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    Un tuffo al cuore…

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    Vittorio da Rios, prendendo spunto dalla storia di Joy ci regala una sua struggente testimonianza. E ancora riflessioni sull’uomo….

    “Ringrazio Francesca, che ancora una volta si dimostra unica nell’affrontare le grandi piaghe e sofferenze dell’umanità contemporanea. Debbo riconoscere che ho avuto un tuffo al cuore nell’aprire e poi leggere il suo lavoro fatto oggi che per la tradizione cristiana ha un particolare significato. Perché un tuffo al cuore? La memoria: ” sembra ieri” è andata a circa 22 anni fa quando una tarda serata ritornando da una visita fatta a un caro amico che abitava nei pressi di Bassano attraversando una trafficata arteria nel trevigiano “sinistra Piave” rimasi colpito dalle decine di giovane creature di colore addobbate con vestiari succinti da evidenziarne le “grazie” assiepate ai cigli e nelle stazioni di servizio. Non nego la mia iniziale curiosità quasi morbosa innanzi a un simile spettacolo e iniziai a cercare di capire non tanto cosa ci facessero li, il che era evidente, ma come erano capitate li e cosa c’era dietro a quel movimento che interessava a livello nazionale migliaia e migliaia di creature giovani anzi spesso giovanissime: CARNE “FRESCA LA DEFINÌ” IN UN SUO CAPOLAVORO PRODOTTO PER RAI TRE DA C’ERA UNA VOLTA IL CARISSIMO DA POCO SCOMPARSO SILVESTRO MONTANARO. E da quel momento iniziò quasi tutte le notti per un tempo non breve la mia quasi solitaria azione di OPERATORE DI STRADA con non pochi rischi di varia natura.Avvisai i Carabinieri della mia presenza e agire, che mi dissero di stare attento, e che loro a parte qualche “retata indentificatoria” delle ragazze tutte cautamente private di qualsiasi documento da parte dei loro aguzzini, altro non potevano fare.Bene ne conobbi una infinità di creature la maggioranza nigeriane, ma poi iniziarono ad essere presenti le ragazze dell’Est. comprese le albanesi, nel momento della tragica diaspora di quel popolo. Una sera mentre cercavo una ragazza di colore che qualche notte prima mi era venuta incontro evitando per poco di investirla, disperata e affamata che era ospitata in un appartamento a Padova assieme a altre infelici come lei, dove gli sfruttatori avevano il controllo diretto e mi fece vedere le bruciature sulla pelle causate da sigarette e le tracce di percosse perché la notte non aveva “lavorato” a dovere. La riaccompagnai a Padova mi fermai a uno di quei chioschi mobili notturni e li comprai dei panini e delle bibite e gli diedi le poche migliaia di lire che mi erano rimaste in tasca. Valutai l’opportunità di portarla dai Carabinieri ma pensai che a ben poco sarebbe servito. Stavo evidenziando che cercando questa ragazza che non riuscì più a rintracciare mi fermai in una stazione di servizio dove vi erano assiepate una decina di ragazze nigeriane, era oltre mezza notte. Appena mi vide si avvicinò una di queste ragazze molto giovane 20-22 anni parlava poco in italiano. Cercai di farmi capire se conosceva quella ragazza dandogli alcuni cenni identificatori. Ma non ricavai nulla e me ne andai. Poi pero essendo rimasto colpito da questa creature per lo sguardo a cercare aiuto ritornai subito li. Lei mi vide mi venne subito incontro la feci salire e li diedi 50 mila lire, la cifra stabilita dai suoi sfruttatori. Gli disse cercando di farmi capire che la volevo aiutare, mi guardo colpita, poi lo sguardo come a cercare qualcosa di indefinito quasi si rasserenò e dai suoi occhi neri iniziarono a scendere copiose sulle guance le lacrime. Gli diedi il mio numero di telefono di casa e inizio una vera battaglia per sottrarla da quella condizione di schiavitù, RITA era il suo nome convenzionale. Fu una battaglia vinta, e non fu la sola ovviamente. RITA la sottrai alla tratta criminale, le feci avere il permesso di soggiorno poi un lavoro, una casa, successivamente la doppia cittadinanza italiana-nigeriana. Ne è rimasta una tenera profonda e affettuosa amicizia. Soffriva di asma RITA non trattata da bambina che curai e guarii quasi del tutto. Ancora adesso quando mi chiama mi ringrazia e mi “definisce il suo salvatore” altrimenti non sapeva cosa di ancor più tragico il destino le avrebbe riservato, forse la morte sicura. aveva frequentato le scuole superiori e alcuni anni di università nella sua città Benin City Ora abita in Inghilterra vicino a dei suoi parenti stretti e ha un ragazzo di 15 anni. RITA è una delle diverse ragazze che riuscii a strappare da quella condizione innaturale per una donna giovane e spesso giovanissima. Ritengo che il quadro dello sfruttamento sessuale delle donne africane, Latino Americane, asiatiche dell’Est ecc. rispetto a 20 anni sia ulteriormente peggiorato da notizie che si possono apprende da associazioni e organizzazioni che operano dentro queste tragedie della modernità catastrofale. Si ha un’idea di quante di queste ragazze non solo nigeriane sono scomparse nel nulla uccise? Erano e sono nulla, senza documenti fragilissime, totalmente schiavizzate e i loro corpi merce che rende miliardi di euro o dollari che si voglia alle organizzazioni criminali internazionali. Ma qui c’è assoluto bisogno di un cambio radicale di paradigma culturale-conoscitivo della realtà schiavistica che tiene prigioniere di fatto milioni di giovani creature. Mi preme evidenziare questo particolare a riguardo di quelli anni quando una sera era un sabato estivo oltre l’una di notte presso una stazione di servizio arriva una mercedes di classe alta, e scarica una giovanissima creatura. Mi venne spontaneo far rilevare al “signore” in giacca e cravatta, fruitore di quel poco più che adolescente corpo che quella creature poteva essere non sua figlia ma nipote. E anziché farsi fare prestazioni che moglie o amanti si rifiutano, si fosse chiesto cosa ci fa li e come ci è arrivata una poco più che ragazzina? Perché non l’ha accompagnata a casa rifocillata e vedere come poteva aiutarla? Sbatte la portiera dell’automobile e sgommò via in velocità. Pasolini aveva ragione quando già tra gli anni fine sessanta primi settanta, definì l’italiano medio un “potenziale criminale” e i fatti accaduti in questi ultimi decenni ne sono una tragica conferma. In quelli anni tu mettevi assieme una decina di ragazze nigeriane e avevi una cifra che oscillava tra i 900 milioni, e un miliardo di vecchie lire. Tutte indistintamente avevano un “debito” costruito da pagare alle organizzazioni criminali internazionali tra i 70 e 90 milioni di lire: 35-45 mila Euro. Bene questo era ed è il tragico quadro che riguarda una infinità di giovanissime creature. Il caro Silvestro ogni anno finché era in RAI dedicava un trasmissione a questo fenomeno. Tratta delle donne a fini schiavistici e reti pedofile, e questo inquietava le menti che dirigevano la TV pubblica dicendoli ne hai parlato una volta perché “tornarci su” e Silvestro spiegava a queste “menti” perché lui ci tornava “SU” perché vedeva il fenomeno in grande crescita con decine di milioni di “turisti” che frequentano ogni anno i “paradisi sessuali e in particolare quelli per pedofili. In America Latina Brasile, poi l’Asia Cambogia in particolare, e paesi dell’Est europeo. Questa sua estrema coerenza nel raccontare cercando di creare coscienza collettiva su un squallido fenomeno che interessa ogni anno circa 100 mila compatrioti che il carissimo indimenticabile Silvestro fu estromesso dalla RAI cancellando il suo prestigioso programma di CERA UNA VOLTA. Questo mio breve pensiero va anche a suo doveroso ricordo. ” Vittorio da Rios

    Il mio nome è Joy

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    Come meglio celebrare il giorno della Pasqua se non col racconto di una rinascita… e la rinascita di cui oggi vi voglio parlare è quella di Joy, ragazza venuta dalla Nigeria. Un grido di libertà, dopo il tremendo calvario della schiavitù della tratta.

    A farmi conoscere la sua storia è stata Alma, Alma Jahollari, amica di Caserta, che… “Quando l’ho incontrata, nella sartoria della cooperativa ‘newHope’, mi ha colpito col suo sorriso. E’ una ragazza dolcissima. Devi parlarne!”. E mi ha regalato il libro nel quale, grazie alla penna di Mariapia Bonanate che ha raccolto le sue parole, Joy si racconta…
    “Io sono Joy”, il titolo. E così esordisce. Poi continua: “Io sono Lowet, Glory, Esoghe, Sophia, Mary, amiche che hanno una storia simile alla mia e a quella di migliaia di ragazze nigeriane”. E insiste. “Il mio nome è Joy, non Jessica, come decisero di chiamarmi i miei aguzzini la mattina che mi rubarono l’anima, il corpo e il nome”.
    Quante volte abbiamo sentito parlare di tratta di donne, di donne nigeriane, soprattutto… i dati, gli arresti, qualcuna che scompare, qualcuna che si salva… Eppure, “nel buio fuligginoso dell’indifferenza sociale, sono rimaste storie tanto sconosciute quanto sinistramente onnipresenti nelle nostre società globalizzate”, annota papa Francesco, nella prefazione che dona al libro.
    Alla men peggio, quel che accade a queste donne pensiamo, con distratta sufficienza, di poterlo immaginare…
    E’ invece davvero inimmaginabile tutto quello che può succedere a una ragazza convinta con l’inganno ad abbandonare la sua terra, sottoposta a riti woodoo e poi imbrigliata in una rete infernale dove, come tanti migranti, si è espropriati di tutto, dove non si è più persone, si diventa schiavi, e le donne, prima di diventare schiave del sesso nel paese d’approdo, vengono affamate, stuprate decine e decine di volte, fatte oggetto di violenze inaudite. Benin City, Kano, Agadez, Murzuq, Brach. Tripoli, Misurata… le tappe di prigioni che si susseguono, di padrone in padrone, prima della traversata sui barconi, per essere poi inghiottite da una delle prigioni nostrane. E la prima domanda che affiora, dopo aver letto di tanti tremendi dettagli, è come sia possibile sopravvivere a tanto, e con che lacerazioni dell’anima, quando si sopravvive…
    L’ultima prigione a cui è approdata Joy, come tante altre sue compagne, si chiama Castel Volturno, in quel della provincia di Caserta.
    Non possiamo immaginare. Bisogna leggere, ascoltare le sue parole. Per sapere di terribili verità, ma anche, soprattutto, per guardare con sguardo meno appannato a quello che pure è sotto i nostri occhi, lungo il ciglio di tante nostre strade, dove alla violenza dei “padroni” si aggiunge la nostra violenza… quella di quegli uomini di cui troppo poco si parla, che all’ombra della nostra indifferenza, che diventa in qualche modo consenso, quei corpi chiedono, usano, deturpano…
    “Quando sei sul ciglio della strada passano in macchina, lanciando acqua sporca e oggetti che possono ferirti, e feriscono ancora più per le parole volgari… Sei sempre terrorizzata che arrivi la polizia, di non riuscire a scappare in tempo… Ti sconvolgono quei padri che portano con sé i figli, a volte poco più che bambini, chiedendoti di farli assistere al loro rapporto sessuale perché possa poi insegnargli come si fa…”
    Joy è stata fortunata. Con l’aiuto di un ragazzo africano, che collabora con la questura di Caserta, riesce a scappare… e trova infine accoglienza a “Casa Ruth”, il centro fondato da Rita Giarretta, l’orsolina che tante ragazze ha salvato e aiutato a costruirsi una nuova vita.
    “… nel bagno c’era del sapone, degli asciugamani morbidi e un vestito… mentre l’acqua scorreva sulla mia pelle mi sentii rinascere… quando sono uscita dalla doccia Jessica era scomparsa…”
    Mai più Jessica, e riappropriandosi del suo nome ritrova “quel corpo che avevo odiato, perché era diventato una merce avariata che puzzava degli odori ripugnanti di chi lo deturpava”.
    Non è la prima volta che Alma mi racconta delle ragazze di Casa Ruth. Quando l’ho ringraziata per aver condiviso con me anche questa storia, le si sono riempiti gli occhi di lacrime… E ho capito perché, quando può e come può, anche lei testimonia, racconta, aiuta… lei che non dimenticherà mai, mi ha detto, un’altra ragazza che aveva incontrato un giorno in una stanza d’albergo dove faceva pulizie e che… “non sono riuscita a salvare”.
    Era una minorenne, albanese (l’est, altra via di orrendi traffici). “Mi ha fatto tanta tenerezza, mi aveva chiesto aiuto, e mi aveva fatto vedere il suo corpo massacrato… le avevano bruciato un capezzolo, per punizione, per non aver guadagnato un giorno la somma che il suo proprietario esigeva”. Le aveva chiesto aiuto, ma prima che Alma riuscisse a fare qualcosa, è stata uccisa dai suoi carcerieri, che avevano capito… E come non pensare ancora ai clienti, che quel corpo pure avevano continuato a usare, deturpare…
    Ancora due parole su Joy. Si affaccia continuamente, nel suo racconto, il pensiero di quel Dio al quale sempre lei si rivolge. “Sono partita dal mio paese pensando di fare la tua volontà, e aiutare la mia famiglia”, ma… “adesso dove sei?”. Dov’era mai quel dio che pure “mi aveva tradito”…
    Joy ce l’ha fatta anche perché sorretta, viene da pensare ascoltando le sue parole, dall’immensa forza che è delle donne della sua terra, che l’ha sostenuta finché anche Dio è ritornato, nell’abbraccio di Casa Rut, dove ora la sua nuova vita è continua rinascita.
    E allora un pensiero alla vita che risorge qui sulla terra, col ricordo di un’immagine incontrata in non ricordo più quale chiesa, ma che molto mi sembrò significare…
    Era una scultura in bronzo. Un Cristo forse appena risorto. Forse già in volo. Sospeso lassù, inchiodato al muro, a un salto dall’altare. A un passo dalla luce della vetrata. Con le mani e le braccia gentilmente scostate dal corpo, una verso l’alto, l’altra verso il basso, come nel gesto gentile di una danza, con l’ampia veste allargata a campana. La prima impressione è stata che la pesantezza di metallo della tunica lo trattenesse ancorato alla terra. Anche se a tratti la spinta contraria dello spazio cavo sotto la veste rigonfia diventava più forte illusione di volo. E il moto immobile di quell’ampia veste mi è sembrato a un tratto sciogliersi nel vorticare senza fine di danza di derviscio, che a un passo dal suolo soffia, ma che la terra mai non abbandona…
    E buona Pasqua a tutti.

    Sulla strada del pensiero libero…

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    Louise Michel e tante altre e altri… Paolo Rausa ci riporta sul sentiero della storia, per ricordarci quanti “fulgidi esempi per tutti a dimostrazione che le idee giuste vivranno per sempre”.

    “Ci sono figure che ci ricordano quanto è erta la strada del pensiero libero e dell’azione. Molte fra queste sono donne, che hanno fatto della libertà e della giustizia la loro dottrina sociale. E hanno sacrificato sé stesse per affermare i principi di eguaglianza sostanziale. “Ovunque troverò qualcuno che si unirà a me senza dover prestare giuramento alla mia bandiera.”, così diceva Michail Bakunin, perché certi principi non hanno bisogno di vessilli ideologici ma di spiriti magni. Louise Michel era una di questi. Ringraziamo perciò Anna Maria Farabbi che ci ha fatto dono di questa reminiscenza della memoria. L’esperienza politica della Comune di Parigi, sebbene per pochi mesi, ha rappresentato la possibilità di gestire la cosa pubblica senza per questo assumere il potere di decidere sulla vita delle persone ai fini della propria grandezza o per i propri interessi. Una società che ha smarrito il senso comune e il significato della kléos greca, la gloria, come prestazione non solo della propria affermazione personale ma come modalità di esaltazione di comportamenti virtuosi, degenera nell’esercizio del potere come dominio sulle persone e sulle cose. Per fortuna non sempre è così e Louise Michel ce lo ricorda. E’ possibile lottare perché si affermi il concetto di esercizio comune e collettivo del vivere per superare la divisione in classi sociali che generano privilegi e sottomissioni. Esperienze vissute anche da altre donne. In Italia per es. dalla napoletana Eleonora Pimentel che ha promosso insieme ad altri spiriti eletti la rivoluzione del 1799, schiacciata nel sangue dalle truppe sanfediste del cardinale Ruffo. E lei impiccata senza che fossero coperte le sue parti intime perché il suo esempio doveva generare repulsione e obbrobrio. In nome di una monarchia che di lì a qualche decennio sarebbe decaduta in tutti i sensi, civile, morale e politico. L’interesse commerciale e affaristico si oppone a far risultare possibili e vincenti certi esempi perché sarebbero contagiosi. Si dimostrerebbe così che certe forme di organizzazione sociale e politica perpetuano le ingiustizie, oltre che favorire gli interessi di poche persone, di uno sparuto ceto di aristocratici e potenti affaristi. Come nell’antica Roma il triumviro Grasso, che avrebbe potuto consentire a Spartaco di imbarcarsi da Brindisi e lasciare il suolo italico, ma serviva l’esempio e quindi preferì annientare nel modo più crudele quei poveri diseredati che avevano osato mettere in discussione il dominio imperiale. L’interesse economico cannibalizza e distorce tutte le nostre aspirazioni, sino a confonderle ma non chi riesce a capire il meccanismo e lo denuncia, come sosteneva Bertold Brecht: “Ci sono più crimini nel fondare una banca che nel rapinarla.” Un’altra donna mi piace ricordare, Rosa Luxemburg, una socialista senza dogmi, a 150 anni dalla sua nascita, per la libertà del pensiero e dell’azione. Una donna di corporatura minuta e con una deformazione all’anca che la costringeva a zoppicare fin da piccola, ma dallo spirito indipendente e autonomo nelle analisi e nelle proposte politiche. Ha lottato contro numerose avversità, andando sempre controcorrente e pagando di persona: morì assassinata da miliziani di destra. Riteneva che il socialismo avrebbe dovuto espandere la democrazia, non ridurla. Non condivideva l’idea del partito come nucleo compatto di rivoluzionari di professione propugnata da Lenin perché temeva che un partito centralizzato avrebbe comportato un’obbedienza cieca dei militanti all’autorità centrale. Al partito attribuiva la funzione di sviluppare la partecipazione sociale, non di soffocarla. Per opporsi alla guerra, compresa la sua finalità economica capitalista, sostenne la necessità dello sciopero generale dei lavoratori contro la barbarie militarista, ma molti a sinistra compreso Marx non ne compresero la spinta rivoluzionaria. Destini amari, ma fulgidi esempi per tutti a dimostrazione che le idee giuste vivranno per sempre.

    Paolo Rausa

    E’ che il potere è maledetto, e per questo io sono anarchica

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    Ho creduto necessario portare questo fuoco femminile in Italia, peraltro ancora troppo poco conosciuto, quanto mai attuale e stimolante in un clima di confusione, decadenza e svilimento generale”.
    Il fuoco femminile è quello di Louise Michel, la “grande dama francese dell’anarchia”, che tutti ricordiamo protagonista della Comune di Parigi, “una delle più radicali esperienze di sovversione dell’ordine politico, sociale e culturale”.
    Chi ce ne regala le parole, curando un’antologia di testi scelti dalla vastità delle sue opere, è Anna Maria Farabbi, altra donna di fuoco, ché di fuoco sono anche le sue poesie e i suoi scritti…
    Bell’incontro. Esplosivo direi. A cominciare da come Anna Maria Farabbi spiega che… “Ho scelto lei perché la sua vita e la sua penna hanno vissuto in uno stesso corpo, con potenza laica, anticlericale, dirompente, carismatica”. E brano dopo brano, anche noi travolge, la vita di Louise che, fra i personaggi più significativi della seconda metà dell’800, fu insegnante, comunarda, femminista, anarchica” e tutto della sua impetuosa vita appuntò in pagine e pagine di diari e poesie.
    Nelle prime pagine del libro c’è un ritratto, che Anna Maria Farabbi sceglie per farci conoscere il volto di Louise. E’ un’immagine del 1871. Guardatela. Volto “pulito, diretto, acuto, singolare, mirato”. Dove tutto, il suo pensiero, la sua personalità, la sua vita anche, sembra riassunto.
    Lo stesso piglio, viene da pensare, di quando, davanti al giudice del processo nel quale, dopo la tragica fine della Comune, è imputata fra l’altro di istigazione alla guerra civile, disse: “Difendermi? A che scopo? Non cambierei la vostra sentenza… Ma prima di sedermi ci tengo a glorificare la memoria di coloro che furono fucilati a Satory! Sì. Lo dichiaro pubblicamente, essi sono martiri della Rivoluzione sociale di cui mi vanto essere una delle promotrici”.
    Louise Michel… certa che “come è passata l’antropofagia, passerà pure il capitale”, convinta della “necessità che i diseredati, i fuorilegge scelgano non la forza, ma il diritto”, lei che punta il dito contro la “danza macabra delle banche, lo spreco dei governi deliranti”. E quanta attualità…
    Comprende proprio tutti e tutto il pensiero della sua rivoluzione sociale: le donne, i bambini, gli anziani. Non c’è umile che venga escluso. Arriva ad abbracciare, Louise, anche gli animali. “Perché” sottolinea Anna Maria Farabbi, “considera la società come un unico corpo organico dentro cui ogni vita, vegetale, animale, minerale che sia, ha diritti di esistenza, per il cui rispetto è necessario combattere”.
    Un cuore davvero immenso, quello di Louise Michel… che non denuncerà il ragazzo che, a Le Havre, al termine di un discorso attentò alla sua vita.
    E canta… “Una fanfara suona nel fondo del buio mistero/ e molti la seguono: io la ritroverò. / Ascoltate, si sentono passi grevi in terra/ è una scia umana, a lei mi unirò”.
    Contro il potere che è maledetto…
    “E’ vero forse – scrive- che le donne amano la rivolta. Noi non valiamo più degli uomini, ma il potere non ci ha ancora corrotto”. E confida a una compagna del lungo viaggio verso la Nuova Caledonia, dove viene deportata dopo la condanna, di essere convinta che “ciascun uomo al potere non possa far altra cosa che commettere crimini”. Chissà, mi chiedo, che avrebbe detto oggi della storia delle quote rosa, qui a chiedere di essere ammesse a rosicchiare, permettetemi, fettine di potere. Ché presto abbiamo dimenticato quello che pure noi abbiamo con De André cantato, che “non esistono poteri buoni”…
    Campo di concentramento, prigionia, deportazione… non le fu risparmiato neanche l’internamento nell’ospedale psichiatrico… ché la sua intrattabilità era davvero troppa!
    E come contenere una donna risolutamente convinta delle sue battaglie, certa che “dai nostri tempi maledetti verrà il giorno in cui l’uomo, cosciente e libero, non torturerà più né il suo simile né le bestie. E per questa speranza vale la pena di attraversare l’orrore della vita”.
    Ma siamo ancora lontani da quel futuro.
    Louise Michel è oggi anche il nome della nave che l’artista Banksy ha noleggiato per andare a salvare i migranti nel Mediterraneo. Non poteva che chiamarsi così, quella nave. E guardando a quel che nel nostro mare accade, sembra sentire la sua voce… “nero destino che fai tu del mio gigantesco sogno?”
    Fra le tante sensazioni, irriassumibili, che nascono dalla lettura dell’antologia curata dalla Farabbi, molto mi ha colpita, come dire, una certa confidenza con la morte. Questa morte che noi ignoriamo e la cui sola idea fuggiamo. Ma che pure, ci ricordano le sue parole, fa parte del respiro del mondo. Louise Michel dedica un canto al Guardiano del cimitero, ricorda il suo vagare fra i viali e le tombe da bambina… “Un gruppo di vecchi abbassano la testa a terra come ascoltando coloro che sono morti per conquistare la libertà”, scrive in una pagina del diario della Comune …
    Un libro ricchissimo, “Il potere è maledetto e per questo io sono anarchica”. Vi si affacciano molti protagonisti della vita culturale e politica europea che incrociarono la strada di Louise Michel: Victor Hugo, Théopfile Ferré, Auguste Blanqui… insieme alla folla di tanta sua gente, al volto ansioso della madre, al ricordo del canto della nonna…
    Insomma, lascia senza fiato, questo lavoro di Anna Maria Farabbi. E tanta voglia di leggere ancora…
    Anna Maria Farabbi l’avevo incontrata un po’ di anni fa nelle pagine de La bambina cieca e la rosa sonora. Dove la sua poesia è tessuta delle note di Vincenzo Mastropirro. La bambina cieca, mi spiegò, è una testimonianza esemplare, nella vita dell’universo. Sfida il silenzio, con domande che vorrebbero sciogliere il buio. Ancora una sfida, dunque, come quella potentissima che ci arriva dalla voce di Louise Michel.
    “Il potere è maledetto e per questo io sono anarchica” inaugura Al3viE. Un cenno a questa nuova casa editrice (che è un marchio Kaba edizioni) con le parole di Raffaella Polverini, che l’ha fondata. “In Al3viE c’è il coraggio del passo che lascia il sentiero battuto, la fatica del procedere nella boscaglia, la determinazione graffiata, la visione dell’oltre e poi l’incontro con altri viandanti con i quali condividere la ricchezza del proprio orto, la bellezza del proprio giardino”.
    Il nostro augurio al suo cammino, che attraversi la boscaglia…



    Chi ha varcato la soglia- 12^ testimonianza. Io sono colui che tenni

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    E’ un insegnante, Mariella, a rispondere oggi alla “chiamata” di Cascina Macondo. “Ero emozionata e anche un po’ impaurita, perché nasconderlo? Quando l’agente che mi aveva accompagnata chiuse a chiave la porta dell’aula e mi trovai sola con un buon numero di persone detenute in una sezione di Alta Sicurezza, in un attimo mi immaginai sequestrata e usata come ostaggio! Niente di tutto questo successe….” leggete, della sua esperienza, che molto ha da insegnarci…

    “Sono un’insegnante di Lettere in pensione e la prima volta in cui ho varcato quella soglia è stato in una luminosa mattina di luglio di alcuni anni fa, quando sono entrata in una Casa di reclusione come docente volontaria di un progetto di scuola estiva della sezione carceraria di un Istituto di Istruzione Superiore di quella città. Di soglie nella mia vita ne avevo varcate altre: con il passare degli anni l’esperienza e la riflessione ci portano a mettere in crisi presunte sicurezze e a fare un salto oltre, superando ingiustificate paure e pregiudizi, per regalarci poi spazi inaspettati e fino ad allora inesplorati di conoscenza, comprensione e libertà. Ma queste sono soglie metaforiche, quella invece era ed è davvero una soglia, un limite che concretamente delinea due spazi ben divisi: il fuori, che mi lasciavo alle spalle, e il dentro, in cui un po’ alla volta entravo, attraverso controlli, lunghi corridoi, porte pesanti che venivano aperte e poi richiuse, il tintinnio dei mazzi di quelle grosse chiavi (ben presenti a chi frequenta un carcere), che nella loro silenziosa unicità trasmettono un messaggio inquietante: mai come in questo luogo si ha la percezione di come esse siano davvero simbolo di apertura e chiusura, il che contestualizzato significa libertà e reclusione.
    Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e diserrando,.. ( canto XIII Inferno). Serrare e diserrare non solo gli spazi, ma il cuore altrui – dice Dante. Aprire il cuore e la mente sono, per chi si inoltra in una realtà e in una comunità umana di cui si ha conoscenza soltanto attraverso le cronache e i luoghi comuni, prerequisiti per capire e mettersi in relazione. Non so se ne ero allora così consapevole, avevo accettato di entrare come insegnante volontaria in carcere sia perché ero curiosa, in senso positivo, di conoscere quell’ambiente e le persone che lì vivono, sia perché ho sempre amato la scuola e l’insegnamento. Mi intrigava poi la prospettiva di insegnare a degli adulti, esperienza che non avevo mai fatto.
    Ero emozionata e anche un po’ impaurita, perché nasconderlo? Quando l’agente che mi aveva accompagnata chiuse a chiave la porta dell’aula e mi trovai sola con un buon numero di persone detenute in una sezione di Alta Sicurezza, in un attimo mi immaginai sequestrata e usata come ostaggio! Niente di tutto questo successe, tutto procedette serenamente e fin dall’inizio io mi sentii a mio agio ed accolta: la lezione che avevo pensato e preparato (lessi loro una novella di Pirandello) fu motivo di scambio e di un vivace confronto.
    Da allora (era il 2014) ho continuato ad essere presente nella scuola, ho conosciuto molti detenuti e contribuito alla preparazione di alcuni per l’esame di maturità, ho partecipato a progetti di incontro con scrittori, ho visto le pareti degli ambienti scolastici diventare pitture bellissime grazie all’impegno e alla professionalità dei docenti e al fattivo coinvolgimento degli studenti, in breve ho constatato di persona l’importanza della scuola nei processi di formazione e di crescita personale.
    Non sono una buonista, non sono andata lì pensando di fare un’opera di misericordia a dei disgraziati cui portare una salvezza non richiesta, ci sono andata mantenendo le mie convinzioni (aderisco ai principi e alle iniziative di Libera) e ponendomi in una posizione di rispetto, che è stato reciproco, e di autenticità, mantenendo il mio ruolo senza autoreferenzialità e non nascondendo mai le mie idee anche quando erano in contrasto con quelle di qualcuno. La letteratura, tema dei nostri incontri, offre la possibilità di confrontarci sull’idea che abbiamo della vita e del mondo, ci apre spazi di conoscenza, ci fa riconoscere emozioni e sentimenti, ci interpella su ciò che è bene e ciò che è male, ci chiarisce a noi stessi: in sintesi ci mette di fronte alla complessità dell’animo umano. Ed è quello che ho sperimentato in questi anni di frequentazione del carcere, cioè che le persone non si esauriscono in un gesto o in un atto che hanno compiuto (senza peraltro sottovalutarne il peso e la gravità), ma sono questo e tanto altro, e che la scuola e ogni attività formativa offrono strumenti per scoprire o riscoprire aspetti nuovi di se stessi e per porsi in un cammino di ricerca e di consapevolezza. Le persone che ho incontrato sono diverse fra loro, con alcuni è stato più facile intendersi, con altri meno, ma questo succede normalmente nelle nostre relazioni; la diversità di idee e anche i conflitti possono essere importanti opportunità educative, se condotti e gestiti nel rispetto reciproco. Se continuo a varcare la soglia e mantengo rapporti epistolari con alcuni detenuti trasferiti in altre carceri, è perché oltre quella soglia ho intrecciato relazioni significative: è stato per me un percorso arricchente.
    Mariella .

    Non permettiamo che muoiano i poeti..

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    “Non permettiamo che muoiano i poeti, e teniamo alta e viva la voce di Dante: voce della sofferenza, poesia dell’esilio e dell’erranza che si fa però cammino di riscatto, canto di liberazione”. Quale invito migliore nella giornata dedicata alla poesia…
    Già, non permettiamo che muoiano i poeti. Come ci chiede Stefania Meniconi, che del sommo nostro poeta è proprio innamorata… L’avevamo incontrata, ricordate?, la professoressa del liceo di Foligno, insieme ai suoi ragazzi, sull’eco di quell’assordante richiamo alla vita che viene dalla potenza delle parole e delle immagini della Comedia (https://www.remocontro.it/2020/11/29/dante-dal-carcere-alle-scuole-un-assordante-richiamo-alla-vita/)… Ve ne riparlo ché in questi giorni ho infine letto il suo “Dante Alighieri, giovane fra i giovani” (edito da Gingko). Libro davvero insolito. Che vuole parlare alle nuove generazioni, e penso proprio ci riesca. Se sono soprattutto i giovani studenti della professoressa Meniconi, e le loro percezioni, le curiosità, le emozioni che nascono dall’incontro con Dante, a riempire con la freschezza delle loro voci i “cinque studi sulla vitalità di Dante”. Questo nostro Dante “Pop”, che ancora sa affascinare perché “utilizza parole che per lo più tutti ancora oggi sono in grado di comprendere”. E se non si comprendono esattamente lessico e riferimenti storici, rimane, potentissima, la musica delle parole, che è musica dell’anima di chi le ha scritte che sa risuonare in chi ascolta. Per questo il nostro Sommo Poeta, vivissimo, ancora ci parla.
    E attraverso quel che accade nei giovani studenti, ci viene offerta una bella lettura di tanta potenza comunicativa. Colpita, sottolinea la loro docente, dalla confidenza che i ragazzi stabiliscono con la Commedia, dalla familiarità che subito mostrano, a cominciare da quel “per me si va nella città dolente…” scritto col pennarello sulla porta dell’aula del terzo anno.
    Non l’avete fatto anche voi, ai vostri tempi? Ebbene ancora oggi gli studenti, con l’incipit forse più famoso della nostra letteratura, “raccontano la loro ansia di quindicenni di fronte alle prove”.
    Spigolando qua e là… ascoltate:
    State contenti, umana gente al quia;
    ché se potuto aveste veder tutto,
    mestier non era partorir Maria
    Lucia è particolarmente colpita da questi versi “perché evidenziano il limite della ragione umana”. Sono i giorni del coronavirus, appunta Stefania Meniconi, sottolineando come Lucia senta profondamente che il monito dantesco contro la superbia della ragione è tornato di straordinaria attualità.
    Ancora…
    Dolce colore d’oriental zaffiro
    che s’accoglieva nel sereno aspetto
    de mezzo, puro insino al primo giro…
    Versi che riescono a calmare Andrea quando le cose sembrano andar male. Come i versi che seguono, “io bel pianeta che d’amar conforta”, che “mostrano venere maestoso che sta facendo il giro della terra…”. Un linguaggio che “urla liberazione” e lo fa sentire meglio, fa nascere in lui, dice, il desiderio di fare qualcosa di bello.
    Se vi sembra poco…
    Stefania Meniconi ci regala il suo ‘segreto’: come insegna Dante agli studenti. E spiega come tutto è cambiato, nel suo metodo, quando un giorno un ragazzo della classe IV “ebbe il coraggio di dirmi che durante lezioni su Dante si era mortalmente annoiato”. Da allora niente più lezioni frontali, tanto per cominciare… “Ed è ogni volta un’esperienza straordinaria. A pensarci bene non mi annoio più nemmeno io”, simpaticamente conclude. Esperienza che immagino straordinaria anche per i suoi studenti, che alla fine di ogni anno scolastico sono invitati ad adottare una terzina. Inutile dire che “amor ch’al cor gentil ratto s’apprende…” è fra le più amate.
    Ma Marta, ad esempio, è rapita dalla terzina del V canto del Purgatorio: “Perché l’animo tuo tanto s’impiglia, disse ‘maestro, Che l’andare allenti? Che ti fa ciò che quivi si pispiglia?”. Vi trova “un tema molto sentito dai giovani che molte volte non seguono i loro sogni solo per paura del pensiero degli altri”. Tanti e vari sono i versi che i ragazzi scelgono come preziosa chiave di lettura del loro mondo. E Dante diventa una sorta di “psicologo di classe”.
    E poi, e poi… sfogliando ancora il libro, scopriamo l’attenzione di Dante al potere dei suoni, la sua curiosità del linguaggio infantile, le tracce dei versi della Commedia nei versi dei poeti e dei cantanti dell’oggi, fino a conoscere quel “Dante l’inevitabile” del poeta albanese Ismail Kadaré e tanto altro ancora…
    Fu in un giorno di marzo, il 10 marzo del 1302, per la precisione, che Dante lasciò la sua città per mai più farvi ritorno, dopo la terribile pronuncia: “Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estorsive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5.000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia) e se lo si prende, al rogo, così che muoia”.
    Così che dal dolore dell’esilio ci ha regalato la Comedia che più divina è difficile immaginare. E forse non è un caso che è proprio nell’espressione del dolore che Dante, come sottolinea Stefania Meniconi, ha coniato il maggior numero di modi di dire che usiamo ancora oggi.
    “Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire”… “ella mi fa tremar le vene e i polsi”… “già mi sentia tutti arricciar li peli de la paura”… “e caddi come corpo morto cade”… Ancora linguaggio del dolore del nostro inferno quotidiano.
    La pubblicazione di “Dante Alighieri, giovane tra i giovani” è stata promossa dalla Dante Alighieri di Verona, città dove Dante compose il Paradiso e dove si stabilirono i suoi figli. Una curiosità, a margine. La famiglia Serego Alighieri, annota l’editore, produce eccellenti vini in Valpolicella, proprio sui terreni acquistati da suo figlio Pietro, e anche questo, lasciatemi dire, è profumo di poesia…
    Non permettiamo che muoiano i poeti…



    Chi ha varcato la soglia- 11^ testimonianza. Finalmente libero

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    “Dottore adesso dove andrò? Non ho nessuno che mi aspetta…” bellissima testimonianza
    di Raul Bucciarelli che, medico, ha varcato la soglia. Racconta quello a cui neppure mai si pensa, che per molti il carcere è una sorta di casa. Ascoltate”

    “Era il 1995 ed ero davvero ancora agli inizi della mia professione di medico. Il lavoro di sanitario presso una struttura carceraria durò un paio di anni. Un periodo breve, ma che mi ha insegnato molte cose. Lui lo ricordo ancora molto bene, anche dopo venticinque anni, fra i tanti volti passati, visti e rivisti tante volte da dietro l’austera scrivania della infermeria della Casa Circondariale di B. Quella scrivania era divisa dalla libertà da otto solerti porte automatiche e centocinquanta passi. Lui era alto e magro, con una barbetta brizzolata ruvida e rada, gli occhi vivissimi e guizzanti, i capelli incolti e lunghi….. Il suo volto scavato raccontava con trasparenza un infinito dolore e rassegnazione. Il cognome declinava con certezza le sue origini siciliane. Il suo dialetto inconfondibile e schietto raccontava sicuramente Palermo. Lui era uno dei tanti detenuti che al mattino faceva la fila nell’ambulatorio del carcere. Non ho mai voluto sapere, naturalmente, perchè fosse finito in un penitenziario. E alla fine non l’ho mai saputo. Questo era per me un principio fondamentale ed imprescindibile per poter esercitare con serenità il lavoro di medico in un posto non facile come quello. Ogni tanto gli agenti di custodia mi raccontavano qualche cosa sul passato dei miei pazienti, ma io cercavo di glissare sempre. I miei pazienti erano solo dei malati. Lui era un paziente abituale, e passava in infermeria abbastanza spesso. Si sedeva appoggiando il gomito destro sulla scrivania, mi guardava fisso negli occhi e mi ripeteva: “Dottore, non mi funziona bene il cervello”. Lo diceva con tono accorato e anche un po’ teatrale con gli occhi rivolti verso il cielo, quasi a cercare una sorta di benedizione o qualto meno di approvazione divina. Gli chiedevo di spiegarmi bene, ma non c’era molto da dire…. si prendeva la testa fra le mani e mi diceva: “Il cervello dottore…. il cervello”. La sua cartella clinica raccontava innumerevoli valutazioni psichiatriche con variopinte diagnosi: “Stato depressivo”, “Note di delirio persecutorio”, “Disturbo schizotipico di personalità”…. Nessuna di queste definizioni raccontava chi era…. Lui si recava in infermeria più per chiacchierare o per chiedere di aumentare il dosaggio già altissimo degli psicofarmaci per alleviare chissà quale disagio profondo.
    Gli agenti di custodia lo consideravano un tipo bizzarro ma nella sostanza non particolarmente pericoloso…. Un mattina però arrivò più agitato del solito e finalmente riuscì a dirmi qualcosa di più.
    Era molto preoccupato, perché tra qualche giorno avrebbe concluso la detenzione e come si suole dire: “si sarebbero aperte le porte del carcere”. Con la testa tra le mani continuava a ripetermi: “Dottore adesso dove andrò? Non ho nessuno che mi aspetta…dovrò tornare a Torino…”
    Non avevo mai riflettuto su una situazione del genere. Non si pensa mai che per molti esseri umani il carcere rappresenta una sorta di casa. Fuori mancano spesso affetti, amicizie, legami familiari. Molti hanno la residenza nell’istituto di pena e non sanno neanche dove dormire. Fuori manca il lavoro, non si è più nessuno. Il carcere per molti rappresenta una sorta di identità e il dopo è solo insicurezza.
    Ho avuto un colloquio non facile. Cosa si può dire oltre qualche ovvietà? La direzione da me interpellata mi ha assicurato che sarebbe stato in qualche modo comunque affidato ai servizi sociali di Torino.
    Dopo tre giorni è uscito. Mi hanno detto che aveva uno scatolone legato col cordino e un sacco nero dell’immondizia con tutte le sue cose. Aspettava l’autobus per la stazione. Finalmente libero”

    Raul Bucciarelli

    Le parole delle donne. Dal carcere di Torino appello al ministro Cartabia

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    Erica, Marina, Stefania, Regina, Emanuela, Dana, Hindia, Teresina, Fabiola, Yelena, Sholake, Rita, M.Teresa, Sarah, Manuela, Germia, Bavani, Giancarla, Nadia, Rosa, Egle, Elena, Flavia, Elena, Emanuela, Anna, Rosa, Maria Antonietta, Mariyana, Zornitsa, Edith.

    Comincio dalla fine. Dai nomi delle trentuno donne della III sezione femminile del carcere di Torino, il Lorusso-Cotugno, che compaiono in coda all’appello rivolto innanzitutto al nuovo ministro della Giustizia, e poi ad autorità varie, associazioni, ma anche a tutti noi…
    Entrano subito nel cuore del problema, quelle donne: “Il Covid-19 ha ufficialmente fatto ingresso nel padiglione femminile, che conta un centinaio di donne ristrette. Al momento ci sono alcuni casi di positività accertata, altre compagne sono in attesa dell’esito del tampone, altre invece sono state preventivamente isolate…”
    E cosa chiedono. Intanto, il sostegno all’ampliamento della liberazione anticipata, così come fu dal 2010 al 2015 per rispondere al sovraffollamento e alla sentenza Torreggiani, “che non deve sembrarvi una richiesta ‘astrusa’, ma dovrebbe riconoscere a tutti noi la dignità di essere cittadini e non solo numeri”.
    “Ragionevoli, legittime richieste” scrive l’associazione Yairahia che ha fatto proprie le loro parole, che “vanno a ricalcare le numerose e analoghe proposte formulate in questo anno da quanti abbiamo a cuore lo stato di diritto e la dignità delle persone detenute, con in più il vivere in prima persona la drammaticità della detenzione in era covid 19”. Vi invito a leggere l’intero testo: https://www.ildubbio.news/2021/03/10/326653/ (e, se volete, l’appello di associazioni e persone già dello scorso anno http://www.osservatoriorepressione.info/appello-sospensione-della-pena-tutti-detenuti-malati-anziani/?fbclid=IwAR3c-9Qkmz-6d8OJ1NDSW7hbqgUgbxK4qK4zPho2miutkgKNwmKEEvde9FI ).
    Una lettera accorata, quelle delle donne di Torino, ricca delle parole di una rinata fiducia nelle istituzioni, ma anche nella società civile.
    Le parole delle donne. Così rare se di donne detenute. Un motivo di più per fermarsi ad ascoltare.
    Perché ‘carcere’ è nome che istintivamente evoca un universo maschile. Maschia è l’eco di voci e di volti che rimanda e a cui normalmente pensiamo. Il carcere non è luogo per donne. Sono “talmente poche”, le donne, rispetto al numero totale delle persone detenute… il 4% dicono le statistiche. Appena qualche migliaio… A pensarci bene, nella percezione esterna al carcere sembrano quasi scomparire, se non, forse, quando le pensiamo madri, e quando pensiamo ai loro figli… E’ accaduto anche a me, e me ne sono resa conto solo quando qualcuno mi ha chiesto se, nel mio interessarmi e prigioni e detenuti, avessi incontrato anche donne. E ho pensato, un po’ vergognandomene, alla conoscenza minima e quasi esclusivamente “letteraria” a cui mi sono fermata…
    Le parole delle donne recluse. Più “rappresentate” che ascoltate o sollecitate a “raccontarsi”. E la differenza è enorme. Perché in un luogo come la galera, dove sei senza voce e subito diventi nulla, riprendersi la parola è la prima cosa da fare per riprendersi il resto.
    Ce lo aveva ricordato un interessante e densissimo libro di qualche anno fa, “Recluse” (l’editore Ediesse) curato da Susanna Ronconi e Grazia Zuffa. Un testo di interviste (a donne detenute, alle agenti di polizia penitenziaria, al personale educativo) che ha l’obiettivo dichiarato del contenimento della sofferenza, prevenzione dell’autolesionismo e del suicidio, promozione della salute, e passa attraverso la narrazione di vite, che non è solo narrazione di quello che è nel carcere, ma ricorda e si riporta anche al fuori, passato e futuro. Anche quando quest’ultimo, il futuro, a volte ha la luce instabile del miraggio. Ricordandoci lo sguardo della differenza femminile…
    “Mi volevano dare delle gocce per mettermi a dormire quando ho sbroccato, solo che grazie a dio ho avuto il potere di dire no…(…) Io un giocattolino nelle vostre mani non lo divento, perché la vita è ancora mia…”. “Io, venendo qui, tutto quello che vedevo nero, ho tirato fuori un arcobaleno…”. Donne…
    Ridando dunque loro la parola. Che oggi, con questa lettera-appello, le donne prigioniere del carcere di Torino si riprendono.
    Scorrendo le firme, scorrono i volti, anche nelle sezioni femminili, come ovunque in carcere, di un disperante universo multietnico. A comporre anche qui l’istantanea di quella “danza immobile” che è il carcere.
    Le parole delle donne. Non è la prima volta che proprio dal carcere di Torino ne sono arrivate. E rimaste inascoltate.
    Ma chissà, forse fidando nel nuovo ministro donna, che pure abbiamo visto, quando membro della Corte Costituzionale, andare in visita nelle carceri del nostro paese, e con qualcuna delle donne recluse parlare… E chissà, mi sono chiesta allora, se sia arrivato anche a lei, di là dai paramenti dell’accoglienza ufficiale, il tremendo odore delle carceri.
    Fidando dunque di essere ascoltate, dal nuovo ministro della Giustizia che, l’anno successivo a quella visita, diventata presidente della Suprema Corte, in un incontro nella facoltà di Giurisprudenza della Sapienza a Roma, disse: “se lo Stato può, e talvolta deve, limitare la libertà personale dei soggetti, non può mai privarli della dignità e della speranza. Questo dovrebbe essere il punto non negoziabile di qualsiasi sistema penitenziario”.
    Ancora. “Noi veniamo da una tradizione per cui il carcere è la pena per antonomasia, ma la Costituzione lascia un campo molto più aperto. La riflessione è in corso”. E chissà che proprio dalla crisi, auspicò, “non si sprigioni la fantasia, trovando nuovi percorsi”.
    Ecco, forse è proprio il momento, di trovare nuovi percorsi. E iniziare, in attesa che la fantasia ci dia una mano, ad attuare quello che pure le leggi e la Costituzione già prevedono. Dignità, uguaglianza di tutti i cittadini, diritto alla salute…
    Pensando alle accorate parole di Erica, Marina, Stefania, Regina, Emanuela, Dana, Hindia, Teresina, Fabiola, Yelena, Sholake… che non cadano ancora una volta nel vuoto.


    Chi ha varcato la soglia- 10^ testimonianza. Riflessioni di un ex ragazzo…

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    Arrivano a Cascina Macondo le riflessioni di un ex ragazzo, che la soglia l’ha varcata sin da adolescente. Ora ha una grave malattia, e solo dopo insistenze della moglie e un esposto alla procura, ottiene di essere ricoverato in un ospedale… e infine è ai domiciliari… e a chi, dentro, ha paura del covid, dice… Tutto da ascoltare…

    “Dopo avér trascorso quasi 30 lunghi anni della mìa vita tra càrcere minorile, case circondariali e case penali, pènso, dall’alto (o dal basso) della mìa esperiènza, di potér dire la mìa.
    Il motivo che mi ha fatto varcare la sòglia la prima vòlta è da attribuìre al solo fatto che, crescèndo in mèzzo alla strada, hò cominciato a desiderare le còse che un adolescènte pòvero e privo di punti di riferimento può volere in più.
    Quasi inevitàbile il destino di finire in càrcere.
    Non sono però un vittimista, uno di quelli che pènsano che la colpa sìa sèmpre degli altri.
    Il càrcere mi ha tòlto e mi ha dato. Va da sé che nel lungo perìodo trascorso nelle varie galère, hò potuto assìstere ai meccanismi del sistèma e vìvere in prima persona la vita carceraria.
    Banalmente pòsso affermare che in càrcere tròvi tanta povertà, ignoranza, e soprattutto tanta violènza, che a mìo avviso è dettata da una forma di cultura e di difesa.
    Pòsso anche assicurare che nel mìo lungo percorso dentro le mura hò trovato molte persone sensìbili che dèdicano il loro tèmpo ai reclusi, che vanno dai criminòlogi e psicòlogi, educatori, volontari, ma soprattutto docènti. L’univèrso carcerario è composto però anche di persone a cùi dei reclusi non impòrta nulla: queste persone pòssono èssere acculturate o ignoranti, ma si sènte che non hanno umanità e quindi a noi non pòssono insegnare nulla con l’esèmpio, ma solo scatenarci dentro i sentimenti più negativi come rabbia, rancore, in cèrti casi òdio.
    Da parte mìa hò intrapreso un percorso di istruzione nelle varie istituzioni e con grande interèsse hò studiato (con pèssimi voti…), recitato nei vari teatri e credo che tutto ciò mi abbia insegnato la tolleranza vèrso il pròssimo.
    Un bèl giorno, avvertèndo che respiravo male, vado in vìsita mèdica: come sèmpre, paracetamòlo e cortisone.
    Dopo vari cicli di medicine, un mèdico del càrcere decide di farmi fare una tac.
    Èsito funèsto: un problèma classificato “eteroplàstico”, più semplicemente adenocarcinòma.
    Con le lungàggini del càrcere e del magistrato di sorveglianza, il tumore intanto da 17mm passa a 47mm.
    Trascórrono altri dùe anni con la spiacévole sensazione di avere una bestia che ti cresce dentro mentre tu non hai diritto alla cura: metàstasi e linfonòdi.
    Quando apprèndo con certezza che il mìo problèma di salute è di quelli sèri, il mìo umore ha un colpo psicològico: sono pièno di ansia e di incertezze per vìa che in càrcere – con i tèmpi lunghìssimi e la burocrazìa carceraria che va dal magistrato di sorveglianza al DAP, di nuòvo al càrcere e infine al dirigènte sanitario – sarà difficilìssimo venirne a capo.
    Dèvo pur aggrapparmi alla vita e, per vìa del mìo caràttere, sènto di dovér lottare e di non lasciarmi andare. L’ansia però divènta ogni giorno più opprimènte e per distrarmi da essa inizio a frequentare i corsi di biodinàmica, teatro, educazione fìsica offèrti dalla scuòla, ma per vìa dei tèmpi lunghìssimi il mìo problèma va aggravàndosi.
    Nella mìa tèsta sò che non dèvo cèdere all’ansia o al rancore: non dèvono sopraffarmi e mi impongo di fare tutte le còse di cùi sopra, anche se la mìa situazione fìsica è sempre più débole.
    Finalmente, dopo un mìo esposto alla procura e martellamento di mìa moglie all’estèrno del càrcere, mi ricóverano alle Molinette per il primo ciclo di chemioterapìa.
    Mi sospèndono la pena e vèngo scarcerato, pòi mi danno i domiciliari: affronto dùe intervènti e tèrmino vari cicli di chèmio e radio.
    Òggi continuo con una terapìa antitumorale.
    Ora c’è il coronavirus, molti detenuti hanno paùra, ma ìo mi permetto di dire loro di non arrèndersi mai e di lottare. Ìo non sono guarito, ma sono vivo e vègeto e stò abbastanza bène. I problèmi più urgènti ora sono altri: sulla sòglia dei 60anni, mi tròvo ancora ancorato a problèmi di giustizia. Prèndo 290 èuro di pensione di invalidità e i problèmi econòmici pésano anche all’intèrno delle mura domèstiche.
    Condivido il pensièro di Dostoevskij, cioè che la civiltà di un paese si misura con lo stato delle càrceri. Qualcuno potrà obiettare sul fatto che sono di parte: è vero, non lo biàsimo, ma dalla mìa di parte ci sono 30 anni di branda.
    In bocca al lupo a noi tutti!

    Quell’oscuro oggetto del desiderio…

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    Ci risiamo. 8 marzo e dintorni. Festa della Donna. Vi dirò… quest’anno al Gatto Randagio viene da pensare a quella sorta di donnina che fra due giorni compie gli anni e ha molto da festeggiare se nonostante abbia superato i sessanta si conferma essere intramontabile oggetto dei desideri. Stiamo parlando di Barbie. 29 centimetri di plastica diventati, grazie a una formidabile operazione di mercato, la bambola-merce per eccellenza.
    Neanche a dirlo, mi ha fatto notare il Randagio, a Barbie la pandemia sembra fare molto, ma molto bene. E mi ha messo sotto gli occhi i dati che vengono dagli Stati Uniti: sembra che le vendite della bambola più famosa del mondo stiano raggiungendo cifre da capogiro. Si parla di un aumento del 29 per cento. E, certo, con tanto tempo costretti in casa, aumenta la richiesta di giocattoli per intrattenere i bambini, e le famiglie che possono… tanto che i dirigenti della Mattel addirittura temono di non riuscire a soddisfare la domanda che si prevede ancora aumenti.
    Quale migliore regalo di compleanno per la signorina Barbie, che ha aperto gli occhi sul mondo il 9 marzo di sessantuno anni fa. Indossando un costumino zebrato e i capelli legati in una lunga coda, che, il Gatto, lo manda ancora in visibilio.
    Ma questa volta io e il Randagio siamo in disaccordo. Vi devo confessare che la bambola più amata dalle bambine rimane, per me che di Barbie non ne ho mai avute né per la verità neppure mai desiderate, un davvero “oscuro” oggetto del desiderio. Così rigida, così poco accogliente, così poco carezzevole… pensavo da piccola, e penso tuttora.
    Certo il suo affermarsi e dilagare è stupefacente.
    Operazione commerciale straordinaria della Mattel, produttrice del giocattolo, che ha costruito per lei un mondo affollatissimo di vestiti, oggetti, sceneggiature che le ruotano intorno, da renderla quasi personaggio credibile. E ne fa subito una sorta di “influencer”, se vogliamo usare una terminologia contemporanea che a me fa venire i brividi. Bene accolta da chi vi ha visto “un’alternativa all’immagine della donna ritratta come casalinga”. Preoccupante per quei medici e psicologi che già negli anni 80 accusavano la bambola di indurre le bambine all’anoressia, per alcune “diventandone addirittura un’ossessione”. Come racconta, insieme a tanto altro, un bel saggio della storica Marianne Debouzy che quando uscì, una quindicina d’anni fa, andai a leggere per capirne qualcosa. E vale la pena di riprenderlo in mano.
    Ripercorrendo la storia del famoso giocattolo, l’ideale di bellezza che impone, ma soprattutto la nascita e lo sviluppo del “Barbie pensiero”, Debouzy intanto si è chiesta “cosa significhi essere bambine nella società americana”… si è chiesta persino “se ci siano ancora bambine in questa società. Già negli anni Sessanta qualcuno ne dubitava…”. E sono interrogativi ancora di oggi, che non riguardano solo l’America, se di Barbie ne sono state vendute centinaia di milioni in tutto il mondo.
    Certo, negli anni piano piano è stata ritoccata, per adeguarla ai tempi (e al mercato). Qualche frazione di millimetro di curve in più, poi arriva il modello con un incarnato marroncino (ma, accortisi che i neri non ne erano soddisfatti, fu allora presto lanciata sul mercato una bambola nera dai tratti somatici più marcati). E ancora nel tempo cambiano i vestiti, gli accessori, fino ad arrivare alle più politicamente corrette Barbie etniche, fino a coprire addirittura quel sottile corpicino con una tuta da astronauta. Due anni fa, (regalo per i suoi sessant’anni) Barbie ha avuto il volto (e la storia) di donne vere. Come Sara Gama, la calciatrice, per dirne una…
    Ma, come fa notare Marianne Debouzy, si tratta appena appena di ritocchi d’immagine. Insomma, l’essenza di Barbie è rimasta sempre la stessa. Il mondo che le gira attorno è quello del consumismo e “giocare con Barbie significa essere iniziate al consumo come attività primaria”.
    Lei è alta, bella, i suoi parametri sono sostanzialmente occidentali. E’ ricca e ha un’infinità di cose. Anche il suo uomo (il famoso Kent) sembra essere solo un accessorio. Fata di una fiaba moderna, così le bambine l’hanno vista e ancora la vedono, mettendo da parte il ruolo di madre al quale la bambola classica in qualche modo le preparava, ma saltando anche l’infanzia e proiettandosi subito, insieme alla bambola mai più bambina, in un mondo adulto “di guaine, abiti da sera e matrimoni precoci”.
    E però, e però… “rimane pur sempre un giocattolo”. E nel gioco, per ogni bambino un grande ruolo ha sempre l’immaginazione, che non si sa mai fino a che punto può o non può essere condizionata. Rimane da sperare che “esista ancora un angolo nell’immaginario infantile estraneo ai condizionamenti della Mattel”.
    Conclusione… “Non demonizziamo la bambola Barbie, ma cerchiamo di guardare con i suoi stessi occhi: la ‘barbificazione’ del mondo è giunta a buon punto”. E in questa direzione molto avanti si è andati nei quindici anni trascorsi dalle considerazioni di Marianne Debouzy, che già notava come “i valori e modelli proposti con Barbie sono ovunque intorno a noi”.
    A proposito di barbificazione del mondo, quindi, dopo avergli letto il saggio della Debouzy, ho invitato il Gatto a guardarsi intorno…
    E su un punto è d’accordo con me. Non ce ne vogliano le donne che, inseguendo il sogno di un’eterna bamboleggiante giovinezza, hanno scelto di investire tempo, danaro, e tanta emotività immaginiamo anche, nel sogno di una sorta di uniformità plastificata e immobile dei loro volti, ma è cosa che ci mette addosso molta tristezza…
    “Magari fra un po’ ci caschi anche tu”, mi ha punzecchiato il Randagio.
    Forse. Ma per ora, ancora considero questa “barbificazione” uno dei volti di una grande sconfitta, quella che così bene, già un decennio fa, Germaine Greer analizzò ne “La donna intera”, affrontando la questione femminile alle soglie del terzo millennio. Raccontandoci, fra le tante cose, di donne vittime del loro stesso corpo…
    Pensiamoci.
    E buon otto marzo a tutte.