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    Home Blog Pagina 33

    Cannibalizzazioni…

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    A proposito di “città che cura”, di anziani, di cosa è mutato, in peggio, nella cura che abbiamo per le persone, per i nostri vecchi… Ascoltate  Vittorio da Rios…

    “Qualche mese fa chiamandolo al telefono per sapere come stava e salutarlo posi al Prof. Gaetano Forni uno tra i più prestigiosi e profondi storici dell’agricoltura e del pensiero agronomico una domanda molto semplice: non è che si debba ripensare ai disastri compiuti dalla civiltà industriale che di a fatto a cannibalizzato la millenaria civiltà e cultura contadina, con tutti i limiti ma con altrettanti valori umani che non hanno periodi temporali in quanto valori assoluti? Ricordo la sua risposta: Lei ha messo il dito sulla piaga, usando un termine appropriatissimo: CANNIBALIZZATA. La supponenza dell’ominide industrializzato di poter disporre a suo piacimento in funzione assoluta del profitto fine a se stesso, del territorio, dell’ambiente delle risorse del pianeta, e delle creature umane. Ricordo, io sono nato e vissuto quanto formato dalla civiltà contadina in una famiglia di agricoltori, il termine sociologico-economico è “coltivatori diretti”…

    Eschatià contemporanee…

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    Che ne facciamo delle estremità? delle eschatià dei nostri tempi… si chiede e ci chiede Paolo Rausa, a proposito de “La città che cura”.  Ascoltate:

    “La città che cura” se stessa è un programma che parte dall’unità sociale e immobiliare e si irradia come luce, come acqua che tutto coinvolge. Il contrario della concezione basata sul centro a cui tutti dovrebbero confluire, l’ospedale, ma che si perdono, strada facendo. Noi e loro. Il luogo che sorge indifferente al resto della città o del contado. E se non basta ne sorgono altri, privati. Aumenta l’offerta e i servizi ma sempre in una logica centripeta, tutti verso il centro della sanità come della città. Forse bisognerebbe ritornare alla persona, che vive in uno spazio e in una comunità con annessi e connessi.

    Ausone all’Alba del Sole

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    Sarà perché di questi giorni che ancora corrono verso il buio inizia a crescere dentro di noi il desiderio di luce, e con inquieta attesa si inizia a sbirciare l’arrivo dell’alba… sembra arrivare non a caso un racconto che sa di luce: “Ausone all’Alba del Sole”.
    L’ultimo regalo di Anna Rita Persechino che da sempre insegue i miti, le leggende, le fiabe della sua terra, e li trasforma in lievi narrazioni, affollate di volti e nomi della tradizione delle terre del basso Lazio.
    Ausone, che nella mitologia è figlio di Ulisse e, ricorda Pasquale Giustiniani nella prefazione, come suo padre è in cerca della rotta della sua vita, qui diventa figlio della Madre dei Venti e di un Vecchio Saggio che lo attende “all’Alba del Sole”.
    I miti, le leggende… sono patrimonio di tutti, di voce in voce si trasmettono, si trasformano, ci vengono restituiti da chi ne risale, a ritroso, il percorso.

    La città che cura.Viaggio nelle periferie della salute.

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    Se c’è una cosa che la pandemia di questi nostri giorni ha svelato è “il fallimento del sistema sanitario, ospedale al centro e tanto privato, in alcune regioni più che in altre… e si capisce che la solitudine del medico di medicina generale, la pochezza delle reti sociosanitarie territoriali, la miseria che riscontriamo oggi in tante politiche di welfare e per finire all’orrore della strage dei vecchi, vengono da lontano”. Parole di Peppe dell’Acqua, che non usa mezzi termini, puntando il dito contro il tradimento della riforma sanitaria del ‘78, delle sue “umanissime parole: territorio, comunità, vicinanza, equità, libertà, sicurezza”. Parole che però non tutti hanno tradito, e mai come in questo momento vale la pena di andarle a cercare per provare a pronunciarle ancora… La storia di chi a quella riforma ha tenuto fede, l’ho trovata nel racconto dell’esperienza delle microaree nella zona di Trieste: “La città che cura, microaree e periferie della salute”, curato da Giovanna Gallio e Maria Grazia Cogliati Dezza (Edizioni Alpha beta Verlag). Un’affollata narrazione corale, in cui

    Lo stato, il non-stato, il carcere, la libertà

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    Vittorio da Rios, ancora ci fa riflettere sulla nostra “civiltà”.

    “Civiltà, termine molto impegnativo che ancora non ha trovato nel complesso processo evolutivo della pluri millenaria storia dell’ominide. Erodoto rileva che i Persiani stimano in primo luogo se stessi e quelli che abitano le regioni loro più vicine; in secondo luogo quelli che sono a una distanza media; poi gradatamente, misurano la stima in proporzione della distanza. All’ultimo grado della loro considerazione tengono quelli che abitano i luoghi più lontani, convinti di rappresentare essi il massimo della perfezione sotto tutti i rapporti fra gli uomini; che gli altri onorano le virtù secondo la proporzione citata e che i più lontani da loro sono certo i peggiori di tutti.

    Un “abbaglio letterario”…

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    Per raggiungere la felicità possibile. Ascoltate le parole di Paolo Rausa, a proposito di Dante, della libertà, della felicità….

    “Mi fa sorridere questo ruolo di Dante, Francesca, come appiglio alla vita… Non l’avevo mai considerato. Ma è bello scoprire i passi che sotto la sua guida ha compiuto Alfredo, redivivo. Eppure è così. Alfredo ha imparato a sue spese a varcare il limite della quotidianità, della consuetudine, del torpore mentale e culturale. Per un caso ha subito un abbaglio… letterario. Causa un verso della Commedia del buon padre Dante, che non era nuovo a esperienze di ogni tipo.

    Dante, dal carcere alle scuole, un assordante richiamo alla vita…

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    Ancora una volta riflettendo… che le persone che ho incontrato in carcere, con le loro vicende, i loro racconti, i loro percorsi per quanto dolorosi e drammatici, hanno aperto per me le porte su mondi che forse altrimenti mai avrei incontrato. Ogni volta imparando e stupendomi. Come è accaduto questa settimana…

    Ricordate Alfredo Sole? Era al 41bis e una notte più cupa delle altre sembrava proprio deciso a farla finita, quando lo sguardo è caduto su un testo della Divina Commedia che fino ad allora solo distrattamente aveva sfogliato. Lo riapre… “Nel mezzo del cammin di nostra vita”… e va avanti a
    leggere fino all’alba, e con la luce fuggono i pensieri di morte e ritorna il desiderio di vita. Di vita e di bellezza… (ne abbiamo parlato https://www.remocontro.it/2015/08/09/gatto-randagio-commedia-vita-dante-stagioni/)
    Ebbene questa storia, cammina cammina, è arrivata nelle mani di Stefania Meniconi, docente di Italiano e Latino, che su Dante stava elaborando un suo bel progetto. E che poi, ben sapendo quanto i giovani sempre sappiano emozionarsi quando leggono i versi del Sommo poeta, la storia di Alfredo l’ha voluta raccontare anche ai suoi studenti, i ragazzi della V^ CS del liceo scientifico Marconi di Foligno…
    Con loro già durante lo scorso anno scolastico era iniziata una riflessione sulla libertà. A partire da Beccaria. I delitti e le pene… la pena di morte… se, per chi subisce la condanna, è meglio esserci e continuare a vivere o non esserci più e non dover più vivere una vita mutilata dalla libertà…
    “Una scelta che nasce quasi spontaneamente dal testo di Beccaria, poi non lo sapevamo ancora, ma è diventata molto urgente durante il confinamento che ci ha colto di sorpresa subito dopo”.
    E quando all’inizio di quest’anno è stato ripreso il discorso…

    Voci di dentro

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    Voci di dentro… che in questo numero ha accolto anche un racconto di Mario Trudu, Oceani di libertà, da “la mia Iliade” edito da Strade bianche di Stampa Alternativa…

    Covid in carcere, quasi una sentenza capitale

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    La vendetta persiste anche nell’esercizio della giustizia… Ascoltando sulla terza rete tv una bella puntata di “Lezioni”, dove con il filosofo Umberto Curi si è parlato delle derive oscure della giustizia, del fondo di vendetta che comunque sempre rimane…
    E come non pensare ancora a quel serpeggiare silente di vendetta, sapendo di quel che accade dentro le carceri di questi tempi di pandemia, cercando di capire, ancora una volta, le ragioni di tanto spregio, che diversamente non saprei come definire … Se ne parla poco, pochissimo, in giornali e tv, eppure la notizia dovrebbe far sobbalzare: quasi ottocento i detenuti positivi, e sono già circa mille i positivi fra gli operatori che lavorano nelle carceri. In quasi la metà degli istituti di pena si è verificato almeno un contagio. E, udite udite, questa insidiosa bestiolina che è il covid-19 è penetrato persino nelle blindatissime sezioni del 41bis, a dispetto di chi le ha in qualche modo definite “a prova di virus”.

    Il diritto alla salute è di tutti, nessuno escluso

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    Nelle carceri sta accadendo quello che è accaduto in primavera nelle RSA. IMporta a qualcuno? L’appello lanciato dall’associazione Yairaiha…

    Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
    Al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede
    Al Ministro della Sanità Roberto Speranza
    Al capo del DAP Bernardo Petralia
    Al Garante Nazionale Mauro Palma
    Ai Parlamentari della Repubblica
    Ai Senatori della Repubblica
    Al Capo della Protezione Civile Angelo Borrelli

    Il diritto alla salute è di tutti, nessuno escluso.

    Fin dall’inizio della pandemia avevamo già rivolto alle SS. VV. un appello affinché venissero adottati provvedimenti straordinari per la popolazione detenuta che la mettesse al riparo dal rischio contagio e diffusione del virus, consapevoli sia dei limiti della sanità penitenziaria già in condizioni di normalità sia del sovraffollamento cronico che impedisce, di fatto, il distanziamento sociale che la trasmissibilità del Covid 19 impone quale misura primaria di prevenzione.
    Nell’appello facevamo riferimento soprattutto a quella parte di popolazione detenuta maggiormente vulnerabile se esposta a contatti con soggetti contagiati: anziani e ammalati; d’altra parte, le linee guida elaborate dall’OMS e dal Centro di prevenzione e controllo delle malattie europeo, e le raccomandazioni del CPT sulla gestione dell’emergenza Covid per le persone detenute e internate sono chiarissime e sottolineano la preminenza del diritto alla salute di ognuno senza distinzioni di sorta.
    Preminenza sancita dalla nostra Costituzione all’art. 32 che, ricordiamo, è l’unico diritto qualificato quale fondamentale, e finanche dal Codice Penale del 1930 agli articoli 146 e 147 che determinano la recessione della potestà punitiva dello Stato a fronte del diritto alla salute, ed è azione obbligatoria nei casi individuati ai sensi dell’art. 146.
    Sottolineiamo che lo Stato italiano è obbligato ad attenersi alle raccomandazioni elaborate dagli organismi internazionali ai sensi dell’art. 117 della Costituzione. Alle indicazioni fornite dagli esperti della realtà penitenziaria