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    Chi ha varcato la soglia- 9^ testimonianza. Non è di questo mondo.

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    Ancora un docente risponde all’invito di Cascina Macondo. Antonia di Ippolito. vent’anni dopo il primo ingresso “dentro”. “Ho insegnato poco e imparato molto”… “Quanto alla giustizia, dico: non è di questo mondo!” Bellissima testimonianza, ascoltate...


    “Ho varcato la soglia nel lontano settembre 2001, prima sede dopo immissione in ruolo, assegnata in primavera per il successivo anno scolastico e, perciò, accompagnata da un’estate pensierosa su quanto potevo aspettarmi; già, perché mi domandavo: cosa può farci una docente di scuola elementare in una struttura carceraria per adulti? Cosa mai potrà insegnare ad alunni ormai “grandi”?
    Primo giorno di scuola, in compagnia di una collega veterana: prima porta che si apre e primo incontro con chi ti chiede le generalità e gli oggetti che non possono “passare”; prima impressione: “mi schedano”. Secondo step: questa volta è un cancello che si apre con una bellissima chiave di ottone e seconda annotazione delle generalità su un registro; entri e dietro di te il cancello si chiude; seconda impressione: sono “dentro”; ancora un cancello e, rassicurata dalla collega, arrivo finalmente in aula. Poco dopo arrivano i discenti: sono bastate poche parole di presentazione per capire subito che, mentre le porte si chiudono alle spalle, davanti si apre un mondo e puoi cominciare da dove vuoi, tanti sono gli input per una lezione di vita, prima e oltre che di scuola.
    Dopo vent’anni posso riassumere la mia esperienza in alcune riflessioni: ho visto tanti volti ed ho conosciuto tante persone, ho insegnato poco ed ho imparato tanto, è stato un “crescere insieme” dove, da una parte, “la paura” ha lasciato il posto al “rispetto”, il “pregiudizio e la “diffidenza” alla “fiducia”, la convinzione di “stare dalla parte giusta” alla “consapevolezza” di essere stata semplicemente più fortunata, e dall’altra, la “sofferenza” lascia il posto al “bisogno di umanità”, la “disperazione” alla “speranza” di poter ricominciare una vita nuova con nuova libertà, dopo aver riflettuto sul proprio sbaglio, per il quale si sconta una pena che non è solo privazione della libertà, ma anche vergogna per la propria famiglia, pensiero e lontananza da figli, genitori, affetti tutti e paura di continuare ad essere indicati, una volta “fuori”.
    Negli anni ho aggiunto all’attività scolastica il mio contributo di volontaria per animazione di funzioni religiose, che pure si svolgono in tali luoghi, dove, spesso, la fede viene riscoperta ed assume grande rilevanza per la crescita spirituale dei detenuti e non solo. Ricordo le parole di papa Francesco per il Giubileo straordinario: “Nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, nessuna; Lui è lì, piange con voi, lavora con voi, spera con voi; il suo amore paterno e materno arriva dappertutto”.
    Sicuramente la fede mi ha indicato la strada per guardare il tutto con occhi liberi da pregiudizi e aperti ad una relazione interpersonale basata sul rispetto per la persona che si ha di fronte, sull’accoglienza dell’altro con tutti i suoi limiti, sulla disponibilità all’ascolto, sulla solidarietà, sulla condivisione, ed è così che ho portato “dentro” altri volontari, amici, i miei stessi figli, ancora giovanissimi.
    Quei cancelli che si aprono quasi silenziosamente per entrare, si chiudono alle tue spalle con un colpo non più silente ed è quel rumore di ferro che, ancora, dopo anni, continua a colpire le orecchie e il cuore, forse perché, uscendo, avverti concretamente il confine tra il “dentro” e il “fuori” ed è allora che pensi alla sofferenza di chi resta, ma anche di chi va via dopo una visita, perché da quell’incontro ti porti dentro qualcosa che torna alla mente nei tuoi momenti di riflessione e che, magari, ti fa vivere in modo diverso la tua vita e la tua storia familiare, sociale e lavorativa.
    Quanto alla giustizia, dico: non è di questo mondo!

    Antonia Di Ippolito

    A proposito de “I racconti meravigliosi”…

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    A proposito de “I racconti meravigliosi” di Augusto Ferraiuolo, e dei fantastici disegni di Alessandro de Carolis che ci hanno accompagnato nel racconto del libro, Paolo Rausa ci regala questo viaggio tra storie mitiche e leggendarie, altrettanto fantastiche…

    “Francesca ed Alessandro questa volta si sono alleati per portarci in un mondo di fiaba, dell’immaginario, dove tutte le nostre fantasie trovano luogo e realtà. Come i nostri senni perduti sulla Luna, che solo Astolfo può andare a recuperare sull’ippogrifo. I senni dei filosofi, scienziati, re e amanti delusi e irretiti, disperati come Orlando che ama, non riamato, Angelica, che si innamora di Medoro, un giovane soldato saraceno. Si invaghisce di lui e lo sposa. Storie leggendarie e mitiche, dove tutto l’armamentario dell’immaginario è chiamato a costruire storie che la nostra razionalità non ammetterebbe, eppure esistono da che mondo e mondo. Quei draghi non sono forse i vari animali esistiti nella notte dei tempi ed estinti ma la cui esistenza terrificante è rimasta inchiodata nella nostra psiche? Tante di queste storie possiamo leggere nei racconti popolari tramandati in forma orale o raccolti dalla mitologia in forma dotta, vedi le Metamorfosi di Ovidio, dove accade di tutto e il genere umano deve fare i conti con continue trasformazioni in esseri vegetali e animali, che incutono terrore perché non riusciamo a modificare a nostro vantaggio la realtà immaginaria. Si devono arrendere persino gli dei, quelli più potenti, come Apollo che deride la potenza di Eros ma ne rimane vittima quando questo, sornione e giocoso come sanno essere gli amorini, lancia due dardi: uno su Apollo per instillare l’amore verso Dafne e l’altro sulla ragazza che lo ripugna. Costretta a fuggire per non subire violenza trova rifugio e salvezza grazie all’intervento del padre, il fiume Peneo, che invoca per farsi trasformare in albero di alloro. Apollo è strabiliato e commosso, perciò decide di premiare con le sue foglie intrecciate a corona la fronte dei poeti laureati. Contro i draghi, questi enormi e mostruosi volatili, la Chiesa ricorre ai santi, per es. a San Giorgio, un cavaliere che trafigge il drago/natura. San Giorgio/gheorgos è in greco il contadino, ovvero l’agricoltura, attività umana per eccellenza che si contrappone alla natura e rappresenta il passaggio dallo stato di raccoglitori/cacciatori a quello di agricoltori, che la chiesa assume su di sé, rivendicando la sua primazia. Troviamo molti di questi elementi nel bel libro di Bachelard “Strutture antropologiche dell’immaginario”, dove sono state raccolte le figure della notte e del giorno, dell’abisso e dell’aldilà in continuità con la nostra vita. La paura dell’ignoto trova anche modalità per respingere il malocchio o gli spiriti del male attraverso le figure apotropaiche o gli strepiti, ma anche le musiche, le melodie che trasformano le irriducibili fantasie terrificanti in dolci suoni che vincono la morte come Orfeo che riconduce in vita Euridice, poi perdendola. La paura quindi diventa tentativo di convivenza, dove ogni parvenza ed esistenza viene chiamata a coesistere in una armonia, in un equilibrio, dove tutto si tiene, la nostra esistenza, quello che vediamo e quello che non vediamo che percepiamo come sussurro e melodia che allevi la nostra esistenza fatta di stenti, di desideri e di follia, ma grazie all’intervento dell’elemento irrazionale socializzato viene accettato e trasformato in rito, come le tarante del Salento, dove il ragno morde la fanciulla scalza che miete il grano e la trasforma in baccante fino a esaurire il veleno con il ri/morso d’amore” Paolo Rausa.

    I racconti meravigliosi

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    Gli esseri meravigliosi delle storie popolari della Campania. Che sono “notturni, subdoli, rapaci” e, soprattutto, “esistono”. Entrano nella vita di tutti i giorni e tutti noi possiamo incontrarli… e grazie ad Alessandro, il mio nipote musicista, per il regalo dei suoi fantastici disegni con i quali, condividendo con noi le immagini delle stupefacenti creature che a tratti lo vengono a trovare, testimonia realtà che la nostra pigrizia e le nostre chiusure ci impediscono di considerare…

    Dicevane che a ‘n’omme succerette ‘stu fatte. Steva venenne ra Caserta a se truvaie ‘nanze ‘na pecora, just’a miezanotte. Nun ce steva nisciune pe’ loco e allora facette pe’ s’’a piglia’. Comme ‘a steva piglianne pah! E chesta scumparette ‘nta nu lamp’’e fuoche”.
    “Dicevano che a un uomo successe questo fatto. Stava venendo da Caserta e si trovò davanti una pecora, giusto a mezzanotte. Non c’era nessuno là intorno e allora fece per prenderla. Come stava per prenderla pah! E questa scomparve in un lampo di fuoco”
    E più avanti…
    Allora r’’o stipette ascette comm’a nu bambine piccerille, tutte vestite ‘russo e cu nu cappielle ‘ncapa, nu cappielle a punta. Chill’era ‘o munacielle” (questa non la traduco, è facile).
    Ancora…
    Isse se mettette a magna’ e mentre magnava trasettere ati gatte che ce ricevene ‘buonasera’ trasenne (altre gatte entrando dicevano ‘buonasera’)”.
    E così di meraviglia in meraviglia, mi sono persa ne “I racconti meravigliosi” di Augusto Ferraiuolo. Una raccolta di brevi storie che hanno per protagonisti spiriti, folletti, streghe, lupi mannari… Esseri comunque meravigliosi. Che mi hanno riportata a casa.
    A casa, sì. Intanto perché il libro, riemerso, ecco, come per incanto dal fondo della mia libreria, mi era stato regalato quasi un quarto di secolo fa dall’autore, Augusto, amico della prima gioventù, che è antropologo e docente a Boston, e nel suo libro riporta un centinaio di racconti della nostra terra campana, raccolti direttamente dalle voci delle persone che quei “fatti” hanno vissuto o hanno da amici, conoscenti, familiari ascoltato.
    A casa, soprattutto perché mi hanno ricordato altrettanto meravigliose narrazioni che mi incatenavano allo sguardo di mia zia Carlotta, che, con voce carezzevole, di “fatti” accaduti nel nostro vecchio palazzo di Santa Maria mi raccontava: di un monacello vecchietto che si affacciava dalla parete in alto, lassù, vicino alla tenda, ed era monacello buono… di una donna comparsa una sera cercando la gamba che aveva perso in un incidente, e come era apparsa era svanita nel buio, insieme al colore rosso della gamba che stringeva fra le mani… del crepitare di sussurri sotto la carta dei parati ogni volta che in casa moriva qualcuno della famiglia” (Augusto, se vuoi aggiungere alla tua raccolta…).
    Racconti meravigliosi. Che Ferraiuolo ha studiato, analizzato, catalogato… E l’ho pensato, Augusto, come una sorta di archeologo, lì a scavare, nelle parole, nelle voci e nelle narrazioni della nostra terra. Per tirare fuori dai sedimenti del passato, che a tratti ancora si riverbera sul nostro presente, questi “racconti meravigliosi”. Che individua come un genere specifico del narrare, che non è fiaba, né leggenda, né mito, ma è il “fantastico meraviglioso”: “quella categoria di racconti dove gli eventi sono inizialmente fantastici, ma dove il sovrannaturale è infine accettato e dove è sempre strettissima la relazione con la realtà”. Perché gli esseri meravigliosi che li popolano, “notturni, subdoli, rapaci”, soprattutto “esistono”. Entrano nella vita di tutti i giorni ed è indiscutibile che tutti noi possiamo incontrarli. “A ‘n’omme succerette ‘stu fatte”! (“fatto”, dunque incontestabile, come ‘o fatto niro niro della tammurriata che conosciamo).
    Riprova di tanta importanza che hanno avuto queste narrazioni, nella vita anche sociale delle nostre terre, è la riappropriazione che del meraviglioso ha fatto la Chiesa. Avvenuta a cominciare con l’invenzione del Purgatorio: e quale luogo migliore per dare legittimità ai morti, fermi su una linea di confine, ancora in qualche modo varcabile, fra l’aldilà e l’aldiqua. E se il magico era il miracoloso diabolico, il miracolo diventa il meraviglioso cristiano…
    Dicevano che l’anime ro purgatorie suonavano appriesse a nu giovane. Suonavane ‘e campanelle e chille pe’ la paura mori’…” (Dicevano che le anime del purgatorio suonavano dietro a un giovane. Suonavano le campanelle, e quello per la paura morì”).
    Impossibile raccontarveli tutti, questi meravigliosi fatti. Ma scopro adesso (altro “fatto” per me di meraviglia) il progetto avviato sul finire dell’anno scorso da Augusto Ferraiuolo in collaborazione con Mutamenti /Teatro Civico 14 e Brillante Massaro di Matutae teatro: “I racconti meravigliosi” sono stati video-registrati, quelli di cui ho letto e tanti altri raccolti nel tempo. Perché la ricerca di Augusto, innamorato com’è del narrare e dei tesori e delle verità nascoste nella memoria della gente, mai si è fermata e mai, credo, si fermerà. La materia d’altro canto è infinita …
    “Non esiste, non è mai esistito in alcun luogo -spiega- un popolo senza racconti. Tutte le classi, tutti i gruppi umani hanno i loro racconti e spesso questi sono fruiti in comune da uomini di culture diverse, talora opposte: il racconto si fa gioco della buona e della cattiva letteratura: internazionale, trans-storico, trans-culturale, il racconto è come la vita”.
    Una vita nella quale dovremmo imparare a dubitare almeno un po’ di quello che si vede e si tocca, “dell’identità delle persone, della solidità di una casa, dell’impossibilità di una metamorfosi”, che è l’utilità suprema che Ceronetti, si ricorda, vedeva in tutte le fiabe.
    Che è cosa che farebbe bene a tutti, iniziare a dubitare delle nostre convinzioni e presunzioni. Si imparerebbe, magari, a rendere meno asfittico il nostro sentire. Ad aprirci al pensiero possibile, al pensiero diverso…
    E potete anche voi avvicinarvi a questo sentire partecipando al gioco che Augusto propone con le sue video-registrazioni, che ora a “I racconti meravigliosi” restituiscono la musica della voce, dei toni, gli sguardi, i sospiri, le pause delle narrazioni orali raccolte a suo tempo sul campo.
    Vi propongo, per cominciare, il settimo brano della raccolta, che parla di quel che accadde a un amico “che ha le parole mancanti nel battesimo” (e cosa non accade, sapete, se durante il battesimo qualche parola del rito è stata dimenticata…).
    Sedetevi intorno al caminetto virtuale dei nostri tempi e ascoltate (la voce è di Stefania Remino, le musiche di Luca Rossi)…
    https://www.youtube.com/watch?v=_OIV-E-9b8Q
    Ah, non pensate che queste siano cose solo da notti invernali fredde e buie. Gli esseri meravigliosi sono sempre e ovunque. Non vi siete accorti dei fantasmi meridiani? Che ci guidano, o ci accecano, nella luce del sole…

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    Chi ha varcato la soglia- 8^ testimonianza. Quello che pesa.

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    QUELLO CHE PESA… Lo spiega bene Bruna Chiotti, che è garante dei diritti dei detenuti, rispondendo all’invito di Cascina Macondo.
    Quello che pesa più di tutto, più degli anni persi, del dolore, dei rimpianti… la nostra indifferenza..



    Ho varcato la soglia di un carcere alcuni anni fa come volontaria di una Associazione per gestire uno sportello sociale per pratiche pensioni, disoccupazioni, ecc. e poi come Garante Comunale per i diritti dei detenuti per 5 anni.
    Ho incontrato una umanità dolente, rassegnata, arrabbiata, fiduciosa, incattivita, altruista, impaurita, silenziosa, allegra, speranzosa, creativa, in altre parole ho incontrato “l’uomo” in tutte le sue debolezze, ma con una grande volontà di riscatto.
    Ho visto piangere un anziano detenuto al quale venivano negate ogni possibilità di far valere i propri diritti. Ho incontrato persone con 20-30 anni di carcere sulle spalle e con fine pena “mai”, ma ancora con la speranza di vedere la propria casa e di tornare liberi.
    Mi è rimasta impressa la storia, tra tante, di un detenuto condannato all’ergastolo ed entrato in carcere a 20 anni. Mi raccontava che conosceva solo il quartiere dove era nato e cresciuto e che tra bande rivali sopravviveva chi sparava per primo. Mi disse che il carcere l’aveva salvato ed era riconoscente alla scuola interna che gli aveva permesso di studiare.
    Ho incontrato un capo mafia già anziano e con oltre 30 anni di pena scontata che si è laureato in carcere in Sociologia e che, nei giorni di permesso, svolgeva volontariato in una struttura per anziani.
    Ho conosciuto un detenuto che negli anni ottanta faceva parte delle “Brigate Rosse” a tempo pieno, e prima ancora fu rapinatore e gangster. Non ha mai rinnegato le sue scelte sbagliate, anche se era molto critico verso se stesso al punto di scrivere un libro sulla sua cattiva strada. Ora lavora in una cooperativa sociale come volontario e continua a scrivere le sue memorie.
    Nessuno rivendicava il proprio passato, anzi c’è quasi una rimozione e c’è invece una ferma volontà di guardare avanti senza voltarsi indietro. Ho incontrato persone con grande dignità e voglia di riscatto chiedendo di lavorare perché “il lavoro dà dignità”.
    Mi hanno detto che gli anni passano, ma la giornata è lunga e il senso di solitudine e la nostalgia della famiglia è devastante. Per sopravvivere è indispensabile mantenere il rispetto di sé e la propria dignità di uomo anche se dentro pesa una fragilità nascosta, mascherata da atteggiamenti anche aggressivi o con ostentata sicurezza di sé.
    Ma quello che pesa per un detenuto è l’indifferenza di chiunque non varca la soglia del carcere, perché un saluto, una stretta di mano, un colloquio possono dare senso alla giornata, a quel tempo infinito che isola fisicamente e socialmente e che distrugge psicologicamente una persona, anche colpevole di reato, ma pur sempre una persona.

    Bruna Chiotti

    Ai nostri confini… se aiutare uomini è un reato…

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    “Io rivendico il carattere politico, e non umanitario, del mio impegno quinquennale con i migranti.
    L’impegno umanitario è un impegno che si limita a lenire la sofferenza senza tentar d’intervenire sulle cause che la producono. Impegno politico, nell’attuale situazione storica, è prima di tutto resistenza nei confronti di un’organizzazione della vita sociale basata sullo sfruttamento degli uomini e della natura portato al limite della devastazione (come la pandemia ci mostra).
    è inoltre tentativo di costruire punti di socialità solidale che possano costantemente allargarsi e approfondirsi”.
    Questo ha scritto la mattina del 24 Gian Andrea Franchi, dopo che all’alba nella sua casa ha fatto irruzione la polizia, sequestrando telefoni, libri contabili, altro materiale… Gian Andrea Franchi e la Moglie Lorena Fornasir sono accusati dalla procura di Trieste di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’accusa “calunniosa” basata, denuncia Franchi, “su un aiuto effettivo di assistenza e ospitalità, dato nel luglio del 2019 a una famiglia iraniana, composta da padre, madre e due bambini”, “vogliono collegarmi a una rete di sfruttatori (passeur) che avrebbe, prima e dopo il mio intervento, approfittato della famiglia profuga”.
    “Vedevamo arrivare questi ragazzi con le scarpe rotte, i piedi lacerati, affamati. non siamo più stati capaci di tornare nella nostra casa” racconta Lorena. Se aiutare gli uomini è un reato…
    Psicoterapeuta lei, professore di filosofia ora in pensione lui. Chi sono, cosa fanno, la bellezza dei loro gesti, potete vederli, insieme a quelli di altri che con loro partecipano a un “lavoro collettivo di solidarietà”, nel film “Dove bisogna stare”, di Daniele Gaglianone e Stefano Collizzolli, prodotto in collaborazione con Medici senza frontiere. Film che è possibile vedere gratuitamente fino a domenica. Un gesto della produzione in solidarietà a Lorena a Gian Andrea. Li vedrete, medicare i segni delle torture, offrire cibo… insomma quell’aiuto che questi tempi feroci chiamano reato…
    Guardate anche voi…
    https://partecipa.zalab.org/dove-bisogna-stare/?fbclid=IwAR1z3CVKH3udiTkxvSw7X2cEtmkvYsv6JSs5A28ZRulJ9y48dRjeaM3eiSY

    A proposito di sguardi…

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    A proposito di Joe, e dei suoi occhi.. Questa bella riflessione che ci manda Paolo Rausa… Ascoltate..

    “Joe dovrebbe giocarsi i numeri della sua vita al lotto, se fosse qui in Italia: 15 (gli anni in cui è stato condannato ad un duplice ergastolo), 68 (gli anni trascorsi in carcere), 83 (gli anni in cui è potuto uscire dal carcere in condizioni di uomo libero, dopo aver rifiutato due precedenti offerte di libertà vigilata o limitata). Per dei crimini che ha più volte dichiarato di non aver commesso. E gli è andata pure bene, perché in questo periodo avrebbe potuto essere sottoposto alla pena capitale. Avete visto quel film del 1999 di Clint Eastwood? “Fino a prova contraria”, si chiama. Un detenuto nero è sul punto di essere sottoposto all’esecuzione, anzi è già costretto sul lettino e sono stati aperti gli aghi che faranno passare il liquido letale, ma all’ultimo, proprio all’ultimo momento un giornalista riesce a trovare la prova vivente che non è stato lui a sparare ad una commessa e ad esibirla al governatore, che ordina sul filo di lana l’interruzione della esecuzione e la libertà del povero Frank. Gli occhi, dicono, sono lo specchio della nostra anima. E della persona amata. Quante volte abbiamo guardato negli occhi di chi abbiamo amato e abbiamo visto noi stessi? Il desiderio di vivere, il desiderio di amare. Come Joe, che nonostante l’età ha conservato le pupille deste, non luccicanti come nell’età giovanile, ma limpide e serie, più addolcite dall’età, ma vogliose di vedere come è cambiato il mondo nel frattempo, dopo 68 anni di detenzione. Lo sguardo, la parola e il tempo. Che cosa resta di una vita trascorsa nel carcere? C’è, credo, la stessa ansietà di ri/vedere, riscrivere quella parte di vita rimasta in qualche modo avviluppata. La stessa che ha spinto Nelson Mandela e tanti altri perseguitati, illustri e meno illustri, a guardare avanti, a fare tesoro pure delle restrizioni e limitazioni fisiche ma non mentali. Non so come impiegherà il tempo Joe, ma qualunque cosa faccia pur dopo tanto tempo si è visto restituire la dignità di cittadino del mondo che sogguarda con occhi intensi e maturi, dopo aver vissuto ai margini. Mentre la parola rimane intrappolata e a volte come in Macondo di Garcia Marquez fonte di errore. Ma lo sguardo, no. Gli occhi parlano e ci rivelano tutta l’umanità di Joe e dei molteplici volti scavati dal tempo che non hanno mai perso la speranza, ritrovata, di poter ancora essere incantati dal mondo. ❤” Paolo Rausa

    Chi ha varcato la soglia-7^ testimonianza. Lo sgabello

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    All’invito di Cascina Macondo risponde oggi una persona detenuta, Emilio Toscani. Con un racconto che trovo bellissimo. Dolorante e disincantato e tremendo nello stesso tempo. Leggete, vi prego…


    Ciao. Sono uno sgabello. Di legno.
    Come quello che ogni detenuto ha in dotazione nelle carceri.
    Adesso sono un pezzo di legno morto, ma una volta facevo parte di un bellissimo larice.
    Ero il terzo ramo a destra, partendo dal basso.
    Poi, all’improvviso, un fulmine ha bruciato il mio larice e lo scheletro annerito è stato portato in segheria.
    Così sono diventato sgabello.
    Sapeste quanti dei miei compagni si sono seduti su di me.
    Ho visto gente ridere, piangere, vivere, sopra di me.
    Tutti i sentimenti e i pensieri possibili e immaginabili dell’umanità si sono seduti sopra di me.
    Ne avrei cose da raccontare.
    Sono stato coinvolto anche in un paio di risse, usato come arma, riportando anche lievi ferite.
    Se sapeste, di quanti segreti, frammenti di vita, confessioni, gioie e dolori, sono stato testimone.
    Poi, a febbraio, a Civitavecchia, il dramma.
    Ero in una cella appartenuta a un povero vecchio finito in galera per resistenza a pubblico ufficiale, avendo un pochino alzato il gomito per dimenticare i suoi dolori.
    Un giorno gli portarono in cella un indiano, mezzo matto.
    Il vecchio avvertì le guardie che era pericoloso stare con un matto, ma non ottenne alcuna reazione.
    Di notte, senza motivo, l’indiano mi brandì, mi fece volteggiare nell’aria e mi calò sull’inerme testa del vecchio. Non solo una volta, ma insistette, a più riprese.
    Poco dopo il vecchio era morto e io ero aperto in due, in frammenti inservibili.
    Adesso sono nella raccolta differenziata e verrò presto bruciato.
    Certo che ero proprio un bel larice.

    Emilio Toscani

    Gli occhi di Joe

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    Gli occhi, mi disse un giorno qualcuno, è l’unica parte del corpo umano che rimane sempre riconoscibile. Ed è proprio così, viene da pensare, guardando la sequenza delle foto che ritraggono il volto di Joseph Ligon, tutte scattate in un carcere. Gli occhi di quando aveva 20 anni. E poi 30. E poi 48, e poi, e poi… Fino all’immagine che lo ritrae oggi, a 83 anni, appena uscito dal carcere della Pennsylvania, che lo ha tenuto prigioniero da quando ne aveva 15. 68 (sessantotto) anni di prigionia.

    Gli occhi di Joe, così anche lo chiamano, in ogni scatto raccontano la tremenda ingiustizia che gli ha rubato la vita. L’ingiustizia di un ambiente emarginato e difficile nel quale è cresciuto. L’ingiustizia ancora più grande e grave di due condanne all’ergastolo per due omicidi di cui si dichiara innocente. L’enormità dell’ingiustizia di una condanna che solo oggi viene dichiarata incostituzionale perché comminata a un minorenne. L’ergastolo, condanna enorme, smisurata, penso, per chiunque, ma non c’è aggettivo per definirla se concepita addirittura per un ragazzino…
    Più conosco il carcere e le sue storie, più dubito della tanto (auto)proclamata “civiltà” degli “occidenti”. Giusto ieri leggevo della morte per iniezione letale di Lisa Montgomery in un carcere dell’Indiana, dopo una vita che si fa fatica a raccontare, ma che, se volete, ben spiega l’articolo di Sefora Spinzo nel numero di questo mese di “Voci di dentro”, a cominciare dal titolo: Lisa Montgomery è stata stuprata, e noi siamo il veleno che l’ha uccisa https://www.facebook.com/messenger_media/?thread_id=1430875948&attachment_id=263881165097782&message_id=mid.%24cAABa9EY824N97DirRV3uvNiGHix2 (bel numero quest’ultimo di Voci di dentro, corposo e tremendo, pieno di cose da imparare sulla (in)civiltà del nostro occidente e di quello al di là dell’Oceano).
    Ancora gli occhi di Joe. Guardateli. Non esprimono mai rabbia e neppure paura. Appena un momento di stupore, forse, ma poi subito induriti come nella corazza delle sue certezze: la sua innocenza e il suo diritto alla libertà.
    Tanto convinto, e fedele a se stesso, che quando alcuni anni fa gli sarebbe stata riconosciuta la libertà, ma condizionata a vita, ha detto “no”. Due opportunità aveva avuto per uscire. E sempre le ha respinte. Perché non era, quella che gli offrivano, libertà piena.
    E che libertà sarebbe stata non essere ad esempio libero di allontanarsi da quello stato, la Pennsylvania, dove suo fratello e suo padre nel frattempo erano stati uccisi. Un paese che “ha portato molto crimine nella mia famiglia”, e dove non voleva vivere.
    La vera libertà è potere tutto su se stessi, aveva scritto Montaigne. Non so se Joe l’avesse letto, ma certo è verità ben radicata nel profondo della sua anima.
    Gli occhi di Joe. Più li guardo, più penso agli occhi di Mario Trudu, l’eterno ergastolano che nel carcere è invecchiato e che il carcere di malamorte un anno e mezzo fa si è portato via. Mario, l’ho frequentato nel tempo abbastanza per vedere il suo viso a poco a poco cambiare. Ma il suo sguardo… i suoi occhi erano sempre gli stessi, sempre aperti sul tempo che quella eterna prigionia aveva ingoiato. “Sono sequestrato in mano a questo mostro disumano – diceva- da quasi quarant’anni. Vi lascio immaginare… dove vi trovavate quarant’anni fa? Cosa facevate? Solo tornando indietro con la mente potete riuscire a capire quanto sono lunghi quarant’anni”.
    Sono abbastanza in età da poter tornare indietro con la mente di 40 anni, e arrivo a capire l’insensatezza dei tempi (e dei modi) di tante pene. Anche perché ho capito che c’è un momento, nel tempo dell’esecuzione della pena, in cui si è convinti, e comprensibilmente, di averlo pagato il proprio debito con lo Stato (quello con le vittime è tutt’altra storia). Ma i 68 anni di carcere di un ragazzino sono un baratro che non si riesce neanche a immaginare. L’assurda pretesa di “sorvegliare”, “forgiare e punire”…
    Gli occhi di Joe. Sono ancora gli stessi, nella foto di oggi, a 83 anni, all’alba di una possibile nuova vita. Solo addolciti da una smorfia di tenerezza che gli si disegna sul volto, adesso che dice che vuole viverla tutta e piena, la vita che ha ripreso in mano. E lo penso possibile se, leggo, c’è qualcuno che lo sta accompagnando. E glielo auguro, e glielo auguriamo davvero. Anche se quegli occhi… aperti ora su strade affollate di grattacieli alti alti che mai aveva visto, dove non c’è più nessuno che conosca e riconosca… raccontano, indimenticabili, da far abbassare i nostri, l’inaccettabile ferocia della nostra pretesa “giustizia”.


    Chi ha varcato la soglia. 6^ testimonianza. Lettera di una moglie

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    Risponde all’invito di cascina Macondo Anna G. Anna che è moglie… e racconta “l’odore di metallo e di umanità compressa”, la tristezza delle visite… in una bellissima lettera da leggere e rileggere. Per provare a capire e sciogliere, qualche volta, anche i nostri cuori…



    Ciao amore mio,
    che disperazione venire a trovarti e saperti lì dentro. L’avevi descritto bene, il carcere. Ho fatto due ore di treno, poi mezz’ora di pullman e sono scesa sulla statale deserta, accanto alla tangenziale dove passano i tir. Che squallore, vedere scritto il nome della fermata alla pensilina dell’autobus, carceri. È un nome duro da sopportare e da mandare giù.
    Quello che mi ha colpita di più, è stato l’odore del carcere rispetto all’aria gelida e pulita di fuori. Un odore forte, di metallo e di umanità compressa, anche se ieri era un giorno di visita in cui non c’era quasi nessuno. È stata dura essere perquisita. E la poliziotta non era neanche poi così gentile. È una grande tristezza, essere qui, le ho mormorato mentre mi metteva le mani addosso. Poi mi ha anche fatto aprire la bocca e ha indagato sopra e sotto la lingua. Ho dei brutti denti, lo so, ho detto, non è colpa mia. E mi vergognavo senza motivo di vergognarmi. Solo per il fatto di essere lì.
    Poi mi hanno dato un foglio con un numero, che era il numero del tavolo al quale avremmo potuto parlare. Era un grande otto disegnato, e ho pensato tra me e me, il numero dell’infinito, com’è infinito il mio desiderio di vederlo, e la mia sete di lui. Poi abbiamo attraversato cortili e porte blindate con i vetri antiproiettile, e finalmente hanno aperto la porta di ferro pesante con una chiave che faceva rumore, e ti ho visto, di là del vetro, il tuo viso da ragazzino. Il tuo sorriso. Per me.
    Dimmelo, forse tu lo sai? Che senso ha il carcere? Privare una persona della libertà e basta, non fare niente per lei, non coltivarla come una pianta cresciuta storta cui si mette un’asticella per raddrizzarla. Siete chiusi lì dentro, stipati come bestiame cui non si dà una seconda, o una terza, o una quarta possibilità. Siete esseri umani, cazzo, esseri umani.
    Una delle cose che mi ha lasciata con il fiato sospeso è stata la somiglianza dei detenuti con i secondini. Man mano che si aprono le porte, e si attraversano i cortili, il filo che vi unisce e nello stesso tempo vi separa dai vostri carcerieri si assottiglia sempre più. Che tristezza. Anche loro erano uomini, ma ora forse non lo sono più.
    Durante il colloquio ti ho chiesto se nel carcere ci sono dei corsi di studio per i detenuti. Mi hai detto che no, a parte, forse, un corso di computer che tu non te la sei sentita di fare. E poi hai aggiunto, I corsi sono per quelli che hanno tanti anni da scontare…
    E che differenza fa? Perché ti hanno dato solo un anno tu dovresti uscire senza essere migliore? Ma quale logica perversa è questa, non so capacitarmene. Lo sanno tutti che la situazione dei detenuti in questo paese è drammatica, ma ieri, ieri! Vederti così pallido, come davvero un viso che non vede mai la luce.
    Abbiamo parlato tanto, ogni tanto appoggiavo il viso sulle tue mani, le tue mani piccole, da bambino. Mani che non sono mai cresciute. Le tue mani, che tanti direbbero sporche, ma che per me sono le tue. Non tenerle chiuse, schiudile al sole e lascia che il cielo le purifichi di luce e di consapevolezza. Le tue mani. Ti guardavo, ti indagavo gli occhi, come per entrarci dentro. Le due ore di colloquio sono passate in fretta, sono volate via. Poi mi sono ritrovata al sole rancido dell’inverno, sulla statale. È stato bellissimo vederti. Ma quando ti ho lasciato, lo sapevo. Ti stavo lasciando sulla porta dell’inferno. E la pena più grande è non dividere il suo fuoco tremendo con te.
    A presto.
    Anna

    Chi ha varcato la soglia. 5^ testimonianza- Ogni tanto vacillo

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    E sì, ogni tanto si vacilla. Quando si è messo piede, veramente, in un carcere. Quando giorno dopo giorno si capisce cos’è veramente il carcere… quella “macchina patogena” che corrode sorvegliati e sorveglianti… Ascoltate cosa scrive della sua lunga esperienza Rossella Scotta, che in carcere insegna, che “ogni tanto vacillo”. Eppure non perde la speranza…


    “Ho varcato “realmente” la soglia nel settembre 2011.
    In precedenza portavo in carcere una volta all’anno i miei studenti esterni per assistere alle attività teatrali dei detenuti o per partecipare a qualche progetto carcerario. Mi ero laureata tanti anni prima in lettere classiche e da allora avevo sempre insegnato al liceo.
    In quella data la mia scuola aveva attivato un corso di scuola superiore nel carcere cittadino e avevo scelto di concludere la mia carriera professionale con l’esperienza della scuola ristretta, che si è rivelata – per come l’ho vissuta – faticosa e insieme educativa: ho infatti conosciuto la complessità di questa realtà attraverso la soggettività del mio sguardo e del mio ruolo, ma anche grazie ad un intenso lavoro di formazione sul campo. Ho insegnato lettere e coordinato le attività della scuola in tutti i circuiti del carcere (media sicurezza, protetti, alta sicurezza) fino al momento del pensionamento, il 1 settembre 2019. Oggi partecipo come volontaria alle attività educative e ai progetti della scuola.
    Che cosa ho imparato in questi lunghi anni di full immersion in galera (perché di full immersion si tratta, come ben sanno tutti i docenti seriamente motivati coinvolti in questo tipo di lavoro.) ?
    Ho capito che l’attenzione per il “sistema-carcere” cresce (anche nel bene). Le componenti illuminate della ricerca e delle istituzioni fanno progredire il livello del dibattito. Le componenti illuminate della società civile seguono, si informano, condividono, recepiscono. Al di là delle buone intenzioni dei singoli, gli operatori penitenziari e in primis i Direttori, si trovano però a dover agire in un sistema ancora feudale per i molteplici centri di potere e per le tendenze centrifughe che lo stesso sistema produce. Per questo il sistema carcerario italiano è ancor oggi, almeno nella realtà che mi si è presentata ogni giorno sotto gli occhi, la summa di molte contraddizioni. Da un lato, infatti, abbiamo di fronte il rapporto del carcere con l’esterno: grandi energie che si muovono da fuori e da dentro, intelligenze che si spendono per creare occasioni di formazione e di pari opportunità, di inclusione, di coscienza civica e di integrazione. Dal lato opposto della medaglia c’è il dentro/dentro, un sistema scandalosamente dispendioso in rapporto ai risultati, in cui si gioca a tempo pieno una partita a guardie e ladri che non finisce mai – sospesa fuori dal tempo e dallo spazio del mondo reale – una partita giocata da ciascuno nel ruolo che il sistema pirandelliano, ma forse sarebbe meglio dire kafkiano, gli ha assegnato.
    Questo sistema, come ormai tutti sanno, produce una recidiva altissima, crea delinquenza nuova, trasforma il reo (l’oppressore manzoniano) in oppresso, genera rabbia e perenne frustrazione, alimenta un quotidiano e pernicioso vittimismo, trasforma i debitori in creditori e naviga in direzione assolutamente contraria rispetto al sano e primario obiettivo della “presa di consapevolezza”: ecco perché le nostre sezioni carcerarie sono e saranno vivai dell’ Isis tra gli extracomunitari del penale e di nuove alleanze criminali associative nell’alta sicurezza.
    Il carcere è una macchina patogena (parole del senatore Luigi Manconi), che corrode sorvegliati e sorveglianti e riesce a stancare – nel ripetersi logorante delle prassi quotidiane – anche le personalità più determinate e agguerrite.
    Ho sempre pensato che la scuola ristretta non debba essere “buona” nel senso di “facile”, perché deve insegnare la disciplina del lavoro quotidiano, il rigore del rispetto delle regole, l’umiltà della consapevolezza dei propri limiti contro la tentazione onnipresente del narcisismo e dell’egocentrismo, la capacità di autocontrollo nell’affrontare la frustrazione degli insuccessi o dei risultati non immediati. Ho ripetuto spesso ai miei studenti: “Voi non dovete essere una specie protetta . perciò io ho il dovere di pretendere da ciascuno di voi secondo le sue possibilità”.
    Però c’è una condizione necessaria: prima di esigere il giusto, si deve rendere tutto questo possibile, cambiando l’idea stessa di come pensiamo il carcere e la pena. Perché io credo che esperienze formative forti possano far aprire gli occhi alle persone, dare loro un’altra possibilità, anche se cambiare è molto difficile per i tanti fattori oggettivi esterni che dentro e fuori ostacolano ogni trasformazione interiore. Ci credo. Altrimenti che cosa ci faccio qui?
    Ogni tanto vacillo . ma non ho perso la speranza e ancora continuo a credere nel possibile cambiamento.

    Rossella Scotta insegnante