“Io non sono indignata per la scarcerazione di Verdini. Sono indignatissima per la permanenza in carcere di tutte le altre persone a rischio covid al pari di Verdini! Che sono bambini al seguito delle madri, anziani, ammalati gravi di varie patologie, disabili, persone in custodia cautelare, migliaia di persone a cui mancano pochi mesi per uscire, ma non escono perché condannati per reati “ostativi”… Se poi andiamo a vedere la composizione della popolazione detenuta, l’80 per cento è composta da persone colpevoli di povertà, emarginati facilmente ricattabili, migranti…”
E come non essere d’accordo con Sandra Berardi, presidente di Yairahia, l’associazione che si occupa di diritti dei detenuti, che molte ne ha visitate di carceri. Indignazione, e insieme smarrimento, tristezza… e tutto quel subbuglio di sensazioni che ti rimangono incollate addosso quando si ha un’idea di cosa il carcere realmente sia… L’ex senatore di Forza Italia ha ottenuto i domiciliari per motivi di salute e dopo l’aggravarsi dell’emergenza covid nel carcere di Rebibbia dove era recluso per una condanna definitiva a sei anni. Bene, benissimo. Ma gli altri? Gli altri nelle stesse se non peggiori condizioni di salute? La salute evidentemente non è un diritto di tutti…
E ritorna lo smarrimento, la tristezza, il senso di impotenza provati ascoltando, in un incontro di quelli che di questi tempi corrono sul filo del web, le parole di Domenico Ribecco. Vale la pena di ascoltare la storia “che ha colpito purtroppo mio padre, come potrebbe colpire chiunque altro, una vicenda che ha dell’assurdo”.
Una storia che Domenico continua a ripetere a chiunque lo voglia ascoltare…
Domenico, figlio di quell’Antonio Ribecco morto in carcere, fra i primi per covid, all’inizio d’aprile dello scorso anno. Era da qualche mese a Voghera con l’accusa di essere boss della ‘Ndrangheta in Umbria.
“Non era neppure stato rinviato a giudizio… quindi era solo una misura cautelare e non posso difendere neanche la dignità, il nome di mio padre, perché purtroppo è andata così…”
La voce di Domenico è ferma, ma ha il tono gentile e senza rabbia, come gentili e senza rabbia sono i suoi occhi tristi…
“Aveva dolori reali ma nessuno ci ha creduto. Ci sono testimonianze di persone che dicono che i dottori si sono rifiutati di visitarlo, c’è un testimone che dice che il carcere stesso imponeva di non usare i dispositivi di protezione perché sennò si creava allarmismo fra i detenuti. La direttrice poi ci ha fatto rispondere che il carcere aveva fatto tutto quello che era necessario per salvaguardare la vita di mio padre… ma mio padre è stato 15… 16 giorni in sezione con altri detenuti e aveva dolori, difficoltà respiratorie, febbre alta, tosse…”
Poi un giorno arriva la chiamata del familiare di un altro detenuto: “Guarda che tuo padre è stato trasferito…”
“Io avevo già letto in rete di un detenuto di Voghera trasferito in ospedale, si diceva anche che i familiari erano stati avvertiti… dunque non eravamo noi”.
Nell’articolo si parlava anche del fatto che il virus era stato contratto il 27 febbraio durante un colloquio con i parenti… Ma il colloquio con i familiari Antonio Ribecco l’aveva avuto in altra data, molto prima, quindi escluso che fosse lui. “E invece era mio padre. Io chiamo il carcere per sapere… al centralino mi dicono che non possono darmi questa informazione”.
Il padre di Domenico muore, e per i familiari inizia la seconda fase del calvario, fatto di non risposte, di ostacoli, di tempi estenuanti… per sapere magari che “non ci hanno avvisato del ricovero perché ‘non esisteva il pericolo di vita’… ma sappiamo tutti che quando una persona dal carcere viene trasferito in ospedale ci deve essere per forza il pericolo di vita, se no neanche lo trasferiscono, ed è quello che poi è riportato nella sua cartella clinica, e sono ancora senza parole…
mi sembra veramente poco umano, come poco umani i commenti che poi ho ricevuto…”
La brava gente, l’opinione pubblica aizzata da quattro paroline buttate lì in un titolo: “boss della ‘ndrangheta morto in carcere per covid”.
“Era un boss… prima ancora che una sentenza lo decretasse, neanche rinviato a giudizio… Io penso che al di là delle persone che sbagliano, e dico fortemente che mio padre non era questa persona che le accuse volevano dimostrare… però al di là di questo, dietro alle persone che stanno in carcere ci sono delle famiglie, ci sono parenti, ci sono tante persone che gli vogliono bene… e invece si cerca di fare presa sull’opinione pubblica facendo passare il concetto che ‘siccome era boss non meritava le cure’. Ma c’è una costituzione ci sono dei diritti…”
I diritti…
Vale la pena di ricordare che il diritto alla salute è diritto qualificato come fondamentale nella nostra costituzione. Articolo 32. E riguarda tutti, ma proprio tutti, anche i più cattivi. Soprattutto se in condizioni tali che della loro cattiveria non sanno più che farsene…
Ma c’è sempre quella strana idea di presunta sicurezza che ci “autorizza” a dimenticarlo. Penso a Francesco Bonura, certo persona “cattivissima”, a pochi mesi dall’aver scontato la sua condanna a 20 anni aveva ottenuto i domiciliari perché malato di tumore. Ributtato in carcere dopo un polverone mediatico. Giusto in tempo per morire, in carcere. Bonura e non solo… così siamo tutti più tranquilli. E penso a certa politica che quella strana idea di presunta sicurezza cavalca, la stessa politica che, ci ricorda ancora Sandra Berardi, “va a solidarizzare con chi adesso è sotto inchiesta per le denunce di torture e pestaggi a S. Maria Capua Vetere, a Foggia, Modena…”
Magari poi si scoprirà davvero che i tredici morti delle rivolte di marzo sono morti per overdose. Magari, “overdose di carcere”…
Tornando a Domenico e alla sua triste vicenda. Non so se mi ha fatto più tristezza o tenerezza alla fine il racconto del suo smarrimento: “Ci siamo trovati veramente spaesati anche perché era la prima esperienza con il carcere e veramente senza armi…”
Già, chi il carcere non lo conosce… “Adesso però abbiano fatto le denunce, sono in corso le indagini della procura così come quelle difensive ma gli ostacoli sono tantissimi…”
C’è stata anche un’interrogazione parlamentare, per la quale molto si è adoperata Rita Bernardini, ma ancora nessuno ha ritenuto di dover rispondere.
Pensando e confrontando… le vicende di Verdini (e Formigoni e dell’Utri…) e quelle del padre di Domenico e di tanti altri i cui nomi neppure vi direbbero qualcosa… La giustizia, il carcere, i diritti… proprio non sembrano essere uguali per tutti…
Morire di covid in carcere. La giustizia diseguale
Chi ha varcato la soglia. 1^ testimonianza. Una nuova verità
La prima testimonianza, risposta all’invito di Cascina Macondo, è di una studentessa, Alice Montaldo. E piace pensare che sia persona giovane… aiuta a confidare in un futuro migliore…
“Una manciata di momenti compone la mia esperienza di volontariato in carcere: è cominciata per caso, grazie all’invito di un professore, finendo, poi, per intrecciarsi con il mio percorso di crescita quale silenzioso specchio di emozioni, paure, speranze.
La prima volta che ho varcato la porta del carcere, stupita dall’incessante propagarsi di rumori (assurdo paradosso, se contrapposto alla posizione isolata dell’edificio, raggiungibile solo dopo un tortuoso percorso collinare), portavo con me la ferma convinzione di essere in grado di reggere all’emozione del momento, grazie al solo strumento culturale. La mia non era una visione idealizzata o contornata di dettagli inventati: al contrario, forte della consapevolezza della realtà con la quale mi sarei confrontata, sentivo al contempo di poterla padroneggiare e modellare, usando la sola parola. Ho subìto un processo di costante e realistico ridimensionamento dei miei ideali, alla luce di una nuova verità che si è affacciata ai miei occhi, a mano a mano che l’esperienza di volontariato progrediva.
L’eterogeneità intrinseca a questi momenti di incontro – eterogeneità di posizione, di pensiero, ma anche, più semplicemente, di composizione dei gruppi di detenuti interessati ai seminari letterari – mi ha insegnato che, al di là di un possibile cambiamento radicale che un processo di insegnamento vorrebbe comportare, esistono schemi di ragionamento e di riflessione che è possibile cogliere solo in siffatti contesti. Così, non esiste un seminario andato bene o uno deludente, come non esiste una lezione più o meno coinvolgente: la discussione prende innumerevoli ed inaspettate direzioni, non prevedibili secondo un ordinario schema dialogico.
La letteratura, l’arte, la filosofia si infrangono contro svariate situazioni di vita quotidiana, che nascono ora dal ricordo, ora da una riflessione estemporanea. La partecipazione, quindi, si misura non solo in base all’attinenza del dibattito rispetto al tema proposto, ma anche in relazione alla ricca tessitura di domande talora provocatorie, ma sempre ansiose di rapportare quanto appreso alla personale ed attuale realtà.
Partecipando ai seminari, sia come uditrice che come relatrice, ho colto tra il pubblico di detenuti un profondo desiderio di riappropriazione di una contemporaneità – politica, sociale, familiare – distante ed evanescente, tanto sul piano geografico, quanto su quello intellettuale.
Il volontariato in carcere, una volta intrapreso il percorso (e ci tengo a specificare, ancora una volta, che il mio è veramente solo all’inizio), diviene parte della crescita personale, agendo tanto sul detenuto, quanto sul volontario: ciascun incontro diviene banco di prova nel quale misurare le proprie emozioni e, in parte, la propria maturità.
Sto lavorando molto, per esempio, con alcuni limiti che mi caratterizzano: la situazione che si crea durante il piccolo seminario mi ha posto di fronte a sensazioni di claustrofobia, abbandono, isolamento, che ho avvertito rivestendo il ruolo di uditore.
Durante l’esposizione curata come relatrice, infatti, mi sono proiettata nella sola dimensione dell’insegnamento, senza prestare attenzione al luogo fisico e mentale con il quale mi stavo confrontando. Divenire parte del pubblico, invece, ed ascoltare a mia volta una lezione è, paradossalmente, un esercizio più complesso: l’attenzione e le emozioni si confrontano con l’ambiente circostante, che emerge in tutti i suoi particolari. È stato allora, proprio mentre cercavo con la mente di fare mie le parole del relatore, che il mio sguardo ha incontrato le sbarre alle finestre, la condizione dei detenuti, l’isolamento dell’edificio. Ho raccolto queste sensazioni, mentre uscivo dall’aula prima del termine della lezione, in cerca di una boccata d’aria e di una prospettiva più ampia.
Ripenso molto spesso a quest’esperienza, della quale ho parlato anche con altri membri del progetto: proiettandomi in un percorso di crescita, vorrei riuscire a valorizzare la dimensione del carcere in tutte le possibilità che offre ad un volontario, senza per questo nascondere le fragilità che mi caratterizzano come persona e che possono emergere e ridimensionarsi proprio attraverso il confronto con l’altro.
Alice Montaldo
Chi ha varcato la soglia
Cascina Macondo. Ne ho parlato spesso, della Cascina, e dei suoi formidabili padroni di casa, Anna e Pietro… La Cascina sul limite della campagna fra Torino e Asti, dove nascono consulenze e laboratori di manipolazione dell’argilla, affabulazione, scrittura creativa, lettura sinestetica ad alta voce, dizione, danza e percussioni, poesia, voce, ascolto, per persone con handicap e disabilità lieve, per bambini, adolescenti, adulti, famiglie. Si occupano molto anche di detenuti e Pietro anche in carcere insegna. L’ultima iniziativa, mettere a confronto i diversi punti di vista per SVELARE IL CARCERE. E si invita chi a qualunque titolo abbia varcato la soglia del carcere, a raccontare la propria storia. Narrazioni che, condivise, “possano essere spunto di riflessione, arricchimento intellettuale e letterario. Dunque, chi varcato la soglia del carcere può inviare la sua pagina di testimonianza autobiografica. L’indirizzo:
info@cascinamacondo.com. Le prime testimonianze stanno già arrivando. E L’altra riva, che molto volentieri aderisce al progetto, qui le pubblicherà, di volta in volta, per chi volesse leggere… Un piccolo contributo per provare ad abbattere muri…
Via dei Tigli, sull’immagine del logo, perché… quello dei tigli è per me profumo che da sempre mi riporta all’ansia di pensieri in catene, per via dei tigli del viale alberato che fiancheggiava il carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove sono nata e per un po’ cresciuta. Si passava spesso sotto le mura del massiccio impianto borbonico, a un passo dal centro, e d’estate quel profumo rimaneva appiccicato addosso come lo sguardo delle guardie che dalle garitte immaginavo guardassero feroci anche noi bambini. Ora l’edificio è sede d’università, e il carcere è stato costruito più in là, lontano dal centro, come si usa con tutto ciò che vogliamo allontanare dagli occhi. Non so, se nei dintorni del nuovo carcere ci siano altri alberi di tiglio. Ma per me ogni estate quel profumo ritorna, denso di sbarre. quindi, ben venuti “Dentro”, in via dei tigli…
A futura memoria
Paolo Rausa, a proposito di memoria e memorie, presenti e future…
“A futura memoria, scriveva Sciascia per poi aggiungere: se la memoria ha un futuro… L’idea di istituire una giornata della memoria futura è intrigante, cara Francesca, perché spinge l’umanità a chiedersi anzitempo come sarà giudicata, rovesciando i termini temporali. Non più la visuale dal presente verso il passato perché certi fatti crudeli non si verifichino più nel futuro, ma la visuale dal futuro verso il passato, che è il nostro presente, perché non si debba dire che la nostra epoca è stata caratterizzata da crimini, se non come nel passato, altrettanto gravi. La dobbiamo prendere, questa proposta di Francesca, come uno stimolo perché non si dica di noi che siamo stati insensibili e crudeli, verso i nostri simili, gli umani, gli animali non umani e le specie vegetali che, abbiamo appreso, sono sensibili, sono state le prime a colonizzare la terra e che continuano con lo scambio anidride carbonica/ossigeno a farci respirare. Perché, cosa abbiamo combinato di tanto catastrofico? Innanzitutto pecchiamo di empietà, hybris avrebbero detto i greci, nel tentativo di scalare il cielo e pensare di essere noi gli dei, come scrive nei suoi saggi Harari: “Sapiens, da animali a dei” e “Homo Deus”, a cui non resta che l’ultima fatica di vincere la morte, riprendendo il proposito di Gilgamesh, fallito per un nonnulla, e quello di Orfeo, che con la sua musica e poesia era giunto ad incantare il re dell’Ade a rilasciare la sua amata sposa Euridice, ma all’ultimo, quando mancava proprio un ultimo passo, si voltò indietro per vedere il capolavoro della sua opera interrompendo il processo di vivificazione della moglie che perse la sua condizione umana e morì per la seconda volta, definitivamente. L’Angelo dell’Apocalisse, così ben descritto da Walter Benjamin nel saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” è volto indietro a riflettere sconvolto e terrorizzato sulle macerie che ci lasciamo alle spalle. Il giorno della memoria guarda al passato. Perché non si debbano più ripetere certi errori. Nunca mas! Mai più! Però sono già accaduti e l’umanità non impara mai abbastanza dai fatti drammatici del passato. La memoria ha la vista corta. Quante volte la pandemia ha seminato stragi di uomini e di animali! Ogni volta l’umanità è risorta con l’impegno che mai e poi mai avrebbe ripetuto le azioni del passato. E’ vero, non le stesse, ma altre molto gravi. Dalla peste di Atene, descritta nella guerra del Peloponneso da Tucidide alla peste di Firenze nel ‘300, argomento nel Decameron di Boccaccio, a quella nel Milanese, conclusione drammatica dei Promessi Sposi del Manzoni. L’umanità è riemersa ogni volta dalle sue condizioni di prostrazione. E questo ha dell’eroico ma anche dell’insensatezza. Perché a distanza di secoli tutto riaccade. Non possiamo, come suggerisce Francesca, pensare a come ci giudicheranno i nostri discendenti? Se siamo così disposti a fare del bene a noi e alle generazioni future perché non cominciamo a cambiare registro e ad alleviare l’umanità derelitta che vive ai margini del mondo e della società? Perché non ammettiamo che i nostri stili di vita consumistici non sono compatibili con la sopportabilità del peso che la nostra attività provoca sulla terra a noi e agli altri esseri viventi, animali e vegetali? Possiamo cominciare a schiarire il nostro orizzonte solo se insieme e gradualmente ci scrolliamo di dosso le armature e affrontiamo a viso aperto le sfide che ci attendono, nell’interesse di tutti, nessuno escluso. A Futura memoria! ❤” Paolo Rausa
A proposito della Giornata della memoria futura…
Vittorio da Rios, ci regala questa sua attenta riflessione: “Leggendo queste stupende righe di Francesca che ne è una conferma delle sue preziosissime e lucide analisi dentro ” le odierne tribolazioni umane”, e sempre le saremmo debitori quanto riconoscenti… la memoria mi è corsa a un capolavoro per certi versi unico: MARTHA GELLHORN Il volto della guerra. Cinquant’anni al fronte: dalla guerra di Spagna al Salvador. Un libro bellicosamente pacifista. Colpisce la narrazione di Martha a riguardo di Dachau appena liberata. “Eravamo giunti al forno crematorio. ‘Si ripari il naso con un fazzoletto’ fu il consiglio della guida. All’improvviso ci trovammo di fronte i cadaveri delle vittime, uno spettacolo sconvolgente, difficile credere ai propri occhi. Erano dappertutto. Mucchi e mucchi di cadaveri nella sala del forno, corpi che le SS non avevano avuto il tempo di bruciare. Mucchi davanti alla porta e lungo le pareti dell’edificio. Erano tutti nudi, e alle spalle del crematorio erano stati ordinatamente impilati gli indumenti laceri e stracciati: camicie, giacche, pantaloni, scarpe, tutta roba che aspettava di essere sterilizzata e riciclata. Era evidente che ai vestiti riservavano un trattamento migliore; i cadaveri erano stati scaricati come immondizia, lasciati marcire al sole, giallastri mucchi di ossa, e ossa che spiccavano enormi, senza un filo di carne a rivestirle, ossa mostruose, tremende, sofferenti, e un insopportabile tanfo di morte”. “Oramai, aggiunge Martha, abbiamo visto di tutto, abbiamo visto troppe guerre e troppe morte violente; abbiamo visto gli ospedali, insanguinati e trasandati come macellerie; abbiamo visto i morti raggomitolati nelle strade del mondo intero. Ma in nessun luogo, mai, avevamo assistito a nulla del genere. Nessuna guerra aveva mai conosciuto una follia tanto perversa come questi morti senza nome, affamati e oltraggiati spogliati di tutto. Alle spalle del forno, vicinissime, erano state costruite grandi, moderne, magnifiche serre. Lì i prigionieri coltivavano i fiori prediletti dagli ufficiali delle SS. A fianco delle serre floreali c’erano quelle vegetali, serre fertili e ricche dove i prigionieri coltivavano cibi pieni di vitamine destinati a tenere in perfetta forma le SS., Di fronte al crematorio, separato soltanto da un tratto di giardino, si ergeva una fila di case spaziose e ben costruite. Ci abitavano le famiglie delle SS, e mentre moglie e figli se la passavano felicemente, dai comignoli del forno si innalzavano incessanti fumate grevi di ceneri umane”. Rileva Martha: “I soldati che incontrai in Vietnam e quelli che avevo avuto modo di conoscere durante la seconda guerra mondiale, avrebbero potuto tranquillamente provenire da due paesi diversi. Forse è proprio questo il criterio che può distinguere una guerra giusta da una ingiusta. I veterani del Vietnam sentivano profondamente e amaramente che li si stava incolpando di aver combattuto una lurida guerra terminata nella sconfitta. Ma la colpa non era loro: i leader avrebbero dovuti essere giudicati, coloro che avevano guidato le truppe verso il male e la catastrofe”.
Insomma come rileva nel suo capolavoro Martha l’ominide come a me piace definirci non ha che costruito manufatti per dominare rapinare assassinare l’altro. Noi tribù bianca quante colpe portiamo? E i responsabili istituzionali ed economici che in questi secoli e decenni ci hanno governato, costruendo immani catastrofi umanitarie come quelle odierne sono mai stati chiamati in giudizio? Il tribunale dell’Aia a cosa è servito in realtà fino ad oggi? E le nostre democrazie come possono permettere di assistere a immagini come quelle che ci è dato vedere dalla Ex Jugoslavia, da Lesbo, dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia, ecc. ecc. Centinaia di migliaia, milioni di creature che vivono non vite. Corpi ischeletriti dalla fame, mentre per opposto obesità che crea non pochi problemi alla salute di milioni di bambini che di questa patologia soffrono. Eccesso e irrazionale uso di cibo, mutazioni genetiche, riduzione delle capacità di resistenza del sistema immunitario a patologie nuove, e vecchie sempre più aggressive che prendono fasce sempre più giovani di persone. Stiamo entrando nella fase definitiva dell’era catastrofale, sarà opportuno iniziare a prenderne atto. Tutto sommato ancora noi piccola minoranza circa un miliardo di popolazione vive bene con agi e ricchezze a volte notevoli sproporzionate eccessive, ma tutto questo può finire, o comunque essere radicalmente modificato. L’enorme massa degli esclusi e sono miliardi bussano alle nostre porte, e chiedono di partecipare al banchetto del consumo con noi. Ma noi chiudiamo la porta e rispondiamo con arroganza: Questa è casa nostra! Ma loro ribussano e ci fanno presente che è anche casa loro. Il pianeta è casa di tutti ci fanno presente. E allora come la mettiamo noi tribù bianca? Il dominio sul mondo da parte dell’occidente è terminato. E per fortuna! Noi abbiamo avuto e ancora l’abbiamo la presunzione di essere il centro del mondo. Di essere la civiltà, l’unica democratica da esportare e imporre, a prescindere i strumenti adottati, quasi sempre violenti e genocidari. Tutto questo è oramai al capolinea che ci piaccia o no, è la salvezza dello stesso pianeta e quindi dell’uomo a imporcelo. Il potere economico e politico “la geopolitica” è radicalmente cambiata. Cina, India, Russia che con il continente Africano tra poco tempo rappresenterà qualcosa come circa 5 miliardi di creature umane, per dare un’idea delle modificazione a riguardo della popolazione. la Cina è attualmente la prima potenza economica al mondo, se si ferma l’economia cinese crolla il sistema economico mondiale. Era pensabile tutto questo qualche decennio fa? No di certo! Ma l’umanità ha drammatiche realtà come quelle descritte da Francesca. Vi sono centinaia e centinaia di milioni di donne, uomini, bambini, adolescenti che vivono in baraccopoli dove manca di tutto. Possiamo tollerare tutto questo ancora per molto? Le cifre a dimostrare delle drammatiche sperequazioni sociali sono enormi quanto spaventose, come rimediare in un quadro di cosi radicali cambiamenti a una situazione del genere? L’urgenza di creare una classe dirigente di alto sapere filosofico-scientifico a livello planetario che sappia gestire la molteplicità degli interessi tra Stato e Stato, delle culture diverse intese come patrimonio arricchente non divisivo, un sistema che sia in grado sia di prevenire tragedie come quelle odierne, ma soprattutto intervenire con tempestività la dove dovessero manifestarsi. O l’umanità tutta si organizza diversamente, dentro la civiltà nuova del diritto fondamentale al diritto alla vita su scala planetaria, o tutti andremmo irreversibilmente verso catastrofe globale. Un grazie infinite a Francesca. Un caro saluto. Vittorio da Rios
La giornata della memoria che verrà
Guardando le immagini dei rifugiati al confine tra Croazia e Bosnia… le traversate nei boschi, i piedi spogli nella neve, intrappolati nel ghiaccio… leggendo di persone che “bevono neve e mangiano muschio”… respinti da violenze, mura e rimpalli, e dal nostro voltarci dall’altra parte…
Questa settimana ancora piena degli echi della Giornata della Memoria, con il ricordo della folla di orrori del secolo passato, come non pensare anche a tanto nostro terribile presente che andrà a comporre la memoria dei giorni futuri… Una memoria di cui ancora una volta vergognarci.
Viene, spontanea, una proposta “indecente”. Ma perché non istituire, fin da subito, da affiancare a quella appena celebrata, una Giornata della Memoria futura?
Perché un unico filo rosso attraversa il racconto di quello che è accaduto e di quello che ancora accade. E non penso che l’affiancare genocidi a genocidi, catastrofi a catastrofi, che appartengano alla Storia o al nostro presente, possa sminuire l’unicità della Shoah. Aiuterebbe, invece credo, a farci con più attenzione interrogare su ciò di cui è capace l’uomo, cose di cui tutti siamo in qualche modo responsabili, e partecipi, con i nostri comportamenti, anche solo non vedendo, di fatto assecondando, oggi come ieri. Aiuterebbe a guardare senza ipocrisie a quel grumo nero che è nel fondo del cuore della nostra Umanità.
La Giornata della Memoria futura, dunque. Che “celebri” le tremende memorie che nel presente stiamo “precostituendo”…
Pensateci. Basta iniziare, senza andare dunque troppo lontano, allungando lo sguardo su ciò che accade nel gelo delle nostre frontiere di terra. Oppure affacciandoci sulle acque delle nostre frontiere di mare. Non sentite? E’ un lamento senza fine che soffia col vento del nord… che sale da quel cimitero che è diventato il Mare Nostrum…
Se poi addirittura osiamo un salto oltre l’oceano, a guardare le folle calpestate delle genti dei sud delle Americhe…
Ma ce ne sarebbe anche senza sporgersi oltre i nostri amati, rassicuranti (?!) confini. Potrebbe ad esempio esserci posto, nella Giornata della Memoria futura, per i morti nel freddo delle nostre città. E potremmo far entrare nei pensieri di quella Giornata ancora i popoli “zingari” per i quali (ce ne siamo accorti?) nulla dal secolo scorso sembra cambiato. O addirittura quella feroce macchina di annullamento della persona, travestita da mezzo di “rieducazione”, che sono le nostre carceri.
Genocidi, oppressioni, violenze, nomi, luoghi… quanti tasselli già pronti a comporre la memoria dei Giorni della Memoria futura, insieme al rito dei lamenti “di colpa e di circostanza”.
Continuando a gettare sassi nello stagno del nostro tempo… come impedire che i cerchi si allarghino?
Dunque, non posso non sperare e pensare, permettetemi, che arriverà un tempo in cui persino guarderemo con orrore alla strage degli animali che si consuma ogni giorno… E nessuno si adonti se penso anche per le sciagurate vite degli animali un posto nella Giornata della Memoria che verrà. Scrittori ebrei sono stati i primi a riflettere sul paragone fra i lager nazisti e quegli altri lager nei quali alleviamo e uccidiamo gli esseri che destiniamo al nostro nutrimento. L’eterna Treblinka degli animali (ne abbiamo parlato. https://www.remocontro.it/2020/11/15/leterna-treblinka-degli-animali/)…
“Non sparisce, quello che mangiamo ogni giorno; canta come gli uomini nel fuoco”, le parole di Elias Canetti.
Certo, allargando allargando il cerchio, direte, infine ci ritroveremo a piangere in un Giorno della Memoria futura anche gli alberi, i fiori, i fili d’erba…
E perché no. Avverrà, credetemi, quando saremo lì a guardandoci intorno nella desolazione di una terra arsa e spoglia, divorata dalla nostra scellerata fame di denaro e di consumo.
“I popoli scambino i loro ricordi, e ognuno riconosce di essere stato il più cattivo”, parole doloranti che nel suo diario annota Canetti. Che però, pur percependo “la nostalgia di dio del mondo prima che lo avesse creato”, da qualche altra parte pure ci confida che “finché nel mondo ci sono uomini che non hanno alcun potere, posso non disperare del tutto”.
Non dispero del tutto neanch’io, allora. Ma insisto sulla proposta di una Giornata della Memoria futura. Sperando che infine pur ci sarà un futuro in cui, rinsaviti, ricorderemo, perché non si ripeta mai più, il tempo in cui abbiamo offeso, in ogni sua creatura, la vita della Terra.
Mi piace pensarlo, come un bel sogno. Ritornando oggi a quel futuro…
Ancora pensando a Marcello
Paolo Rausa ci regala un viaggio nella storia dei Rom. Ascoltate.
“Nel “Viaggio musicale dei gitani” Alain Weber descrive la genesi del popolo dei sinti o gitani e racconta che “Il buon re persiano Bahrâm, commosso dai sudditi che reclamavano musica alla maniera dei ricchi, ottenne dal suocero che viveva nell’alta valle del Gange l’invio di 12.000 musici. Il re diede loro di che vivere coltivando la terra: un asino, un bue e mille carichi di grano ciascuno. Ma un anno dopo se li vide ricomparire ridotti alla fame, perché si erano accontentati di mangiare i buoi e il grano. Irritato, il sovrano consigliò loro di mettere corde di seta agli strumenti, saltare sugli asini e andarsene a vivere della loro musica”. Questa leggenda iraniana del X secolo narra favolosamente la prima tappa dell’esodo Rom dall’India all’Occidente. La “tribù profetica dalle pupille ardenti”, come la definisce Baudelaire, ha attraversato una moltitudine di luoghi e di spazi, lungo i deserti del Rajasthan e dell’Andalusia, le verdi vallate del Sindh, del Nilo e del Danubio, gli altipiani dell’Himalaya e i monti della Transilvania, fino al Mar Rosso e all’Oceano Indiano. Un popolo nomade e nobile, con tradizioni colte, irresistibile. Proprio questa loro libertà li rendeva e li rende tuttora poco “addomesticabili” a qualsiasi potere. Il popolo del vento vengono detti. Chi è libero fa paura, perché incontrollabile, disordinato, irregolare. E’ questo che fa paura ai benpensanti e ai regimi totalitari che hanno massacrato i sinti/gitani insieme agli ebrei, i comunisti, gli omosessuali, ecc. insomma i diversi. Certo le storie sono diverse. Nel caso dei Rom si tratta di un popolo, nomade, che non ha mai richiesto uno Stato, ma libera cittadinanza di transito e dove possibile di scegliere un luogo dove vivere, all’aperto. Le cose col tempo sono cambiate a grazie a paladini come Marcello Zuinisi si è cominciato a rivendicare i diritti, alla salute, all’istruzione, al lavoro, ecc. Prova ne sia che nei campi nomadi alloggiano bambini che frequentano regolarmente le lezioni e lavoratori che hanno un posto fisso e non vivono solo di artigianato o di furti, come sembra pensare la gente che si fa condizionare dai pregiudizi. Marcello che ha deciso di chiudere questa esperienza terrena dandosi la morte è simile ad un altro personaggio a me molto caro, Alex Langer, leader dei Verdi e parlamentare europeo che aveva fatto della sua vita una sorta di messaggero della pace, gettando il cuore oltre l’ostacolo, come Marcello, e fuori di sé, morto per scelta volontaria il 3 luglio 1995. Vivendo e soffrendo lo scarto fra le sue idealità e i risultati concreti della sua azione, come se non fosse stato abbastanza efficiente nel dedicarvi la sua esistenza. Lentius, profundius, suavius: questi i suoi avverbi contrapposti alle modalità opposte di citius, altius, fortius. Non sono forse le stesse di Marcello che ho conosciuto dalle tante mail e post a sostegno dei diritti violati, mai riconosciuti di un popolo, come quello Rom, che ha il torto di voler vivere libero come un fiume, leggero come l’acqua e gioioso come le tante composizioni musicali che mischiano sonorità di ogni dove loro sono passati? Vi ricordate la sfida a suon di violini fra le comunità ebrea e rom nel film “Train de vie”? Quel dissidio è stato ricomposto con bracci e balli collettivi. Le comunità che hanno sofferto le discriminazioni chiedono rispetto e la memoria va alle tante vittime che hanno subito il prezzo atroce delle ideologie e della pseudo cultura livellatrice contro la quale sono insorti in tanti, fra i quali oggi ci piace ricordare anche Marcello Zuinisi, che vive nei nostri cuori. ❤” Paolo Rausa
“Ancora ricordo….”
Ancora per Marcello Zuinisi. Il ricordo di Vittorio da Rios:
“Ricordo quando nella fase caotica assurda e dolorosissima dello sgombero di Campo River a Roma, dove furono messi fuori per strada oltre 400 creature umane, donne: alcune incinte bambine e bambini, anziani, Marcello era li e utilizzando gli strumenti del diritto cercava di evitare l’ennesimo scempio e obbrobrio sociale. Non ho la conta delle innumerevoli telefonate, che ci furono tra me e Marcello. Mi chiedeva consigli, e che attivassi i “modesti” strumenti che possedevo per far intervenire chi di dovere a fermare il tutto. Mi lesse cosa aveva scritto su un striscione di denuncia: “Lo Stato responsabile dell’ennesimo abuso, di violenze e privazioni gravi e lesive dei diritti fondamentali”. Gli dissi che doveva correggere la prima parte: “CON QUESTO NON STATO POICHÉ SE FOSSE LO STATO PREVISTO DALLA COSTITUZIONE AVREMMO UNO STATO DI DIRITTO CHE NELL’ATTIVARE L’art. 3 DI FATTO GARANTISCE E TUTELA TUTTI I CITTADINI E NE GARANTISCE UNA VITA GIUSTA E DIGNITOSA. MA QUESTO E’ UN “NON STATO” E L’ATTEGGIAMENTO DELLA GIUNTA RAGGI DELLA POLIZIA MUNICIPALE E DELLE FORZE DELL’ORDINE SONO ILLEGALI E ANTI COSTITUZIONALI. E NE DOVRANNO DARNE CONTO NELLE SEDI GIURIDICHE DI COMPETENZA. Riscrisse lo striscione e mi mandò le foto. Ma a nulla servi come era ben prevedibile. Il campo fu smantellato con tutte le conseguenze del caso. Da rilevare che dove sorgeva il campo era ed è proprietà privata di una signora che ben disposta, aveva dato in affitto quel fondo. Da notare che il Campo River uno dei tanti che si trovano a Roma era uno dei più “funzionali” con bambine e bambini che andavano regolarmente a Scuola dell’obbligo e poi molti frequentavano le superiori. E questo grazie a figure di volontariato molto professionali e preparate, e a strutture di assistenza che garantivano alla comunità Rom lo scorrere di una vita discretamente vivibile. Tutto vanificato e distrutto. Con indignazione rammento nella memoria le immagini a suo tempo inviatomi degli scandalosi comportamenti delle forze di polizia municipale e in particolare del comandante che girava nel campo con la pistola in mano e a sferrare calci a minori nella totale impunità. Cosa ancora più riprovevole è che su quel campo vi era e vi è uno studio in fase avanzata, utilizzando i fondi strutturali messi a disposizione della comunità Europea per costruire un “villaggio” residenziale per i Rom che poteva e può essere da guida e esempio per tutte le realtà degradate e di sofferenza emarginativa presenti nel territorio e soprattutto nei grossi agglomerati urbani delle nostre maggiori città. Ritengo che per Marcello quello fu uno dei momenti più bui e tristi da lui vissuti delle innumerevoli battaglie che ha sostenuto. per la giustizia e la lotta contro qualsiasi pregiudizio razziale ed emarginativo nei confronti del popolo Rom Sinti e Camminanti. Non posso dimenticare mai con quale passione etica e civile mi diceva: ma hai una vaga idea di cosa prova una bambina, un bambino che a 9-10 anni si ritrova con 6-7-10 sgomberi, già patiti? Un bambino che non riesce a fissare nella memoria con continuità una dimora? Cosa gli reca tutto questo nella sua evoluzione psico -fisica? Senza contare le violenze subite e viste, le ruspe a distruggere e schiacciare i modesti moduli abitativi, e il comportamento spesso inqualificabile delle autorità definite “Istituzionali”. Marcello aveva in mente un grande progetto, riproporre qui in Italia un “LUOGO DELLA MEMORIA, a ricordo dell’eccidio genocidario dei Rom Sinti e Camminanti nei campi di concentramento e nelle camere a gas nazifasciste, che come ricorda Francesca furono di numero oltre 500 mila. Grande e “pesante” la sua eredità ,per chiunque la voglia far propria. Ma è indispensabile dare corso e continuità, a un patrimonio tale di lavoro, di iniziative, di lotte fatte con sacrifici e passione etica-civile che raramente ha trovato pari nella nostra storia recente. Convinto Marcello che alla lunga il lavoro la tenacia determinata DALLA FORZA DELLA RAGIONE, e del “DIRITTO DI AVERE DIRITTI, darà i suoi frutti. Nell’ultima telefonata che ebbi con lui avevo colto quel sottile pericoloso “Male del vivere”, che aveva preso qualche decennio fa in modo irreversibile Cavaliere, anche lui sempre sulle barricate a Torino e altrove nelle carceri a mediare a vigilare che le sofferenze in alcuni non fossero irreversibili, pronto a cogliere la dove il suicidio stava maturando e a intervenire per evitarlo. Ma poi accade e per entrambi che la mediazione con se stessi era diventata impossibile. E la corda ha preso il sopravvento. Quando figure cosi se ne vanno chi gli sopravvive ne porta le maggiori responsabilità. Grazie Francesca Un caro saluto.” Vittorio da Rios
Djelem Djelem, lungone dromensa… in ricordo del “paladino dei Rom”
“In Marcello io vedo quello che un mio grande maestro, Padre Ernesto Balducci, così sintetizzava: ‘se tu scegli di vivere facendo centro su di te, hai voglia di studiare, diventare un luminare universitario, un premio Nobel; non capirai niente. Se tu scegli di vivere mettendo il centro di te fuori di te, di metterlo questo centro tra le cose, tra le creature, tu hai la sapienza’. Marcello ha da sempre messo il suo centro fuori da sé tra l’incandescenza delle tribolazioni umane, e dove i diritti fondamentali delle persone sono calpestati e violati…”
Marcello, Marcello Zuinisi, che con molto orgoglio si presentava come il rappresentante legale dell’Associazione Nazione Rom. Così ne parla Vittorio da Rios, che me l’aveva fatto conoscere. Questo mese avrebbe compiuto 53 anni. “Troppo pochi per andarsene”, come se ne è andato, sul finire del novembre scorso. E ve ne voglio parlare oggi, alla vigilia del Giorno della Memoria, perché se fosse ancora vivo sarebbe ancora qui, in prima fila, a ricordare quel popolo che pure ha subito lo sterminio, anche se la legge che ha istituito la giornata per ricordare la Shoah ancora lo dimentica, e per il quale le persecuzioni e l’emarginazione non sono mai finite… Il suo amatissimo popolo rom, l’impegno per la cui difesa era diventato il centro propulsore della sua vita.
In questi anni non sono mai riuscita ad incontrarlo, ma più volte ci siamo sentiti. L’ultima, all’inizio dell’era della pandemia, nel marzo scorso. “Possibile che nessuno si occupi della situazione nei campi rom? Dell’isolamento che rischia di portare alla morte per fame e malattie…” la sua voce accalorata. “Nessuno risponde, mentre a Roma le famiglie piangono dalla fame…” (ne avevamo parlato https://www.laltrariva.net/2020/04/la-disperazione-dei-rom-gli-invisibili-che-non-vogliamo-vedere/).
La sua voce arrivava colorata del timbro di quella “follia”, ho pensato con ammirata sorpresa ogni volta ascoltandolo, che spinge a uscire dai binari della propria vita “normale”, per regalare e regalarsi tutto, ma proprio tutto a quegli “altri” che la nostra società meno ama, donando loro le sue capacità, la sua cultura, il suo tempo. E sempre l’ho pensato, Marcello, come spinto dal soffio di uno spirito misterioso…
Djelem Djelem, lungone dromensa
Maladilem bakthale Romensa
Camminando camminando, su lunghe strade/ ho conosciuto Rom pieni di gioia…
Lo vedo benissimo camminare, instancabile, con nel cuore il ritmo dell’inno del popolo Romani.
Camminava moltissimo Marcello, che non aveva automobile…
Ancora il ricordo di da Rios: “Non potrò mai dimenticare le infinite telefonate di sera e di notte, quando abitava a Pontassieve e gestiva la Casa dell’accoglienza, un edificio sulle colline toscane, molto grande, che aveva preso in affitto con dei terreni adiacenti dove coltivava l’orto. Lì ospitava famiglie che altrimenti sarebbero vissute in strada. Per arrivarci Marcello gli ultimi chilometri li faceva a piedi e allora appena sceso dalla Corriera mi chiamava e lo accompagnavo nel cammino ascoltando il resoconto delle giornate trascorse a seguire le denunce fatte alla magistratura per abusi, violenze, per l’ennesimo atto razzista… ”
Djelem Djelem, A Romale, a Chavale/ vi man sas / e bari familya / Murdadas la e Kali legiya…
Uomini rom, giovani roma, / un tempo avevo una famiglia numerosa / ma la legione Nera l’ha sterminata…
Così, combattivo e per nulla diplomatico, per strada a protestare contro la violenza degli sgomberi degli accampamenti, e il giorno dopo, “avvocato” del suo popolo, pronto a formalizzare denunce e querele in tribunale, contro le amministrazioni che quelle violenze avevano autorizzato. A Roma, a Torino, a Firenze. Denunciando il cattivo uso (quando il non uso) dei fondi strutturali europei destinati all’integrazione di Rom, Sinti e Camminanti…
Sognava un mondo più giusto, Marcello, mentre carezzava un disegno ricco di progetti. Con un buon utilizzo dei fondi strutturali dell’Unione Europea, pensava alla trasformazione di quei terribili ghetti che sono oggi i campi rom in cittadine, costruite “nel rispetto della cultura e delle tradizioni millenario del popolo rom”. Pensava, anche, all’allestimento di un museo commemorativo del Porrajmos, il “grande divoramento” dei 500.000 Rom e Sinti che si stima morirono nei campi di concentramento del secolo che fu… e credo che prima o poi vi sarebbe riuscito, così come era riuscito a creare, con i suoi Rom e intorno a loro, un vero movimento.
Certo nulla è stato facile, per le difficoltà incontrate, sia esterne che interne, ché anche la realtà dei Rom è articolata e complessa… ma credeva soprattutto nei giovani, Marcello, nelle ultime generazioni scolarizzate, che sia pur parziali processi integrativi avevano seguito.
Ma forse c’è stato un momento in cui le difficoltà devono essere sembrate davvero enormi…
Marcello è stato vinto dal male del vivere. Suicidio, s’è detto. E certo, anch’io, come Vittorio, che me ne aveva dato l’annuncio, ho fatto gran fatica a pensare che un momento di depressione possa avere la meglio su una figura come la sua, costantemente “sulle barricate”, a fare proprie le vite degli altri…
E però, e però… dopo lo stupore, dopo gli interrogativi… mi è ritornato lo stesso pensiero che mi ha inondato del pianto di altre simili vite, di altre simili morti… il pensiero di quel che può accadere a un animo che assume su di sé le sofferenze degli altri, quando gli ostacoli, i no, l’indifferenza, la cattiveria, i poteri avversi, sembrano enormi, lì a sbarrare la strada come la parete di una montagna nera che leva luce a ogni respiro di speranza. Il pensiero di come possa diventare impossibile il vivere quando si ha costantemente presente l’infinito, irrimediabile, soffrire del mondo e, come dice Vittorio, quando, davanti a un tunnel, non si riesce più a mediare con se stessi.
A furia di essere vento…
Un pensiero, alla vigilia della Giornata della Memoria che ancora qualcosa dimentica, al popolo Rom, orfano del suo “folle” paladino che voglio ricordare così…
https://www.facebook.com/brigante.melfi/videos/141516367511403
Con quel “bacio nel vento” soffiato fra i tanti pensieri commossi con cui i suoi rom ancora lo piangono…
A proposito di freddo e di notti di gelo…
A proposito del libro di Lorenza Mori, questo bell’excursus nella Storia di Vittorio da Rios:
“Di recente discutevo con un caro amico biologo, a cui non manca una certa curiosità storica- filosofica, per cui ci trovammo a spaziare sulle umane tragedie che hanno creato non poche sofferenze all’ominide. E fece osservare che vista anche seppur a volo d’uccello l’evoluzione della storia in questi 23-24 secoli, nonostante la sapienza greca, l’umanesimo, l’illuminismo ecc. ecc…, i cataclismi determinati dall’ominide fino all’oggi sono spaventosi, a tal punto che nonostante l’arroganza e il presunto sapere filosofico scientifico, l’aver costruito manufatti sistemi di spostamento e comunicativi rivoluzionari impensabili fino a pochi decenni fa, rimane nella sua essenza costitutiva ancora una massa di cellule e neuroni ancora non ben amalgamata e i risultati sono sotto gli occhi di tutti incontestabilmente.





