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    Quasi un racconto di Natale…

    Su questa riva, affollata di prigioni, la lettera di Giovanni Farina, dalla rubrica “lettere ostative” della rivista “Una città” , nel numero di marzo. Leggete, sembra quasi un racconto di Natale, tenetelo da parte, per rileggerlo, magari l’anno prossimo, sotto l’albero… per ora, buon giugno a tutti…

    “Sono Farina Giovanni, attualmente in detenzione nell’Istituto di Pena di Catanzaro. Sono un ergastolano “ostativo”, mi trovo in detenzione dal 1975.

    Non è vero che in Italia tutti gli uomini sono trattati con uguaglianza come dice la Costituzione. Ci sono persone di serie B e ci sono persone di serie A, anche per la giustizia, che dovrebbe essere uguale per tutti. Quando ero ragazzo mio padre aveva un aiuto pastore che lo aiutava a custodire gli animali che avevamo nell’ovile. Si chiamava Giovanni de Luca, era originario della Calabria, del crotonese. Negli anni che passò a casa mia vengo a sapere qualche cosa della sua vita: era stato in galera e l’avevano condannato all’ergastolo per un omicidio del quale si è sempre dichiarato innocente. Mentre stava scontando la condanna a vita in galera, scoppia la seconda guerra mondiale, lo Stato italiano divulga nella prigioni una circolare con la promessa che chi dei prigionieri fosse andato in guerra volontario e fosse sopravvissuto, avrebbe avuto la grazia sulla pena  che stava scontando, qualsiasi fosse la condanna. Giovanni de Luca andò in guerra (…) a combattere in prima linea dove spedivano i galeotti, fu ferito più volte, per il suo eroismo più volte lo volevano decorare con medaglia al valore, ma non gli fu data perché era un galeotto. Rischiò di morire più volte, tornò con le gambe piene di schegge di granate che gli davano dei dolori tremendi, ma vinse la sua battaglia: tornò dalla guerra vivo. Finita la guerra lo rimisero in prigione, in attesa che gli fosse data la grazia promessa. Ma le promesse fatte da uno Stato nei confronti di chi è disagiato non sono mai chiare… Per ricevere la grazia a Giovanni, dopo che aveva rischiato la vita in una guerra che non gli apparteneva, lo Stato italiano chiedeva che ci fosse un familiare che si prendesse la responsabilità delle sue azioni una volta fuori dal carcere. Giovanni non aveva più una famiglia, era stato abbandonato da anni alla sua sorte, doveva quindi restare in galera, dopo aver sofferto le atrocità della guerra. Un giorno mio padre si vede recapitare dal postino una lettera scritta da un corregionale che era in carcere don Giovanni: lo pregava di aiutare Giovanni a uscire di galera, gli diceva che era una persona molto sofferente, sfortunata, ma con un grandissimo cuore, che meritava di essere aiutato. Mio padre si dichiarò disponibile ad essere il suo tutore, fece le dovute richieste e Giovanni uscì di galera. Abitò a casa mia per qualche anno, fin quando non si sposò con una donna di Prato, si creò una famiglia, ebbe un figlio. Nel periodo in cui fu a casa nostra, Giovanni mi raccontò molti episodi della guerra. Eccone uno: “Una notte eravamo in trincea, splendeva nel cielo una luna piena che si vedeva oltre il filo spinato anche il volo di un piccolo uccello notturno. Avevamo paura a sporgerci per non rischiare di fare da bersaglio a qualche cecchino. Mentre regnava il silenzio più assoluto, sentimmo il pianto di un bimbo. Quel pianto delicato come un piccolo lamento in quel luogo di guerra ruppe il silenzio e nelle nostre orecchie fece più rumore di cento cannonate. Un mio compagno dopo un po’ si trascinò fuori dalla trincea, carponi sotto i reticolati, per raggiungere il luogo dal quale quel pianto proveniva. Dopo circa un’ora lo vedemmo tornare con una bambina in fasce, di pochi giorni. Ci disse che la madre morta la teneva ancora stretta nelle sue braccia. Non avevamo latte, provammo a farle inghiottire dell’acqua zuccherata. Durante la notte la bimba morì. Sulla tomba scrivemmo “Angelita”, volevamo chiamarti Angelita”.

    Molte volte mi chiedo perché siamo nati. Che cosa siamo alla nostra nascita per i nostri genitori. La madre di Angelita ha tenuto la sua creatura stretta al petto anche dopo la sua morte. Oggi, nell’era del benessere e del consumismo, si sente sempre più spesso di neonati abbandonati dentro i cassonetti della spazzatura… che tristezza, che cosa siamo diventati…

    Ho voluto raccontare la storia di Giovanni per ricordare che i poveracci da sempre rischiano di morire nelle galere italiane, per loro la giustizia è cieca e sorda, anche perché non ha sentimenti e per gli innocenti ha un cuore di pietra.

    Giovanni Farina

    Carcere di Catanzaro

     

     

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