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    Cavalli, desideri, e un po’ d’umanità…

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    A proposito dei desideri imbucati nella pancia di Marco Cavallo… Ascoltate quante belle storie, e quanta storia, ci ricorda Paolo Rausa…

    “Il grande cavallo con una pancia enorme può contenere tutto, oggetti d’ogni tipo: libri, vestiario, cibo e soprattutto sogni. Sì, i sogni che sono incontenibili… Eppure trovano posto nella pancia di Marco. Sono importanti i nomi, delle persone, degli animali non umani e dei vegetali. Anche se vengono affibbiati. Lo sapevano bene gli uomini primitivi, quando accadeva che per una necessità dovessero abbattere un albero o un animale grande, un orso, un mammut, ne indossavano la pelle o richiamavano alla memoria quella esistenza interrotta, il tabù. A volte la pancia del cavallo nasconde insidie, architettate da Ulisse a danno di Troia, ma non sempre è così.

    Se davvero Cristo tornasse…

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    La riflessione di Vittorio da Rios, a proposito di Cristo e della sua venuta da queste parti… da leggere:

    “Vi è un naturale punto d’incontro tra Pirandello citato da Francesca e l’interessante riedizone dell’opera riveduta e ampliata di Cristian Duquoc, domenicano studioso e già docente di teologia all’Università cattolica di Lione: –  Gesù uomo libero, lineamenti di cristologia”. Nell’introduzione vi è un richiamo alla “Storia” di Elsa Morante (edizione einaudi del 1974).  Il termine Cristo, scrive Elsa Morante, non è né un nome o cognome personale: è un titolo comune, per designare l’uomo che trasmette agli altri la parola di Dio, o della coscienza totale… Quel Cristo là si nominava… Gesù di Nazaret, però altre volte attraverso i tempi il Cristo si è presentato sotto diversi nomi, di maschio, o di femmina…, e ha parlato in tutte le lingue sempre tornando a ripetere la stessa parola!…

    Un Natale “rivoluzionario”, seguendo il sogno di Pirandello

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    Questo Natale ho fatto una cosa “rivoluzionaria”. Niente cenone e niente regali. D’altra parte mi sono sempre chiesta cosa c’entri il culto della cucina e dell’estetica delle tavole imbandite con il rito dell’attesa. E perché mai celebrare la nascita di un bambino, venuto al freddo di una grotta da due genitori esausti e affamati, davanti a piatti succulenti e spreco di luccichio di carte colorate. Dunque…

    Quest’anno niente cena e, seguendo il suono di campane, sono andata ad ascoltare la messa di Natale nella basilica di san Giovanni… che l’ultima volta era accaduto in una lontana vigilia ad Atene, allora attratta dall’eco dei canti del rito ortodosso…
    E un po’ di senso a questa notte l’ho trovato,

    Il presepe dietro le sbarre, nel mondo a misura d’Erode

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    “Buongiorno Gesù, sono Madonna! Una bambina rom incarcerata insieme alla mamma. Sicuramente ti ricordi di me, vero? Ho lo stesso nome della tua mammina e sono certa che stai vedendo tutto quello che ci stanno facendo, anzi credo che conosci bene questa storia perché hanno perseguitato anche te da piccolo… Nel bel mezzo della notte mi sveglio piangendo e sentendo la nostalgia della nonna e dei miei nove fratellini. Caro Gesù, noi sappiamo che le nostre mamme hanno sbagliato, ma noi cos’abbiamo fatto? … e poi come farà Babbo Natale a lasciarci i regali, se alla finestra ci sono le sbarre…? Lo sai Gesù?! Io, Christian, Giosuè e Kimberly abbiamo deciso di fare come gli adulti, lo sciopero del pianto…”
    Frugando fra carte e cartoline e segni dei natali che furono… ritrovo l’appunto di questa lettera, di due lustri fa, dal racconto di Florisbela Inocencio de Jesus, il suo sguardo di ex detenuta sull’inferno del carcere, quello femminile che brucia nei suoi gironi anche innocentissimi figli di mamme detenute…
    E ora mi è difficile non pensare alle sbarre che chiudono l’ingresso alle grotte del loro Natale.

    Parole buone, come bucaneve nell’inverno della nostra crisi

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    Resilienza… In ingegneria si dice della capacità di un materiale di resistere a sollecitazioni impulsive, di conservare o di riacquistare la propria struttura dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o a deformazione. In psicologia connota la capacità delle persone di far fronte a eventi stressanti. E c’è il cambiamento, che è il cuore dell’esperienza resiliente, che “non è semplice adattamento, non è conformazione, non è modifica funzionale, ma ricodifica, rinarrazione, ricominciamento”.

    Cambiamento resiliente, binomio cui sinceramente non avevo mai pensato e che, nella ricerca di pensieri e parole e comportamenti che possano indicare sentieri da percorrere in questo difficile momento, ho trovato nella bella iniziativa di Sergio Astori: #ParoleBuone.
    Astori è psichiatra e psicoterapeuta, e potete immagine

    Cannibalizzazioni…

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    A proposito di “città che cura”, di anziani, di cosa è mutato, in peggio, nella cura che abbiamo per le persone, per i nostri vecchi… Ascoltate  Vittorio da Rios…

    “Qualche mese fa chiamandolo al telefono per sapere come stava e salutarlo posi al Prof. Gaetano Forni uno tra i più prestigiosi e profondi storici dell’agricoltura e del pensiero agronomico una domanda molto semplice: non è che si debba ripensare ai disastri compiuti dalla civiltà industriale che di a fatto a cannibalizzato la millenaria civiltà e cultura contadina, con tutti i limiti ma con altrettanti valori umani che non hanno periodi temporali in quanto valori assoluti? Ricordo la sua risposta: Lei ha messo il dito sulla piaga, usando un termine appropriatissimo: CANNIBALIZZATA. La supponenza dell’ominide industrializzato di poter disporre a suo piacimento in funzione assoluta del profitto fine a se stesso, del territorio, dell’ambiente delle risorse del pianeta, e delle creature umane. Ricordo, io sono nato e vissuto quanto formato dalla civiltà contadina in una famiglia di agricoltori, il termine sociologico-economico è “coltivatori diretti”…

    Eschatià contemporanee…

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    Che ne facciamo delle estremità? delle eschatià dei nostri tempi… si chiede e ci chiede Paolo Rausa, a proposito de “La città che cura”.  Ascoltate:

    “La città che cura” se stessa è un programma che parte dall’unità sociale e immobiliare e si irradia come luce, come acqua che tutto coinvolge. Il contrario della concezione basata sul centro a cui tutti dovrebbero confluire, l’ospedale, ma che si perdono, strada facendo. Noi e loro. Il luogo che sorge indifferente al resto della città o del contado. E se non basta ne sorgono altri, privati. Aumenta l’offerta e i servizi ma sempre in una logica centripeta, tutti verso il centro della sanità come della città. Forse bisognerebbe ritornare alla persona, che vive in uno spazio e in una comunità con annessi e connessi.

    Ausone all’Alba del Sole

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    Sarà perché di questi giorni che ancora corrono verso il buio inizia a crescere dentro di noi il desiderio di luce, e con inquieta attesa si inizia a sbirciare l’arrivo dell’alba… sembra arrivare non a caso un racconto che sa di luce: “Ausone all’Alba del Sole”.
    L’ultimo regalo di Anna Rita Persechino che da sempre insegue i miti, le leggende, le fiabe della sua terra, e li trasforma in lievi narrazioni, affollate di volti e nomi della tradizione delle terre del basso Lazio.
    Ausone, che nella mitologia è figlio di Ulisse e, ricorda Pasquale Giustiniani nella prefazione, come suo padre è in cerca della rotta della sua vita, qui diventa figlio della Madre dei Venti e di un Vecchio Saggio che lo attende “all’Alba del Sole”.
    I miti, le leggende… sono patrimonio di tutti, di voce in voce si trasmettono, si trasformano, ci vengono restituiti da chi ne risale, a ritroso, il percorso.

    La città che cura.Viaggio nelle periferie della salute.

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    Se c’è una cosa che la pandemia di questi nostri giorni ha svelato è “il fallimento del sistema sanitario, ospedale al centro e tanto privato, in alcune regioni più che in altre… e si capisce che la solitudine del medico di medicina generale, la pochezza delle reti sociosanitarie territoriali, la miseria che riscontriamo oggi in tante politiche di welfare e per finire all’orrore della strage dei vecchi, vengono da lontano”. Parole di Peppe dell’Acqua, che non usa mezzi termini, puntando il dito contro il tradimento della riforma sanitaria del ‘78, delle sue “umanissime parole: territorio, comunità, vicinanza, equità, libertà, sicurezza”. Parole che però non tutti hanno tradito, e mai come in questo momento vale la pena di andarle a cercare per provare a pronunciarle ancora… La storia di chi a quella riforma ha tenuto fede, l’ho trovata nel racconto dell’esperienza delle microaree nella zona di Trieste: “La città che cura, microaree e periferie della salute”, curato da Giovanna Gallio e Maria Grazia Cogliati Dezza (Edizioni Alpha beta Verlag). Un’affollata narrazione corale, in cui

    Lo stato, il non-stato, il carcere, la libertà

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    Vittorio da Rios, ancora ci fa riflettere sulla nostra “civiltà”.

    “Civiltà, termine molto impegnativo che ancora non ha trovato nel complesso processo evolutivo della pluri millenaria storia dell’ominide. Erodoto rileva che i Persiani stimano in primo luogo se stessi e quelli che abitano le regioni loro più vicine; in secondo luogo quelli che sono a una distanza media; poi gradatamente, misurano la stima in proporzione della distanza. All’ultimo grado della loro considerazione tengono quelli che abitano i luoghi più lontani, convinti di rappresentare essi il massimo della perfezione sotto tutti i rapporti fra gli uomini; che gli altri onorano le virtù secondo la proporzione citata e che i più lontani da loro sono certo i peggiori di tutti.