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    Gattitudini. IL gatto è un fingitore…

    “Gattitudini”, cronache delle dinastie di gatti che hanno affollato la vita di Ludovica De Nava (La quercia e la rosa, ricordate?). Questa è la mia prefazione al libro… e grazie a Ludovica per avermela affidata… facendomi conoscere le fantastiche “piccole persone” (Anna Maria Ortese così chiama gli animali tutti) della sua famiglia..

    Zoe, Indiana Jones, Momoa, Cipria, Omero, Strudel, Mia, Priscilla…
    L’estro, l’accuratezza e la fantasia a un tempo che chi decide di ospitare un gatto dedica alla scelta del nome da dargli mi è sempre sembrata cosa stupefacente. E molto mi ha sempre detto di quelle persone, a cominciare della loro capacità di attirare l’attenzione e poi conquistarti, con la leggerezza di chi sa imbastire conversazioni come sulle note di miagolii lievi e distratti, e poi…
    Ludovica così l’ho conosciuta, a bordo del trenino che dal centro di Roma porta fuori verso la Flaminia…
    Avevo la testa tuffata nelle pagine di un libretto di poesie di Eduardo de Filippo…
    “Si interessa di teatro?” mi ha soffiato una voce gentile. Ho sollevato gli occhi su un bel sorriso e due occhi da gatta… ed eccoci qui, a una dozzina di anni di distanza, ancora a scambiare a tratti fra noi appunti e parole, nonostante il tempo e le distanze. D’altra parte, l’aver tutte e due più meno sempre condiviso la vita con quei “bimbi pelosi col naso umido” è cosa che affratella e unisce…
    Così ho letto con molta curiosità e piacere le pagine di questo racconto, che ci regala cronache delle dinastie di gatti che hanno affollato e animato la vita dell’autrice. Gli arrivi, le nascite, gli ardimenti, le ruffianerie, le percezioni, gli incidenti, le malattie, le cure, qualcuno che scompare, qualcuno che muore… Ognuno col suo carattere, i suoi amori, le sue scelte. E sono tanti, è quasi difficile tenerne il conto, perché quando si inizia, sapete, un gatto tira l’altro…
    E’ una sorta di incantamento di cui loro, i nostri amici pelosi, conoscono il segreto. E lo tengono gelosamente riservato, altrimenti come riuscirebbero a farci fare (quasi) sempre quello che vogliono? A essere onesta qualche volta mi sono chiesta se vediamo in loro un alter ego da cui accettiamo quello che a noi mai perdoneremmo. Ancora non ho risposte certe.
    Ho provato a cercarne in questo lungo racconto, che mi è sembrato un po’ un trattato di psicologia. Del gatto, ma anche del suo padrone…
    Ops! Il mio Lisippo (Gigetto per gli intimi) mi ha lanciato un’occhiataccia! Pardon, lo so lo so… i gatti non hanno padroni, semmai sono loro che posseggono e ci tengono d’occhio. A volte, ha proprio ragione Ludovica, ci giudicano. Ed “è dura essere giudicati da un gatto”.
    A momenti, leggendo, mi è anche sembrato di avere fra le mani una sorta di metodo Montessori per gatti. Un irrituale manuale da cui consiglio di prendere appunti, avendo ben chiaro di intenderlo in duplice senso. Come metodo che l’autrice suggerisce per “educare” i nostri amati gatti, ma anche per capire metodi e “trucchi” che loro, i gatti, non si fanno scrupolo di usare nei nostri confronti.
    I nostri amati felini… che tante volte pure ci rimproverano, mentre sanno anche amorevolmente guarirci. Guarirci, parola di Ludovica, dei piccoli traumi del corpo. Ma anche, soprattutto, dei dolori dell’anima.
    Eh sì, penso anch’io che la vita sarebbe ben più triste senza i nostri animali, senza la loro “inesauribile carica di affetto, buonumore ed energia”.
    Con un’avvertenza, che l’autrice alla fine ci dà: stiamo attenti a non tradirli, a non mancare loro di rispetto, cosa che capita magari inconsapevolmente di fare “applicando loro i nostri protocolli” sia pure per “egoismo affettivo”.
    E un suggerimento: impariamo a tessere con loro parole. Ludovica lo fa benissimo e ci spiega e dimostra che i gatti capiscono perfettamente. Cosa che posso testimoniare anch’io. Vi potrà sembrare stupefacente, ma non è poi così difficile: basta mettersi in ascolto, esattamente come sanno fare loro. Suggerimento che vale nei confronti di chiunque, umani e non. Imparare a mettersi in ascolto, dell’ascolto vero, che non passa solo per le parole, ma è disponibilità dell’anima, è capacità di sintonizzarsi sulle frequenze altrui. Ci aiuterebbe a vivere meglio con il resto del mondo.
    Seguiamone, allora, come invita questo racconto, i loro passi soffusi, la poesia che pure suggeriscono…
    Sapete, più guardo il mio, di gatto, più mi interrogo sulle sue dolcezze e insolenze, sulle sfrenatezze e tristezze, sulle smorfie di quando sembra ridere di me… più mi convinco di avere difronte proprio l’immagine del poeta che ci ha svelato Pessoa. Un fingitore. Ché “il poeta è un fingitore / arriva a fingere così completamente da far credere che è dolore il dolore che davvero sente”…

    “Gattitudini”, di Ludovica De Nava effigi.it

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