Finché morte non ci separi ( questo è il titolo che hanno messo nel sito)
“Avevo deciso di non parlarne, per ora… e lasciarlo lì in un cantuccio dell’anima, l’incontro che lunedì scorso ho avuto a Parma, nel carcere di Parma, con Claudio Conte, da quattro anni ormai caro amico di penna…
Ma il mal di testa scoppiato mentre ero là dentro, ancora non vuole passare. Chissà che buttando fuori tutto quello che mi si è rappreso nell’anima…
E dunque finalmente l’ho incontrato. Claudio Conte, ricordate? Quello che due anni fa, nel carcere di Catanzaro, ha costruito un presepe intorno all’immagine di Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni annegato nel tentativo di raggiungere la Grecia. Da più di un anno Claudio si trova in quel di Parma, un manufatto di ferro e cemento come tutte le carceri “moderne” alla periferia della città, Lontano dagli occhi e, come si dice, dal cuore… E, devo dire, quando arrivi, quasi ti rassereni un po’ per via delle siepi e degli alberi che ombreggiano il viale che porta, oltre il cancello d’ingresso, alla struttura. Peccato che appena entri nel gelido e grigio e lungo lungo corridoio, quasi un tunnel, che arriva agli edifici interni, capisci subito che tutto quel verde chi è lì detenuto neppure lo vede. E dopo un po’, immagino, lo dimentica persino… insieme a tante, troppe cose, della vita…
Claudio, condannato all’ergastolo, è in carcere da quando aveva diciotto anni. Una prima breve condanna appena diventato maggiorenne, poi sei mesi fuori, nei quali, mi ha detto, si è giocato la vita. Oggi ha 47 anni e mi racconta di quanto quel tempo sia lontanissimo.
Mi racconta, soprattutto,
Finché morte non ci separi
La fiaba di Mademba
Ormai, credo di averli comprati quasi tutti, i librini che giovani africani offrono appostati a pochi passi dall’ingresso delle grandi librerie. E non tanto per loro insistenza, ché a volte sembra proprio faticoso sottrarsi…, ma perché ce ne sono davvero di bellini. Ho preso soprattutto i racconti di fiabe, fiabe d’Africa. Apri la prima pagina, e già sembra di sentire il richiamo dei griot, che invitano a trovare lo spazio di una pausa, accucciarsi accanto, lì in terra, e lasciarsi affascinare dalle loro storie che, fra suggestioni di antiche mitologie e ammiccante ironia, narrano dell’uomo, della sua terra, affollata di animali…e sempre raccontano dei perché… perché la pioggia, perché i fulmini… come vennero le malattie…perché il sole è il sole e perché la luna è la luna… insomma le cose della vita e della morte…
Una mattina, che ero a un bar di piazza Esedra tutta intenta a parlottare con Assunta, cara amica che lavora fuori Roma, e quindi quelle rare volte che ci s’incontra non si può essere disturbati… “No, non ne voglio, ne ho già comprati. E poi leggo solo fiabe e queste le ho già”, un po’ brusca ho liquidato quel ragazzo nero che si era avvicinato mostrandomi i suoi libri.
“Ma questo l’ho scritto io. Proprio io!” e con garbo deciso mi ha messo sotto il naso una copertina brunita. “Il mio viaggio della speranza”. E mi sembrava ci fosse orgoglio nei suoi occhi gentili, sorridenti di luce che… “Bèh, se sei proprio l’autore…”.
Così l’altro ieri ho cominciato a leggere. E in un attimo l’ho percorso anch’io, il viaggio della speranza dal Senegal all’Italia, di Bay, Bay Mademba. Una storia che suona subito terribilmente simile alla storia di tanti di cui leggiamo, degli orrori, delle paure, dei trafficanti di uomini, delle prigioni… ma nessuna vita è mai uguale alle altre e leggerne in un diario di cui hai incontrato l’autore è come accettare l’invito ad accucciarsi in terra, accanto a lui, e ascoltarne la voce. Perché proprio come un griot May Mademba ha raccontato la sua storia. Con il linguaggio semplice e diretto e cullante delle fiabe. Che tante cose spiegano della vita e della morte, e sempre riescono a stupire…
Guardarsi intorno…
Ritrovo questo pensiero di quattro anni fa… Era anche allora inizio d’autunno. Guardandomi intorno, in una stazione di metropolitana, cercando sguardi, ma trovando nient’altro che teorie di persone, giovani, meno giovani, di ogni razza, con lo sguardo intento sul piccolo schermo di qualcosa di elettronico… a lanciare messaggi, cercare risposte, a scavare, tutti, nell’altrove… Esercizi, di nullificazione del presente, e di chi, ciascuno, pure ha al suo fianco. O costruzione, aerea, di nuove prigioni…
Ieri, quattro anni dopo, ancora una giornata di quell’azzurro che solo settembre sa regalare… su un autobus nel tentativo di attraversare la città, ho avuto netta l’impressione che questo nostro frenetico comunicare, sia diventato una rete che ormai ci imprigiona tutti, legandoci a tutto e a tutti in ogni momento della vita. Più che impressione, un incubo, ché quella rete è come tela di ragno, impalpabile e vischiosa, che tutti ha preso nella sua trappola…
E come non sentirsi soffocare… pensavo ieri, assediata da un chiacchiericcio confuso di persone, ognuna a parlare con qualcun altro che non era sull’autobus, e a parlargli a voce alta, altissima nei momenti più eccitati, come se intorno non ci fosse nessuno oltre al fantasma del proprio interlocutore… e parlando, anche, delle cose più intime…
E così vengo a sapere che
Quando soffia il vento….
dal sito Envi.info, un bell’articolo di Enzo Lavagnini, che è critico cinematografico e molte altre cose ancora… Ci parla del film d’animazione “Quando soffia il vento”. Uno splendido lavoro di Murakami ambientato nel tempo della Guerra Fredda. Quanto mai di attualità… purtroppo…
La guerra fredda
Parliamo del film Quando soffia il vento, splendido esempio di delicatissima animazione d’annata di Jimmy T. Murakami, basato su una graphic novel di Raymond Briggs, ossia di uno dei più vibranti ed efficaci atti d’accusa contro la follia dei governi e della guerra nucleare.
Gli anni 80, che originano direttamente il film, sono stati anni di una guerra nucleare sempre incombente, per errore umano o per bellicosità di una delle dusuperpotenze che si fronteggiavano nella sempre più aspra “guerra fredda”. Il mondo intero ne era attanagliato. Manifestazioni di pacifisti invadevano le strade delle metropoli. Il 7 novembre 1985, Reagan e Gorbaciov a Ginevra, ammisero addirittura la possibilità concreta di una guerra nucleare non intenzionale, ossia l’inizio di ostilità causate da un errore tecnico o umano.
In questo clima di paura da atomica si situa la poetica ed emblematica storia di Jim ed Hilda, una tenera coppia di anziani inglesi.
Jim ed Hilda vivono la loro vita semplice e serena nella loro casa di campagna nel remoto Sussex. Una vita fatta di piacevoli ripetizioni di gesti uguali, di scambi di parole conosciute a menadito e soprattutto di un affetto duraturo.
Pietre
Solo qualche appunto, e molte domande. Continuando ad avere davanti agli occhi il volto bambino di lei, e le sue labbra brillanti del colore ciclamino di un rossetto con il quale solo a sedici anni puoi giocare… il collage di foto amorose abbarbicata al ragazzino al quale, in un gioco pur già troppo doloroso, pensava di appartenere… e quell’inconsapevole grido d’aiuto lanciato su FB… Non è amore se c’è violenza…
Chiedendomi con quale grumo di violenza nell’animo è cresciuto lui, appena diciassette anni, e le tracce di peluria sul volto che non sono neppure un’ombra… eppure, nel rapporto con la sua ragazzina, già maschio della peggior specie… e quale parte paurosa della propria anima ha pensato di nascondere nel pozzo con il corpo di lei, sotto un cumulo di sassi, insieme alla terribile verità di quell’omicidio…
Tutto in questa storia sembra avere la pesantezza delle pietre… come quelle del tumulo che ha malamente nascosto il corpo di lei…
Ne avrete sentite di reazioni e pensieri e commenti, e la pena e il dolore, e dettagli e indecenze e più scomposti insulti e rabbie che ormai sempre si scatenano sulle vie del web… ché nessuno può lasciare indifferente la storia così tragica di due adolescenti, che appena appena, e in maniera così confusa e sbagliata, avevano iniziato il loro cammino nella vita adulta…
Fa tremare l’anima il pensiero di tanta violenza che si è impossessata delle emozioni di due vite così giovani. Perché insieme alla vita di chi quella violenza l’ha così tragicamente subita, non si può non pensare alla vita di chi quella violenza l’ha sentita crescere, incontenibile, dentro di sé…
Il disordine che abbiamo dentro…
Aprendo, a caso, una pagina da “La provincia dell’uomo”, di Elias Canetti…
“Nell’ordine c’è qualcosa di micidiale: nulla deve vivere dove non gli è consentito. L’ordine è un piccolo deserto che si è creato da sé. E’importante che sia delimitato, affinché chi possiede autorità su di esso possa prestare tutta la dovuta attenzione. Si sente povero l’uomo che non possiede alcun territorio deserto di questo genere, nel quale abbia il diritto di estirpare con furore cieco ogni cosa”.
C’è qualcosa di magico in questo libro di riflessioni e appunti raccolti negli anni da Canetti. Pagine dove davvero abita la grandezza.
Sfogliandolo, ogni volta, ti tocca sul vivo. E’ un po’ come lanciare in aria le monete dell’I King, il libro dei mutamenti, e stupirsi di leggere, nell’esagramma che ne nasce per indicare la via, l’istantanea dell’animo di chi interroga.
Così, questa riflessione dal quaderno degli appunti di Canetti del 1956, a proposito dell’“ordine”, sembra rispondere esattamente alle inquietudini, di questi giorni…
C’è qualcosa di malato nel bisogno di ordine, pensavo giusto ieri mattina,
Questioni di civiltà…
Benché settembre e il breve acquazzone, il pensiero ancora brucia…
“Scusa se sarò breve, ma questo caldo mi impedisce di pensare. Soffoco…”
Cominciano quasi tutte così le lettere dal carcere d’estate. E rileggendo tutte quelle ricevute in questi mesi (sempre c’è un sospiro in più, nascosto, da cogliere), il pensiero va a quella scatola di lamiera e cemento che è il carcere di Oristano, che per me d’estate un po’ tutti li rappresenta. Compare all’improvviso sull’orizzonte di una landa deserta. Il pallore della struttura si confonde con il nulla intorno. La vista inizia a tremolare. Pensi sia un miraggio, poi realizzi che è un incubo.
E quando si conosce la condizione terribile, impensabile, di chi è affidato alle cure dell’istituzione, c’è un po’ da vergognarsi a lamentarsi, noi liberi, del tempo che fa…
Ha ragione Carmelo Musumeci, che spiega che in prigione non c’è mai una via di mezzo: o fa freddo o fa caldo. E l’afa fa aumentare l’ansia e l’angoscia… “L’Assassino dei Sogni (il carcere, come lo chiama Musumeci) le notti d’estate ti mangia l’anima con più voracità. Ricordo bene che la sera, quando mi chiudevano il blindato, la cella si trasformava in una trappola. Il tempo si fermava e il mattino non arrivava mai. Per reagire alla malinconia e all’afa, in quelle notti terribili mi mettevo a scrivere, forse per questo quasi tutti i miei libri li ho scritti d’estate…”.
La voce delle piante…
Leggendo, in quel luogo della libertà e della prigionia di questi nostri tempi moderni che è internet, di un albero millenario, che si trova a Steinfurt, in Germania, un tiglio dalla chioma tanto ampia che è stato necessario costruire un’impalcatura che la sostenga. L’albero della danza, lo chiamano, perché all’ombra della sua chioma si svolgono da sempre balli e feste. Ma quale danza all’ombra dei nostri alberi?
Leggendo… dei trecento alberi storici abbattuti sui viali di Firenze…dei cinquanta pini tagliati a Burgio, ( da ignoti, questi, e sembra si tratti di intimidazione)… dei quattromila metri quadrati di bosco nel polmone verde del Santa Maria della Misericordia, a Udine, cedri, abeti e acacie, che dovranno far posto al cantiere per il nuovo ospedale… L’elenco delle stragi di alberi, vittime della nostra “civiltà” e delle nostre infamie, alle quali qua e là vanamente si oppongono cittadini e associazioni, sarebbe infinito…
Sapevate che le piante hanno una voce? E’ una melodia che nasce dal movimento della linfa, che alcuni scienziati hanno registrato. Una voce che parla di giorno, e si affievolisce col sonno della notte… Ma oggi sembra, questa voce, lamento, come di violino scordato, proprio come quello che suonava la Morte nella danza macabra ispirata al tema di goetiana memoria. Un suono che sa di pianto.
Stiamo uccidendo gli alberi, perché la nostra arroganza non vuole sentirne la voce profonda, che parla di un’intelligenza vegetale da cui dovremmo invece prendere esempio.
Ne ha parlato, qualche giorno fa, su un quotidiano, Stefano Mancuso, neurobiologo che molto ha studiato il mondo vegetale e racconta la straordinaria forza che nasce dall’intelligenza silenziosa delle piante. (…)

Pitigliano, l XVI Festival di Letteratura Resistente. Il gruppo Aiwa insieme agli altri autori di Le strade Bianche. Marcello Baraghini promette loro una nuova edizione di “Aiwa la nostra Africa”, e magari anche le magliette e le cartoline con i disegni.