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    Questo fatto agghiacciante della pena perpetua

    “… Poi mi è stato fatto notare che era giunto il momento che io donassi qualcosa allo stato. A Lei non sembra abbastanza che io per 36 anni l’abbia allattato da dentro una cella col mio sangue? Quale altro dono dignitoso per lui e indignitoso per me avrei dovuto portarle in dono? … a uno stato che non prova vergogna a tenere un uomo per oltre 36 anni rinchiuso in una cella!!?”
    Ho ritrovato dopo sei anni copia della lettera che Mario Trudu aveva scritto al magistrato di sorveglianza dopo l’udienza nella quale gli era stato negato un permesso per visitare la sorella malata. 36 anni di prigione senza l’alito di uno spiraglio, e ancora un “no”. Perché Mario era ostativo, non era stato collaboratore di giustizia e per quelli come lui l’ergastolo è un fine pena mai effettivo. Fino alla morte. E così per lui è stato perché due anni fa poi Mario è morto. E lasciamo perdere il perché e il per come…
    Ancora mi viene da piangere a pensare che allo Stato non è bastato essere stato per 36 anni “allattato da dentro una cella col mio sangue”. Ce ne sono voluti 40, di quei terribili anni, e poi solo la morte è arrivata a sollevare dalla pena…
    E questa lettera (e tante altre ancora, ché Mario spesso mi mandava copia di ciò che scriveva), scritta a penna, con i suoi caratteri ordinati, precisi, come si insegnava una volta a scrivere, è rimasta lì sotto i miei occhi, a scorrere come in sovrimpressione sulle pagine del libro che ho letto in questi giorni e che proprio di ergastolo tratta. Anzi, “Contro gli ergastoli”. Lavoro a cura di Stefano Anastasia, Franco Corleone e Andrea Pugiotto. Ed è lavoro preziosissimo questo “Contro gli ergastoli” che, con dieci saggi di autori che, magistrati, docenti, studiosi, hanno molto da dire in materia, (e in appendice testi di Aldo Moro, Aldo Masullo, Salvatore Senese e un discorso di Papa Francesco) offre una disamina ricchissima dell’argomento, riflettendo su tutte le modalità di detenzione a vita, “guardando al fine pena mai da ogni latitudine”.
    Per ricordarci innanzitutto che esistono più “ergastoli” e dirci che il momento è pur giunto per affrontare intanto la questione dell’ergastolo ostativo. Quello che contraddice in sé la finalità “rieducativa” della pena. Quello “di cui” è morto Mario Trudu, e “di cui” nel nostro civile paese rischiano di morire circa 1300 persone.
    L’occasione, si ricorda, l’ha data nella primavera scorsa la Corte Costituzionale che, pur non dichiarandone formalmente l’illegittimità, ha condannato il “fine pena mai”. E ha dato al parlamento un anno di tempo per affrontare la questione. Un’occasione da non perdere. Per una questione di civiltà se l’ergastolo “della pena di morte rappresenta l’ambiguo luogotenente”.
    La definizione è di Salvatore Senese, che così ne parla nella relazione al testo proposto dalla commissione giustizia nella primavera del 1998, quando si andò molto vicini all’abrogazione della pena perpetua: il disegno di legge fu approvato dal senato (107 voti favorevoli, 51 contrari, 8 astenuti e non è poco..), e fu una scelta storica che il parlamento però poi accantonò, rinunciando a proseguire l’iter legislativo della riforma.
    E tanto più importante è oggi, che il parlamento è chiamato ad affrontare “questo fatto agghiacciante della pena perpetua” (la definizione è di Aldo Moro), conoscere quel che è accaduto, e non accaduto, da allora, i passi fatti a poco a poco grazie alla giurisprudenza, italiana ed europea, quando costa, in termini esistenziali, la pena senza fine, il suo senso, se un senso ne ha… per porsi necessari interrogativi, a iniziare da cosa significa, ad esempio, condannare a questa “pena di morte nascosta” persona di 50 anni o persona che di anni ne ha solo 20. E ne conosco di persone “maturate” in carcere, in una vita che, privata com’è di prospettiva, vita non è. Ed è faticoso, vi assicuro, sostenerne lo sguardo, senza chiedersi che assurda barbarie è mai questa…
    Una cosa, fra l’altro, il libro chiarisce, smentendo un luogo comune purtroppo assai diffuso (e avallato anche da molta stampa): che l’ergastolo non esiste. L’ergastolo, quello vero, il “fine pena mai” fino alla morte purtroppo esiste e come!, mentre, paradossalmente, il numero degli ergastolani è enormemente cresciuto negli ultimi decenni, nonostante molto diminuito sia il numero degli omicidi compiuti. Un dato per tutti: gli ergastolani nel 1992 erano 408, 1784 nel 2020, mentre negli ultimi dieci anni più di cento ergastolani in carcere sono morti… e questo molto dice su un sistema che di fatto “riproduce la violenza a cui dichiara di voler mettere fine”.
    E c’è una domanda, che qui risalta tra tutte, che puntualizza Aldo Masullo, sempre nel corso del ricchissimo dibattito che ci fu in senato in quella lontana primavera del 1998: la domanda non è se l’ergastolo violi in diritto alla vita, “bensì il sacrosanto diritto dell’uomo all’esistenza, che è cosa distinta”.
    “Contro gli ergastoli” è l’ultimo dei libri della collana della Società della Ragione, che è nata con lo scopo di studio e sensibilizzazione sui temi della giustizia, dei diritti e delle pene, “nell’orizzonte di un diritto penale mite e minimo, proprio di una democrazia laica alternativa allo Stato etico”. E non è un caso che il primo volume della collana fosse un lungimirante testo intitolato “Contro l’ergastolo”.
    “Contro gli ergastoli” è lettura che farebbe bene a tutti, ma penso questo volume rivolto soprattutto al mondo della politica se, come scrive Andrea Pugiotto, ordinario di diritto costituzionale a Ferrara, si propone di “accelerare la rimozione degli ergastoli dall’ordinamento, e offrire alla politica argomenti per non opporsi a tale mutamento di segno, cogliendone semmai le potenzialità di riforme conseguenti”. Convinto com’è, Pugiotto, che “chi nega l’effettività dell’ergastolo gioca con la vita degli altri; chi lo giustifica legittima l’inaudito”.
    E c’è da augurarsi davvero che in molti, nel mondo della politica, di quelli che dovranno affrontare la questione dell’ergastolo, leggano queste pagine, per ritrovare lo spirito che fu di Aldo Moro e il suo “ricordatevi che la pena non è la passionale smodata vendetta dei privati…”. Per provare a scrollarsi di dosso l’essere succube di quell’opinione pubblica che pure certa politica invece esacerba. Cercando di immaginare (e non c’è bisogno di molta fantasia) le vite private di esistenza degli ergastolani, degli ostativi, quelli che davvero mai mettono piede fuori dal carcere… i mille Mario Trudu… condannati ad “allattare lo stato da dentro una cella col proprio sangue”. Perché, se solo se ne conoscessero le vite, saprebbero che questo è. E di questo, aveva ragione Mario, lo Stato deve solo provare vergogna…

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