San Valentino… difficile festeggiare, guardando le foto delle ultime vittime di quell’assurda “passione” omicida che continua a uccidere. Già otto vittime in un pugno di settimane, questo nuovo anno. E certo che non è amore, ma dall’illusione di un amore malato anche questo nasce.
Difficile parlarne, in ogni caso, con la levità delle carte per cioccolatini, conoscendo di passioni e delusioni e gioie e mestizie e tragedie che la vita di tutti attraversano.
Ma l’amore cos’è?
Da tempo m’interrogo. Facendo mie le considerazioni e una domanda, tante domande che sono una supplica, accorata, stravagante, martellante… che dà il titolo a una raccolta di poesie di Auden. “La verità, vi prego, sull’amore”.
Dunque, W.H. Auden: “I manuali di storia ce ne parlano/ in qualche noticina misteriosa,/ ma è un argomento assai comune / a bordo delle navi da crociera; / ho trovato che vi si accenna nelle / cronache dei suicidi, / e l’ho visto persino scribacchiato / sul retro degli orari ferroviari. // Ha il latrato di un alsaziano a dieta, / o il bum-bum di una banda militare? / Si può farne una buona imitazione / su una sega o uno Steinway da concerto? / Quando canta alle feste, è un finimondo? / Apprezzerà soltanto roba classica? / Smetterà se si vuole un pò di pace? / La verità, vi prego, sull’amore”.
E allora, alla ricerca della verità, ho appuntato risposte che nel tempo ho incontrato.
La prima è arrivata dalla natura. Che volete, è stato istintivo allontanare lo sguardo da noi, cercare di distrarsi da tanta poca pace, da tanto tormento che sembra proprio degli uomini, e pensare alla bellezza degli animali in amore…
Così la verità sull’amore un giorno l’ho vista nella danza sull’acqua dei cigni, nella ruota vanitosa di un pavone, nell’avvitarsi di una coppia di delfini nell’acqua, nell’obliquo afferrarsi di chele di granchio, in un bacio di seppie, nel passo a due di fenicotteri rosa, nel placido ruggito del leone, nei richiami affidati al vento, in vortici di colori e ventagli di piume, in preghiere di morte che preparano nuova vita… e poi…e poi… in tutti i gesti della vita, che nasce sulla terra, e dalla terra, e dall’acqua e dal cielo. Vedere, per credere, uno splendido documentario, Animals in love…
La seconda verità l’ho vista nella meraviglia di un fiore di cactus. Fiore che vive una sola notte. Miracolo che mai più, sul mio balcone, si è ripetuto…
Ma c’è una terza verità che ho pensato potesse essere un tronco d’albero d’ulivo, grosso come una colonna e ricco di fronde. E s’immagina enorme, l’albero, per poterne troncare la chioma e squadrarne il fusto, e porvi sopra il letto, ornato d’oro e d’argento e d’avorio. Intorno al quale murare la stanza, con fitte pietre e robuste porte. Per talamo nuziale d’eroe. Che pure, partito per la guerra, e tornato dopo vent’anni, dopo un pugno di notti ancora una volta, e per sempre, ne fugge… preferendo, ancora una volta, “seguir virtute e canoscenza”.
No, no…
Allora meglio, giocando in un sussulto di leggerezza, le pagine di una vecchia raccolta di Topolino. Una deliziosa parodia dell’incontro di Nausicaa e Ulisse. E del loro addio. Dove papera-Nausicaa, rassegnata alla partenza del suo Papero-Ulisse, lo saluta, chiedendo fra le lacrime di non dimenticare, con il suo amore, la sua isola, il suo sole, il suo mare… di portare con sé il ricordo del suo popolo, della calda accoglienza ricevuta… “E soprattutto” conclude fissando negli occhi il suo Ulisse ora sì davvero sgomento, “ricordati di pagare il conto di tutto quello che ti sei sbafato!”. Sarà anche questa una verità sull’amore?
Ma un giorno (i miei appunti risalgono all’agosto del 2008) nella ricerca della verità sull’amore trovo la foto di una donna buttata in terra. Chiusa nella cella di sicurezza del comando della polizia municipale di Parma. Non se ne vede il viso, con la testa schiacciata nell’angolo sul pavimento. Ha le braccia torte abbandonate sotto la parete. Indosso solo una canottiera rossa. E macchie di polvere sulle lunghe gambe, da gazzella abbattuta da bracconiere. Perché nigeriana, perché prostituta, perché pericolosissima. Colpevole, ogni giorno, di essere l’oggetto del gioco degli esuberanti maschi nostrani. Colpevole, e questo è davvero imperdonabile, di non essere ancora morta ammazzata, uccisa magari da uno qualsiasi dei presunti perbenissimi acquirenti di corpi che girano a piede libero.
Via via…
La verità, vi prego, sull’amore…
Ecco. Aprendo le pagine di un libro che dal titolo sembrerebbe non entrarci nulla: “Il mostro marino”, di Gerhart Hauptmann, a pagina 35: “Il cambiamento del mio carattere doveva essere avvenuto in precedenza, ed era stato causato da un amore totalizzante, che non lasciava spazio a nient’altro. Tutti i mille disparati desideri della mia natura si erano come dissolti nella passione che provavo per la mia amante. Se lei non era mia, la vita non era più vita; se lei era mia, tutti gli altri beni perdevano il loro valore…”. Sarà questa la verità sull’amore? Scoprire, con l’allucinato protagonista del racconto, che l’essere amato non è cosa umana, ma stregato essere marino, o Chimaera, e con lei (o con lui) per sempre dannarsi. Forse.
Tornando a noi umani, altro tratto di verità, chissà, nelle parole di un “grande” che tanto e in tanti modi ha amato. “Stupisco nel vedere formarsi di nuovo, nonostante un abbandono che tanto eguaglia quello della morte, un’umiltà che supera quella della sconfitta e della preghiera, quel complesso di dinieghi, di responsabilità, di promesse: povere confessioni, fragili menzogne, compromessi appassionati tra i nostri piaceri e quelli dell’altro, legami che sembra impossibile infrangere e che pure si sciolgono così rapidamente”. Stupori di Adriano, che Marguerite Yourcenar ha svelato per noi.
E frugando più avanti: “… ma, al mattino, per caso mi avvenne di toccare un viso gelato di lacrime. Chiesi ad Antinoo con impazienza la ragione di quel pianto; rispose umilmente, scusandosi di essere stanco. Accettai quella menzogna. Mi riaddormentai. La sua vera agonia si svolse quella notte, in quel nostro letto, e al mio fianco…”. Morsi di vigliaccheria… Sarà anche questa, la verità, sull’amore?
E ritorna una poesia. “May, sono infelice / Freddie, sono infelice / Oh, voi tutti, tutti voi casuali, in ritardo, / quante volte avete pensato di pensare a me, / senza che lo faceste, / oh, quanto poco io fui in ciò che siete, quanto poco, / quanto poco…”. Un morso di poesia, di Alvaro de Campos, di Fernando Pessoa. La verità, forse, quella affidata al più segreto, al più amato, al più feroce, di uno degli altri sé.
La mia ricerca, che dalla poesia parte, sui versi di un poeta dunque si ferma. Versi che soppiantano ogni cosa. E il perché me l’ha spiegato Vincenzo Consolo, che… essendo caduta la fiducia nella comunicazione “non rimane che la ritrazione, non rimane che l’urlo o il pianto, o l’unica forza oppositiva, alla dura e sorda notte, la forza della poesia, della tragedia” (da Fuga dall’Etna).
Dunque… L’ammore ched’è? Ancora non so. Ma oggi, lasciatevi cullare da questi versi. La dolcezza della poesia di Eduardo de Filippo, qui col contrappunto del doloroso stupore della voce di Monica Vitti… https://www.youtube.com/watch?v=lewDWp6Ziqk.
E, in ogni modo, buon san Valentino a tutti.
La verità, vi prego, sull’amore…
Chi ha varcato la soglia. 4^ testimonianza. Tu cosa faresti?
Machiko Takahashi, flautista, ci racconta del dono della musica che ha portato nelle carceri… e del dono che ne ha ricevuto in cambio: una ventata d’energia… un vento così forte che quasi ha perso l’equilibrio… leggete
Cari lettori e ascoltatori, prima di tutto, vi chiedo scusa per la mia capacità limitata di scrivere in italiano.
Nonostante questa difficoltà, partecipo volentieri al vostro progetto. Sono una musicista (flautista) giapponese che vive ad Amsterdam.
Non avevo mai sentito prima le parole di F.Dostojevski:
“Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”.
Ma l’idea di dare un concerto per i prigionieri mi era già venuta tempo fa. Volevo tentare di stabilire una comunicazione attraverso la musica con queste persone che sono considerate come outsider dalla società.
Dopo essere riuscita a dare quattro concerti nelle carceri in Giappone, ho proposto un programma in Lituania (vicino a Kaunas), che è stato accettato. È stato realizzato nell’estate del 2019 e hanno partecipato anche due flautisti lituani miei ex-studenti.
In questo carcere sono custoditi anche prigionieri detenuti a vita, come il boss mafioso conosciuto con il suo soprannome di “Al Capone di Lituania”.
Nel luglio del 2019 hanno programmato il nostro concerto all’interno di una giornata di festa estiva per i prigionieri, in cui le loro famiglie (solo gli adulti) sono state invitate. Quindi è stata una giornata molto particolare e gioiosa, con la musica, la partita di calcio, le grigliate all’aperto ecc.
Con una ventina di famigliari che si erano riuniti nel cortile-parco del carcere, siamo andati anche noi a fare una visita guidata dentro l’edificio: stanze per due, quattro, sei oppure dieci detenuti; tutti avevano una TV vicino al letto. Abbiamo visto due gatti che dormivano su un letto:
“Sono i nostri gatti” ha detto un prigioniero.
Al nostro concerto la partecipazione per loro è stata libera. Sono venute decine di persone – solo uomini – ad ascoltare la musica classica. Quando è venuto il momento per me di suonare l’assolo (la musica francese composta da P.O. Ferroud), ho deciso di mettermi vicino a loro per sentire meglio le loro voci (interiori).
Non me lo sarei mai aspettata, e non avrei neanche immaginato quello che ho sentito. Mentre suonavo, ho ricevuto una ventata di energia con una forza tale che per un attimo ho quasi perso il mio equilibrio. L’energia non si vede, ma quando è cosi potente e pura possiamo sentirla.
Che significato dare a questo ?
Sta ad ognuno trovare la risposta.
Dopo il concerto, mi hanno fatto sapere che alcuni prigionieri hanno chiesto di parlare con me.
Quell’ incontro non è stato solo piacevole, ma significativo nel senso che mi ha dato una risposta. Guardando la loro naturalezza e la luce nei loro occhi, non so perché, mi sono detta: “Chi è Io? Questo Io potrebbe essere anche una parte di Loro, poiché viviamo nella stessa società!”
Così è diventato un giorno singolare anche per gli studenti, anzi, i giovani hanno guardato in modo nuovo al loro paese.
Per finire, parlando un po’ delle carceri giapponesi, devo dire che anche di fronte a 200-550 prigionieri uomini, ho incontrato i sorrisi e le emozioni dietro i loro atteggiamenti chiusi e inespressivi. Ho capito che vivevano dentro un regime di totale proibizione.
Dopo ho ricevuto da loro alcune carissime lettere che mi hanno fatto tanto piacere, anche se sapevo che gli è stato chiesto di scrivere le lettere e che le hanno controllate prima di spedirmele.
Che cosa possiamo fare come musicisti o non musicisti?
Se tu sentissi che i prigionieri sono anche una parte di Te stesso, cosa faresti?
Machiko Takahashi,
Se carcere e giustizia possono anche uccidere…
Ho visto in questi giorni un film che non conoscevo. “Due contro la città”. Film degli anni Settanta. José Giovanni il regista. Protagonisti un anziano rieducatore, Germain (Jean Gabin), che si occupa di reinserimento di ex detenuti e un ex rapinatore, Gino (Alain Delon). Grazie anche all’attento aiuto di Germain, Gino riesce a reinserirsi nella società, la turbolenta vita passata sembra alle spalle, ma sempre è inseguito, come da un’ombra molesta, da un ispettore, una sorta di Javert contemporaneo (ricordate I Miserabili?), che diffida del suo cambiamento, convinto che il posto di Gino sia il carcere, e controlla e indaga con metodi diciamo poco ortodossi, al limite della persecuzione. Tutto precipita quando Gino sorprende il poliziotto ricattare la sua compagna, e lo uccide nella colluttazione che ne segue. Nel processo i giudici non daranno ascolto alle testimonianze a favore di Gino, a proposito della nuova vita di uomo ravveduto che stava costruendo, come ignoreranno la denuncia di Germain a proposito del comportamento dell’ispettore. Gino viene condannato a morte. Ghigliottina (la pena di morte è stata abrogata in Francia solo nel 1981, praticamente ieri).
Il film si chiude con una sconfortante considerazione del vecchio Germain che, ripensando al suo convinto impegno di rieducatore… “Da quel giorno capii che anche la giustizia può diventare solo una macchina per uccidere…”.
Un film, è stato detto a suo tempo da molta critica, schematico. E forse lo è… esattamente come i meccanismi, purtroppo veri, entro i quali anche noi a volte imbrigliamo la vita delle persone. Come accade quando pensiamo al carcere e a chi per un motivo o per l’altro vi è condannato e… “sicuramente” persone che lo meritano, “sicuramente” incorreggibili, “sicuramente” meglio che stiano lontani dalla parte “sana” della società. E che peste li colga!
E così, quando nel marzo dello scorso anno in alcune carceri sono scoppiate rivolte, reazione più che altro alle confuse notizie a proposito di questa “peste” del 2000, alla mancanza di informazione, al pensiero che per via del covid sarebbero stati interrotti i colloqui con i parenti, sarebbero stati sospesi i permessi, con tutto il panico, lo smarrimento che questo ha comportato…
Il racconto immediato, mainstream, che ne è nato ha seguito lo schema di sempre, quasi noioso nella sua prevedibilità: delinquenti, drogati… hanno approfittato della situazione, tutto organizzato dalla mafia e da gruppi anarchici (singolare alleanza!?!). E quando è “tornata la calma” e si sono contati i morti… 13 persone morte… sono state liquidate, quelle persone, come una “drammatica conseguenza”, e i morti colpevoli di essersela procurata, quella morte, con un’overdose di farmaci, erano persone drogate d’altra parte… Tutto molto semplice, molto schematico…
Peccato, o meglio per fortuna, che i primi a farsi e fare domande sono stati il Garante nazionale delle persone private della libertà, le associazioni che si occupano di diritti dei detenuti… poi sono iniziate ad arrivare le denunce… di pestaggi, di punizioni collettive “postume”, di torture…
E ce ne sarà voluto di coraggio per presentare quelle denunce, per raccontare…
Così, oltre a garanti e associazioni, ne hanno ampiamente parlato giornali nazionali, abbiamo sentito la voce dei testimoni in una coraggiosa puntata di Report.
Per i pestaggi nel carcere di S.Maria capua vetere sono indagati 57 agenti penitenziari, vengono contestati loro i reati di tortura (e finalmente dopo l’approvazione della legge che ne introduce il reato possiamo anche noi pronunciare questo nome), violenza privata, abuso di autorità.
Le procure indagano anche su quello che è accaduto a Modena, a Foggia.
Vedremo. Magari si spezzerà anche qualche automatismo della nostra mente.
Intanto, a leggere delle denunce, dei maltrattamenti e delle violenze su cui si indaga (e non solo di quelle in occasione delle rivolte), viene da ripercorrere all’indietro la nostra storia, seguendo un filo rosso che parte da non molto lontano.
A questo proposito, penso a un libro di cui ho seguito la nascita, “Le Cayenne italiane” (edito da Sensibili alle Foglie), una raccolta di testimonianze curata da Pasquale De Feo (attualmente detenuto ad Oristano) sull’esperienza del 41bis nelle sezioni Agrippa di Pianosa e Fornelli dell’Asinara, nei primi anni ’90, in piena “emergenza mafia”.
Sono testimoniate vessazioni, violenze, pestaggi. Ci furono “pentimenti”, suicidi. Un quadro che, si riporta nel libro, il magistrato di sorveglianza di Livorno, Merani, definì “non soltanto fosco e preoccupante, ma anche con caratteristiche delittuose”. Ed espresse seri dubbi sul fatto che fosse questo un modo per contrastare credibilmente la criminalità organizzata. Ma “l’emergenza” sembra giustificare tutto. Alla fine degli anni ’90 quelle sezioni furono chiuse, e mai si è parlato davvero di quel che accadde. Ma credo bisogna andare a rileggere, perché quello che non si ricorda può sempre ripetersi. Se “l’emergenza” tutto sembra giustificare. Indecenze a noi ancora più vicine.
Quel filo rosso che parte da Pianosa e dall’Asinara passa, ci avete pensato?, attraverso quel che venti anni fa accadde al G8 di Genova. Le inaudite violenze della caserma Bolzaneto, trasformata in un vero e proprio lager dagli agenti del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria. Dunque, è difficile pensare ad azioni di “mele marce”, definizione con cui si giustificano singoli atti di violenza che qua e là pure compaiono nella vita del carcere. E per quei fatti la Corte Europea ha condannato l’Italia: fu tortura.
Quei fatti, gravissimi nella storia della nostra democrazia, sembra siano stati troppo presto dimenticati. E rimangono, a minarne lo spirito, come cosa non metabolizzata.
Così è ancora possibile che cose simili accadano ancora oggi, al riparo anche del buio degli “automatismi” che ci accecano. Perché interrogarsi su quel che accade nelle nostre carceri? “Sicuramente” chi è dentro se lo merita, “sicuramente” si tratta di persone incorreggibili, “sicuramente” meglio che stiano lontani e ben separati dalla parte “sana” della società. E cosa importa se il carcere, se addirittura la giustizia “puo’ diventare una macchina per uccidere”.
E non c’è bisogno di essere manganellati o torturati. Basta semplicemente non essere considerati, o tenuti o ributtati in carcere anche se malati, come non solo in questi tempi di covid per qualcuno, sempre troppi, ancora accade…
Chi ha varcato la soglia. 3^ testimonianza. ARIA BLU
Pietro Catalano scopre lo spazio dell’Aria Blu… un’area all’interno del carcere di Regina Coeli dove i detenuti hanno l’opportunità di dedicarsi alle cosiddette attività trattamentali. Regala la sua testimonianza e una poesia…
Il 23 novembre del 2017 ho avuto l’opportunità di partecipare alla Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, organizzata dalla Direzione e dall’Area Educativa di Regina Coeli. All’iniziativa erano presenti studenti del Liceo Classico Virgilio, dell’Università Europea di Roma e una congrua rappresentanza di detenuti dell’istituto. Tutti i presenti abbiamo potuto riflettere sulle storie umane e artistiche di tre donne illustri (Ipazia d’Alessandria, Artemisia Gentileschi, Sibilla Aleramo) che hanno dovuto difendersi dalle violenze, variamente agite, per affermare i loro valori di libertà ed emancipazione.
A margine dell’incontro, ho notato una zona limitrofa alla Sala Teatro che riportava la scritta Aria blu. Incuriosito ho chiesto e appreso dagli Educatori che L’aria blu è uno spazio polivalente situato all’interno del carcere dove i detenuti hanno l’opportunità di dedicarsi alle cosiddette attività trattamentali e di partecipare a corsi di ceramica, pittura, bricolage, scrittura creativa e culturali in genere.
Ho così immaginato che il detenuto, in tale spazio, abbia la possibilità di ripercorrere oniricamente i propri trascorsi e di riappropriarsi, attraverso la memoria, della propria umanità, dei propri sentimenti e delle proprie speranze; dimensioni queste che, al termine delle attività, tornano ad essere relegate nel “cono d’ombra” della propria irrisolta esistenza.
A tale proposito ho scritto la poesia dal titolo L’aria blu, dedicandola a tutti coloro che per vari motivi si trovano in una difficile condizione, nella speranza che possano trovare persone e istituzioni pronte ad “ascoltarli”.
L’aria blu
Regina Coeli, Roma
C’è una zona chiamata aria blu
in questo spazio ristretto, dove
ritrovo il colore del mare e del cielo
e il dondolare lieve di mia madre.
Adesso ho una finestra chiusa davanti
e guardo le stelle riflesse nello specchio
rotto dai sassi lanciati per fare rumore
in questo silenzio che soffoca
la memoria, perduta nei giorni uguali
a ubbidire alla conta della sera.
Nell’aria blu respiro ancora l’odore
di zagara e gelsomino, sento il frinire
dei grilli e danzo a piedi nudi
nell’erba bagnata dalla brina del mattino.
Passi cadenzati e tintinnio di chiavi
annunciano la fine del viaggio,
il fischio del treno è un ricordo lontano,
il rumore secco della porta di ferro
chiude il giorno delle notti a venire.
Pietro Catalano
Chi ha varcato la soglia. 2^ testimonianza. Al 41bis
Carmelo Musumeci, che il carcere, anche il peggiore, ha vissuto, continua la sua battaglia perché si sappia cos’è veramente una prigione. Convinto soprattutto dell’importanza di parlare ai giovani….
All’invito di Cascina Macondo risponde con il racconto dell’incontro con Anna, alle prese con una tesi sul 41bis. Regime, d’accordo con Carmelo, che diversamente da “tortura” non saprei definire
“Ultimamente mi stanno scrivendo diversi laureandi che stanno preparando la tesi sulla tortura del regime del 41 bis prevista dal nostro ordinamento penitenziario.
Penso che sia importantissimo che i giovani, nelle loro tesi di laurea, s’interessino e scrivano delle conseguenze che porta questo terribile regime. Molti non sanno, e altri fanno finta di non sapere, che questo girone infernale crea dei mostri vegetali, perché dopo alcuni anni il prigioniero non pensa più a niente e diventa solo una cosa fra le cose.
Anna, che si sta laureando in giurisprudenza, l’altro giorno mi ha chiesto: “Che cos’è il regime di tortura del 41 bis?”.
Pur sapendolo, perché l’ho subìto per cinque lunghi anni, con un anno e mezzo d’isolamento totale, mi sono accorto che non è facile rispondere a questa domanda, perché è come se ti chiedessero cos’è l’inferno. Le ho detto che in queste sezioni ci sono donne e uomini che non abbracciano figli, padri, nipoti e madri da anni e anni. È un regime dove perdi totalmente la gestione della tua vita, spesso anche dei tuoi pensieri. Ti spogliano della tua identità. Diventi a tutti gli effetti un fantasma. Ti levano anche lo specchio, per non farti specchiare, per farti sentire un’ombra. Ti spogliano la cella di tutti i tuoi oggetti. Ti censurano la posta per toglierti la solidarietà esterna e l’intimità dei tuoi sentimenti. Ti isolano. Ti emarginano come i dannati all’inferno, ma almeno questi, si dice, hanno la compagnia dei diavoli.
Alla fine ad Anna ho raccontato un episodio di quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis nell’isola del Diavolo dell’Asinara.
Era il 1992. Mi trovavo nella cella liscia. Ero in isolamento. Non vedevo e non parlavo con nessuno. La mia cella sembrava una scatola di sardine. Un fazzoletto di cemento, con una branda piantata sul pavimento. Un tavolino di pochi centimetri inchiodato al muro. Una finestra con doppie sbarre, una porta blindata spessa una spanna. Un bagno turco aperto senza nessuna riservatezza e, al lato, un piccolo lavandino. Lo spazio nella cella era minimo. A malapena riuscivo a stare in piedi per fare giusto qualche passo avanti e indietro. Probabilmente un animale, vivendo in quel modo, sarebbe morto.
Io invece sono riuscito a sopravvivere.
Una notte, era l’ultima dell’anno, era passata la mezzanotte e le guardie stavano festeggiando rumorosamente l’anno nuovo. Erano ubriachi. Davano calci ai blindati e urlavano insulti verso di noi. Intuii che presto sarebbero venuti a divertirsi con me. Non mi sbagliavo. Arrivarono. Aprirono la cella ed entrarono. Ridevano. Erano ubriachi. Imprecai contro di loro, e loro iniziarono a colpirmi con i pugni. Quando poi fui a terra, iniziarono a colpirmi con i piedi. Per ripararmi mi trascinai sotto la branda. Le guardie fecero più fatica a colpirmi e presto si arresero e andarono a divertirsi con qualche altro detenuto.
Infine, ho detto ad Anna che adesso il regime di tortura del 41 bis è ancora peggiore e si sa ancora di meno di quello che avviene, perché quei prigionieri hanno smesso di vivere, pensare, sognare e sperare.
Carmelo Musumeci
Morire di covid in carcere. La giustizia diseguale
“Io non sono indignata per la scarcerazione di Verdini. Sono indignatissima per la permanenza in carcere di tutte le altre persone a rischio covid al pari di Verdini! Che sono bambini al seguito delle madri, anziani, ammalati gravi di varie patologie, disabili, persone in custodia cautelare, migliaia di persone a cui mancano pochi mesi per uscire, ma non escono perché condannati per reati “ostativi”… Se poi andiamo a vedere la composizione della popolazione detenuta, l’80 per cento è composta da persone colpevoli di povertà, emarginati facilmente ricattabili, migranti…”
E come non essere d’accordo con Sandra Berardi, presidente di Yairahia, l’associazione che si occupa di diritti dei detenuti, che molte ne ha visitate di carceri. Indignazione, e insieme smarrimento, tristezza… e tutto quel subbuglio di sensazioni che ti rimangono incollate addosso quando si ha un’idea di cosa il carcere realmente sia… L’ex senatore di Forza Italia ha ottenuto i domiciliari per motivi di salute e dopo l’aggravarsi dell’emergenza covid nel carcere di Rebibbia dove era recluso per una condanna definitiva a sei anni. Bene, benissimo. Ma gli altri? Gli altri nelle stesse se non peggiori condizioni di salute? La salute evidentemente non è un diritto di tutti…
E ritorna lo smarrimento, la tristezza, il senso di impotenza provati ascoltando, in un incontro di quelli che di questi tempi corrono sul filo del web, le parole di Domenico Ribecco. Vale la pena di ascoltare la storia “che ha colpito purtroppo mio padre, come potrebbe colpire chiunque altro, una vicenda che ha dell’assurdo”.
Una storia che Domenico continua a ripetere a chiunque lo voglia ascoltare…
Domenico, figlio di quell’Antonio Ribecco morto in carcere, fra i primi per covid, all’inizio d’aprile dello scorso anno. Era da qualche mese a Voghera con l’accusa di essere boss della ‘Ndrangheta in Umbria.
“Non era neppure stato rinviato a giudizio… quindi era solo una misura cautelare e non posso difendere neanche la dignità, il nome di mio padre, perché purtroppo è andata così…”
La voce di Domenico è ferma, ma ha il tono gentile e senza rabbia, come gentili e senza rabbia sono i suoi occhi tristi…
“Aveva dolori reali ma nessuno ci ha creduto. Ci sono testimonianze di persone che dicono che i dottori si sono rifiutati di visitarlo, c’è un testimone che dice che il carcere stesso imponeva di non usare i dispositivi di protezione perché sennò si creava allarmismo fra i detenuti. La direttrice poi ci ha fatto rispondere che il carcere aveva fatto tutto quello che era necessario per salvaguardare la vita di mio padre… ma mio padre è stato 15… 16 giorni in sezione con altri detenuti e aveva dolori, difficoltà respiratorie, febbre alta, tosse…”
Poi un giorno arriva la chiamata del familiare di un altro detenuto: “Guarda che tuo padre è stato trasferito…”
“Io avevo già letto in rete di un detenuto di Voghera trasferito in ospedale, si diceva anche che i familiari erano stati avvertiti… dunque non eravamo noi”.
Nell’articolo si parlava anche del fatto che il virus era stato contratto il 27 febbraio durante un colloquio con i parenti… Ma il colloquio con i familiari Antonio Ribecco l’aveva avuto in altra data, molto prima, quindi escluso che fosse lui. “E invece era mio padre. Io chiamo il carcere per sapere… al centralino mi dicono che non possono darmi questa informazione”.
Il padre di Domenico muore, e per i familiari inizia la seconda fase del calvario, fatto di non risposte, di ostacoli, di tempi estenuanti… per sapere magari che “non ci hanno avvisato del ricovero perché ‘non esisteva il pericolo di vita’… ma sappiamo tutti che quando una persona dal carcere viene trasferito in ospedale ci deve essere per forza il pericolo di vita, se no neanche lo trasferiscono, ed è quello che poi è riportato nella sua cartella clinica, e sono ancora senza parole…
mi sembra veramente poco umano, come poco umani i commenti che poi ho ricevuto…”
La brava gente, l’opinione pubblica aizzata da quattro paroline buttate lì in un titolo: “boss della ‘ndrangheta morto in carcere per covid”.
“Era un boss… prima ancora che una sentenza lo decretasse, neanche rinviato a giudizio… Io penso che al di là delle persone che sbagliano, e dico fortemente che mio padre non era questa persona che le accuse volevano dimostrare… però al di là di questo, dietro alle persone che stanno in carcere ci sono delle famiglie, ci sono parenti, ci sono tante persone che gli vogliono bene… e invece si cerca di fare presa sull’opinione pubblica facendo passare il concetto che ‘siccome era boss non meritava le cure’. Ma c’è una costituzione ci sono dei diritti…”
I diritti…
Vale la pena di ricordare che il diritto alla salute è diritto qualificato come fondamentale nella nostra costituzione. Articolo 32. E riguarda tutti, ma proprio tutti, anche i più cattivi. Soprattutto se in condizioni tali che della loro cattiveria non sanno più che farsene…
Ma c’è sempre quella strana idea di presunta sicurezza che ci “autorizza” a dimenticarlo. Penso a Francesco Bonura, certo persona “cattivissima”, a pochi mesi dall’aver scontato la sua condanna a 20 anni aveva ottenuto i domiciliari perché malato di tumore. Ributtato in carcere dopo un polverone mediatico. Giusto in tempo per morire, in carcere. Bonura e non solo… così siamo tutti più tranquilli. E penso a certa politica che quella strana idea di presunta sicurezza cavalca, la stessa politica che, ci ricorda ancora Sandra Berardi, “va a solidarizzare con chi adesso è sotto inchiesta per le denunce di torture e pestaggi a S. Maria Capua Vetere, a Foggia, Modena…”
Magari poi si scoprirà davvero che i tredici morti delle rivolte di marzo sono morti per overdose. Magari, “overdose di carcere”…
Tornando a Domenico e alla sua triste vicenda. Non so se mi ha fatto più tristezza o tenerezza alla fine il racconto del suo smarrimento: “Ci siamo trovati veramente spaesati anche perché era la prima esperienza con il carcere e veramente senza armi…”
Già, chi il carcere non lo conosce… “Adesso però abbiano fatto le denunce, sono in corso le indagini della procura così come quelle difensive ma gli ostacoli sono tantissimi…”
C’è stata anche un’interrogazione parlamentare, per la quale molto si è adoperata Rita Bernardini, ma ancora nessuno ha ritenuto di dover rispondere.
Pensando e confrontando… le vicende di Verdini (e Formigoni e dell’Utri…) e quelle del padre di Domenico e di tanti altri i cui nomi neppure vi direbbero qualcosa… La giustizia, il carcere, i diritti… proprio non sembrano essere uguali per tutti…
Chi ha varcato la soglia. 1^ testimonianza. Una nuova verità
La prima testimonianza, risposta all’invito di Cascina Macondo, è di una studentessa, Alice Montaldo. E piace pensare che sia persona giovane… aiuta a confidare in un futuro migliore…
“Una manciata di momenti compone la mia esperienza di volontariato in carcere: è cominciata per caso, grazie all’invito di un professore, finendo, poi, per intrecciarsi con il mio percorso di crescita quale silenzioso specchio di emozioni, paure, speranze.
La prima volta che ho varcato la porta del carcere, stupita dall’incessante propagarsi di rumori (assurdo paradosso, se contrapposto alla posizione isolata dell’edificio, raggiungibile solo dopo un tortuoso percorso collinare), portavo con me la ferma convinzione di essere in grado di reggere all’emozione del momento, grazie al solo strumento culturale. La mia non era una visione idealizzata o contornata di dettagli inventati: al contrario, forte della consapevolezza della realtà con la quale mi sarei confrontata, sentivo al contempo di poterla padroneggiare e modellare, usando la sola parola. Ho subìto un processo di costante e realistico ridimensionamento dei miei ideali, alla luce di una nuova verità che si è affacciata ai miei occhi, a mano a mano che l’esperienza di volontariato progrediva.
L’eterogeneità intrinseca a questi momenti di incontro – eterogeneità di posizione, di pensiero, ma anche, più semplicemente, di composizione dei gruppi di detenuti interessati ai seminari letterari – mi ha insegnato che, al di là di un possibile cambiamento radicale che un processo di insegnamento vorrebbe comportare, esistono schemi di ragionamento e di riflessione che è possibile cogliere solo in siffatti contesti. Così, non esiste un seminario andato bene o uno deludente, come non esiste una lezione più o meno coinvolgente: la discussione prende innumerevoli ed inaspettate direzioni, non prevedibili secondo un ordinario schema dialogico.
La letteratura, l’arte, la filosofia si infrangono contro svariate situazioni di vita quotidiana, che nascono ora dal ricordo, ora da una riflessione estemporanea. La partecipazione, quindi, si misura non solo in base all’attinenza del dibattito rispetto al tema proposto, ma anche in relazione alla ricca tessitura di domande talora provocatorie, ma sempre ansiose di rapportare quanto appreso alla personale ed attuale realtà.
Partecipando ai seminari, sia come uditrice che come relatrice, ho colto tra il pubblico di detenuti un profondo desiderio di riappropriazione di una contemporaneità – politica, sociale, familiare – distante ed evanescente, tanto sul piano geografico, quanto su quello intellettuale.
Il volontariato in carcere, una volta intrapreso il percorso (e ci tengo a specificare, ancora una volta, che il mio è veramente solo all’inizio), diviene parte della crescita personale, agendo tanto sul detenuto, quanto sul volontario: ciascun incontro diviene banco di prova nel quale misurare le proprie emozioni e, in parte, la propria maturità.
Sto lavorando molto, per esempio, con alcuni limiti che mi caratterizzano: la situazione che si crea durante il piccolo seminario mi ha posto di fronte a sensazioni di claustrofobia, abbandono, isolamento, che ho avvertito rivestendo il ruolo di uditore.
Durante l’esposizione curata come relatrice, infatti, mi sono proiettata nella sola dimensione dell’insegnamento, senza prestare attenzione al luogo fisico e mentale con il quale mi stavo confrontando. Divenire parte del pubblico, invece, ed ascoltare a mia volta una lezione è, paradossalmente, un esercizio più complesso: l’attenzione e le emozioni si confrontano con l’ambiente circostante, che emerge in tutti i suoi particolari. È stato allora, proprio mentre cercavo con la mente di fare mie le parole del relatore, che il mio sguardo ha incontrato le sbarre alle finestre, la condizione dei detenuti, l’isolamento dell’edificio. Ho raccolto queste sensazioni, mentre uscivo dall’aula prima del termine della lezione, in cerca di una boccata d’aria e di una prospettiva più ampia.
Ripenso molto spesso a quest’esperienza, della quale ho parlato anche con altri membri del progetto: proiettandomi in un percorso di crescita, vorrei riuscire a valorizzare la dimensione del carcere in tutte le possibilità che offre ad un volontario, senza per questo nascondere le fragilità che mi caratterizzano come persona e che possono emergere e ridimensionarsi proprio attraverso il confronto con l’altro.
Alice Montaldo
Chi ha varcato la soglia
Cascina Macondo. Ne ho parlato spesso, della Cascina, e dei suoi formidabili padroni di casa, Anna e Pietro… La Cascina sul limite della campagna fra Torino e Asti, dove nascono consulenze e laboratori di manipolazione dell’argilla, affabulazione, scrittura creativa, lettura sinestetica ad alta voce, dizione, danza e percussioni, poesia, voce, ascolto, per persone con handicap e disabilità lieve, per bambini, adolescenti, adulti, famiglie. Si occupano molto anche di detenuti e Pietro anche in carcere insegna. L’ultima iniziativa, mettere a confronto i diversi punti di vista per SVELARE IL CARCERE. E si invita chi a qualunque titolo abbia varcato la soglia del carcere, a raccontare la propria storia. Narrazioni che, condivise, “possano essere spunto di riflessione, arricchimento intellettuale e letterario. Dunque, chi varcato la soglia del carcere può inviare la sua pagina di testimonianza autobiografica. L’indirizzo:
info@cascinamacondo.com. Le prime testimonianze stanno già arrivando. E L’altra riva, che molto volentieri aderisce al progetto, qui le pubblicherà, di volta in volta, per chi volesse leggere… Un piccolo contributo per provare ad abbattere muri…
Via dei Tigli, sull’immagine del logo, perché… quello dei tigli è per me profumo che da sempre mi riporta all’ansia di pensieri in catene, per via dei tigli del viale alberato che fiancheggiava il carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove sono nata e per un po’ cresciuta. Si passava spesso sotto le mura del massiccio impianto borbonico, a un passo dal centro, e d’estate quel profumo rimaneva appiccicato addosso come lo sguardo delle guardie che dalle garitte immaginavo guardassero feroci anche noi bambini. Ora l’edificio è sede d’università, e il carcere è stato costruito più in là, lontano dal centro, come si usa con tutto ciò che vogliamo allontanare dagli occhi. Non so, se nei dintorni del nuovo carcere ci siano altri alberi di tiglio. Ma per me ogni estate quel profumo ritorna, denso di sbarre. quindi, ben venuti “Dentro”, in via dei tigli…
A futura memoria
Paolo Rausa, a proposito di memoria e memorie, presenti e future…
“A futura memoria, scriveva Sciascia per poi aggiungere: se la memoria ha un futuro… L’idea di istituire una giornata della memoria futura è intrigante, cara Francesca, perché spinge l’umanità a chiedersi anzitempo come sarà giudicata, rovesciando i termini temporali. Non più la visuale dal presente verso il passato perché certi fatti crudeli non si verifichino più nel futuro, ma la visuale dal futuro verso il passato, che è il nostro presente, perché non si debba dire che la nostra epoca è stata caratterizzata da crimini, se non come nel passato, altrettanto gravi. La dobbiamo prendere, questa proposta di Francesca, come uno stimolo perché non si dica di noi che siamo stati insensibili e crudeli, verso i nostri simili, gli umani, gli animali non umani e le specie vegetali che, abbiamo appreso, sono sensibili, sono state le prime a colonizzare la terra e che continuano con lo scambio anidride carbonica/ossigeno a farci respirare. Perché, cosa abbiamo combinato di tanto catastrofico? Innanzitutto pecchiamo di empietà, hybris avrebbero detto i greci, nel tentativo di scalare il cielo e pensare di essere noi gli dei, come scrive nei suoi saggi Harari: “Sapiens, da animali a dei” e “Homo Deus”, a cui non resta che l’ultima fatica di vincere la morte, riprendendo il proposito di Gilgamesh, fallito per un nonnulla, e quello di Orfeo, che con la sua musica e poesia era giunto ad incantare il re dell’Ade a rilasciare la sua amata sposa Euridice, ma all’ultimo, quando mancava proprio un ultimo passo, si voltò indietro per vedere il capolavoro della sua opera interrompendo il processo di vivificazione della moglie che perse la sua condizione umana e morì per la seconda volta, definitivamente. L’Angelo dell’Apocalisse, così ben descritto da Walter Benjamin nel saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” è volto indietro a riflettere sconvolto e terrorizzato sulle macerie che ci lasciamo alle spalle. Il giorno della memoria guarda al passato. Perché non si debbano più ripetere certi errori. Nunca mas! Mai più! Però sono già accaduti e l’umanità non impara mai abbastanza dai fatti drammatici del passato. La memoria ha la vista corta. Quante volte la pandemia ha seminato stragi di uomini e di animali! Ogni volta l’umanità è risorta con l’impegno che mai e poi mai avrebbe ripetuto le azioni del passato. E’ vero, non le stesse, ma altre molto gravi. Dalla peste di Atene, descritta nella guerra del Peloponneso da Tucidide alla peste di Firenze nel ‘300, argomento nel Decameron di Boccaccio, a quella nel Milanese, conclusione drammatica dei Promessi Sposi del Manzoni. L’umanità è riemersa ogni volta dalle sue condizioni di prostrazione. E questo ha dell’eroico ma anche dell’insensatezza. Perché a distanza di secoli tutto riaccade. Non possiamo, come suggerisce Francesca, pensare a come ci giudicheranno i nostri discendenti? Se siamo così disposti a fare del bene a noi e alle generazioni future perché non cominciamo a cambiare registro e ad alleviare l’umanità derelitta che vive ai margini del mondo e della società? Perché non ammettiamo che i nostri stili di vita consumistici non sono compatibili con la sopportabilità del peso che la nostra attività provoca sulla terra a noi e agli altri esseri viventi, animali e vegetali? Possiamo cominciare a schiarire il nostro orizzonte solo se insieme e gradualmente ci scrolliamo di dosso le armature e affrontiamo a viso aperto le sfide che ci attendono, nell’interesse di tutti, nessuno escluso. A Futura memoria! ❤” Paolo Rausa
A proposito della Giornata della memoria futura…
Vittorio da Rios, ci regala questa sua attenta riflessione: “Leggendo queste stupende righe di Francesca che ne è una conferma delle sue preziosissime e lucide analisi dentro ” le odierne tribolazioni umane”, e sempre le saremmo debitori quanto riconoscenti… la memoria mi è corsa a un capolavoro per certi versi unico: MARTHA GELLHORN Il volto della guerra. Cinquant’anni al fronte: dalla guerra di Spagna al Salvador. Un libro bellicosamente pacifista. Colpisce la narrazione di Martha a riguardo di Dachau appena liberata. “Eravamo giunti al forno crematorio. ‘Si ripari il naso con un fazzoletto’ fu il consiglio della guida. All’improvviso ci trovammo di fronte i cadaveri delle vittime, uno spettacolo sconvolgente, difficile credere ai propri occhi. Erano dappertutto. Mucchi e mucchi di cadaveri nella sala del forno, corpi che le SS non avevano avuto il tempo di bruciare. Mucchi davanti alla porta e lungo le pareti dell’edificio. Erano tutti nudi, e alle spalle del crematorio erano stati ordinatamente impilati gli indumenti laceri e stracciati: camicie, giacche, pantaloni, scarpe, tutta roba che aspettava di essere sterilizzata e riciclata. Era evidente che ai vestiti riservavano un trattamento migliore; i cadaveri erano stati scaricati come immondizia, lasciati marcire al sole, giallastri mucchi di ossa, e ossa che spiccavano enormi, senza un filo di carne a rivestirle, ossa mostruose, tremende, sofferenti, e un insopportabile tanfo di morte”. “Oramai, aggiunge Martha, abbiamo visto di tutto, abbiamo visto troppe guerre e troppe morte violente; abbiamo visto gli ospedali, insanguinati e trasandati come macellerie; abbiamo visto i morti raggomitolati nelle strade del mondo intero. Ma in nessun luogo, mai, avevamo assistito a nulla del genere. Nessuna guerra aveva mai conosciuto una follia tanto perversa come questi morti senza nome, affamati e oltraggiati spogliati di tutto. Alle spalle del forno, vicinissime, erano state costruite grandi, moderne, magnifiche serre. Lì i prigionieri coltivavano i fiori prediletti dagli ufficiali delle SS. A fianco delle serre floreali c’erano quelle vegetali, serre fertili e ricche dove i prigionieri coltivavano cibi pieni di vitamine destinati a tenere in perfetta forma le SS., Di fronte al crematorio, separato soltanto da un tratto di giardino, si ergeva una fila di case spaziose e ben costruite. Ci abitavano le famiglie delle SS, e mentre moglie e figli se la passavano felicemente, dai comignoli del forno si innalzavano incessanti fumate grevi di ceneri umane”. Rileva Martha: “I soldati che incontrai in Vietnam e quelli che avevo avuto modo di conoscere durante la seconda guerra mondiale, avrebbero potuto tranquillamente provenire da due paesi diversi. Forse è proprio questo il criterio che può distinguere una guerra giusta da una ingiusta. I veterani del Vietnam sentivano profondamente e amaramente che li si stava incolpando di aver combattuto una lurida guerra terminata nella sconfitta. Ma la colpa non era loro: i leader avrebbero dovuti essere giudicati, coloro che avevano guidato le truppe verso il male e la catastrofe”.
Insomma come rileva nel suo capolavoro Martha l’ominide come a me piace definirci non ha che costruito manufatti per dominare rapinare assassinare l’altro. Noi tribù bianca quante colpe portiamo? E i responsabili istituzionali ed economici che in questi secoli e decenni ci hanno governato, costruendo immani catastrofi umanitarie come quelle odierne sono mai stati chiamati in giudizio? Il tribunale dell’Aia a cosa è servito in realtà fino ad oggi? E le nostre democrazie come possono permettere di assistere a immagini come quelle che ci è dato vedere dalla Ex Jugoslavia, da Lesbo, dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia, ecc. ecc. Centinaia di migliaia, milioni di creature che vivono non vite. Corpi ischeletriti dalla fame, mentre per opposto obesità che crea non pochi problemi alla salute di milioni di bambini che di questa patologia soffrono. Eccesso e irrazionale uso di cibo, mutazioni genetiche, riduzione delle capacità di resistenza del sistema immunitario a patologie nuove, e vecchie sempre più aggressive che prendono fasce sempre più giovani di persone. Stiamo entrando nella fase definitiva dell’era catastrofale, sarà opportuno iniziare a prenderne atto. Tutto sommato ancora noi piccola minoranza circa un miliardo di popolazione vive bene con agi e ricchezze a volte notevoli sproporzionate eccessive, ma tutto questo può finire, o comunque essere radicalmente modificato. L’enorme massa degli esclusi e sono miliardi bussano alle nostre porte, e chiedono di partecipare al banchetto del consumo con noi. Ma noi chiudiamo la porta e rispondiamo con arroganza: Questa è casa nostra! Ma loro ribussano e ci fanno presente che è anche casa loro. Il pianeta è casa di tutti ci fanno presente. E allora come la mettiamo noi tribù bianca? Il dominio sul mondo da parte dell’occidente è terminato. E per fortuna! Noi abbiamo avuto e ancora l’abbiamo la presunzione di essere il centro del mondo. Di essere la civiltà, l’unica democratica da esportare e imporre, a prescindere i strumenti adottati, quasi sempre violenti e genocidari. Tutto questo è oramai al capolinea che ci piaccia o no, è la salvezza dello stesso pianeta e quindi dell’uomo a imporcelo. Il potere economico e politico “la geopolitica” è radicalmente cambiata. Cina, India, Russia che con il continente Africano tra poco tempo rappresenterà qualcosa come circa 5 miliardi di creature umane, per dare un’idea delle modificazione a riguardo della popolazione. la Cina è attualmente la prima potenza economica al mondo, se si ferma l’economia cinese crolla il sistema economico mondiale. Era pensabile tutto questo qualche decennio fa? No di certo! Ma l’umanità ha drammatiche realtà come quelle descritte da Francesca. Vi sono centinaia e centinaia di milioni di donne, uomini, bambini, adolescenti che vivono in baraccopoli dove manca di tutto. Possiamo tollerare tutto questo ancora per molto? Le cifre a dimostrare delle drammatiche sperequazioni sociali sono enormi quanto spaventose, come rimediare in un quadro di cosi radicali cambiamenti a una situazione del genere? L’urgenza di creare una classe dirigente di alto sapere filosofico-scientifico a livello planetario che sappia gestire la molteplicità degli interessi tra Stato e Stato, delle culture diverse intese come patrimonio arricchente non divisivo, un sistema che sia in grado sia di prevenire tragedie come quelle odierne, ma soprattutto intervenire con tempestività la dove dovessero manifestarsi. O l’umanità tutta si organizza diversamente, dentro la civiltà nuova del diritto fondamentale al diritto alla vita su scala planetaria, o tutti andremmo irreversibilmente verso catastrofe globale. Un grazie infinite a Francesca. Un caro saluto. Vittorio da Rios




