a proposito del Paradiso…

18 12 2019

aaa-èpresepeUn accenno al presepe è per Vittorio da Rios spunto per una riflessione, che parte dal dolce ricordo del tempo in cui allestire il presepe era rito immancabile… per arrivare alla riflessione sull’oggi, per ribadire, seguendo l’insegnamento di Turoldo, Marotta, Rodotà, la necessità di “agire subito”… Insomma, da leggere…
“Negli anni cinquanta, sessanta e in parte settanta il presepio era sentito dalle mie parti, “ma credo un po’ ovunque” dove la tradizione cattolica era radicata, in modo molto profondo, e in ogni casa, pur modesta, ma dignitosa dove mancava il “bagno” e i servizi igienici erano fuori in una apposita piccola struttura, ovviamente senza catinella e relativa acqua, la preparazione del presepio era una ritualità primaria e immancabile. Ricordo, io ero di gran lunga il più piccolo della famiglia, che il presepio era costruito sotto l’albero che era un “dernever”, in dialetto sinistra Piave, Ginepro che si raccoglieva all’interno dell’alveo del Piave dove in alcune aree ghiaiose-sabbiose cresceva. Veniva messo in un capace vaso di terracotta, riempito di terra, e addobbato a dovere, con le modeste cose di cui si disponeva. Filamenti, palline colorate, cioccolata fatta di omini e Re magi. Leggi il resto dell’articolo »



Il paradiso può attendere….

16 12 2019

aaa-èpresepeAl cinema, a vedere “Il Paradiso, probabilmente”, film del regista palestinese Elia Suleiman che punta il suo sguardo stupito e muto sulla nostra follia…

Scivolano, a un tratto, i suoi occhi, su quella che a prima vista sembra una scena d’ordinaria vita quotidiana (tutto nel suo film appare di una stravolta e stravolgente ordinarietà): c’è gente che fa la spesa in un supermercato, cammina per strada, la solita accurata fretta… Subito percepisci qualcosa di strano, anche se non capisci immediatamente di cosa si tratti (gli occhi tendono a vedere solo quello che ci si aspetta di vedere). E un istante dopo ti rendi conto che tutti, ma proprio tutti, hanno in spalla un fucile, una carabina, una pistola, come quella ben assicurata fra fondina e bretelle alla spalla di una bambina che scende, con papà e mamma, da un tassì… armi “indossate” con serena disinvoltura, come fossero zainetti o tracolle per signore… per un mondo, immagini, dove il pericolo è incombente…
Surreale, pensi, sorridendone. Eppure, eppure… I poeti leggono e svelano molto meglio di chiunque altro la realtà, e Suleiman (che fino a ieri non conoscevo e ringrazio per questo regalo il mio amico Danilo che mi ha portato al cinema) proprio lo è. Per questo, come i poeti, ha lo sguardo così attonito. Leggi il resto dell’articolo »



C’è qualcosa che non va…

24 12 2018

Idomeni-Campo-18-1000x600Si fa davvero fatica quest’anno, ad accendere le luci del presepe. A pensarlo, anche, un presepe. Con le sue figurine, i pastorelli, gli animaletti, gli spruzzi di neve finta, gli sfondi di stelline, e la capannina con il suo compunto arredo di Maria, Giuseppe, bambino, bue e asinello…

Si fa davvero fatica. Se, guardandosi intorno, ecco: il presepe è già bello e servito…
Sotto le tende di fortuna delle famiglie lasciate per strada da guerre vicine e lontane, negli occhi dei bambini schiacciati dai mille Erodi, dalle contemporanee presunte guerre al terrore, dalle guerre di rapina di sempre, dalle guerre nostrane combattute a colpi di mura e di decreti…
Sarà per questo che quest’anno il presepe in Vaticano è stato scritto sulla sabbia.
Come le parole d’amore scritte sulla riva del mare, che sappiamo durare il tempo dell’onda che presto se le porta via, per subito nascondere l’antica bugia che pure ci ostiniamo ogni volta a ripetere…
Allora, quest’anno, facciamo un atto rivoluzionario. Non accendiamo le luci sull’ipocrisia dei nostri presepi. Leggi il resto dell’articolo »



presepi e comete…

21 12 2015

vietnamSpara sti botte, / alluma sti bengale; / arrust’ ‘e capitune, / ch’è Natale!… / Ncoll’ ‘e pasture!…
Ca mpunto mezanotte, / nasce ‘o Bammino. / Chella, mamma, è devota,/ perciò nasce ‘o Bammino.//
Sti Bammeniello nasce n’ata vota?/ Lassat’ ‘o j’… / Chillu stesso martirio ‘e quanno è nato / l’adda turnà a suffrì?
( spara questi botti/ accendi questi bengala; arrostisci il capitone, che è natale!… Incolla i pastori!… // Che a mezzanotte in punto nasce il bambino. Quella, mamma, è devota, / perciò nasce il bambino // Questo bambino nasce un’altra volta?/ Lasciatelo stare… / Quello stesso martirio di quando è nato/ deve tornare a soffrire?)
Non per rovinarvi il piacere del vostro bel presepe… semmai lo avete fatto con tutti i crismi e carismi. Ma a queste strofe della poesia di Eduardo, ‘a vita ( la vita), è andato il pensiero leggendo quanto mi descrive in una sua lettera Claudio Conte (cito ancora parole di un ergastolano ma, che volete, le riflessioni migliori ultimamente mi arrivano da lì…) a proposito di un presepe che con alcuni compagni di sezione ha preparato nel carcere di Catanzaro. Perché sapete a cosa si è ispirato il nostro Claudio? Alla morte del piccolo Aylan annegato sulle coste della Turchia.
Ha realizzato, mi scrive, una metropoli di grattacieli fatti di scatole di cartone, lasciando ben in evidenza la pubblicità che hanno stampata sopra, addobbandoli con luminarie stile Las Vegas e installando in cima ai grattacieli a caratteri cubitali queste parole: egoismo, globalizzazione, indifferenza. Poi, spiega, ha diviso lo spazio con una rete e del filo spinato, e (…) Leggi il resto dell’articolo »



Canto sotterraneo…

22 12 2014

Pensiero di Natale, sotto le mentite spoglie di Gatto Randagio, dal sito Remocontro… ” Visto che siamo lì lì che è quasi Natale, e un  po’ di commozione fa bene a tutti… una piccola storia che ha il sapore di un Canto di Natale, come me l’ha raccontata in una sua lettera Giovanni Farina, ergastolano nel carcere di Catanzaro ( forse l’ho già accennato, da qualche tempo scambio parole, e con interesse e piacere, con persone “molto ma molto cattive”…) . E’ la storia di un altro Giovanni, reduce di guerra, che aiutava nei lavori di campagna, e che della guerra continuamente ricordava episodi…

Ecco: “Una notte eravamo in trincea, splendeva nel cielo una luna piena che si vedeva oltre il filo spinato, e anche il volo di un piccolo uccello notturno. Avevamo paura a sporgerci per non rischiare di fare da bersaglio a qualche cecchino. Mentre regnava il silenzio più assoluto, sentimmo il pianto di un bimbo. Quel pianto delicato come un piccolo lamento in quel luogo di guerra ruppe il silenzio e nelle nostre orecchie fece più rumore di cento cannonate. Un mio compagno dopo un po’ si trascinò fuori dalla trincea, carponi sotto i reticolati, per raggiungere il luogo dal quale quel pianto proveniva. Dopo circa un’ora lo vedemmo tornare con una bambina in fasce, di pochi giorni. Ci disse che la madre morta la teneva ancora stretta nelle sue braccia. Non avevamo latte, provammo a farle inghiottire dell’acqua zuccherata. Durante la notte la bimba morì. Sulla tomba scrivemmo ‘Volevamo chiamarti Angelita’ ”. (…) Leggi il resto dell’articolo »