Cristo

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    “Il dolore causato da tragedie singole e collettive permane e aumenta. Nelle carceri invivibili quanto inutili strumenti “rieducativi”, nelle immense baraccopoli situate nelle periferie di grandi Città, negli ospedali dove spesso termina nello strazio tecnologico la nostra esistenza biologica, la gabbia kafkiana non allenta le sue tragiche porte blindate…”. A proposito dello Stabat Mater, di Cristo, della nostra storia…. Vittorio da Rios, che ancora ringraziamo… :

    “Ma noi esponenti della tradizione religiosa della Tribù Bianca che cosa realmente conosciamo del Cristo Storico, della sua giovanissima madre e del reale contesto Storico in cui visse e operò? Non ancora a sufficienza nonostante i vangeli sia canonici che apografi quanto una vastissima letteratura in materia. Il Maier studioso Statunitense di rilievo con “L’ebreo Marginale, ripensare il Cristo storico”, che con il quinto volume dedicato alla attendibilità delle parabole termina questa monumentale opera in cinque volumi pubblicata dalla Queriniana di Brescia, cerca di ritrarne storicamente la figura. Sempre dalla Queriniana qualche anno fa è stata tradotta l’opera collettiva corposissima curata dallo Zimerman, grande studioso e teologo tedesco, sempre sulle parabole attribuite a Gesù. Una gruppo si giovani e valenti studiosi di varie discipline: storici-antropologi-archeologi-teologi e filosofi-economisti,ecc. hanno riproposto una nuova interpretazione delle parabole pronunciate da Cristo posizionandole nel reale contesto storico-sociale ed economico di quel tempo, utilizzando moderni strumenti scientifici ed ermeneutici interpretativi. Ho ritenuto di fare questa breve introduzione per riallacciarmi al capolavoro domenicale della carissima Francesca. A noi in massima parte, come rileva spesso sia nei sui libri quanto in una infinità di conferenze per l’Italia Alex Zanotelli, sfugge la reale figura e l’agire del Cristo Storico. Ben sappiamo che gli storici dell’epoca poco ne parlano a parte Giuseppe Flavio che cita Cristos che opera e predica in Palestina, “guerre Giudaiche”, ma non aggiunge gran che. Tuttavia per il fascino esercitato dal personaggio Gesù vi sono ora una vastità di studi e di escavazioni storiche, io ne ho accennato due tra le maggiori. Si narra con indubbia attendibilità che Gesù poco prima di iniziare la sua predicazione-educazione-e acculturazione del popolo abbia avuto notizia di cosa accaduto a Sepphoris, antico nome greco poi romanizzato del villaggio a circa sei chilometri da Nazareth, dove al tempo di Gesù ci fu una sollevazione di popolo per opporsi alla Schiavitù imposta da Roma e da Erode. Varo curò la repressione, fece circondare il villaggio dai legionari ed eresse, cosi ricorda Alex Zanotelli, oltre 4 mila croci le quali è bene rammentarlo (cosa che non emerge dalle croci da noi conosciute) erano tutte provviste di un “seggiolino” a che l’agonia durasse anche fino a cinque giorni altrimenti il corpo in poche ore sarebbe collassato. Erette le croci e fissati gli sventurati, il villaggio fu circondato affinché nessuno disturbasse l’immane e orribile scempio di creature umane, né i famigliari potessero poi recuperare i corpi che erano lasciati ad avvoltoi e animali vari. Il Cristo visse in quel contesto di spaventosa violenza e sopraffazione praticata sistematicamente dalle autorità romane-erodiane e sacerdotali. Chi si opponeva alla criminale vessazione tassativa che rendeva il popolo schiavo finiva crocefisso a prossima e futura memoria. Bene, quello fu il contesto in cui operò il Cristo Storico, che combatté con gli strumenti che aveva in un realtà storica-sociale di spaventosa ignoranza quanto di sistemica violenza, dove le donne venivano considerate spesso bottino di guerra e rese schiave sessuali da mettere nei bordelli. E noi cosa ne abbiamo fatto? Una icona pietistica a cui appellarci per redimere ipotetiche colpe, “il peccato”, e creare situazioni intimistiche devozionali per sopperire alla tragedia che spesso è la vita. Veniamo alla questione delle Madri e figli e figlie che non hanno resurrezione. Ai patimenti del dolore delle morti in carcere da violenze di ogni tipo, negli infiniti agglomerati abitativi sparsi nel mondo dove guerre e massacri giornalmente si consumano spargendo lutti e corpi a brandelli. Pensiamo alla tragedia del Mediterraneo dove migliaia di vittime provenienti dall’Africa, dalla Siria, da zone asiatiche, ancora giacciono sepolti nel mare… e noi a finanziare e ringraziare i criminali che nei lager libici torturano, stuprano donne e adolescenti, e assassinano sistematicamente. La stessa atroce criminale violenza in cui visse e fu vittima il Cristo. Niente è cambiato da quel tempo. L’ominide rimane una massa di neuroni e cellule ancora da amalgamare razionalmente. Nonostante il sapere e la sua evoluzione filosofica-scientifica. Come uscire da questa apocalittica condizione? Gli strumenti fin qui adottati si sono rivelati inadeguati se non inutili. Il dolore causato da tragedie singole e collettive permane e aumenta. Nelle carceri invivibili quanto inutili strumenti “rieducativi”, nelle immense baraccopoli situate nelle periferie di grandi Città, negli ospedali dove spesso termina nello strazio tecnologico la nostra esistenza biologica, la gabbia kafkiana non allenta le sue tragiche porte blindate che racchiude “l’universo orrendo” di memoria pasoliniana. Il racconto fatto da Francesca sia da stimolo per percorrere altre strade, individuare orizzonti appena scrutati, per recuperare e progettare una nuova umanità. Ripensare lo stesso concetto del diritto che manca drammaticamente oggi. Un lavoro enorme da fare sui giovani e sui futuri intellettuali, modificare la spaventosa macchina odierna definita da Sertorio “il mostro tecnologico di potenza armiera consumistica finanziaria”. Mostro sfuggito al controllo dell’uomo stesso che non può che costatarne le tragiche conseguenze. Ho riportato di nuovo questa definizione del Prof Sertorio perché sinteticamente descrive la tragedia rappresentata oggi dall’era catastrofale. Ci conforta un assioma del Croce sottolineando l’universalità della filosofia. Dichiarando che essa è sempre presente nell’agire umano, e che dove è grande e benefica i Paesi prosperano, mentre le filosofie deteriori e deboli portano alla rovina gli Stati e le comunità e pertanto spetta ai veri filosofi ai grandi pensatori il dovere di combattere le filosofie deteriori e negative. Gran parte delle cause se non tutte delle tragedie attuali le ritroviamo qui. Grazie infinite cara Francesca. Un caro saluto Vittorio” Vittorio da Rios

    Stabat Mater

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    Remando all’incontrario, per noi che siamo abituati ad andare avanti in fretta e appena appena soffermarci sulle cose, che già tutto ci è alle spalle… Vi invito a fermarvi, voltarvi un attimo indietro al tempo appena passato. Perché certo, abbiamo appena celebrato la rinascita, e tirato un sospiro di sollievo dopo i giorni della passione, per questo Cristo infine risorto, volato verso verdi pascoli… Ma c’è chi nel dolore rimane.
    No, nessuna resurrezione cancella il dolore delle madri. E mi riporta e inchioda a quell’altra metà della settimana di passione (ed è dolore che mai passa) un singolarissimo, densissimo, Stabat Mater. Cortometraggio prodotto dall’associazione Teatrale Electra, con la regia di Giuseppe Tesi, realizzato nella casa circondariale di Pistoia. Dove la passione di Cristo rivive con i suoi detenuti, affiancati da due qui splendidi attori professionisti, Melania Giglio e Giuseppe Sartori. Passione liberamente interpretata e ispirata al dramma poetico di Grazia Frisina, Stabat Mater, appunto…
    Di lui non ero madre, io non sono mai stata madre, ma ho visto le sue piaghe, la sua carne viva sofferente, squarciata sull’altare, il suo corpo offeso, sputato. Lo guardavo con compassione, come fossi stata io quella che l’aveva messo al mondo. Io, nonostante il mio utero cavo…
    Ed eccola lì, al centro di tutto, Madre dolorosa. Vestita di veli neri, che entra correndo attraverso i corridoi, e la veste e il manto si gonfiano in rivoli bui… “Chi potrà guardarla senza sentirsi sprofondare?”. E la domanda ti percorre come un brivido, insieme ad altro interrogativo: come si può mai sopravvivere a tanto dolore? Pensando a madri di guerre e violenze pubbliche e private a noi contemporanee, che non conoscono resurrezioni.
    Ma tutto è pronto per lo spettacolo…
    Presto accorrete! Presto sul baraccone del Golgota / ecco il suo trionfo /lo spettacolo è servito…
    Scennite affacciatevi , facite ‘mpresso Venite venite, muviteve signori, o’ pazzò o’ Cristò è arrivato
    Gesù o’ pazzò.
    L’evento del secolo in un’unica serata… Avanti gente: tre biglietti al prezzo di due e per i nani gli zoppi, gli imbecilli gratis l’ingresso…
    Non stupisce, sul palcoscenico di un carcere, l’eco napoletano, che si intreccia con le altre voci. Ma tutti, o quasi, sono accenti del sud del mondo, in queste nostre prigioni che sempre sono un sud, ovunque si trovino. E non c’è sfondo migliore di ombre di corridoi sbarrati, del grigio di recinti di mura e matasse di filo spinato, per suggerire il percorso di destini già scritti.
    Se Grazia Frisina ha dato voce nel suo ardito Stabat Mater al silenzio di Maria, Giuseppe Tesi col suo film dà voce al silenzio dei detenuti. E il silenzio e le voci dell’una e degli altri qui mirabilmente si intrecciano…
    “Si sentono rumori di stoviglie, di oggetti, di ferro, e questo mi ricorda che sono in un carcere”.
    “Sto pagando… anche se la mia vera punizione non è il carcere, ma rimanere senza fare niente… io che sono uno attivo… qui dove non mi è possibile pensare a un futuro, costruirlo, crescere…”.
    “Sono caduto molte volte. Purtroppo ho avuto lutti molto gravi, ho perso la prima compagna, un bambino ancora piccolo…”
    Noi giaciamo negli abissi marini, in queste stanze spiate…
    “e ho iniziato ad apprezzare la gente che lascia tutto fuori per venire per qualche ora a incontrare noi …”
    “Ecco guardate, hanno ucciso la madre e il figlio… Cristo il segno della ribellione, Maria il sigillo dell’obbedienza, a lui il tradimento e l’infamia, a lei l’incoronazione del dolore… uno stupro di tutta se stessa”
    Ritorna il brivido della domanda: come si può mai sopravvivere a tanto dolore?
    Dunque, è morto…
    In una delle poche scene girate fuori dal carcere, Maria trascina il corpo del figlio fra le dune di una spiaggia, e con pugni di terra ne ricopre le membra. Immediato è il richiamo al gesto di Antigone che ricopre di terra il corpo di Polinice. Sorella che è sentimento di Madre, e l’una sfuma nell’altra… E madri e sorelle, tante, ho visto anch’io sul confine delle carceri, a riempire i luoghi dell’attesa per un colloquio, per uno sguardo, per l’illusione del dono di briciole di tempo… e sono sorelle-madri, a tenere vivo il filo della comunicazione fra la vita morta del dentro con quella per quanto possibile rimasta viva che è fuori. Ma “il balsamo dei baci” delle une come quello delle altre “non si fa salvezza”…
    A chi gioverà tutta la fiera di questo strazio?
    E torna la Madre, nella posa e nel gesto di tante madonne addolorate delle nostre chiese, in una scena che molto emoziona. Perché davanti a questa madonna che è corpo dolorante e vivo, inizia una danza, al ritmo dei singulti di una vecchia canzone napoletana (ancora eco e sentimento del sud): “Indifferentemente”…
    “Famme chello che vuo’/ Indifferentemente/ Tanto ‘o ssaccio che só’/ Pe’ te nun só’ cchiù niente/
    E damme stu veleno/ Nun aspettá dimane/ Ca, indifferentemente/ Si tu mm’accide nun te dico niente…”
    Poche cose, devo dire, sento richiamo alla vita come un gruppo di uomini che dal profondo delle viscere fa nascere il ballo. Indifferentemente… In attesa che la vita risorga, davvero, per tutti. Ma intanto, sempre Stabat Mater, la “reine du monde” che forse tanto onore non chiedeva.
    Un cortometraggio densissimo, questo Stabat Mater, di richiami e citazioni e simboli… 30 minuti che non basta vederli una volta, per trattenerli tutti…
    Bello, questo lavoro dove linguaggio della poesia e linguaggio del cinema cantano all’unisono e diventano, anche, percorso formativo e di crescita per un futuro di integrazione. Nonostante tutto, nonostante la prigione che il virus dei nostri giorni ci ha costruito intorno e, anche lì, ha rallentato e complicato i tempi e i modi della lavorazione del film. Potete immaginare… Ma nessuno si ferma. “Stabat Mater” verrà proiettato appena possibile a Pistoia, dove è stato prodotto. Per poi viaggiare per l’Italia, DPCM permettendo…
    Per ora, il regalo di questo assaggio… https://www.facebook.com/watch/?v=2796826830532090