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    Nel salotto di velluto azzurro


    Li chiama appunti, Carlo Pucci… e sono ricordi, e sono visioni, e sono fantasie iperboliche.. ma forse neanche poi tanto fantasie… Dopo Giulio che non è tornato, dopo il Salotto del papà di Carlo, ecco il terzo “appunto”, a proposito di un altro salotto, tutto di velluto azzurro, questo…

    “Un salotto in azzurro. Dal soffitto sfavillano cristalli. Il pianoforte è chiuso. C’è ancora tempo. Adocchio il vassoio dei bignè. Non mi è permesso allungare la mano. Lo so: devo prima rifiutare gentilmente l’offerta. Da pochi giorni ho imparato una nuova parola: moderazione.
    “Ci vuole moderazione – mi ha detto la nonna – Moderazione nell’apparire: perché devi rispettare chi è meno ricco di te. Moderazione nel mangiare in pubblico: perché non devi suggerire di essere tu meno ricco degli altri. Devi rispettare e farti rispettare”.
    Gli adulti rispondono sempre al “gioco del perché”. È così che m’insegnano il significato delle regole. Ne hanno tante. Costellano e governano il firmamento del loro universo. Le spiegazioni sono tutte luminose e semplici, o quasi tutte. Sono tutte ovvie, o quasi sempre ovvie. Imparo in fretta, io. Perché le loro leggi sono giuste. Sono giuste perché sono ovvie. Governano sulla base di un unico principio elementare: assicurare e glorificare il rispetto verso l’umanità intera. È semplice da imparare: rispettare l’umanità intera. Un principio siderale.
    “Quando dai la mano, devi toglierti il guanto: in segno di rispetto per dimostrare che la tua mano non è armata”. “Giusto. Ovvio. Siderale…. Ma le signore non se lo tolgono mai il guanto!”. “Le signore non vanno in giro armate”. “Perché?”.
    Sono nato dopo undici anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Questo non lo so ancora; so contare fino a dieci. Nessuno, proprio nessuno me ne ha mai parlato. E poi non è educato parlare di guerra. Soprattutto a un bambino di cinque anni. Lui ha saputo da poco che l’umanità intera è da tutti rispettata. Perciò oggi pomeriggio, qua, in questo salotto di velluto azzurro, mentre spilucco con moderazione un bignè, fisso le mani nude degli invitati e so soltanto: che le signore non vanno in giro armate e che invece gli uomini, se danno la mano, è perché tengono la pistola nella fondina. Gli amici dei miei sono loro coetanei. Hanno figli nati prima della guerra. In questo salotto non c’è nessun altro bambino. Meglio così: non devo rispettarlo, né farmi rispettare. Eden azzurro. Tutto di velluto azzurro. Sono l’Adamo felice privo di colpa: le mie costole sono intatte. Gli adulti non sono il mio regno. Con l’innocenza li ho soggiogati. Rinchiuso nel buio del tabernacolo, mi espongono in ostensorio alla luce dei cristalli; nei pomeriggi di precetto. Vecchi accoliti raspano la cassetta delle mie beneficenze. Avidi dei miei strambotti: io profetizzo. Eco siderale. Il suono si fa acuto. La mia voce sprigiona saette. Offro le mie tenere costole per la loro comunione. Sono stato canonizzato alla liturgia del convivio. Per redimere gli incubi del loro passato. Nella promessa di un domani sognato.
    Non comprendo tutti i loro discorsi. Ma conosco molte delle loro parole. Tanto basta. Dalla greppia di velluto azzurro, attacco il mio soliloquio. Le mie sono favole per il loro nutrimento. Scarnifico sacre famiglie in tono rapsodico. I dotti riuniti nel tempio si litigano le mie particole. Le somministro su lingue protese. Deglutiscono la mia malvagità. La degustano con smorfie crudeli. Io, educatamente smembro e ripartisco. Divertissement per un pomeriggio nebbioso: posso dire di tutto. Non perché sono deforme e folle, ma perché ho imparato a togliermi il guanto e a ferire senza far sanguinare, ad uccidere senza fare morire. Fantasie iperboliche.
    Questa la mia declamatoria: “Mi invento la guerra per raccontare fiabe d’orrore”. Enuncio la mia buona storiella per purificare le loro ossessioni. È per loro che costruisco orchi e streghe assassine. Ma loro lo sanno: non esistono ceppi, né forche. Né forni stregati per bruciare bambini. C’erano una volta. Prima che io nascessi. Ma oggi non sono più. Non ci saranno mai più. Il passato è una salma innocua.
    “La guerra è un fantasma. S’aggira solo per fiabe – rassicuro – E poi finisce sempre bene. C’era una volta in cima a una torre una povera principessina. Il re e la regina sparati giù negli spalti. Lei, rimasta sola, si dispera. Ma la fata manda un rospo a consolarla”.
    Mi sorridono teneramente. Mi offrono un secondo bignè. Lo rifiuto gentilmente. Allungo la mano con lentezza misurata. Torno al silenzio: il mio tabernacolo è chiuso di scatto. Basta con le favole, c’è bisogno di musica. Il pianoforte è scoperchiato. Il padrone di casa alla tastiera. Fa cenno ai violini. Scappano via ultimi colpi di tosse. Sigarette schiacciate in fretta. Svanisce l’ultima boccata. Fruscio di spartiti. La dama in abito nero si è già alzata. La sua spilla lucente brilla più dei cristalli. Annuncia il suo canto. Tutto tace sospeso. Attesa incantata. Una favola nuova sta per cominciare. Sono io ad ascoltare.
    Eco siderale. Il suono brilla acuto. Esplosione di luci deliranti. La voce armata saetta nel diatonismo della vendetta. Dal guanto di raso nero trasudano istinti punitivi. Abnorme è la potenza. Lo sgomento non è fatalità. È l’acuto a decomporsi in eco ineluttabile. Eccessi detonanti. Elektra… sei sola. Elektra… ti disperi. Non ti s’addice il lutto, Elektra! Fuori dalla tua casa, non trovi devastazione! Il lutto s’addice alla guerra. Il canto s’addice al conflitto. Lutto per il sangue perduto. Canto ebbro per un abbandono incolmabile. La moderazione è abrogata nel rispetto dell’umanità intera.
    È proprio in piedi davanti a me. Eppure prima, seduta al mio fianco, mi sorrideva banalmente. Stupidamente. Abiti scuri afflosciati contro gli spalti. Ma io… ho ferito per finta. Ho ucciso per scherzo. La mia mano non porta guanto. Tengo la pistola nella fondina e le signore come lei non girano armate.

    Carlo Pucci

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