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    Un racconto da un’altra riva – 1

    Buongiorno,

    anzi buonasera, visto che il mio orologio segna le 20 e 57 e vedo che fuori la finestra c’è buio, e sul buio solo due punti bianchi e tre tendenti al giallo. Potrebbero sembrare luci ma sono semplici lampioni disegnati sul cartone nero calato davanti alla mia finestra. Non c’è più luce e ho già sonno. No, non sbadigliate. Come potete pretendere un attacco più allegro e meno sonno, se non riesco a uscire da questa gabbia di carta e di parole. Così buia… okey, okey, sono stato io a voler cominciare… ma cercate di capire, ad un certo momento non ce l’ho fatta più. Ieri, oggi, domani e poi domani ancora, sempre la stessa storia di tutti i giorni: tutte le storie del mondo a scorrermi davanti agli occhi su centinaia e centinaia di fogli di carta stampata. Quotidiani, settimanali, comunicati stampa, flash, scoop attendibili e notizie inattendibili, ipotesi verità e menzogne. Il mondo passato al setaccio della convenzione nera dei caratteri. C’è da impazzire. Qualche amico mi aveva già suggerito di ridurre gli abbonamenti e comunque chiedere al postino di cestinare almeno la metà degli stampati che mi arrivano, ma, distratto e pigro come sono, ho lasciato correre per troppo tempo.

    I caratteri, hanno cominciato loro a scivolare via dalle pagine dove pure arrivavano sistemati tutti in ordine. Hanno preso a strisciare dentro la mia stanza come lunghi serpenti di piombo. La mattina, poi, hanno preso il vizio di tuffarsi nella mia tazza di caffellatte. Ne uscivano gocciolanti e zuccherosi come sui bordi di una piscina di caramellato. Poi hanno preso a trascorrere le giornate acciambellati sulla mia poltrona. Si sono impossessati del telecomando e non c’è stato verso di vedere altro spettacolo che quello scelto da loro. Notizie, notizie e notiziari. Flash, straordinarie, notturne. Tutte le immagini frammentarie del mondo. Tutte le notizie del pianeta vomitate da bocche lagnose di rossetto. Fiumi di immagini e parole. Si inseguivano cicliche e ripetitive fino a diventare, capite bene, spirali di bugie. Hanno inondato anche i miei sogni. Le ho ritrovate una mattina stampigliate sulle tende bianche delle finestre e allora ho detto basta.

    Ho messo da parte solo qualche ritaglio di giornale, poi ho calato sulle pareti sipari di cartone. Tavole di cartone buio alle finestre. Vi ho segnato solo cinque puntini luminosi, due bianchi e tre gialli, perché di un minimo di luce si ha bisogno anche in un mondo tutto di carta. E ho deciso che nessuna storia sarebbe entrata più qui dentro senza il mio permesso. Sarei stato io a disegnarne i contorni, chiari su questo fondo di cartone nero, e riscriverle secondo le regole della mia grammatica.

    Anche perché io ho sempre avuto un sogno: il sogno del punto e virgola.

    Proprio così: il punto e la virgola, segno di interpunzione in netto declino, eppure così utile pausa nel fluire delle parole. Tempo del pensiero negato dalla virgola, sussulto tronco che non dà tregua. Tempo della continuità negata dal punto, conclusione senza appello di un pensiero definitivo. Avrei scelto, riscritto e rispedito ogni storia nel circuito esterno a questa mia ultima dimora.

    Ma non è stato così semplice, almeno per quanto riguarda l’autonomia di scelta. Conferma del sospetto, che ho sempre avuto, che le storie abbiano più forza di quanta ne possa disporre io per respingerle. Quanto alla possibilità di reintrodurre in qualche modo elementi di attendibilità e correttezza nel meccanismo infernale della produzione d’informazione, si tratta di un’impresa disperata. Devo ammetterlo. Ma nonostante tutto non ho nessuna  intenzione di arrendermi. Nonostante l’incredibile vicenda che mi è accaduta nei giorni scorsi. (1- continua)

     

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