More
    Home Blog Pagina 29

    Non permettiamo che muoiano i poeti..

    0


    “Non permettiamo che muoiano i poeti, e teniamo alta e viva la voce di Dante: voce della sofferenza, poesia dell’esilio e dell’erranza che si fa però cammino di riscatto, canto di liberazione”. Quale invito migliore nella giornata dedicata alla poesia…
    Già, non permettiamo che muoiano i poeti. Come ci chiede Stefania Meniconi, che del sommo nostro poeta è proprio innamorata… L’avevamo incontrata, ricordate?, la professoressa del liceo di Foligno, insieme ai suoi ragazzi, sull’eco di quell’assordante richiamo alla vita che viene dalla potenza delle parole e delle immagini della Comedia (https://www.remocontro.it/2020/11/29/dante-dal-carcere-alle-scuole-un-assordante-richiamo-alla-vita/)… Ve ne riparlo ché in questi giorni ho infine letto il suo “Dante Alighieri, giovane fra i giovani” (edito da Gingko). Libro davvero insolito. Che vuole parlare alle nuove generazioni, e penso proprio ci riesca. Se sono soprattutto i giovani studenti della professoressa Meniconi, e le loro percezioni, le curiosità, le emozioni che nascono dall’incontro con Dante, a riempire con la freschezza delle loro voci i “cinque studi sulla vitalità di Dante”. Questo nostro Dante “Pop”, che ancora sa affascinare perché “utilizza parole che per lo più tutti ancora oggi sono in grado di comprendere”. E se non si comprendono esattamente lessico e riferimenti storici, rimane, potentissima, la musica delle parole, che è musica dell’anima di chi le ha scritte che sa risuonare in chi ascolta. Per questo il nostro Sommo Poeta, vivissimo, ancora ci parla.
    E attraverso quel che accade nei giovani studenti, ci viene offerta una bella lettura di tanta potenza comunicativa. Colpita, sottolinea la loro docente, dalla confidenza che i ragazzi stabiliscono con la Commedia, dalla familiarità che subito mostrano, a cominciare da quel “per me si va nella città dolente…” scritto col pennarello sulla porta dell’aula del terzo anno.
    Non l’avete fatto anche voi, ai vostri tempi? Ebbene ancora oggi gli studenti, con l’incipit forse più famoso della nostra letteratura, “raccontano la loro ansia di quindicenni di fronte alle prove”.
    Spigolando qua e là… ascoltate:
    State contenti, umana gente al quia;
    ché se potuto aveste veder tutto,
    mestier non era partorir Maria
    Lucia è particolarmente colpita da questi versi “perché evidenziano il limite della ragione umana”. Sono i giorni del coronavirus, appunta Stefania Meniconi, sottolineando come Lucia senta profondamente che il monito dantesco contro la superbia della ragione è tornato di straordinaria attualità.
    Ancora…
    Dolce colore d’oriental zaffiro
    che s’accoglieva nel sereno aspetto
    de mezzo, puro insino al primo giro…
    Versi che riescono a calmare Andrea quando le cose sembrano andar male. Come i versi che seguono, “io bel pianeta che d’amar conforta”, che “mostrano venere maestoso che sta facendo il giro della terra…”. Un linguaggio che “urla liberazione” e lo fa sentire meglio, fa nascere in lui, dice, il desiderio di fare qualcosa di bello.
    Se vi sembra poco…
    Stefania Meniconi ci regala il suo ‘segreto’: come insegna Dante agli studenti. E spiega come tutto è cambiato, nel suo metodo, quando un giorno un ragazzo della classe IV “ebbe il coraggio di dirmi che durante lezioni su Dante si era mortalmente annoiato”. Da allora niente più lezioni frontali, tanto per cominciare… “Ed è ogni volta un’esperienza straordinaria. A pensarci bene non mi annoio più nemmeno io”, simpaticamente conclude. Esperienza che immagino straordinaria anche per i suoi studenti, che alla fine di ogni anno scolastico sono invitati ad adottare una terzina. Inutile dire che “amor ch’al cor gentil ratto s’apprende…” è fra le più amate.
    Ma Marta, ad esempio, è rapita dalla terzina del V canto del Purgatorio: “Perché l’animo tuo tanto s’impiglia, disse ‘maestro, Che l’andare allenti? Che ti fa ciò che quivi si pispiglia?”. Vi trova “un tema molto sentito dai giovani che molte volte non seguono i loro sogni solo per paura del pensiero degli altri”. Tanti e vari sono i versi che i ragazzi scelgono come preziosa chiave di lettura del loro mondo. E Dante diventa una sorta di “psicologo di classe”.
    E poi, e poi… sfogliando ancora il libro, scopriamo l’attenzione di Dante al potere dei suoni, la sua curiosità del linguaggio infantile, le tracce dei versi della Commedia nei versi dei poeti e dei cantanti dell’oggi, fino a conoscere quel “Dante l’inevitabile” del poeta albanese Ismail Kadaré e tanto altro ancora…
    Fu in un giorno di marzo, il 10 marzo del 1302, per la precisione, che Dante lasciò la sua città per mai più farvi ritorno, dopo la terribile pronuncia: “Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estorsive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5.000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia) e se lo si prende, al rogo, così che muoia”.
    Così che dal dolore dell’esilio ci ha regalato la Comedia che più divina è difficile immaginare. E forse non è un caso che è proprio nell’espressione del dolore che Dante, come sottolinea Stefania Meniconi, ha coniato il maggior numero di modi di dire che usiamo ancora oggi.
    “Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire”… “ella mi fa tremar le vene e i polsi”… “già mi sentia tutti arricciar li peli de la paura”… “e caddi come corpo morto cade”… Ancora linguaggio del dolore del nostro inferno quotidiano.
    La pubblicazione di “Dante Alighieri, giovane tra i giovani” è stata promossa dalla Dante Alighieri di Verona, città dove Dante compose il Paradiso e dove si stabilirono i suoi figli. Una curiosità, a margine. La famiglia Serego Alighieri, annota l’editore, produce eccellenti vini in Valpolicella, proprio sui terreni acquistati da suo figlio Pietro, e anche questo, lasciatemi dire, è profumo di poesia…
    Non permettiamo che muoiano i poeti…



    Chi ha varcato la soglia- 11^ testimonianza. Finalmente libero

    0

    “Dottore adesso dove andrò? Non ho nessuno che mi aspetta…” bellissima testimonianza
    di Raul Bucciarelli che, medico, ha varcato la soglia. Racconta quello a cui neppure mai si pensa, che per molti il carcere è una sorta di casa. Ascoltate”

    “Era il 1995 ed ero davvero ancora agli inizi della mia professione di medico. Il lavoro di sanitario presso una struttura carceraria durò un paio di anni. Un periodo breve, ma che mi ha insegnato molte cose. Lui lo ricordo ancora molto bene, anche dopo venticinque anni, fra i tanti volti passati, visti e rivisti tante volte da dietro l’austera scrivania della infermeria della Casa Circondariale di B. Quella scrivania era divisa dalla libertà da otto solerti porte automatiche e centocinquanta passi. Lui era alto e magro, con una barbetta brizzolata ruvida e rada, gli occhi vivissimi e guizzanti, i capelli incolti e lunghi….. Il suo volto scavato raccontava con trasparenza un infinito dolore e rassegnazione. Il cognome declinava con certezza le sue origini siciliane. Il suo dialetto inconfondibile e schietto raccontava sicuramente Palermo. Lui era uno dei tanti detenuti che al mattino faceva la fila nell’ambulatorio del carcere. Non ho mai voluto sapere, naturalmente, perchè fosse finito in un penitenziario. E alla fine non l’ho mai saputo. Questo era per me un principio fondamentale ed imprescindibile per poter esercitare con serenità il lavoro di medico in un posto non facile come quello. Ogni tanto gli agenti di custodia mi raccontavano qualche cosa sul passato dei miei pazienti, ma io cercavo di glissare sempre. I miei pazienti erano solo dei malati. Lui era un paziente abituale, e passava in infermeria abbastanza spesso. Si sedeva appoggiando il gomito destro sulla scrivania, mi guardava fisso negli occhi e mi ripeteva: “Dottore, non mi funziona bene il cervello”. Lo diceva con tono accorato e anche un po’ teatrale con gli occhi rivolti verso il cielo, quasi a cercare una sorta di benedizione o qualto meno di approvazione divina. Gli chiedevo di spiegarmi bene, ma non c’era molto da dire…. si prendeva la testa fra le mani e mi diceva: “Il cervello dottore…. il cervello”. La sua cartella clinica raccontava innumerevoli valutazioni psichiatriche con variopinte diagnosi: “Stato depressivo”, “Note di delirio persecutorio”, “Disturbo schizotipico di personalità”…. Nessuna di queste definizioni raccontava chi era…. Lui si recava in infermeria più per chiacchierare o per chiedere di aumentare il dosaggio già altissimo degli psicofarmaci per alleviare chissà quale disagio profondo.
    Gli agenti di custodia lo consideravano un tipo bizzarro ma nella sostanza non particolarmente pericoloso…. Un mattina però arrivò più agitato del solito e finalmente riuscì a dirmi qualcosa di più.
    Era molto preoccupato, perché tra qualche giorno avrebbe concluso la detenzione e come si suole dire: “si sarebbero aperte le porte del carcere”. Con la testa tra le mani continuava a ripetermi: “Dottore adesso dove andrò? Non ho nessuno che mi aspetta…dovrò tornare a Torino…”
    Non avevo mai riflettuto su una situazione del genere. Non si pensa mai che per molti esseri umani il carcere rappresenta una sorta di casa. Fuori mancano spesso affetti, amicizie, legami familiari. Molti hanno la residenza nell’istituto di pena e non sanno neanche dove dormire. Fuori manca il lavoro, non si è più nessuno. Il carcere per molti rappresenta una sorta di identità e il dopo è solo insicurezza.
    Ho avuto un colloquio non facile. Cosa si può dire oltre qualche ovvietà? La direzione da me interpellata mi ha assicurato che sarebbe stato in qualche modo comunque affidato ai servizi sociali di Torino.
    Dopo tre giorni è uscito. Mi hanno detto che aveva uno scatolone legato col cordino e un sacco nero dell’immondizia con tutte le sue cose. Aspettava l’autobus per la stazione. Finalmente libero”

    Raul Bucciarelli

    Le parole delle donne. Dal carcere di Torino appello al ministro Cartabia

    0


    Erica, Marina, Stefania, Regina, Emanuela, Dana, Hindia, Teresina, Fabiola, Yelena, Sholake, Rita, M.Teresa, Sarah, Manuela, Germia, Bavani, Giancarla, Nadia, Rosa, Egle, Elena, Flavia, Elena, Emanuela, Anna, Rosa, Maria Antonietta, Mariyana, Zornitsa, Edith.

    Comincio dalla fine. Dai nomi delle trentuno donne della III sezione femminile del carcere di Torino, il Lorusso-Cotugno, che compaiono in coda all’appello rivolto innanzitutto al nuovo ministro della Giustizia, e poi ad autorità varie, associazioni, ma anche a tutti noi…
    Entrano subito nel cuore del problema, quelle donne: “Il Covid-19 ha ufficialmente fatto ingresso nel padiglione femminile, che conta un centinaio di donne ristrette. Al momento ci sono alcuni casi di positività accertata, altre compagne sono in attesa dell’esito del tampone, altre invece sono state preventivamente isolate…”
    E cosa chiedono. Intanto, il sostegno all’ampliamento della liberazione anticipata, così come fu dal 2010 al 2015 per rispondere al sovraffollamento e alla sentenza Torreggiani, “che non deve sembrarvi una richiesta ‘astrusa’, ma dovrebbe riconoscere a tutti noi la dignità di essere cittadini e non solo numeri”.
    “Ragionevoli, legittime richieste” scrive l’associazione Yairahia che ha fatto proprie le loro parole, che “vanno a ricalcare le numerose e analoghe proposte formulate in questo anno da quanti abbiamo a cuore lo stato di diritto e la dignità delle persone detenute, con in più il vivere in prima persona la drammaticità della detenzione in era covid 19”. Vi invito a leggere l’intero testo: https://www.ildubbio.news/2021/03/10/326653/ (e, se volete, l’appello di associazioni e persone già dello scorso anno http://www.osservatoriorepressione.info/appello-sospensione-della-pena-tutti-detenuti-malati-anziani/?fbclid=IwAR3c-9Qkmz-6d8OJ1NDSW7hbqgUgbxK4qK4zPho2miutkgKNwmKEEvde9FI ).
    Una lettera accorata, quelle delle donne di Torino, ricca delle parole di una rinata fiducia nelle istituzioni, ma anche nella società civile.
    Le parole delle donne. Così rare se di donne detenute. Un motivo di più per fermarsi ad ascoltare.
    Perché ‘carcere’ è nome che istintivamente evoca un universo maschile. Maschia è l’eco di voci e di volti che rimanda e a cui normalmente pensiamo. Il carcere non è luogo per donne. Sono “talmente poche”, le donne, rispetto al numero totale delle persone detenute… il 4% dicono le statistiche. Appena qualche migliaio… A pensarci bene, nella percezione esterna al carcere sembrano quasi scomparire, se non, forse, quando le pensiamo madri, e quando pensiamo ai loro figli… E’ accaduto anche a me, e me ne sono resa conto solo quando qualcuno mi ha chiesto se, nel mio interessarmi e prigioni e detenuti, avessi incontrato anche donne. E ho pensato, un po’ vergognandomene, alla conoscenza minima e quasi esclusivamente “letteraria” a cui mi sono fermata…
    Le parole delle donne recluse. Più “rappresentate” che ascoltate o sollecitate a “raccontarsi”. E la differenza è enorme. Perché in un luogo come la galera, dove sei senza voce e subito diventi nulla, riprendersi la parola è la prima cosa da fare per riprendersi il resto.
    Ce lo aveva ricordato un interessante e densissimo libro di qualche anno fa, “Recluse” (l’editore Ediesse) curato da Susanna Ronconi e Grazia Zuffa. Un testo di interviste (a donne detenute, alle agenti di polizia penitenziaria, al personale educativo) che ha l’obiettivo dichiarato del contenimento della sofferenza, prevenzione dell’autolesionismo e del suicidio, promozione della salute, e passa attraverso la narrazione di vite, che non è solo narrazione di quello che è nel carcere, ma ricorda e si riporta anche al fuori, passato e futuro. Anche quando quest’ultimo, il futuro, a volte ha la luce instabile del miraggio. Ricordandoci lo sguardo della differenza femminile…
    “Mi volevano dare delle gocce per mettermi a dormire quando ho sbroccato, solo che grazie a dio ho avuto il potere di dire no…(…) Io un giocattolino nelle vostre mani non lo divento, perché la vita è ancora mia…”. “Io, venendo qui, tutto quello che vedevo nero, ho tirato fuori un arcobaleno…”. Donne…
    Ridando dunque loro la parola. Che oggi, con questa lettera-appello, le donne prigioniere del carcere di Torino si riprendono.
    Scorrendo le firme, scorrono i volti, anche nelle sezioni femminili, come ovunque in carcere, di un disperante universo multietnico. A comporre anche qui l’istantanea di quella “danza immobile” che è il carcere.
    Le parole delle donne. Non è la prima volta che proprio dal carcere di Torino ne sono arrivate. E rimaste inascoltate.
    Ma chissà, forse fidando nel nuovo ministro donna, che pure abbiamo visto, quando membro della Corte Costituzionale, andare in visita nelle carceri del nostro paese, e con qualcuna delle donne recluse parlare… E chissà, mi sono chiesta allora, se sia arrivato anche a lei, di là dai paramenti dell’accoglienza ufficiale, il tremendo odore delle carceri.
    Fidando dunque di essere ascoltate, dal nuovo ministro della Giustizia che, l’anno successivo a quella visita, diventata presidente della Suprema Corte, in un incontro nella facoltà di Giurisprudenza della Sapienza a Roma, disse: “se lo Stato può, e talvolta deve, limitare la libertà personale dei soggetti, non può mai privarli della dignità e della speranza. Questo dovrebbe essere il punto non negoziabile di qualsiasi sistema penitenziario”.
    Ancora. “Noi veniamo da una tradizione per cui il carcere è la pena per antonomasia, ma la Costituzione lascia un campo molto più aperto. La riflessione è in corso”. E chissà che proprio dalla crisi, auspicò, “non si sprigioni la fantasia, trovando nuovi percorsi”.
    Ecco, forse è proprio il momento, di trovare nuovi percorsi. E iniziare, in attesa che la fantasia ci dia una mano, ad attuare quello che pure le leggi e la Costituzione già prevedono. Dignità, uguaglianza di tutti i cittadini, diritto alla salute…
    Pensando alle accorate parole di Erica, Marina, Stefania, Regina, Emanuela, Dana, Hindia, Teresina, Fabiola, Yelena, Sholake… che non cadano ancora una volta nel vuoto.


    Chi ha varcato la soglia- 10^ testimonianza. Riflessioni di un ex ragazzo…

    0


    Arrivano a Cascina Macondo le riflessioni di un ex ragazzo, che la soglia l’ha varcata sin da adolescente. Ora ha una grave malattia, e solo dopo insistenze della moglie e un esposto alla procura, ottiene di essere ricoverato in un ospedale… e infine è ai domiciliari… e a chi, dentro, ha paura del covid, dice… Tutto da ascoltare…

    “Dopo avér trascorso quasi 30 lunghi anni della mìa vita tra càrcere minorile, case circondariali e case penali, pènso, dall’alto (o dal basso) della mìa esperiènza, di potér dire la mìa.
    Il motivo che mi ha fatto varcare la sòglia la prima vòlta è da attribuìre al solo fatto che, crescèndo in mèzzo alla strada, hò cominciato a desiderare le còse che un adolescènte pòvero e privo di punti di riferimento può volere in più.
    Quasi inevitàbile il destino di finire in càrcere.
    Non sono però un vittimista, uno di quelli che pènsano che la colpa sìa sèmpre degli altri.
    Il càrcere mi ha tòlto e mi ha dato. Va da sé che nel lungo perìodo trascorso nelle varie galère, hò potuto assìstere ai meccanismi del sistèma e vìvere in prima persona la vita carceraria.
    Banalmente pòsso affermare che in càrcere tròvi tanta povertà, ignoranza, e soprattutto tanta violènza, che a mìo avviso è dettata da una forma di cultura e di difesa.
    Pòsso anche assicurare che nel mìo lungo percorso dentro le mura hò trovato molte persone sensìbili che dèdicano il loro tèmpo ai reclusi, che vanno dai criminòlogi e psicòlogi, educatori, volontari, ma soprattutto docènti. L’univèrso carcerario è composto però anche di persone a cùi dei reclusi non impòrta nulla: queste persone pòssono èssere acculturate o ignoranti, ma si sènte che non hanno umanità e quindi a noi non pòssono insegnare nulla con l’esèmpio, ma solo scatenarci dentro i sentimenti più negativi come rabbia, rancore, in cèrti casi òdio.
    Da parte mìa hò intrapreso un percorso di istruzione nelle varie istituzioni e con grande interèsse hò studiato (con pèssimi voti…), recitato nei vari teatri e credo che tutto ciò mi abbia insegnato la tolleranza vèrso il pròssimo.
    Un bèl giorno, avvertèndo che respiravo male, vado in vìsita mèdica: come sèmpre, paracetamòlo e cortisone.
    Dopo vari cicli di medicine, un mèdico del càrcere decide di farmi fare una tac.
    Èsito funèsto: un problèma classificato “eteroplàstico”, più semplicemente adenocarcinòma.
    Con le lungàggini del càrcere e del magistrato di sorveglianza, il tumore intanto da 17mm passa a 47mm.
    Trascórrono altri dùe anni con la spiacévole sensazione di avere una bestia che ti cresce dentro mentre tu non hai diritto alla cura: metàstasi e linfonòdi.
    Quando apprèndo con certezza che il mìo problèma di salute è di quelli sèri, il mìo umore ha un colpo psicològico: sono pièno di ansia e di incertezze per vìa che in càrcere – con i tèmpi lunghìssimi e la burocrazìa carceraria che va dal magistrato di sorveglianza al DAP, di nuòvo al càrcere e infine al dirigènte sanitario – sarà difficilìssimo venirne a capo.
    Dèvo pur aggrapparmi alla vita e, per vìa del mìo caràttere, sènto di dovér lottare e di non lasciarmi andare. L’ansia però divènta ogni giorno più opprimènte e per distrarmi da essa inizio a frequentare i corsi di biodinàmica, teatro, educazione fìsica offèrti dalla scuòla, ma per vìa dei tèmpi lunghìssimi il mìo problèma va aggravàndosi.
    Nella mìa tèsta sò che non dèvo cèdere all’ansia o al rancore: non dèvono sopraffarmi e mi impongo di fare tutte le còse di cùi sopra, anche se la mìa situazione fìsica è sempre più débole.
    Finalmente, dopo un mìo esposto alla procura e martellamento di mìa moglie all’estèrno del càrcere, mi ricóverano alle Molinette per il primo ciclo di chemioterapìa.
    Mi sospèndono la pena e vèngo scarcerato, pòi mi danno i domiciliari: affronto dùe intervènti e tèrmino vari cicli di chèmio e radio.
    Òggi continuo con una terapìa antitumorale.
    Ora c’è il coronavirus, molti detenuti hanno paùra, ma ìo mi permetto di dire loro di non arrèndersi mai e di lottare. Ìo non sono guarito, ma sono vivo e vègeto e stò abbastanza bène. I problèmi più urgènti ora sono altri: sulla sòglia dei 60anni, mi tròvo ancora ancorato a problèmi di giustizia. Prèndo 290 èuro di pensione di invalidità e i problèmi econòmici pésano anche all’intèrno delle mura domèstiche.
    Condivido il pensièro di Dostoevskij, cioè che la civiltà di un paese si misura con lo stato delle càrceri. Qualcuno potrà obiettare sul fatto che sono di parte: è vero, non lo biàsimo, ma dalla mìa di parte ci sono 30 anni di branda.
    In bocca al lupo a noi tutti!

    Quell’oscuro oggetto del desiderio…

    0


    Ci risiamo. 8 marzo e dintorni. Festa della Donna. Vi dirò… quest’anno al Gatto Randagio viene da pensare a quella sorta di donnina che fra due giorni compie gli anni e ha molto da festeggiare se nonostante abbia superato i sessanta si conferma essere intramontabile oggetto dei desideri. Stiamo parlando di Barbie. 29 centimetri di plastica diventati, grazie a una formidabile operazione di mercato, la bambola-merce per eccellenza.
    Neanche a dirlo, mi ha fatto notare il Randagio, a Barbie la pandemia sembra fare molto, ma molto bene. E mi ha messo sotto gli occhi i dati che vengono dagli Stati Uniti: sembra che le vendite della bambola più famosa del mondo stiano raggiungendo cifre da capogiro. Si parla di un aumento del 29 per cento. E, certo, con tanto tempo costretti in casa, aumenta la richiesta di giocattoli per intrattenere i bambini, e le famiglie che possono… tanto che i dirigenti della Mattel addirittura temono di non riuscire a soddisfare la domanda che si prevede ancora aumenti.
    Quale migliore regalo di compleanno per la signorina Barbie, che ha aperto gli occhi sul mondo il 9 marzo di sessantuno anni fa. Indossando un costumino zebrato e i capelli legati in una lunga coda, che, il Gatto, lo manda ancora in visibilio.
    Ma questa volta io e il Randagio siamo in disaccordo. Vi devo confessare che la bambola più amata dalle bambine rimane, per me che di Barbie non ne ho mai avute né per la verità neppure mai desiderate, un davvero “oscuro” oggetto del desiderio. Così rigida, così poco accogliente, così poco carezzevole… pensavo da piccola, e penso tuttora.
    Certo il suo affermarsi e dilagare è stupefacente.
    Operazione commerciale straordinaria della Mattel, produttrice del giocattolo, che ha costruito per lei un mondo affollatissimo di vestiti, oggetti, sceneggiature che le ruotano intorno, da renderla quasi personaggio credibile. E ne fa subito una sorta di “influencer”, se vogliamo usare una terminologia contemporanea che a me fa venire i brividi. Bene accolta da chi vi ha visto “un’alternativa all’immagine della donna ritratta come casalinga”. Preoccupante per quei medici e psicologi che già negli anni 80 accusavano la bambola di indurre le bambine all’anoressia, per alcune “diventandone addirittura un’ossessione”. Come racconta, insieme a tanto altro, un bel saggio della storica Marianne Debouzy che quando uscì, una quindicina d’anni fa, andai a leggere per capirne qualcosa. E vale la pena di riprenderlo in mano.
    Ripercorrendo la storia del famoso giocattolo, l’ideale di bellezza che impone, ma soprattutto la nascita e lo sviluppo del “Barbie pensiero”, Debouzy intanto si è chiesta “cosa significhi essere bambine nella società americana”… si è chiesta persino “se ci siano ancora bambine in questa società. Già negli anni Sessanta qualcuno ne dubitava…”. E sono interrogativi ancora di oggi, che non riguardano solo l’America, se di Barbie ne sono state vendute centinaia di milioni in tutto il mondo.
    Certo, negli anni piano piano è stata ritoccata, per adeguarla ai tempi (e al mercato). Qualche frazione di millimetro di curve in più, poi arriva il modello con un incarnato marroncino (ma, accortisi che i neri non ne erano soddisfatti, fu allora presto lanciata sul mercato una bambola nera dai tratti somatici più marcati). E ancora nel tempo cambiano i vestiti, gli accessori, fino ad arrivare alle più politicamente corrette Barbie etniche, fino a coprire addirittura quel sottile corpicino con una tuta da astronauta. Due anni fa, (regalo per i suoi sessant’anni) Barbie ha avuto il volto (e la storia) di donne vere. Come Sara Gama, la calciatrice, per dirne una…
    Ma, come fa notare Marianne Debouzy, si tratta appena appena di ritocchi d’immagine. Insomma, l’essenza di Barbie è rimasta sempre la stessa. Il mondo che le gira attorno è quello del consumismo e “giocare con Barbie significa essere iniziate al consumo come attività primaria”.
    Lei è alta, bella, i suoi parametri sono sostanzialmente occidentali. E’ ricca e ha un’infinità di cose. Anche il suo uomo (il famoso Kent) sembra essere solo un accessorio. Fata di una fiaba moderna, così le bambine l’hanno vista e ancora la vedono, mettendo da parte il ruolo di madre al quale la bambola classica in qualche modo le preparava, ma saltando anche l’infanzia e proiettandosi subito, insieme alla bambola mai più bambina, in un mondo adulto “di guaine, abiti da sera e matrimoni precoci”.
    E però, e però… “rimane pur sempre un giocattolo”. E nel gioco, per ogni bambino un grande ruolo ha sempre l’immaginazione, che non si sa mai fino a che punto può o non può essere condizionata. Rimane da sperare che “esista ancora un angolo nell’immaginario infantile estraneo ai condizionamenti della Mattel”.
    Conclusione… “Non demonizziamo la bambola Barbie, ma cerchiamo di guardare con i suoi stessi occhi: la ‘barbificazione’ del mondo è giunta a buon punto”. E in questa direzione molto avanti si è andati nei quindici anni trascorsi dalle considerazioni di Marianne Debouzy, che già notava come “i valori e modelli proposti con Barbie sono ovunque intorno a noi”.
    A proposito di barbificazione del mondo, quindi, dopo avergli letto il saggio della Debouzy, ho invitato il Gatto a guardarsi intorno…
    E su un punto è d’accordo con me. Non ce ne vogliano le donne che, inseguendo il sogno di un’eterna bamboleggiante giovinezza, hanno scelto di investire tempo, danaro, e tanta emotività immaginiamo anche, nel sogno di una sorta di uniformità plastificata e immobile dei loro volti, ma è cosa che ci mette addosso molta tristezza…
    “Magari fra un po’ ci caschi anche tu”, mi ha punzecchiato il Randagio.
    Forse. Ma per ora, ancora considero questa “barbificazione” uno dei volti di una grande sconfitta, quella che così bene, già un decennio fa, Germaine Greer analizzò ne “La donna intera”, affrontando la questione femminile alle soglie del terzo millennio. Raccontandoci, fra le tante cose, di donne vittime del loro stesso corpo…
    Pensiamoci.
    E buon otto marzo a tutte.

    Chi ha varcato la soglia- 9^ testimonianza. Non è di questo mondo.

    0

    Ancora un docente risponde all’invito di Cascina Macondo. Antonia di Ippolito. vent’anni dopo il primo ingresso “dentro”. “Ho insegnato poco e imparato molto”… “Quanto alla giustizia, dico: non è di questo mondo!” Bellissima testimonianza, ascoltate...


    “Ho varcato la soglia nel lontano settembre 2001, prima sede dopo immissione in ruolo, assegnata in primavera per il successivo anno scolastico e, perciò, accompagnata da un’estate pensierosa su quanto potevo aspettarmi; già, perché mi domandavo: cosa può farci una docente di scuola elementare in una struttura carceraria per adulti? Cosa mai potrà insegnare ad alunni ormai “grandi”?
    Primo giorno di scuola, in compagnia di una collega veterana: prima porta che si apre e primo incontro con chi ti chiede le generalità e gli oggetti che non possono “passare”; prima impressione: “mi schedano”. Secondo step: questa volta è un cancello che si apre con una bellissima chiave di ottone e seconda annotazione delle generalità su un registro; entri e dietro di te il cancello si chiude; seconda impressione: sono “dentro”; ancora un cancello e, rassicurata dalla collega, arrivo finalmente in aula. Poco dopo arrivano i discenti: sono bastate poche parole di presentazione per capire subito che, mentre le porte si chiudono alle spalle, davanti si apre un mondo e puoi cominciare da dove vuoi, tanti sono gli input per una lezione di vita, prima e oltre che di scuola.
    Dopo vent’anni posso riassumere la mia esperienza in alcune riflessioni: ho visto tanti volti ed ho conosciuto tante persone, ho insegnato poco ed ho imparato tanto, è stato un “crescere insieme” dove, da una parte, “la paura” ha lasciato il posto al “rispetto”, il “pregiudizio e la “diffidenza” alla “fiducia”, la convinzione di “stare dalla parte giusta” alla “consapevolezza” di essere stata semplicemente più fortunata, e dall’altra, la “sofferenza” lascia il posto al “bisogno di umanità”, la “disperazione” alla “speranza” di poter ricominciare una vita nuova con nuova libertà, dopo aver riflettuto sul proprio sbaglio, per il quale si sconta una pena che non è solo privazione della libertà, ma anche vergogna per la propria famiglia, pensiero e lontananza da figli, genitori, affetti tutti e paura di continuare ad essere indicati, una volta “fuori”.
    Negli anni ho aggiunto all’attività scolastica il mio contributo di volontaria per animazione di funzioni religiose, che pure si svolgono in tali luoghi, dove, spesso, la fede viene riscoperta ed assume grande rilevanza per la crescita spirituale dei detenuti e non solo. Ricordo le parole di papa Francesco per il Giubileo straordinario: “Nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, nessuna; Lui è lì, piange con voi, lavora con voi, spera con voi; il suo amore paterno e materno arriva dappertutto”.
    Sicuramente la fede mi ha indicato la strada per guardare il tutto con occhi liberi da pregiudizi e aperti ad una relazione interpersonale basata sul rispetto per la persona che si ha di fronte, sull’accoglienza dell’altro con tutti i suoi limiti, sulla disponibilità all’ascolto, sulla solidarietà, sulla condivisione, ed è così che ho portato “dentro” altri volontari, amici, i miei stessi figli, ancora giovanissimi.
    Quei cancelli che si aprono quasi silenziosamente per entrare, si chiudono alle tue spalle con un colpo non più silente ed è quel rumore di ferro che, ancora, dopo anni, continua a colpire le orecchie e il cuore, forse perché, uscendo, avverti concretamente il confine tra il “dentro” e il “fuori” ed è allora che pensi alla sofferenza di chi resta, ma anche di chi va via dopo una visita, perché da quell’incontro ti porti dentro qualcosa che torna alla mente nei tuoi momenti di riflessione e che, magari, ti fa vivere in modo diverso la tua vita e la tua storia familiare, sociale e lavorativa.
    Quanto alla giustizia, dico: non è di questo mondo!

    Antonia Di Ippolito

    A proposito de “I racconti meravigliosi”…

    0

    A proposito de “I racconti meravigliosi” di Augusto Ferraiuolo, e dei fantastici disegni di Alessandro de Carolis che ci hanno accompagnato nel racconto del libro, Paolo Rausa ci regala questo viaggio tra storie mitiche e leggendarie, altrettanto fantastiche…

    “Francesca ed Alessandro questa volta si sono alleati per portarci in un mondo di fiaba, dell’immaginario, dove tutte le nostre fantasie trovano luogo e realtà. Come i nostri senni perduti sulla Luna, che solo Astolfo può andare a recuperare sull’ippogrifo. I senni dei filosofi, scienziati, re e amanti delusi e irretiti, disperati come Orlando che ama, non riamato, Angelica, che si innamora di Medoro, un giovane soldato saraceno. Si invaghisce di lui e lo sposa. Storie leggendarie e mitiche, dove tutto l’armamentario dell’immaginario è chiamato a costruire storie che la nostra razionalità non ammetterebbe, eppure esistono da che mondo e mondo. Quei draghi non sono forse i vari animali esistiti nella notte dei tempi ed estinti ma la cui esistenza terrificante è rimasta inchiodata nella nostra psiche? Tante di queste storie possiamo leggere nei racconti popolari tramandati in forma orale o raccolti dalla mitologia in forma dotta, vedi le Metamorfosi di Ovidio, dove accade di tutto e il genere umano deve fare i conti con continue trasformazioni in esseri vegetali e animali, che incutono terrore perché non riusciamo a modificare a nostro vantaggio la realtà immaginaria. Si devono arrendere persino gli dei, quelli più potenti, come Apollo che deride la potenza di Eros ma ne rimane vittima quando questo, sornione e giocoso come sanno essere gli amorini, lancia due dardi: uno su Apollo per instillare l’amore verso Dafne e l’altro sulla ragazza che lo ripugna. Costretta a fuggire per non subire violenza trova rifugio e salvezza grazie all’intervento del padre, il fiume Peneo, che invoca per farsi trasformare in albero di alloro. Apollo è strabiliato e commosso, perciò decide di premiare con le sue foglie intrecciate a corona la fronte dei poeti laureati. Contro i draghi, questi enormi e mostruosi volatili, la Chiesa ricorre ai santi, per es. a San Giorgio, un cavaliere che trafigge il drago/natura. San Giorgio/gheorgos è in greco il contadino, ovvero l’agricoltura, attività umana per eccellenza che si contrappone alla natura e rappresenta il passaggio dallo stato di raccoglitori/cacciatori a quello di agricoltori, che la chiesa assume su di sé, rivendicando la sua primazia. Troviamo molti di questi elementi nel bel libro di Bachelard “Strutture antropologiche dell’immaginario”, dove sono state raccolte le figure della notte e del giorno, dell’abisso e dell’aldilà in continuità con la nostra vita. La paura dell’ignoto trova anche modalità per respingere il malocchio o gli spiriti del male attraverso le figure apotropaiche o gli strepiti, ma anche le musiche, le melodie che trasformano le irriducibili fantasie terrificanti in dolci suoni che vincono la morte come Orfeo che riconduce in vita Euridice, poi perdendola. La paura quindi diventa tentativo di convivenza, dove ogni parvenza ed esistenza viene chiamata a coesistere in una armonia, in un equilibrio, dove tutto si tiene, la nostra esistenza, quello che vediamo e quello che non vediamo che percepiamo come sussurro e melodia che allevi la nostra esistenza fatta di stenti, di desideri e di follia, ma grazie all’intervento dell’elemento irrazionale socializzato viene accettato e trasformato in rito, come le tarante del Salento, dove il ragno morde la fanciulla scalza che miete il grano e la trasforma in baccante fino a esaurire il veleno con il ri/morso d’amore” Paolo Rausa.

    I racconti meravigliosi

    0


    Gli esseri meravigliosi delle storie popolari della Campania. Che sono “notturni, subdoli, rapaci” e, soprattutto, “esistono”. Entrano nella vita di tutti i giorni e tutti noi possiamo incontrarli… e grazie ad Alessandro, il mio nipote musicista, per il regalo dei suoi fantastici disegni con i quali, condividendo con noi le immagini delle stupefacenti creature che a tratti lo vengono a trovare, testimonia realtà che la nostra pigrizia e le nostre chiusure ci impediscono di considerare…

    Dicevane che a ‘n’omme succerette ‘stu fatte. Steva venenne ra Caserta a se truvaie ‘nanze ‘na pecora, just’a miezanotte. Nun ce steva nisciune pe’ loco e allora facette pe’ s’’a piglia’. Comme ‘a steva piglianne pah! E chesta scumparette ‘nta nu lamp’’e fuoche”.
    “Dicevano che a un uomo successe questo fatto. Stava venendo da Caserta e si trovò davanti una pecora, giusto a mezzanotte. Non c’era nessuno là intorno e allora fece per prenderla. Come stava per prenderla pah! E questa scomparve in un lampo di fuoco”
    E più avanti…
    Allora r’’o stipette ascette comm’a nu bambine piccerille, tutte vestite ‘russo e cu nu cappielle ‘ncapa, nu cappielle a punta. Chill’era ‘o munacielle” (questa non la traduco, è facile).
    Ancora…
    Isse se mettette a magna’ e mentre magnava trasettere ati gatte che ce ricevene ‘buonasera’ trasenne (altre gatte entrando dicevano ‘buonasera’)”.
    E così di meraviglia in meraviglia, mi sono persa ne “I racconti meravigliosi” di Augusto Ferraiuolo. Una raccolta di brevi storie che hanno per protagonisti spiriti, folletti, streghe, lupi mannari… Esseri comunque meravigliosi. Che mi hanno riportata a casa.
    A casa, sì. Intanto perché il libro, riemerso, ecco, come per incanto dal fondo della mia libreria, mi era stato regalato quasi un quarto di secolo fa dall’autore, Augusto, amico della prima gioventù, che è antropologo e docente a Boston, e nel suo libro riporta un centinaio di racconti della nostra terra campana, raccolti direttamente dalle voci delle persone che quei “fatti” hanno vissuto o hanno da amici, conoscenti, familiari ascoltato.
    A casa, soprattutto perché mi hanno ricordato altrettanto meravigliose narrazioni che mi incatenavano allo sguardo di mia zia Carlotta, che, con voce carezzevole, di “fatti” accaduti nel nostro vecchio palazzo di Santa Maria mi raccontava: di un monacello vecchietto che si affacciava dalla parete in alto, lassù, vicino alla tenda, ed era monacello buono… di una donna comparsa una sera cercando la gamba che aveva perso in un incidente, e come era apparsa era svanita nel buio, insieme al colore rosso della gamba che stringeva fra le mani… del crepitare di sussurri sotto la carta dei parati ogni volta che in casa moriva qualcuno della famiglia” (Augusto, se vuoi aggiungere alla tua raccolta…).
    Racconti meravigliosi. Che Ferraiuolo ha studiato, analizzato, catalogato… E l’ho pensato, Augusto, come una sorta di archeologo, lì a scavare, nelle parole, nelle voci e nelle narrazioni della nostra terra. Per tirare fuori dai sedimenti del passato, che a tratti ancora si riverbera sul nostro presente, questi “racconti meravigliosi”. Che individua come un genere specifico del narrare, che non è fiaba, né leggenda, né mito, ma è il “fantastico meraviglioso”: “quella categoria di racconti dove gli eventi sono inizialmente fantastici, ma dove il sovrannaturale è infine accettato e dove è sempre strettissima la relazione con la realtà”. Perché gli esseri meravigliosi che li popolano, “notturni, subdoli, rapaci”, soprattutto “esistono”. Entrano nella vita di tutti i giorni ed è indiscutibile che tutti noi possiamo incontrarli. “A ‘n’omme succerette ‘stu fatte”! (“fatto”, dunque incontestabile, come ‘o fatto niro niro della tammurriata che conosciamo).
    Riprova di tanta importanza che hanno avuto queste narrazioni, nella vita anche sociale delle nostre terre, è la riappropriazione che del meraviglioso ha fatto la Chiesa. Avvenuta a cominciare con l’invenzione del Purgatorio: e quale luogo migliore per dare legittimità ai morti, fermi su una linea di confine, ancora in qualche modo varcabile, fra l’aldilà e l’aldiqua. E se il magico era il miracoloso diabolico, il miracolo diventa il meraviglioso cristiano…
    Dicevano che l’anime ro purgatorie suonavano appriesse a nu giovane. Suonavane ‘e campanelle e chille pe’ la paura mori’…” (Dicevano che le anime del purgatorio suonavano dietro a un giovane. Suonavano le campanelle, e quello per la paura morì”).
    Impossibile raccontarveli tutti, questi meravigliosi fatti. Ma scopro adesso (altro “fatto” per me di meraviglia) il progetto avviato sul finire dell’anno scorso da Augusto Ferraiuolo in collaborazione con Mutamenti /Teatro Civico 14 e Brillante Massaro di Matutae teatro: “I racconti meravigliosi” sono stati video-registrati, quelli di cui ho letto e tanti altri raccolti nel tempo. Perché la ricerca di Augusto, innamorato com’è del narrare e dei tesori e delle verità nascoste nella memoria della gente, mai si è fermata e mai, credo, si fermerà. La materia d’altro canto è infinita …
    “Non esiste, non è mai esistito in alcun luogo -spiega- un popolo senza racconti. Tutte le classi, tutti i gruppi umani hanno i loro racconti e spesso questi sono fruiti in comune da uomini di culture diverse, talora opposte: il racconto si fa gioco della buona e della cattiva letteratura: internazionale, trans-storico, trans-culturale, il racconto è come la vita”.
    Una vita nella quale dovremmo imparare a dubitare almeno un po’ di quello che si vede e si tocca, “dell’identità delle persone, della solidità di una casa, dell’impossibilità di una metamorfosi”, che è l’utilità suprema che Ceronetti, si ricorda, vedeva in tutte le fiabe.
    Che è cosa che farebbe bene a tutti, iniziare a dubitare delle nostre convinzioni e presunzioni. Si imparerebbe, magari, a rendere meno asfittico il nostro sentire. Ad aprirci al pensiero possibile, al pensiero diverso…
    E potete anche voi avvicinarvi a questo sentire partecipando al gioco che Augusto propone con le sue video-registrazioni, che ora a “I racconti meravigliosi” restituiscono la musica della voce, dei toni, gli sguardi, i sospiri, le pause delle narrazioni orali raccolte a suo tempo sul campo.
    Vi propongo, per cominciare, il settimo brano della raccolta, che parla di quel che accadde a un amico “che ha le parole mancanti nel battesimo” (e cosa non accade, sapete, se durante il battesimo qualche parola del rito è stata dimenticata…).
    Sedetevi intorno al caminetto virtuale dei nostri tempi e ascoltate (la voce è di Stefania Remino, le musiche di Luca Rossi)…
    https://www.youtube.com/watch?v=_OIV-E-9b8Q
    Ah, non pensate che queste siano cose solo da notti invernali fredde e buie. Gli esseri meravigliosi sono sempre e ovunque. Non vi siete accorti dei fantasmi meridiani? Che ci guidano, o ci accecano, nella luce del sole…

    ()



    Chi ha varcato la soglia- 8^ testimonianza. Quello che pesa.

    0

    QUELLO CHE PESA… Lo spiega bene Bruna Chiotti, che è garante dei diritti dei detenuti, rispondendo all’invito di Cascina Macondo.
    Quello che pesa più di tutto, più degli anni persi, del dolore, dei rimpianti… la nostra indifferenza..



    Ho varcato la soglia di un carcere alcuni anni fa come volontaria di una Associazione per gestire uno sportello sociale per pratiche pensioni, disoccupazioni, ecc. e poi come Garante Comunale per i diritti dei detenuti per 5 anni.
    Ho incontrato una umanità dolente, rassegnata, arrabbiata, fiduciosa, incattivita, altruista, impaurita, silenziosa, allegra, speranzosa, creativa, in altre parole ho incontrato “l’uomo” in tutte le sue debolezze, ma con una grande volontà di riscatto.
    Ho visto piangere un anziano detenuto al quale venivano negate ogni possibilità di far valere i propri diritti. Ho incontrato persone con 20-30 anni di carcere sulle spalle e con fine pena “mai”, ma ancora con la speranza di vedere la propria casa e di tornare liberi.
    Mi è rimasta impressa la storia, tra tante, di un detenuto condannato all’ergastolo ed entrato in carcere a 20 anni. Mi raccontava che conosceva solo il quartiere dove era nato e cresciuto e che tra bande rivali sopravviveva chi sparava per primo. Mi disse che il carcere l’aveva salvato ed era riconoscente alla scuola interna che gli aveva permesso di studiare.
    Ho incontrato un capo mafia già anziano e con oltre 30 anni di pena scontata che si è laureato in carcere in Sociologia e che, nei giorni di permesso, svolgeva volontariato in una struttura per anziani.
    Ho conosciuto un detenuto che negli anni ottanta faceva parte delle “Brigate Rosse” a tempo pieno, e prima ancora fu rapinatore e gangster. Non ha mai rinnegato le sue scelte sbagliate, anche se era molto critico verso se stesso al punto di scrivere un libro sulla sua cattiva strada. Ora lavora in una cooperativa sociale come volontario e continua a scrivere le sue memorie.
    Nessuno rivendicava il proprio passato, anzi c’è quasi una rimozione e c’è invece una ferma volontà di guardare avanti senza voltarsi indietro. Ho incontrato persone con grande dignità e voglia di riscatto chiedendo di lavorare perché “il lavoro dà dignità”.
    Mi hanno detto che gli anni passano, ma la giornata è lunga e il senso di solitudine e la nostalgia della famiglia è devastante. Per sopravvivere è indispensabile mantenere il rispetto di sé e la propria dignità di uomo anche se dentro pesa una fragilità nascosta, mascherata da atteggiamenti anche aggressivi o con ostentata sicurezza di sé.
    Ma quello che pesa per un detenuto è l’indifferenza di chiunque non varca la soglia del carcere, perché un saluto, una stretta di mano, un colloquio possono dare senso alla giornata, a quel tempo infinito che isola fisicamente e socialmente e che distrugge psicologicamente una persona, anche colpevole di reato, ma pur sempre una persona.

    Bruna Chiotti

    Ai nostri confini… se aiutare uomini è un reato…

    0

    “Io rivendico il carattere politico, e non umanitario, del mio impegno quinquennale con i migranti.
    L’impegno umanitario è un impegno che si limita a lenire la sofferenza senza tentar d’intervenire sulle cause che la producono. Impegno politico, nell’attuale situazione storica, è prima di tutto resistenza nei confronti di un’organizzazione della vita sociale basata sullo sfruttamento degli uomini e della natura portato al limite della devastazione (come la pandemia ci mostra).
    è inoltre tentativo di costruire punti di socialità solidale che possano costantemente allargarsi e approfondirsi”.
    Questo ha scritto la mattina del 24 Gian Andrea Franchi, dopo che all’alba nella sua casa ha fatto irruzione la polizia, sequestrando telefoni, libri contabili, altro materiale… Gian Andrea Franchi e la Moglie Lorena Fornasir sono accusati dalla procura di Trieste di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’accusa “calunniosa” basata, denuncia Franchi, “su un aiuto effettivo di assistenza e ospitalità, dato nel luglio del 2019 a una famiglia iraniana, composta da padre, madre e due bambini”, “vogliono collegarmi a una rete di sfruttatori (passeur) che avrebbe, prima e dopo il mio intervento, approfittato della famiglia profuga”.
    “Vedevamo arrivare questi ragazzi con le scarpe rotte, i piedi lacerati, affamati. non siamo più stati capaci di tornare nella nostra casa” racconta Lorena. Se aiutare gli uomini è un reato…
    Psicoterapeuta lei, professore di filosofia ora in pensione lui. Chi sono, cosa fanno, la bellezza dei loro gesti, potete vederli, insieme a quelli di altri che con loro partecipano a un “lavoro collettivo di solidarietà”, nel film “Dove bisogna stare”, di Daniele Gaglianone e Stefano Collizzolli, prodotto in collaborazione con Medici senza frontiere. Film che è possibile vedere gratuitamente fino a domenica. Un gesto della produzione in solidarietà a Lorena a Gian Andrea. Li vedrete, medicare i segni delle torture, offrire cibo… insomma quell’aiuto che questi tempi feroci chiamano reato…
    Guardate anche voi…
    https://partecipa.zalab.org/dove-bisogna-stare/?fbclid=IwAR1z3CVKH3udiTkxvSw7X2cEtmkvYsv6JSs5A28ZRulJ9y48dRjeaM3eiSY