Guardando le immagini dei rifugiati al confine tra Croazia e Bosnia… le traversate nei boschi, i piedi spogli nella neve, intrappolati nel ghiaccio… leggendo di persone che “bevono neve e mangiano muschio”… respinti da violenze, mura e rimpalli, e dal nostro voltarci dall’altra parte…
Questa settimana ancora piena degli echi della Giornata della Memoria, con il ricordo della folla di orrori del secolo passato, come non pensare anche a tanto nostro terribile presente che andrà a comporre la memoria dei giorni futuri… Una memoria di cui ancora una volta vergognarci.
Viene, spontanea, una proposta “indecente”. Ma perché non istituire, fin da subito, da affiancare a quella appena celebrata, una Giornata della Memoria futura?
Perché un unico filo rosso attraversa il racconto di quello che è accaduto e di quello che ancora accade. E non penso che l’affiancare genocidi a genocidi, catastrofi a catastrofi, che appartengano alla Storia o al nostro presente, possa sminuire l’unicità della Shoah. Aiuterebbe, invece credo, a farci con più attenzione interrogare su ciò di cui è capace l’uomo, cose di cui tutti siamo in qualche modo responsabili, e partecipi, con i nostri comportamenti, anche solo non vedendo, di fatto assecondando, oggi come ieri. Aiuterebbe a guardare senza ipocrisie a quel grumo nero che è nel fondo del cuore della nostra Umanità.
La Giornata della Memoria futura, dunque. Che “celebri” le tremende memorie che nel presente stiamo “precostituendo”…
Pensateci. Basta iniziare, senza andare dunque troppo lontano, allungando lo sguardo su ciò che accade nel gelo delle nostre frontiere di terra. Oppure affacciandoci sulle acque delle nostre frontiere di mare. Non sentite? E’ un lamento senza fine che soffia col vento del nord… che sale da quel cimitero che è diventato il Mare Nostrum…
Se poi addirittura osiamo un salto oltre l’oceano, a guardare le folle calpestate delle genti dei sud delle Americhe…
Ma ce ne sarebbe anche senza sporgersi oltre i nostri amati, rassicuranti (?!) confini. Potrebbe ad esempio esserci posto, nella Giornata della Memoria futura, per i morti nel freddo delle nostre città. E potremmo far entrare nei pensieri di quella Giornata ancora i popoli “zingari” per i quali (ce ne siamo accorti?) nulla dal secolo scorso sembra cambiato. O addirittura quella feroce macchina di annullamento della persona, travestita da mezzo di “rieducazione”, che sono le nostre carceri.
Genocidi, oppressioni, violenze, nomi, luoghi… quanti tasselli già pronti a comporre la memoria dei Giorni della Memoria futura, insieme al rito dei lamenti “di colpa e di circostanza”.
Continuando a gettare sassi nello stagno del nostro tempo… come impedire che i cerchi si allarghino?
Dunque, non posso non sperare e pensare, permettetemi, che arriverà un tempo in cui persino guarderemo con orrore alla strage degli animali che si consuma ogni giorno… E nessuno si adonti se penso anche per le sciagurate vite degli animali un posto nella Giornata della Memoria che verrà. Scrittori ebrei sono stati i primi a riflettere sul paragone fra i lager nazisti e quegli altri lager nei quali alleviamo e uccidiamo gli esseri che destiniamo al nostro nutrimento. L’eterna Treblinka degli animali (ne abbiamo parlato. https://www.remocontro.it/2020/11/15/leterna-treblinka-degli-animali/)…
“Non sparisce, quello che mangiamo ogni giorno; canta come gli uomini nel fuoco”, le parole di Elias Canetti.
Certo, allargando allargando il cerchio, direte, infine ci ritroveremo a piangere in un Giorno della Memoria futura anche gli alberi, i fiori, i fili d’erba…
E perché no. Avverrà, credetemi, quando saremo lì a guardandoci intorno nella desolazione di una terra arsa e spoglia, divorata dalla nostra scellerata fame di denaro e di consumo.
“I popoli scambino i loro ricordi, e ognuno riconosce di essere stato il più cattivo”, parole doloranti che nel suo diario annota Canetti. Che però, pur percependo “la nostalgia di dio del mondo prima che lo avesse creato”, da qualche altra parte pure ci confida che “finché nel mondo ci sono uomini che non hanno alcun potere, posso non disperare del tutto”.
Non dispero del tutto neanch’io, allora. Ma insisto sulla proposta di una Giornata della Memoria futura. Sperando che infine pur ci sarà un futuro in cui, rinsaviti, ricorderemo, perché non si ripeta mai più, il tempo in cui abbiamo offeso, in ogni sua creatura, la vita della Terra.
Mi piace pensarlo, come un bel sogno. Ritornando oggi a quel futuro…
La giornata della memoria che verrà
Ancora pensando a Marcello
Paolo Rausa ci regala un viaggio nella storia dei Rom. Ascoltate.
“Nel “Viaggio musicale dei gitani” Alain Weber descrive la genesi del popolo dei sinti o gitani e racconta che “Il buon re persiano Bahrâm, commosso dai sudditi che reclamavano musica alla maniera dei ricchi, ottenne dal suocero che viveva nell’alta valle del Gange l’invio di 12.000 musici. Il re diede loro di che vivere coltivando la terra: un asino, un bue e mille carichi di grano ciascuno. Ma un anno dopo se li vide ricomparire ridotti alla fame, perché si erano accontentati di mangiare i buoi e il grano. Irritato, il sovrano consigliò loro di mettere corde di seta agli strumenti, saltare sugli asini e andarsene a vivere della loro musica”. Questa leggenda iraniana del X secolo narra favolosamente la prima tappa dell’esodo Rom dall’India all’Occidente. La “tribù profetica dalle pupille ardenti”, come la definisce Baudelaire, ha attraversato una moltitudine di luoghi e di spazi, lungo i deserti del Rajasthan e dell’Andalusia, le verdi vallate del Sindh, del Nilo e del Danubio, gli altipiani dell’Himalaya e i monti della Transilvania, fino al Mar Rosso e all’Oceano Indiano. Un popolo nomade e nobile, con tradizioni colte, irresistibile. Proprio questa loro libertà li rendeva e li rende tuttora poco “addomesticabili” a qualsiasi potere. Il popolo del vento vengono detti. Chi è libero fa paura, perché incontrollabile, disordinato, irregolare. E’ questo che fa paura ai benpensanti e ai regimi totalitari che hanno massacrato i sinti/gitani insieme agli ebrei, i comunisti, gli omosessuali, ecc. insomma i diversi. Certo le storie sono diverse. Nel caso dei Rom si tratta di un popolo, nomade, che non ha mai richiesto uno Stato, ma libera cittadinanza di transito e dove possibile di scegliere un luogo dove vivere, all’aperto. Le cose col tempo sono cambiate a grazie a paladini come Marcello Zuinisi si è cominciato a rivendicare i diritti, alla salute, all’istruzione, al lavoro, ecc. Prova ne sia che nei campi nomadi alloggiano bambini che frequentano regolarmente le lezioni e lavoratori che hanno un posto fisso e non vivono solo di artigianato o di furti, come sembra pensare la gente che si fa condizionare dai pregiudizi. Marcello che ha deciso di chiudere questa esperienza terrena dandosi la morte è simile ad un altro personaggio a me molto caro, Alex Langer, leader dei Verdi e parlamentare europeo che aveva fatto della sua vita una sorta di messaggero della pace, gettando il cuore oltre l’ostacolo, come Marcello, e fuori di sé, morto per scelta volontaria il 3 luglio 1995. Vivendo e soffrendo lo scarto fra le sue idealità e i risultati concreti della sua azione, come se non fosse stato abbastanza efficiente nel dedicarvi la sua esistenza. Lentius, profundius, suavius: questi i suoi avverbi contrapposti alle modalità opposte di citius, altius, fortius. Non sono forse le stesse di Marcello che ho conosciuto dalle tante mail e post a sostegno dei diritti violati, mai riconosciuti di un popolo, come quello Rom, che ha il torto di voler vivere libero come un fiume, leggero come l’acqua e gioioso come le tante composizioni musicali che mischiano sonorità di ogni dove loro sono passati? Vi ricordate la sfida a suon di violini fra le comunità ebrea e rom nel film “Train de vie”? Quel dissidio è stato ricomposto con bracci e balli collettivi. Le comunità che hanno sofferto le discriminazioni chiedono rispetto e la memoria va alle tante vittime che hanno subito il prezzo atroce delle ideologie e della pseudo cultura livellatrice contro la quale sono insorti in tanti, fra i quali oggi ci piace ricordare anche Marcello Zuinisi, che vive nei nostri cuori. ❤” Paolo Rausa
“Ancora ricordo….”
Ancora per Marcello Zuinisi. Il ricordo di Vittorio da Rios:
“Ricordo quando nella fase caotica assurda e dolorosissima dello sgombero di Campo River a Roma, dove furono messi fuori per strada oltre 400 creature umane, donne: alcune incinte bambine e bambini, anziani, Marcello era li e utilizzando gli strumenti del diritto cercava di evitare l’ennesimo scempio e obbrobrio sociale. Non ho la conta delle innumerevoli telefonate, che ci furono tra me e Marcello. Mi chiedeva consigli, e che attivassi i “modesti” strumenti che possedevo per far intervenire chi di dovere a fermare il tutto. Mi lesse cosa aveva scritto su un striscione di denuncia: “Lo Stato responsabile dell’ennesimo abuso, di violenze e privazioni gravi e lesive dei diritti fondamentali”. Gli dissi che doveva correggere la prima parte: “CON QUESTO NON STATO POICHÉ SE FOSSE LO STATO PREVISTO DALLA COSTITUZIONE AVREMMO UNO STATO DI DIRITTO CHE NELL’ATTIVARE L’art. 3 DI FATTO GARANTISCE E TUTELA TUTTI I CITTADINI E NE GARANTISCE UNA VITA GIUSTA E DIGNITOSA. MA QUESTO E’ UN “NON STATO” E L’ATTEGGIAMENTO DELLA GIUNTA RAGGI DELLA POLIZIA MUNICIPALE E DELLE FORZE DELL’ORDINE SONO ILLEGALI E ANTI COSTITUZIONALI. E NE DOVRANNO DARNE CONTO NELLE SEDI GIURIDICHE DI COMPETENZA. Riscrisse lo striscione e mi mandò le foto. Ma a nulla servi come era ben prevedibile. Il campo fu smantellato con tutte le conseguenze del caso. Da rilevare che dove sorgeva il campo era ed è proprietà privata di una signora che ben disposta, aveva dato in affitto quel fondo. Da notare che il Campo River uno dei tanti che si trovano a Roma era uno dei più “funzionali” con bambine e bambini che andavano regolarmente a Scuola dell’obbligo e poi molti frequentavano le superiori. E questo grazie a figure di volontariato molto professionali e preparate, e a strutture di assistenza che garantivano alla comunità Rom lo scorrere di una vita discretamente vivibile. Tutto vanificato e distrutto. Con indignazione rammento nella memoria le immagini a suo tempo inviatomi degli scandalosi comportamenti delle forze di polizia municipale e in particolare del comandante che girava nel campo con la pistola in mano e a sferrare calci a minori nella totale impunità. Cosa ancora più riprovevole è che su quel campo vi era e vi è uno studio in fase avanzata, utilizzando i fondi strutturali messi a disposizione della comunità Europea per costruire un “villaggio” residenziale per i Rom che poteva e può essere da guida e esempio per tutte le realtà degradate e di sofferenza emarginativa presenti nel territorio e soprattutto nei grossi agglomerati urbani delle nostre maggiori città. Ritengo che per Marcello quello fu uno dei momenti più bui e tristi da lui vissuti delle innumerevoli battaglie che ha sostenuto. per la giustizia e la lotta contro qualsiasi pregiudizio razziale ed emarginativo nei confronti del popolo Rom Sinti e Camminanti. Non posso dimenticare mai con quale passione etica e civile mi diceva: ma hai una vaga idea di cosa prova una bambina, un bambino che a 9-10 anni si ritrova con 6-7-10 sgomberi, già patiti? Un bambino che non riesce a fissare nella memoria con continuità una dimora? Cosa gli reca tutto questo nella sua evoluzione psico -fisica? Senza contare le violenze subite e viste, le ruspe a distruggere e schiacciare i modesti moduli abitativi, e il comportamento spesso inqualificabile delle autorità definite “Istituzionali”. Marcello aveva in mente un grande progetto, riproporre qui in Italia un “LUOGO DELLA MEMORIA, a ricordo dell’eccidio genocidario dei Rom Sinti e Camminanti nei campi di concentramento e nelle camere a gas nazifasciste, che come ricorda Francesca furono di numero oltre 500 mila. Grande e “pesante” la sua eredità ,per chiunque la voglia far propria. Ma è indispensabile dare corso e continuità, a un patrimonio tale di lavoro, di iniziative, di lotte fatte con sacrifici e passione etica-civile che raramente ha trovato pari nella nostra storia recente. Convinto Marcello che alla lunga il lavoro la tenacia determinata DALLA FORZA DELLA RAGIONE, e del “DIRITTO DI AVERE DIRITTI, darà i suoi frutti. Nell’ultima telefonata che ebbi con lui avevo colto quel sottile pericoloso “Male del vivere”, che aveva preso qualche decennio fa in modo irreversibile Cavaliere, anche lui sempre sulle barricate a Torino e altrove nelle carceri a mediare a vigilare che le sofferenze in alcuni non fossero irreversibili, pronto a cogliere la dove il suicidio stava maturando e a intervenire per evitarlo. Ma poi accade e per entrambi che la mediazione con se stessi era diventata impossibile. E la corda ha preso il sopravvento. Quando figure cosi se ne vanno chi gli sopravvive ne porta le maggiori responsabilità. Grazie Francesca Un caro saluto.” Vittorio da Rios
Djelem Djelem, lungone dromensa… in ricordo del “paladino dei Rom”
“In Marcello io vedo quello che un mio grande maestro, Padre Ernesto Balducci, così sintetizzava: ‘se tu scegli di vivere facendo centro su di te, hai voglia di studiare, diventare un luminare universitario, un premio Nobel; non capirai niente. Se tu scegli di vivere mettendo il centro di te fuori di te, di metterlo questo centro tra le cose, tra le creature, tu hai la sapienza’. Marcello ha da sempre messo il suo centro fuori da sé tra l’incandescenza delle tribolazioni umane, e dove i diritti fondamentali delle persone sono calpestati e violati…”
Marcello, Marcello Zuinisi, che con molto orgoglio si presentava come il rappresentante legale dell’Associazione Nazione Rom. Così ne parla Vittorio da Rios, che me l’aveva fatto conoscere. Questo mese avrebbe compiuto 53 anni. “Troppo pochi per andarsene”, come se ne è andato, sul finire del novembre scorso. E ve ne voglio parlare oggi, alla vigilia del Giorno della Memoria, perché se fosse ancora vivo sarebbe ancora qui, in prima fila, a ricordare quel popolo che pure ha subito lo sterminio, anche se la legge che ha istituito la giornata per ricordare la Shoah ancora lo dimentica, e per il quale le persecuzioni e l’emarginazione non sono mai finite… Il suo amatissimo popolo rom, l’impegno per la cui difesa era diventato il centro propulsore della sua vita.
In questi anni non sono mai riuscita ad incontrarlo, ma più volte ci siamo sentiti. L’ultima, all’inizio dell’era della pandemia, nel marzo scorso. “Possibile che nessuno si occupi della situazione nei campi rom? Dell’isolamento che rischia di portare alla morte per fame e malattie…” la sua voce accalorata. “Nessuno risponde, mentre a Roma le famiglie piangono dalla fame…” (ne avevamo parlato https://www.laltrariva.net/2020/04/la-disperazione-dei-rom-gli-invisibili-che-non-vogliamo-vedere/).
La sua voce arrivava colorata del timbro di quella “follia”, ho pensato con ammirata sorpresa ogni volta ascoltandolo, che spinge a uscire dai binari della propria vita “normale”, per regalare e regalarsi tutto, ma proprio tutto a quegli “altri” che la nostra società meno ama, donando loro le sue capacità, la sua cultura, il suo tempo. E sempre l’ho pensato, Marcello, come spinto dal soffio di uno spirito misterioso…
Djelem Djelem, lungone dromensa
Maladilem bakthale Romensa
Camminando camminando, su lunghe strade/ ho conosciuto Rom pieni di gioia…
Lo vedo benissimo camminare, instancabile, con nel cuore il ritmo dell’inno del popolo Romani.
Camminava moltissimo Marcello, che non aveva automobile…
Ancora il ricordo di da Rios: “Non potrò mai dimenticare le infinite telefonate di sera e di notte, quando abitava a Pontassieve e gestiva la Casa dell’accoglienza, un edificio sulle colline toscane, molto grande, che aveva preso in affitto con dei terreni adiacenti dove coltivava l’orto. Lì ospitava famiglie che altrimenti sarebbero vissute in strada. Per arrivarci Marcello gli ultimi chilometri li faceva a piedi e allora appena sceso dalla Corriera mi chiamava e lo accompagnavo nel cammino ascoltando il resoconto delle giornate trascorse a seguire le denunce fatte alla magistratura per abusi, violenze, per l’ennesimo atto razzista… ”
Djelem Djelem, A Romale, a Chavale/ vi man sas / e bari familya / Murdadas la e Kali legiya…
Uomini rom, giovani roma, / un tempo avevo una famiglia numerosa / ma la legione Nera l’ha sterminata…
Così, combattivo e per nulla diplomatico, per strada a protestare contro la violenza degli sgomberi degli accampamenti, e il giorno dopo, “avvocato” del suo popolo, pronto a formalizzare denunce e querele in tribunale, contro le amministrazioni che quelle violenze avevano autorizzato. A Roma, a Torino, a Firenze. Denunciando il cattivo uso (quando il non uso) dei fondi strutturali europei destinati all’integrazione di Rom, Sinti e Camminanti…
Sognava un mondo più giusto, Marcello, mentre carezzava un disegno ricco di progetti. Con un buon utilizzo dei fondi strutturali dell’Unione Europea, pensava alla trasformazione di quei terribili ghetti che sono oggi i campi rom in cittadine, costruite “nel rispetto della cultura e delle tradizioni millenario del popolo rom”. Pensava, anche, all’allestimento di un museo commemorativo del Porrajmos, il “grande divoramento” dei 500.000 Rom e Sinti che si stima morirono nei campi di concentramento del secolo che fu… e credo che prima o poi vi sarebbe riuscito, così come era riuscito a creare, con i suoi Rom e intorno a loro, un vero movimento.
Certo nulla è stato facile, per le difficoltà incontrate, sia esterne che interne, ché anche la realtà dei Rom è articolata e complessa… ma credeva soprattutto nei giovani, Marcello, nelle ultime generazioni scolarizzate, che sia pur parziali processi integrativi avevano seguito.
Ma forse c’è stato un momento in cui le difficoltà devono essere sembrate davvero enormi…
Marcello è stato vinto dal male del vivere. Suicidio, s’è detto. E certo, anch’io, come Vittorio, che me ne aveva dato l’annuncio, ho fatto gran fatica a pensare che un momento di depressione possa avere la meglio su una figura come la sua, costantemente “sulle barricate”, a fare proprie le vite degli altri…
E però, e però… dopo lo stupore, dopo gli interrogativi… mi è ritornato lo stesso pensiero che mi ha inondato del pianto di altre simili vite, di altre simili morti… il pensiero di quel che può accadere a un animo che assume su di sé le sofferenze degli altri, quando gli ostacoli, i no, l’indifferenza, la cattiveria, i poteri avversi, sembrano enormi, lì a sbarrare la strada come la parete di una montagna nera che leva luce a ogni respiro di speranza. Il pensiero di come possa diventare impossibile il vivere quando si ha costantemente presente l’infinito, irrimediabile, soffrire del mondo e, come dice Vittorio, quando, davanti a un tunnel, non si riesce più a mediare con se stessi.
A furia di essere vento…
Un pensiero, alla vigilia della Giornata della Memoria che ancora qualcosa dimentica, al popolo Rom, orfano del suo “folle” paladino che voglio ricordare così…
https://www.facebook.com/brigante.melfi/videos/141516367511403
Con quel “bacio nel vento” soffiato fra i tanti pensieri commossi con cui i suoi rom ancora lo piangono…
A proposito di freddo e di notti di gelo…
A proposito del libro di Lorenza Mori, questo bell’excursus nella Storia di Vittorio da Rios:
“Di recente discutevo con un caro amico biologo, a cui non manca una certa curiosità storica- filosofica, per cui ci trovammo a spaziare sulle umane tragedie che hanno creato non poche sofferenze all’ominide. E fece osservare che vista anche seppur a volo d’uccello l’evoluzione della storia in questi 23-24 secoli, nonostante la sapienza greca, l’umanesimo, l’illuminismo ecc. ecc…, i cataclismi determinati dall’ominide fino all’oggi sono spaventosi, a tal punto che nonostante l’arroganza e il presunto sapere filosofico scientifico, l’aver costruito manufatti sistemi di spostamento e comunicativi rivoluzionari impensabili fino a pochi decenni fa, rimane nella sua essenza costitutiva ancora una massa di cellule e neuroni ancora non ben amalgamata e i risultati sono sotto gli occhi di tutti incontestabilmente.
I tesori della nostra memoria
A proposito di storie che ritornano… Paolo Rausa ricorda… e ci regala questo piccolo garbato inno alla memoria del tempo che è stato e a quello che ci ha lasciato rendendoci umani..
“C’è qualcosa che non riusciranno mai a cancellare di noi: la nostra umanità, fatta di cose semplici, un sorriso, una battuta, i nostri piccoli difetti e il nostro amore, questo sì grande per i nostri cari, gli amici, i concittadini, non solo della nostra città, ma della città mondo, non solo quelli che vediamo, ma quelli che non vediamo, gli emarginati, i reclusi, gli ebrei e i comunisti, avrebbero detto i nazisti, e poi gli omosessuali, gli zingari, i diversi… Ma è proprio quella la nostra forza: la diversità, anzi la biodiversità! E cosa temiamo dagli altri, che ci rubino il pane? Se volete bere ad un fiume, diceva il poeta Orazio, fatelo. Lasciate che noi
E’ il freddo di questa notte
“Nessuno dei personaggi qui descritti corrisponde a persone reali; la storia è stata costruita mescolando continuamente elementi di fantasia a memorie mie e di altre persone. Alcune delle vicende immaginarie descritte in questo libri si ispirano a un fatto realmente avvenuto: l’eccidio di Badicroce, dove morì una parente della mia mamma”.
Il lettore è avvisato. Ma io vi ho creduto poco. Perché fantasia e memoria, mescolate insieme, sanno restituire la verità più profonda della vita, di persone, vicende, e cose… Una verità che neppure il più preciso e dettagliato dei “rapporti” potrebbe darci. E così …“E’ il freddo di questa notte”, di Lorenza Mori (archivio Dedalus Edizioni).
Ne ho riaperte le pagine in una di queste notti di gelo, che più forte non poteva essere il richiamo di titolo e quarta di copertina: “E’ il freddo di questa notte che mi riporta alla memoria questa storia; si vede che è arrivato il momento di scriverla, anche se fa molto male e paura”. E per me, complice col freddo una sorte di auto-lockdown, sembra tornato il momento di rileggerla, questa storia, come si fa per le narrazioni che hanno lasciato una traccia, per stupirsi ogni volta davanti alle verità che, al di là della veridicità, sanno restituire.
Ripartendo da Filangieri…
Ripartendo da Filangieri… Vittorio da Rios riflette sui nostri brutalissimi tempi…:
“Come non ritrovarsi nella riflessione di Vincenzo Scalia che offre interessanti spunti a ulteriori considerazioni sul sistema giudiziario e i processi formativi che lo hanno prodotto in questi ultimi 3 secoli. Partendo da una grande figura di illuminista e giurista partenopeo, Gaetano Filangieri, morto prematuramente a soli 35 nel 1788 un anno prima della rivoluzione francese. Intelletto precocissimo cultura vastissima che trascendeva il concetto accademico di intendere il sapere. Lo stesso Goethe che andò a fargli visita rimase colpito dalla sua straordinaria erudizione, nonostante la sua giovane età. Autore di uno dei più importanti testi del diritto, nel suo capolavoro LA SCIENZA DELLA LEGISLAZIONE pone le basi per il sorgere di una nuova società del diritto che con il Beccaria avrebbe dato un definitivo scossone alla destrutturazione del paradigma su cui per molti secoli ha visto il dominoi del feudalesimo. All’oscurità del diritto vigente Filangieri contrappone i lumi della ragione. Come figlio del 700 sostiene l’esigenza di principi razionali che possono dare ordine e uniformità a tutta la legislazione:








