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    A proposito di sguardi…

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    A proposito di Joe, e dei suoi occhi.. Questa bella riflessione che ci manda Paolo Rausa… Ascoltate..

    “Joe dovrebbe giocarsi i numeri della sua vita al lotto, se fosse qui in Italia: 15 (gli anni in cui è stato condannato ad un duplice ergastolo), 68 (gli anni trascorsi in carcere), 83 (gli anni in cui è potuto uscire dal carcere in condizioni di uomo libero, dopo aver rifiutato due precedenti offerte di libertà vigilata o limitata). Per dei crimini che ha più volte dichiarato di non aver commesso. E gli è andata pure bene, perché in questo periodo avrebbe potuto essere sottoposto alla pena capitale. Avete visto quel film del 1999 di Clint Eastwood? “Fino a prova contraria”, si chiama. Un detenuto nero è sul punto di essere sottoposto all’esecuzione, anzi è già costretto sul lettino e sono stati aperti gli aghi che faranno passare il liquido letale, ma all’ultimo, proprio all’ultimo momento un giornalista riesce a trovare la prova vivente che non è stato lui a sparare ad una commessa e ad esibirla al governatore, che ordina sul filo di lana l’interruzione della esecuzione e la libertà del povero Frank. Gli occhi, dicono, sono lo specchio della nostra anima. E della persona amata. Quante volte abbiamo guardato negli occhi di chi abbiamo amato e abbiamo visto noi stessi? Il desiderio di vivere, il desiderio di amare. Come Joe, che nonostante l’età ha conservato le pupille deste, non luccicanti come nell’età giovanile, ma limpide e serie, più addolcite dall’età, ma vogliose di vedere come è cambiato il mondo nel frattempo, dopo 68 anni di detenzione. Lo sguardo, la parola e il tempo. Che cosa resta di una vita trascorsa nel carcere? C’è, credo, la stessa ansietà di ri/vedere, riscrivere quella parte di vita rimasta in qualche modo avviluppata. La stessa che ha spinto Nelson Mandela e tanti altri perseguitati, illustri e meno illustri, a guardare avanti, a fare tesoro pure delle restrizioni e limitazioni fisiche ma non mentali. Non so come impiegherà il tempo Joe, ma qualunque cosa faccia pur dopo tanto tempo si è visto restituire la dignità di cittadino del mondo che sogguarda con occhi intensi e maturi, dopo aver vissuto ai margini. Mentre la parola rimane intrappolata e a volte come in Macondo di Garcia Marquez fonte di errore. Ma lo sguardo, no. Gli occhi parlano e ci rivelano tutta l’umanità di Joe e dei molteplici volti scavati dal tempo che non hanno mai perso la speranza, ritrovata, di poter ancora essere incantati dal mondo. ❤” Paolo Rausa

    Chi ha varcato la soglia-7^ testimonianza. Lo sgabello

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    All’invito di Cascina Macondo risponde oggi una persona detenuta, Emilio Toscani. Con un racconto che trovo bellissimo. Dolorante e disincantato e tremendo nello stesso tempo. Leggete, vi prego…


    Ciao. Sono uno sgabello. Di legno.
    Come quello che ogni detenuto ha in dotazione nelle carceri.
    Adesso sono un pezzo di legno morto, ma una volta facevo parte di un bellissimo larice.
    Ero il terzo ramo a destra, partendo dal basso.
    Poi, all’improvviso, un fulmine ha bruciato il mio larice e lo scheletro annerito è stato portato in segheria.
    Così sono diventato sgabello.
    Sapeste quanti dei miei compagni si sono seduti su di me.
    Ho visto gente ridere, piangere, vivere, sopra di me.
    Tutti i sentimenti e i pensieri possibili e immaginabili dell’umanità si sono seduti sopra di me.
    Ne avrei cose da raccontare.
    Sono stato coinvolto anche in un paio di risse, usato come arma, riportando anche lievi ferite.
    Se sapeste, di quanti segreti, frammenti di vita, confessioni, gioie e dolori, sono stato testimone.
    Poi, a febbraio, a Civitavecchia, il dramma.
    Ero in una cella appartenuta a un povero vecchio finito in galera per resistenza a pubblico ufficiale, avendo un pochino alzato il gomito per dimenticare i suoi dolori.
    Un giorno gli portarono in cella un indiano, mezzo matto.
    Il vecchio avvertì le guardie che era pericoloso stare con un matto, ma non ottenne alcuna reazione.
    Di notte, senza motivo, l’indiano mi brandì, mi fece volteggiare nell’aria e mi calò sull’inerme testa del vecchio. Non solo una volta, ma insistette, a più riprese.
    Poco dopo il vecchio era morto e io ero aperto in due, in frammenti inservibili.
    Adesso sono nella raccolta differenziata e verrò presto bruciato.
    Certo che ero proprio un bel larice.

    Emilio Toscani

    Gli occhi di Joe

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    Gli occhi, mi disse un giorno qualcuno, è l’unica parte del corpo umano che rimane sempre riconoscibile. Ed è proprio così, viene da pensare, guardando la sequenza delle foto che ritraggono il volto di Joseph Ligon, tutte scattate in un carcere. Gli occhi di quando aveva 20 anni. E poi 30. E poi 48, e poi, e poi… Fino all’immagine che lo ritrae oggi, a 83 anni, appena uscito dal carcere della Pennsylvania, che lo ha tenuto prigioniero da quando ne aveva 15. 68 (sessantotto) anni di prigionia.

    Gli occhi di Joe, così anche lo chiamano, in ogni scatto raccontano la tremenda ingiustizia che gli ha rubato la vita. L’ingiustizia di un ambiente emarginato e difficile nel quale è cresciuto. L’ingiustizia ancora più grande e grave di due condanne all’ergastolo per due omicidi di cui si dichiara innocente. L’enormità dell’ingiustizia di una condanna che solo oggi viene dichiarata incostituzionale perché comminata a un minorenne. L’ergastolo, condanna enorme, smisurata, penso, per chiunque, ma non c’è aggettivo per definirla se concepita addirittura per un ragazzino…
    Più conosco il carcere e le sue storie, più dubito della tanto (auto)proclamata “civiltà” degli “occidenti”. Giusto ieri leggevo della morte per iniezione letale di Lisa Montgomery in un carcere dell’Indiana, dopo una vita che si fa fatica a raccontare, ma che, se volete, ben spiega l’articolo di Sefora Spinzo nel numero di questo mese di “Voci di dentro”, a cominciare dal titolo: Lisa Montgomery è stata stuprata, e noi siamo il veleno che l’ha uccisa https://www.facebook.com/messenger_media/?thread_id=1430875948&attachment_id=263881165097782&message_id=mid.%24cAABa9EY824N97DirRV3uvNiGHix2 (bel numero quest’ultimo di Voci di dentro, corposo e tremendo, pieno di cose da imparare sulla (in)civiltà del nostro occidente e di quello al di là dell’Oceano).
    Ancora gli occhi di Joe. Guardateli. Non esprimono mai rabbia e neppure paura. Appena un momento di stupore, forse, ma poi subito induriti come nella corazza delle sue certezze: la sua innocenza e il suo diritto alla libertà.
    Tanto convinto, e fedele a se stesso, che quando alcuni anni fa gli sarebbe stata riconosciuta la libertà, ma condizionata a vita, ha detto “no”. Due opportunità aveva avuto per uscire. E sempre le ha respinte. Perché non era, quella che gli offrivano, libertà piena.
    E che libertà sarebbe stata non essere ad esempio libero di allontanarsi da quello stato, la Pennsylvania, dove suo fratello e suo padre nel frattempo erano stati uccisi. Un paese che “ha portato molto crimine nella mia famiglia”, e dove non voleva vivere.
    La vera libertà è potere tutto su se stessi, aveva scritto Montaigne. Non so se Joe l’avesse letto, ma certo è verità ben radicata nel profondo della sua anima.
    Gli occhi di Joe. Più li guardo, più penso agli occhi di Mario Trudu, l’eterno ergastolano che nel carcere è invecchiato e che il carcere di malamorte un anno e mezzo fa si è portato via. Mario, l’ho frequentato nel tempo abbastanza per vedere il suo viso a poco a poco cambiare. Ma il suo sguardo… i suoi occhi erano sempre gli stessi, sempre aperti sul tempo che quella eterna prigionia aveva ingoiato. “Sono sequestrato in mano a questo mostro disumano – diceva- da quasi quarant’anni. Vi lascio immaginare… dove vi trovavate quarant’anni fa? Cosa facevate? Solo tornando indietro con la mente potete riuscire a capire quanto sono lunghi quarant’anni”.
    Sono abbastanza in età da poter tornare indietro con la mente di 40 anni, e arrivo a capire l’insensatezza dei tempi (e dei modi) di tante pene. Anche perché ho capito che c’è un momento, nel tempo dell’esecuzione della pena, in cui si è convinti, e comprensibilmente, di averlo pagato il proprio debito con lo Stato (quello con le vittime è tutt’altra storia). Ma i 68 anni di carcere di un ragazzino sono un baratro che non si riesce neanche a immaginare. L’assurda pretesa di “sorvegliare”, “forgiare e punire”…
    Gli occhi di Joe. Sono ancora gli stessi, nella foto di oggi, a 83 anni, all’alba di una possibile nuova vita. Solo addolciti da una smorfia di tenerezza che gli si disegna sul volto, adesso che dice che vuole viverla tutta e piena, la vita che ha ripreso in mano. E lo penso possibile se, leggo, c’è qualcuno che lo sta accompagnando. E glielo auguro, e glielo auguriamo davvero. Anche se quegli occhi… aperti ora su strade affollate di grattacieli alti alti che mai aveva visto, dove non c’è più nessuno che conosca e riconosca… raccontano, indimenticabili, da far abbassare i nostri, l’inaccettabile ferocia della nostra pretesa “giustizia”.


    Chi ha varcato la soglia. 6^ testimonianza. Lettera di una moglie

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    Risponde all’invito di cascina Macondo Anna G. Anna che è moglie… e racconta “l’odore di metallo e di umanità compressa”, la tristezza delle visite… in una bellissima lettera da leggere e rileggere. Per provare a capire e sciogliere, qualche volta, anche i nostri cuori…



    Ciao amore mio,
    che disperazione venire a trovarti e saperti lì dentro. L’avevi descritto bene, il carcere. Ho fatto due ore di treno, poi mezz’ora di pullman e sono scesa sulla statale deserta, accanto alla tangenziale dove passano i tir. Che squallore, vedere scritto il nome della fermata alla pensilina dell’autobus, carceri. È un nome duro da sopportare e da mandare giù.
    Quello che mi ha colpita di più, è stato l’odore del carcere rispetto all’aria gelida e pulita di fuori. Un odore forte, di metallo e di umanità compressa, anche se ieri era un giorno di visita in cui non c’era quasi nessuno. È stata dura essere perquisita. E la poliziotta non era neanche poi così gentile. È una grande tristezza, essere qui, le ho mormorato mentre mi metteva le mani addosso. Poi mi ha anche fatto aprire la bocca e ha indagato sopra e sotto la lingua. Ho dei brutti denti, lo so, ho detto, non è colpa mia. E mi vergognavo senza motivo di vergognarmi. Solo per il fatto di essere lì.
    Poi mi hanno dato un foglio con un numero, che era il numero del tavolo al quale avremmo potuto parlare. Era un grande otto disegnato, e ho pensato tra me e me, il numero dell’infinito, com’è infinito il mio desiderio di vederlo, e la mia sete di lui. Poi abbiamo attraversato cortili e porte blindate con i vetri antiproiettile, e finalmente hanno aperto la porta di ferro pesante con una chiave che faceva rumore, e ti ho visto, di là del vetro, il tuo viso da ragazzino. Il tuo sorriso. Per me.
    Dimmelo, forse tu lo sai? Che senso ha il carcere? Privare una persona della libertà e basta, non fare niente per lei, non coltivarla come una pianta cresciuta storta cui si mette un’asticella per raddrizzarla. Siete chiusi lì dentro, stipati come bestiame cui non si dà una seconda, o una terza, o una quarta possibilità. Siete esseri umani, cazzo, esseri umani.
    Una delle cose che mi ha lasciata con il fiato sospeso è stata la somiglianza dei detenuti con i secondini. Man mano che si aprono le porte, e si attraversano i cortili, il filo che vi unisce e nello stesso tempo vi separa dai vostri carcerieri si assottiglia sempre più. Che tristezza. Anche loro erano uomini, ma ora forse non lo sono più.
    Durante il colloquio ti ho chiesto se nel carcere ci sono dei corsi di studio per i detenuti. Mi hai detto che no, a parte, forse, un corso di computer che tu non te la sei sentita di fare. E poi hai aggiunto, I corsi sono per quelli che hanno tanti anni da scontare…
    E che differenza fa? Perché ti hanno dato solo un anno tu dovresti uscire senza essere migliore? Ma quale logica perversa è questa, non so capacitarmene. Lo sanno tutti che la situazione dei detenuti in questo paese è drammatica, ma ieri, ieri! Vederti così pallido, come davvero un viso che non vede mai la luce.
    Abbiamo parlato tanto, ogni tanto appoggiavo il viso sulle tue mani, le tue mani piccole, da bambino. Mani che non sono mai cresciute. Le tue mani, che tanti direbbero sporche, ma che per me sono le tue. Non tenerle chiuse, schiudile al sole e lascia che il cielo le purifichi di luce e di consapevolezza. Le tue mani. Ti guardavo, ti indagavo gli occhi, come per entrarci dentro. Le due ore di colloquio sono passate in fretta, sono volate via. Poi mi sono ritrovata al sole rancido dell’inverno, sulla statale. È stato bellissimo vederti. Ma quando ti ho lasciato, lo sapevo. Ti stavo lasciando sulla porta dell’inferno. E la pena più grande è non dividere il suo fuoco tremendo con te.
    A presto.
    Anna

    Chi ha varcato la soglia. 5^ testimonianza- Ogni tanto vacillo

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    E sì, ogni tanto si vacilla. Quando si è messo piede, veramente, in un carcere. Quando giorno dopo giorno si capisce cos’è veramente il carcere… quella “macchina patogena” che corrode sorvegliati e sorveglianti… Ascoltate cosa scrive della sua lunga esperienza Rossella Scotta, che in carcere insegna, che “ogni tanto vacillo”. Eppure non perde la speranza…


    “Ho varcato “realmente” la soglia nel settembre 2011.
    In precedenza portavo in carcere una volta all’anno i miei studenti esterni per assistere alle attività teatrali dei detenuti o per partecipare a qualche progetto carcerario. Mi ero laureata tanti anni prima in lettere classiche e da allora avevo sempre insegnato al liceo.
    In quella data la mia scuola aveva attivato un corso di scuola superiore nel carcere cittadino e avevo scelto di concludere la mia carriera professionale con l’esperienza della scuola ristretta, che si è rivelata – per come l’ho vissuta – faticosa e insieme educativa: ho infatti conosciuto la complessità di questa realtà attraverso la soggettività del mio sguardo e del mio ruolo, ma anche grazie ad un intenso lavoro di formazione sul campo. Ho insegnato lettere e coordinato le attività della scuola in tutti i circuiti del carcere (media sicurezza, protetti, alta sicurezza) fino al momento del pensionamento, il 1 settembre 2019. Oggi partecipo come volontaria alle attività educative e ai progetti della scuola.
    Che cosa ho imparato in questi lunghi anni di full immersion in galera (perché di full immersion si tratta, come ben sanno tutti i docenti seriamente motivati coinvolti in questo tipo di lavoro.) ?
    Ho capito che l’attenzione per il “sistema-carcere” cresce (anche nel bene). Le componenti illuminate della ricerca e delle istituzioni fanno progredire il livello del dibattito. Le componenti illuminate della società civile seguono, si informano, condividono, recepiscono. Al di là delle buone intenzioni dei singoli, gli operatori penitenziari e in primis i Direttori, si trovano però a dover agire in un sistema ancora feudale per i molteplici centri di potere e per le tendenze centrifughe che lo stesso sistema produce. Per questo il sistema carcerario italiano è ancor oggi, almeno nella realtà che mi si è presentata ogni giorno sotto gli occhi, la summa di molte contraddizioni. Da un lato, infatti, abbiamo di fronte il rapporto del carcere con l’esterno: grandi energie che si muovono da fuori e da dentro, intelligenze che si spendono per creare occasioni di formazione e di pari opportunità, di inclusione, di coscienza civica e di integrazione. Dal lato opposto della medaglia c’è il dentro/dentro, un sistema scandalosamente dispendioso in rapporto ai risultati, in cui si gioca a tempo pieno una partita a guardie e ladri che non finisce mai – sospesa fuori dal tempo e dallo spazio del mondo reale – una partita giocata da ciascuno nel ruolo che il sistema pirandelliano, ma forse sarebbe meglio dire kafkiano, gli ha assegnato.
    Questo sistema, come ormai tutti sanno, produce una recidiva altissima, crea delinquenza nuova, trasforma il reo (l’oppressore manzoniano) in oppresso, genera rabbia e perenne frustrazione, alimenta un quotidiano e pernicioso vittimismo, trasforma i debitori in creditori e naviga in direzione assolutamente contraria rispetto al sano e primario obiettivo della “presa di consapevolezza”: ecco perché le nostre sezioni carcerarie sono e saranno vivai dell’ Isis tra gli extracomunitari del penale e di nuove alleanze criminali associative nell’alta sicurezza.
    Il carcere è una macchina patogena (parole del senatore Luigi Manconi), che corrode sorvegliati e sorveglianti e riesce a stancare – nel ripetersi logorante delle prassi quotidiane – anche le personalità più determinate e agguerrite.
    Ho sempre pensato che la scuola ristretta non debba essere “buona” nel senso di “facile”, perché deve insegnare la disciplina del lavoro quotidiano, il rigore del rispetto delle regole, l’umiltà della consapevolezza dei propri limiti contro la tentazione onnipresente del narcisismo e dell’egocentrismo, la capacità di autocontrollo nell’affrontare la frustrazione degli insuccessi o dei risultati non immediati. Ho ripetuto spesso ai miei studenti: “Voi non dovete essere una specie protetta . perciò io ho il dovere di pretendere da ciascuno di voi secondo le sue possibilità”.
    Però c’è una condizione necessaria: prima di esigere il giusto, si deve rendere tutto questo possibile, cambiando l’idea stessa di come pensiamo il carcere e la pena. Perché io credo che esperienze formative forti possano far aprire gli occhi alle persone, dare loro un’altra possibilità, anche se cambiare è molto difficile per i tanti fattori oggettivi esterni che dentro e fuori ostacolano ogni trasformazione interiore. Ci credo. Altrimenti che cosa ci faccio qui?
    Ogni tanto vacillo . ma non ho perso la speranza e ancora continuo a credere nel possibile cambiamento.

    Rossella Scotta insegnante

    La verità, vi prego, sull’amore…

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    San Valentino… difficile festeggiare, guardando le foto delle ultime vittime di quell’assurda “passione” omicida che continua a uccidere. Già otto vittime in un pugno di settimane, questo nuovo anno. E certo che non è amore, ma dall’illusione di un amore malato anche questo nasce.
    Difficile parlarne, in ogni caso, con la levità delle carte per cioccolatini, conoscendo di passioni e delusioni e gioie e mestizie e tragedie che la vita di tutti attraversano.
    Ma l’amore cos’è?

    Da tempo m’interrogo. Facendo mie le considerazioni e una domanda, tante domande che sono una supplica, accorata, stravagante, martellante… che dà il titolo a una raccolta di poesie di Auden. “La verità, vi prego, sull’amore”.
    Dunque, W.H. Auden: “I manuali di storia ce ne parlano/ in qualche noticina misteriosa,/ ma è un argomento assai comune / a bordo delle navi da crociera; / ho trovato che vi si accenna nelle / cronache dei suicidi, / e l’ho visto persino scribacchiato / sul retro degli orari ferroviari. // Ha il latrato di un alsaziano a dieta, / o il bum-bum di una banda militare? / Si può farne una buona imitazione / su una sega o uno Steinway da concerto? / Quando canta alle feste, è un finimondo? / Apprezzerà soltanto roba classica? / Smetterà se si vuole un pò di pace? / La verità, vi prego, sull’amore”.
    E allora, alla ricerca della verità, ho appuntato risposte che nel tempo ho incontrato.
    La prima è arrivata dalla natura. Che volete, è stato istintivo allontanare lo sguardo da noi, cercare di distrarsi da tanta poca pace, da tanto tormento che sembra proprio degli uomini, e pensare alla bellezza degli animali in amore…
    Così la verità sull’amore un giorno l’ho vista nella danza sull’acqua dei cigni, nella ruota vanitosa di un pavone, nell’avvitarsi di una coppia di delfini nell’acqua, nell’obliquo afferrarsi di chele di granchio, in un bacio di seppie, nel passo a due di fenicotteri rosa, nel placido ruggito del leone, nei richiami affidati al vento, in vortici di colori e ventagli di piume, in preghiere di morte che preparano nuova vita… e poi…e poi… in tutti i gesti della vita, che nasce sulla terra, e dalla terra, e dall’acqua e dal cielo. Vedere, per credere, uno splendido documentario, Animals in love…
    La seconda verità l’ho vista nella meraviglia di un fiore di cactus. Fiore che vive una sola notte. Miracolo che mai più, sul mio balcone, si è ripetuto…
    Ma c’è una terza verità che ho pensato potesse essere un tronco d’albero d’ulivo, grosso come una colonna e ricco di fronde. E s’immagina enorme, l’albero, per poterne troncare la chioma e squadrarne il fusto, e porvi sopra il letto, ornato d’oro e d’argento e d’avorio. Intorno al quale murare la stanza, con fitte pietre e robuste porte. Per talamo nuziale d’eroe. Che pure, partito per la guerra, e tornato dopo vent’anni, dopo un pugno di notti ancora una volta, e per sempre, ne fugge… preferendo, ancora una volta, “seguir virtute e canoscenza”.
    No, no…
    Allora meglio, giocando in un sussulto di leggerezza, le pagine di una vecchia raccolta di Topolino. Una deliziosa parodia dell’incontro di Nausicaa e Ulisse. E del loro addio. Dove papera-Nausicaa, rassegnata alla partenza del suo Papero-Ulisse, lo saluta, chiedendo fra le lacrime di non dimenticare, con il suo amore, la sua isola, il suo sole, il suo mare… di portare con sé il ricordo del suo popolo, della calda accoglienza ricevuta… “E soprattutto” conclude fissando negli occhi il suo Ulisse ora sì davvero sgomento, “ricordati di pagare il conto di tutto quello che ti sei sbafato!”. Sarà anche questa una verità sull’amore?
    Ma un giorno (i miei appunti risalgono all’agosto del 2008) nella ricerca della verità sull’amore trovo la foto di una donna buttata in terra. Chiusa nella cella di sicurezza del comando della polizia municipale di Parma. Non se ne vede il viso, con la testa schiacciata nell’angolo sul pavimento. Ha le braccia torte abbandonate sotto la parete. Indosso solo una canottiera rossa. E macchie di polvere sulle lunghe gambe, da gazzella abbattuta da bracconiere. Perché nigeriana, perché prostituta, perché pericolosissima. Colpevole, ogni giorno, di essere l’oggetto del gioco degli esuberanti maschi nostrani. Colpevole, e questo è davvero imperdonabile, di non essere ancora morta ammazzata, uccisa magari da uno qualsiasi dei presunti perbenissimi acquirenti di corpi che girano a piede libero.
    Via via…
    La verità, vi prego, sull’amore…
    Ecco. Aprendo le pagine di un libro che dal titolo sembrerebbe non entrarci nulla: “Il mostro marino”, di Gerhart Hauptmann, a pagina 35: “Il cambiamento del mio carattere doveva essere avvenuto in precedenza, ed era stato causato da un amore totalizzante, che non lasciava spazio a nient’altro. Tutti i mille disparati desideri della mia natura si erano come dissolti nella passione che provavo per la mia amante. Se lei non era mia, la vita non era più vita; se lei era mia, tutti gli altri beni perdevano il loro valore…”. Sarà questa la verità sull’amore? Scoprire, con l’allucinato protagonista del racconto, che l’essere amato non è cosa umana, ma stregato essere marino, o Chimaera, e con lei (o con lui) per sempre dannarsi. Forse.
    Tornando a noi umani, altro tratto di verità, chissà, nelle parole di un “grande” che tanto e in tanti modi ha amato. “Stupisco nel vedere formarsi di nuovo, nonostante un abbandono che tanto eguaglia quello della morte, un’umiltà che supera quella della sconfitta e della preghiera, quel complesso di dinieghi, di responsabilità, di promesse: povere confessioni, fragili menzogne, compromessi appassionati tra i nostri piaceri e quelli dell’altro, legami che sembra impossibile infrangere e che pure si sciolgono così rapidamente”. Stupori di Adriano, che Marguerite Yourcenar ha svelato per noi.
    E frugando più avanti: “… ma, al mattino, per caso mi avvenne di toccare un viso gelato di lacrime. Chiesi ad Antinoo con impazienza la ragione di quel pianto; rispose umilmente, scusandosi di essere stanco. Accettai quella menzogna. Mi riaddormentai. La sua vera agonia si svolse quella notte, in quel nostro letto, e al mio fianco…”. Morsi di vigliaccheria… Sarà anche questa, la verità, sull’amore?
    E ritorna una poesia. “May, sono infelice / Freddie, sono infelice / Oh, voi tutti, tutti voi casuali, in ritardo, / quante volte avete pensato di pensare a me, / senza che lo faceste, / oh, quanto poco io fui in ciò che siete, quanto poco, / quanto poco…”. Un morso di poesia, di Alvaro de Campos, di Fernando Pessoa. La verità, forse, quella affidata al più segreto, al più amato, al più feroce, di uno degli altri sé.
    La mia ricerca, che dalla poesia parte, sui versi di un poeta dunque si ferma. Versi che soppiantano ogni cosa. E il perché me l’ha spiegato Vincenzo Consolo, che… essendo caduta la fiducia nella comunicazione “non rimane che la ritrazione, non rimane che l’urlo o il pianto, o l’unica forza oppositiva, alla dura e sorda notte, la forza della poesia, della tragedia” (da Fuga dall’Etna).
    Dunque… L’ammore ched’è? Ancora non so. Ma oggi, lasciatevi cullare da questi versi. La dolcezza della poesia di Eduardo de Filippo, qui col contrappunto del doloroso stupore della voce di Monica Vitti… https://www.youtube.com/watch?v=lewDWp6Ziqk.
    E, in ogni modo, buon san Valentino a tutti.



    Chi ha varcato la soglia. 4^ testimonianza. Tu cosa faresti?

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    Machiko Takahashi, flautista, ci racconta del dono della musica che ha portato nelle carceri… e del dono che ne ha ricevuto in cambio: una ventata d’energia… un vento così forte che quasi ha perso l’equilibrio… leggete

    Cari lettori e ascoltatori, prima di tutto, vi chiedo scusa per la mia capacità limitata di scrivere in italiano.
    Nonostante questa difficoltà, partecipo volentieri al vostro progetto. Sono una musicista (flautista) giapponese che vive ad Amsterdam.
    Non avevo mai sentito prima le parole di F.Dostojevski:
    “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”.
    Ma l’idea di dare un concerto per i prigionieri mi era già venuta tempo fa. Volevo tentare di stabilire una comunicazione attraverso la musica con queste persone che sono considerate come outsider dalla società.
    Dopo essere riuscita a dare quattro concerti nelle carceri in Giappone, ho proposto un programma in Lituania (vicino a Kaunas), che è stato accettato. È stato realizzato nell’estate del 2019 e hanno partecipato anche due flautisti lituani miei ex-studenti.
    In questo carcere sono custoditi anche prigionieri detenuti a vita, come il boss mafioso conosciuto con il suo soprannome di “Al Capone di Lituania”.
    Nel luglio del 2019 hanno programmato il nostro concerto all’interno di una giornata di festa estiva per i prigionieri, in cui le loro famiglie (solo gli adulti) sono state invitate. Quindi è stata una giornata molto particolare e gioiosa, con la musica, la partita di calcio, le grigliate all’aperto ecc.
    Con una ventina di famigliari che si erano riuniti nel cortile-parco del carcere, siamo andati anche noi a fare una visita guidata dentro l’edificio: stanze per due, quattro, sei oppure dieci detenuti; tutti avevano una TV vicino al letto. Abbiamo visto due gatti che dormivano su un letto:
    “Sono i nostri gatti” ha detto un prigioniero.
    Al nostro concerto la partecipazione per loro è stata libera. Sono venute decine di persone – solo uomini – ad ascoltare la musica classica. Quando è venuto il momento per me di suonare l’assolo (la musica francese composta da P.O. Ferroud), ho deciso di mettermi vicino a loro per sentire meglio le loro voci (interiori).
    Non me lo sarei mai aspettata, e non avrei neanche immaginato quello che ho sentito. Mentre suonavo, ho ricevuto una ventata di energia con una forza tale che per un attimo ho quasi perso il mio equilibrio. L’energia non si vede, ma quando è cosi potente e pura possiamo sentirla.
    Che significato dare a questo ?
    Sta ad ognuno trovare la risposta.
    Dopo il concerto, mi hanno fatto sapere che alcuni prigionieri hanno chiesto di parlare con me.
    Quell’ incontro non è stato solo piacevole, ma significativo nel senso che mi ha dato una risposta. Guardando la loro naturalezza e la luce nei loro occhi, non so perché, mi sono detta: “Chi è Io? Questo Io potrebbe essere anche una parte di Loro, poiché viviamo nella stessa società!”
    Così è diventato un giorno singolare anche per gli studenti, anzi, i giovani hanno guardato in modo nuovo al loro paese.
    Per finire, parlando un po’ delle carceri giapponesi, devo dire che anche di fronte a 200-550 prigionieri uomini, ho incontrato i sorrisi e le emozioni dietro i loro atteggiamenti chiusi e inespressivi. Ho capito che vivevano dentro un regime di totale proibizione.
    Dopo ho ricevuto da loro alcune carissime lettere che mi hanno fatto tanto piacere, anche se sapevo che gli è stato chiesto di scrivere le lettere e che le hanno controllate prima di spedirmele.
    Che cosa possiamo fare come musicisti o non musicisti?
    Se tu sentissi che i prigionieri sono anche una parte di Te stesso, cosa faresti?

    Machiko Takahashi,

    Se carcere e giustizia possono anche uccidere…

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    Ho visto in questi giorni un film che non conoscevo. “Due contro la città”. Film degli anni Settanta. José Giovanni il regista. Protagonisti un anziano rieducatore, Germain (Jean Gabin), che si occupa di reinserimento di ex detenuti e un ex rapinatore, Gino (Alain Delon). Grazie anche all’attento aiuto di Germain, Gino riesce a reinserirsi nella società, la turbolenta vita passata sembra alle spalle, ma sempre è inseguito, come da un’ombra molesta, da un ispettore, una sorta di Javert contemporaneo (ricordate I Miserabili?), che diffida del suo cambiamento, convinto che il posto di Gino sia il carcere, e controlla e indaga con metodi diciamo poco ortodossi, al limite della persecuzione. Tutto precipita quando Gino sorprende il poliziotto ricattare la sua compagna, e lo uccide nella colluttazione che ne segue. Nel processo i giudici non daranno ascolto alle testimonianze a favore di Gino, a proposito della nuova vita di uomo ravveduto che stava costruendo, come ignoreranno la denuncia di Germain a proposito del comportamento dell’ispettore. Gino viene condannato a morte. Ghigliottina (la pena di morte è stata abrogata in Francia solo nel 1981, praticamente ieri).
    Il film si chiude con una sconfortante considerazione del vecchio Germain che, ripensando al suo convinto impegno di rieducatore… “Da quel giorno capii che anche la giustizia può diventare solo una macchina per uccidere…”.
    Un film, è stato detto a suo tempo da molta critica, schematico. E forse lo è… esattamente come i meccanismi, purtroppo veri, entro i quali anche noi a volte imbrigliamo la vita delle persone. Come accade quando pensiamo al carcere e a chi per un motivo o per l’altro vi è condannato e… “sicuramente” persone che lo meritano, “sicuramente” incorreggibili, “sicuramente” meglio che stiano lontani dalla parte “sana” della società. E che peste li colga!
    E così, quando nel marzo dello scorso anno in alcune carceri sono scoppiate rivolte, reazione più che altro alle confuse notizie a proposito di questa “peste” del 2000, alla mancanza di informazione, al pensiero che per via del covid sarebbero stati interrotti i colloqui con i parenti, sarebbero stati sospesi i permessi, con tutto il panico, lo smarrimento che questo ha comportato…
    Il racconto immediato, mainstream, che ne è nato ha seguito lo schema di sempre, quasi noioso nella sua prevedibilità: delinquenti, drogati… hanno approfittato della situazione, tutto organizzato dalla mafia e da gruppi anarchici (singolare alleanza!?!). E quando è “tornata la calma” e si sono contati i morti… 13 persone morte… sono state liquidate, quelle persone, come una “drammatica conseguenza”, e i morti colpevoli di essersela procurata, quella morte, con un’overdose di farmaci, erano persone drogate d’altra parte… Tutto molto semplice, molto schematico…
    Peccato, o meglio per fortuna, che i primi a farsi e fare domande sono stati il Garante nazionale delle persone private della libertà, le associazioni che si occupano di diritti dei detenuti… poi sono iniziate ad arrivare le denunce… di pestaggi, di punizioni collettive “postume”, di torture…
    E ce ne sarà voluto di coraggio per presentare quelle denunce, per raccontare…
    Così, oltre a garanti e associazioni, ne hanno ampiamente parlato giornali nazionali, abbiamo sentito la voce dei testimoni in una coraggiosa puntata di Report.
    Per i pestaggi nel carcere di S.Maria capua vetere sono indagati 57 agenti penitenziari, vengono contestati loro i reati di tortura (e finalmente dopo l’approvazione della legge che ne introduce il reato possiamo anche noi pronunciare questo nome), violenza privata, abuso di autorità.
    Le procure indagano anche su quello che è accaduto a Modena, a Foggia.
    Vedremo. Magari si spezzerà anche qualche automatismo della nostra mente.
    Intanto, a leggere delle denunce, dei maltrattamenti e delle violenze su cui si indaga (e non solo di quelle in occasione delle rivolte), viene da ripercorrere all’indietro la nostra storia, seguendo un filo rosso che parte da non molto lontano.
    A questo proposito, penso a un libro di cui ho seguito la nascita, “Le Cayenne italiane” (edito da Sensibili alle Foglie), una raccolta di testimonianze curata da Pasquale De Feo (attualmente detenuto ad Oristano) sull’esperienza del 41bis nelle sezioni Agrippa di Pianosa e Fornelli dell’Asinara, nei primi anni ’90, in piena “emergenza mafia”.
    Sono testimoniate vessazioni, violenze, pestaggi. Ci furono “pentimenti”, suicidi. Un quadro che, si riporta nel libro, il magistrato di sorveglianza di Livorno, Merani, definì “non soltanto fosco e preoccupante, ma anche con caratteristiche delittuose”. Ed espresse seri dubbi sul fatto che fosse questo un modo per contrastare credibilmente la criminalità organizzata. Ma “l’emergenza” sembra giustificare tutto. Alla fine degli anni ’90 quelle sezioni furono chiuse, e mai si è parlato davvero di quel che accadde. Ma credo bisogna andare a rileggere, perché quello che non si ricorda può sempre ripetersi. Se “l’emergenza” tutto sembra giustificare. Indecenze a noi ancora più vicine.
    Quel filo rosso che parte da Pianosa e dall’Asinara passa, ci avete pensato?, attraverso quel che venti anni fa accadde al G8 di Genova. Le inaudite violenze della caserma Bolzaneto, trasformata in un vero e proprio lager dagli agenti del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria. Dunque, è difficile pensare ad azioni di “mele marce”, definizione con cui si giustificano singoli atti di violenza che qua e là pure compaiono nella vita del carcere. E per quei fatti la Corte Europea ha condannato l’Italia: fu tortura.
    Quei fatti, gravissimi nella storia della nostra democrazia, sembra siano stati troppo presto dimenticati. E rimangono, a minarne lo spirito, come cosa non metabolizzata.
    Così è ancora possibile che cose simili accadano ancora oggi, al riparo anche del buio degli “automatismi” che ci accecano. Perché interrogarsi su quel che accade nelle nostre carceri? “Sicuramente” chi è dentro se lo merita, “sicuramente” si tratta di persone incorreggibili, “sicuramente” meglio che stiano lontani e ben separati dalla parte “sana” della società. E cosa importa se il carcere, se addirittura la giustizia “puo’ diventare una macchina per uccidere”.
    E non c’è bisogno di essere manganellati o torturati. Basta semplicemente non essere considerati, o tenuti o ributtati in carcere anche se malati, come non solo in questi tempi di covid per qualcuno, sempre troppi, ancora accade…


    Chi ha varcato la soglia. 3^ testimonianza. ARIA BLU

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    Pietro Catalano scopre lo spazio dell’Aria Blu… un’area all’interno del carcere di Regina Coeli dove i detenuti hanno l’opportunità di dedicarsi alle cosiddette attività trattamentali. Regala la sua testimonianza e una poesia…


    Il 23 novembre del 2017 ho avuto l’opportunità di partecipare alla Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, organizzata dalla Direzione e dall’Area Educativa di Regina Coeli. All’iniziativa erano presenti studenti del Liceo Classico Virgilio, dell’Università Europea di Roma e una congrua rappresentanza di detenuti dell’istituto. Tutti i presenti abbiamo potuto riflettere sulle storie umane e artistiche di tre donne illustri (Ipazia d’Alessandria, Artemisia Gentileschi, Sibilla Aleramo) che hanno dovuto difendersi dalle violenze, variamente agite, per affermare i loro valori di libertà ed emancipazione.
    A margine dell’incontro, ho notato una zona limitrofa alla Sala Teatro che riportava la scritta Aria blu. Incuriosito ho chiesto e appreso dagli Educatori che L’aria blu è uno spazio polivalente situato all’interno del carcere dove i detenuti hanno l’opportunità di dedicarsi alle cosiddette attività trattamentali e di partecipare a corsi di ceramica, pittura, bricolage, scrittura creativa e culturali in genere.
    Ho così immaginato che il detenuto, in tale spazio, abbia la possibilità di ripercorrere oniricamente i propri trascorsi e di riappropriarsi, attraverso la memoria, della propria umanità, dei propri sentimenti e delle proprie speranze; dimensioni queste che, al termine delle attività, tornano ad essere relegate nel “cono d’ombra” della propria irrisolta esistenza.
    A tale proposito ho scritto la poesia dal titolo L’aria blu, dedicandola a tutti coloro che per vari motivi si trovano in una difficile condizione, nella speranza che possano trovare persone e istituzioni pronte ad “ascoltarli”.


    L’aria blu
    Regina Coeli, Roma

    C’è una zona chiamata aria blu
    in questo spazio ristretto, dove
    ritrovo il colore del mare e del cielo
    e il dondolare lieve di mia madre.
    Adesso ho una finestra chiusa davanti
    e guardo le stelle riflesse nello specchio
    rotto dai sassi lanciati per fare rumore
    in questo silenzio che soffoca
    la memoria, perduta nei giorni uguali
    a ubbidire alla conta della sera.
    Nell’aria blu respiro ancora l’odore
    di zagara e gelsomino, sento il frinire
    dei grilli e danzo a piedi nudi
    nell’erba bagnata dalla brina del mattino.
    Passi cadenzati e tintinnio di chiavi
    annunciano la fine del viaggio,
    il fischio del treno è un ricordo lontano,
    il rumore secco della porta di ferro
    chiude il giorno delle notti a venire.

    Pietro Catalano

    Chi ha varcato la soglia. 2^ testimonianza. Al 41bis

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    Carmelo Musumeci, che il carcere, anche il peggiore, ha vissuto, continua la sua battaglia perché si sappia cos’è veramente una prigione. Convinto soprattutto dell’importanza di parlare ai giovani….
    All’invito di Cascina Macondo risponde con il racconto dell’incontro con Anna, alle prese con una tesi sul 41bis. Regime, d’accordo con Carmelo, che diversamente da “tortura” non saprei definire

    “Ultimamente mi stanno scrivendo diversi laureandi che stanno preparando la tesi sulla tortura del regime del 41 bis prevista dal nostro ordinamento penitenziario.
    Penso che sia importantissimo che i giovani, nelle loro tesi di laurea, s’interessino e scrivano delle conseguenze che porta questo terribile regime. Molti non sanno, e altri fanno finta di non sapere, che questo girone infernale crea dei mostri vegetali, perché dopo alcuni anni il prigioniero non pensa più a niente e diventa solo una cosa fra le cose.
    Anna, che si sta laureando in giurisprudenza, l’altro giorno mi ha chiesto: “Che cos’è il regime di tortura del 41 bis?”.
    Pur sapendolo, perché l’ho subìto per cinque lunghi anni, con un anno e mezzo d’isolamento totale, mi sono accorto che non è facile rispondere a questa domanda, perché è come se ti chiedessero cos’è l’inferno. Le ho detto che in queste sezioni ci sono donne e uomini che non abbracciano figli, padri, nipoti e madri da anni e anni. È un regime dove perdi totalmente la gestione della tua vita, spesso anche dei tuoi pensieri. Ti spogliano della tua identità. Diventi a tutti gli effetti un fantasma. Ti levano anche lo specchio, per non farti specchiare, per farti sentire un’ombra. Ti spogliano la cella di tutti i tuoi oggetti. Ti censurano la posta per toglierti la solidarietà esterna e l’intimità dei tuoi sentimenti. Ti isolano. Ti emarginano come i dannati all’inferno, ma almeno questi, si dice, hanno la compagnia dei diavoli.
    Alla fine ad Anna ho raccontato un episodio di quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis nell’isola del Diavolo dell’Asinara.
    Era il 1992. Mi trovavo nella cella liscia. Ero in isolamento. Non vedevo e non parlavo con nessuno. La mia cella sembrava una scatola di sardine. Un fazzoletto di cemento, con una branda piantata sul pavimento. Un tavolino di pochi centimetri inchiodato al muro. Una finestra con doppie sbarre, una porta blindata spessa una spanna. Un bagno turco aperto senza nessuna riservatezza e, al lato, un piccolo lavandino. Lo spazio nella cella era minimo. A malapena riuscivo a stare in piedi per fare giusto qualche passo avanti e indietro. Probabilmente un animale, vivendo in quel modo, sarebbe morto.
    Io invece sono riuscito a sopravvivere.
    Una notte, era l’ultima dell’anno, era passata la mezzanotte e le guardie stavano festeggiando rumorosamente l’anno nuovo. Erano ubriachi. Davano calci ai blindati e urlavano insulti verso di noi. Intuii che presto sarebbero venuti a divertirsi con me. Non mi sbagliavo. Arrivarono. Aprirono la cella ed entrarono. Ridevano. Erano ubriachi. Imprecai contro di loro, e loro iniziarono a colpirmi con i pugni. Quando poi fui a terra, iniziarono a colpirmi con i piedi. Per ripararmi mi trascinai sotto la branda. Le guardie fecero più fatica a colpirmi e presto si arresero e andarono a divertirsi con qualche altro detenuto.
    Infine, ho detto ad Anna che adesso il regime di tortura del 41 bis è ancora peggiore e si sa ancora di meno di quello che avviene, perché quei prigionieri hanno smesso di vivere, pensare, sognare e sperare.

    Carmelo Musumeci