Continuando il percorso, seguendo il cammino della storia della follia, Vittorio da Rios, ci ricorda il lavoro di Franca Ongaro e Franco Basaglia…
” Senza speranza non è la realtà, ma il sapere che nel –simbolo fantastico o matematico–si appropria la realtà come schema e cosi la perpetua. Citando Horkheimer e Adorno, Franca Ongaro Basaglia, e Franco Basaglia danno inizio a un fondamentale saggio sulla “Follia e Delirio”. Nel capitolo I Ragione e follia si rileva: Non esiste storia della follia che non sia storia della ragione. Lo stesso sforzo di Foucault di seguire l’itinerario del silenzio o della parola del folle nei secoli, è ricerca dell’interpretazione di quel silenzio o di quella parola, quindi monologo della ragione sopra la follia 1961. Ma in questo monologo è implicito un atto che sarà essenziale nell’evoluzione della follia stessa; quello di ascriverla nel linguaggio di chi la ascolta e la giudica e di costringerla ad esprimersi secondo la logica di quel linguaggio. La storia della follia è storia di un giudizio, quindi storia della graduale evoluzione dei valori, delle regole, delle credenze, dei sistemi di potere su cui si fonda il gruppo sociale e su cui si iscrivono tutti i fenomeni nel processo di organizzazione della vita associata.
Ricordando Franco e Franca Basaglia
Quale amore, dunque…
Quale amore, dunque. Vittorio da Rios indica la strada… Ascoltate:
“Vi è sempre una giustificazione filosofica e culturale al caos. E quello attuale è un caos del tutto anomalo, di cui ancora non ce ne rendiamo conto della vastità. Nel nostro paese travagliatissimo, tragedia che inizia nel secolo breve con la Prima Guerra Mondiale, paradossalmente “l’emancipazione” femminile parte anche da lì, il lavoro nei campi, in fabbrica per sopperire alla mancanza degli uomini mandati come carne da macello in trincea. Poi la più grande catastrofe umanitaria della storia dell’ominide determinata dall’evento del nazifascismo. Ma quello che ha radicalmente modificato i rapporti tra la donna e l’uomo, ma in generale l’amore tra le creature umane a prescindere, è stata la cannibalizzazione da parte della cultura industriale, “abbandonato il grande progetto industriale di Adriano Olivetti”, della Grande civiltà agricola-contadina. E ora in piena era post-industriale, l’uomo e la donna si dimostrano smarriti spesso primi di entità oggetti inermi della devastante era dei telefonini e del digitale.
Frammenti di un discorso (poco) amoroso
“L’amore è un castigo. Veniamo puniti per non essere riusciti a rimanere soli”. Lo ha scritto Marguerite Yourcenar, che pure molto ha amato.
Non per scalfire le certezze di chi magari sta attraversando la fase felice della sua storia d’amore, quando non si riesce neppure a immaginare che le cose un giorno possano cambiare (e dio solo sa quanto arrivino a cambiare), ma quanta verità è nelle parole di chi tanto ha scavato e colto nelle pieghe dell’animo dell’uomo…
Un po’ di questa verità Gatto Randagio avrebbe voluto ben regalarla alle due giovani donne che mi ha detto di aver incrociato per strada, nei giorni scorsi, lungo il suo solito percorso mattutino. Per aiutarle un po’ a ragionare, perché gli erano sembrate piuttosto confuse, quelle donne, così arrabbiate, deluse, lacerate… Insomma, colpite al cuore da quel “castigo”, che tante vite infesta. Ascoltate i frammenti che ha colto di un discorso, ben poco, amoroso.
La prima donna, martedì pomeriggio.
Il diritto di scegliere…
Riflettendo, sul momento della morte, attraverso la storia del pensiero e delle culture. Ascoltate questa profonda riflessione-lezione che Vittorio da Rios ancora ci regala:
“Il Cardinale Martini evidenziava come la Chiesa istituzionale sia in ritardo di oltre duecento anni rispetto alle mutate sensibilità e acquisizioni culturali e civili della società.Ben sappiamo quanto abbia condizionato e continui a influire negativamente le conquiste etico civili dei popoli. A riguardo della nostra finitezza biologica potremmo ben dire che i “vivi” non hanno mai capito a fondo quel concetto oscuro che si è andato costruendo attorno alla morte, all’invecchiamento, all’agonia, e al cadavere dell’uomo. Tutti i gruppi umani anche i più arcaici hanno cozzato contro un fenomeno tanto inevitabile e impenetrabile. Assurda, inspiegabile,
Il dolore degli altri…
Strano paese questo nostro, dove non si è liberi di morire pur desiderando, quando gravemente malati, una morte dignitosa senza oltre soffrire, ma dove sembra che non si possa che morire, anche se faresti di tutto per vivere, se il diritto alla cura si infrange su uno dei tanti muri che a quel diritto si frappongono, come quelli (non finirò mai di parlarne) della cella di una prigione.
Il diritto alla vita e il diritto alla morte. E quale vita e quale morte, se entrambe negate. Possono sembrare questioni diverse e lontane, opposte, persino… ma c’è un filo rosso, credo, che le unisce, passando per la nostra indifferenza, che tutto trasforma in prigioni. In cui rinchiudere, con il loro dolore, gli altri…
Con questo pensiero turbinante nella testa mi sono avviata venerdì mattina al convegno della Camera penale di Roma sul caso DJ Fabo,
Già fantasmi prima di morire
“E’ stata una nottata particolarmente afosa, le labbra mi bruciano più del solito, mi sono spalmata troppo aglio ieri sera. Non sono più disposta a farmi mordicchiare dagli scarafaggi. Io e la mia compagna di cella li abbiamo soprannominati chirurghi plastici. E’ la quarta volta questa estate che mi rifanno le labbra a canotto e occhi a dirigibile. Me li hanno rifatti così bene che Dominique quasi mi invidia per quelle labbra carnose che lei ha sempre desiderato”. Cronaca di un’ordinaria notte d’estate nella cella di un carcere…
Finora sono solo uomini le persone che ho incontrato in carcere, maschi e “cattivissimi”. Sempre ne esco, dai nostri incontri, turbata quando non sconvolta (e come ci si può abituare all’idea delle condizioni in cui confiniamo le persone, un surplus di pena nella pena che nessuna colpa, a mio parere, può giustificare…), e neppure riesco a pensare quanto più feroce e più duro possa essere per una donna, per quanto “cattiva” ci si possa sforzare di immaginarla, abitare un universo così tremendo, e tutto costruito avendo come riferimento il mondo maschile.
Poi Sandra Berardi (presidente dell’associazione Yaiahira) mi ha fatto leggere la testimonianza di Monica. Monica Scaglia, una condanna a nove anni, cinque già scontati fra le carceri di Torino e Vercelli, ora da qualche mese ai domiciliari per gravi motivi di salute (Monica ha un tumore, quando è entrata in carcere aveva già subito una serie di operazioni). E pensandola e vedendola nel buio dell’indecenza di un carcere, lei e le altre, difficile scrollarsi di dosso il senso di tremendo disagio, il dolore, la paura…
Le possibili rivoluzioni…
Una lezione di storia e di filosofia, da Vittorio da Rios:
“Bertrand Russell nel suo imponente lavoro la “saggezza dell’occidente” nel prologo si pone una domanda: Cosa fanno i filosofi quando lavorano? Ecco una strana domanda alla quale possiamo tentare di rispondere mettendo innanzitutto in chiaro cosa non fanno. Nel mondo che ci circonda, vi sono molte cose che si comprendono benissimo. Prendete ad esempio il funzionamento dei motori di un piroscafo. Ciò entra nel campo della meccanica e della termodinamica. Sappiamo anche molte cose su come è fatto e funziona il corpo umano. Si tratta di materie studiate dall’anatomia e dalla fisiologia. Considerate infine i movimenti delle stelle, cosa di cui sappiamo parecchio. Essi riguardano l’astronomia.



