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    Le parole di sangue di Pino Roveredo, scrittore degli ultimi…

    Un pensiero allo scrittore triestino che, da quando ne ho conosciuto le pagine, ho sempre trovato straordinario. Pino Roveredo, che se ne è andato nell’alba gelida e ventosa di sabato. Di lui leggerete dei racconti, dei romanzi, dei testi teatrali, dei premi, del Campiello, della sua vita “in salita”, spesso difficile fra traumi e dolore, che racconta con quel misto di durezza e dolcezza di cui era capace ne “I ragazzi della via Pascoli”.
    Tanto ci sarebbe da dire sui suoi libri (che tutti invito a leggere), sulla sua vita, del suo occuparsi sempre del mondo degli ultimi, di chi vive ai margini… è stato fra l’altro garante dei detenuti del Friuli-Venezia Giulia.
    Ma oggi voglio ricordarlo per la generosità con la quale rispose a una cortesia che mi permisi di chiedergli, sapendolo tanto sensibile ai problemi del mondo carcerario.
    Pino Roveredo l’ho conosciuto grazie a Monica Murru, avvocato, che sapeva del mio progetto di fare qualcosa per Davide Emmanuello, detenuto da una ventina d’anni e più, al 41-bis, di cui da un po’ di tempo seguivo le vicende. Di Emmanuello avevo lettere, tante, scritte ad un amico in altro carcere, e che questo di volta in volta mi girava. Lettere tremende… non potevano restare solo il fascicolo sulla mia scrivania cui a tratti, nei mesi, continuavano ad aggiungersi fogli… Ero alla ricerca di qualcuno che fosse in grado di ascoltare davvero quest’urlo e, consigliata da Monica, alla fine le avevo spedite a Roveredo che, certo, se ne sarebbe lasciato straziare.
    E Pino all’urlo di quelle lettere ha risposto con le parole di sangue di cui è capace. Come solo chi il carcere l’ha conosciuto e … “ho iniziato a occuparmi degli altri, gli ultimi in classifica. Con grande egoismo, perché in verità ho cominciato a farlo per occuparmi di me stesso”.
    Emmanuello e Roveredo mai si sono fisicamente incontrati. Ma fra loro è nato un dialogo che è diventato un libro che squarcia il velo dell’ipocrisia che nasconde l’inferno del “regime di tortura del 41bis”. “Diversamente vivo, lettere dal nulla del 41-bis”.
    E nulla parla meglio della sua scrittura.
    Aveva scritto, Pino (in “Ferro batte ferro”), uno straordinario atto d’accusa contro una società che “ha bisogno di delinquenti su cui puntare il dito, per sentirsi migliore. Il Sert ha bisogno dei tossici per dare un motivo alla sua esistenza. Le rivendite alcoliche hanno bisogno degli alcolizzati per mantenersi in vita. I tabaccai e il monopolio di Stato ha bisogno dei fumatori per riempirsi le tasche con la disgrazia altrui”, raccontando della sua pur lontana esperienza in carcere, e di come l’angoscia fu la sua salvezza…
    E “fu proprio quell’angoscia a scuotermi e darmi la forza di mettere la testa fuori dall’inferno carcerario, ed afferrare con una rabbia che non conoscevo… la coda della vita”.
    Pino che dedica a Emmanuello ancora parole di sangue, ma che pure con dolcezza, come in un abbraccio, scrive:
    “Se potessi, scavalcando le schiere rigide dei moralisti, forcaioli, giustizieri, giustizialisti, salteri oltre i muri della costrizione, poi entrerei nella galleria scura del 41bis, dove è vietato parlare, urlare, vivere, e tirerei fuori dal mio desiderio l’invenzione di una chiave. La infilerei nella serratura della porta blindata e con un giro di mano, libererei il passaggio e mi concederei il piacere di un invito.
    -Dai Davide, sbrigati che abbiamo solo un’ora di tempo! –
    Se potessi lo prenderei per mano, e imbrogliandogli la misura stretta di un passo che dura da più di vent’anni, gli farei indossare i passi larghi della fretta e poi lo trascinerei oltre i cancelli, lungo i corridoi, fuori dal portone.
    Una volta fuori, gli regalerei un’ora di sole, gli farei respirare un’ora di aria, quella che non sbatte tra le mura dei reclusi. Per un’ora lo guarderei accarezzare un albero, baciare un fiore, sentire il profumo di una manciata di terra, gli indicherei la direzione del volo delle rondini, la riga lontana dell’orizzonte, e poi lo inciterei a liberare le gambe verso una corsa lunga sessanta minuti, proprio come si faceva da bambini, andare, correre, fino a quando non ti scoppiano i polmoni.
    Ripeto, un’ora, non se ne accorgerebbe nessuno.
    Dopo, giuro, che lo riporterei dentro la sua abituale castrazione, felice di avergli dato, non un’ora di libertà, quanto la forza per lui sconosciuta di un piccolo, minimo fiato di… umanità!”
    E un abbraccio a Pino, ché la bellezza e la forza delle sue parole, contro ogni ipocrisia, sempre ci accompagneranno…



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