Ormai, credo di averli comprati quasi tutti, i librini che giovani africani offrono appostati a pochi passi dall’ingresso delle grandi librerie. E non tanto per loro insistenza, ché a volte sembra proprio faticoso sottrarsi…, ma perché ce ne sono davvero di bellini. Ho preso soprattutto i racconti di fiabe, fiabe d’Africa. Apri la prima pagina, e già sembra di sentire il richiamo dei griot, che invitano a trovare lo spazio di una pausa, accucciarsi accanto, lì in terra, e lasciarsi affascinare dalle loro storie che, fra suggestioni di antiche mitologie e ammiccante ironia, narrano dell’uomo, della sua terra, affollata di animali…e sempre raccontano dei perché… perché la pioggia, perché i fulmini… come vennero le malattie…perché il sole è il sole e perché la luna è la luna… insomma le cose della vita e della morte…
Una mattina, che ero a un bar di piazza Esedra tutta intenta a parlottare con Assunta, cara amica che lavora fuori Roma, e quindi quelle rare volte che ci s’incontra non si può essere disturbati… “No, non ne voglio, ne ho già comprati. E poi leggo solo fiabe e queste le ho già”, un po’ brusca ho liquidato quel ragazzo nero che si era avvicinato mostrandomi i suoi libri.
“Ma questo l’ho scritto io. Proprio io!” e con garbo deciso mi ha messo sotto il naso una copertina brunita. “Il mio viaggio della speranza”. E mi sembrava ci fosse orgoglio nei suoi occhi gentili, sorridenti di luce che… “Bèh, se sei proprio l’autore…”.
Così l’altro ieri ho cominciato a leggere. E in un attimo l’ho percorso anch’io, il viaggio della speranza dal Senegal all’Italia, di Bay, Bay Mademba. Una storia che suona subito terribilmente simile alla storia di tanti di cui leggiamo, degli orrori, delle paure, dei trafficanti di uomini, delle prigioni… ma nessuna vita è mai uguale alle altre e leggerne in un diario di cui hai incontrato l’autore è come accettare l’invito ad accucciarsi in terra, accanto a lui, e ascoltarne la voce. Perché proprio come un griot May Mademba ha raccontato la sua storia. Con il linguaggio semplice e diretto e cullante delle fiabe. Che tante cose spiegano della vita e della morte, e sempre riescono a stupire…
La fiaba di Mademba
Guardarsi intorno…
Ritrovo questo pensiero di quattro anni fa… Era anche allora inizio d’autunno. Guardandomi intorno, in una stazione di metropolitana, cercando sguardi, ma trovando nient’altro che teorie di persone, giovani, meno giovani, di ogni razza, con lo sguardo intento sul piccolo schermo di qualcosa di elettronico… a lanciare messaggi, cercare risposte, a scavare, tutti, nell’altrove… Esercizi, di nullificazione del presente, e di chi, ciascuno, pure ha al suo fianco. O costruzione, aerea, di nuove prigioni…
Ieri, quattro anni dopo, ancora una giornata di quell’azzurro che solo settembre sa regalare… su un autobus nel tentativo di attraversare la città, ho avuto netta l’impressione che questo nostro frenetico comunicare, sia diventato una rete che ormai ci imprigiona tutti, legandoci a tutto e a tutti in ogni momento della vita. Più che impressione, un incubo, ché quella rete è come tela di ragno, impalpabile e vischiosa, che tutti ha preso nella sua trappola…
E come non sentirsi soffocare… pensavo ieri, assediata da un chiacchiericcio confuso di persone, ognuna a parlare con qualcun altro che non era sull’autobus, e a parlargli a voce alta, altissima nei momenti più eccitati, come se intorno non ci fosse nessuno oltre al fantasma del proprio interlocutore… e parlando, anche, delle cose più intime…
E così vengo a sapere che
Quando soffia il vento….
dal sito Envi.info, un bell’articolo di Enzo Lavagnini, che è critico cinematografico e molte altre cose ancora… Ci parla del film d’animazione “Quando soffia il vento”. Uno splendido lavoro di Murakami ambientato nel tempo della Guerra Fredda. Quanto mai di attualità… purtroppo…
La guerra fredda
Parliamo del film Quando soffia il vento, splendido esempio di delicatissima animazione d’annata di Jimmy T. Murakami, basato su una graphic novel di Raymond Briggs, ossia di uno dei più vibranti ed efficaci atti d’accusa contro la follia dei governi e della guerra nucleare.
Gli anni 80, che originano direttamente il film, sono stati anni di una guerra nucleare sempre incombente, per errore umano o per bellicosità di una delle dusuperpotenze che si fronteggiavano nella sempre più aspra “guerra fredda”. Il mondo intero ne era attanagliato. Manifestazioni di pacifisti invadevano le strade delle metropoli. Il 7 novembre 1985, Reagan e Gorbaciov a Ginevra, ammisero addirittura la possibilità concreta di una guerra nucleare non intenzionale, ossia l’inizio di ostilità causate da un errore tecnico o umano.
In questo clima di paura da atomica si situa la poetica ed emblematica storia di Jim ed Hilda, una tenera coppia di anziani inglesi.
Jim ed Hilda vivono la loro vita semplice e serena nella loro casa di campagna nel remoto Sussex. Una vita fatta di piacevoli ripetizioni di gesti uguali, di scambi di parole conosciute a menadito e soprattutto di un affetto duraturo.
Pietre
Solo qualche appunto, e molte domande. Continuando ad avere davanti agli occhi il volto bambino di lei, e le sue labbra brillanti del colore ciclamino di un rossetto con il quale solo a sedici anni puoi giocare… il collage di foto amorose abbarbicata al ragazzino al quale, in un gioco pur già troppo doloroso, pensava di appartenere… e quell’inconsapevole grido d’aiuto lanciato su FB… Non è amore se c’è violenza…
Chiedendomi con quale grumo di violenza nell’animo è cresciuto lui, appena diciassette anni, e le tracce di peluria sul volto che non sono neppure un’ombra… eppure, nel rapporto con la sua ragazzina, già maschio della peggior specie… e quale parte paurosa della propria anima ha pensato di nascondere nel pozzo con il corpo di lei, sotto un cumulo di sassi, insieme alla terribile verità di quell’omicidio…
Tutto in questa storia sembra avere la pesantezza delle pietre… come quelle del tumulo che ha malamente nascosto il corpo di lei…
Ne avrete sentite di reazioni e pensieri e commenti, e la pena e il dolore, e dettagli e indecenze e più scomposti insulti e rabbie che ormai sempre si scatenano sulle vie del web… ché nessuno può lasciare indifferente la storia così tragica di due adolescenti, che appena appena, e in maniera così confusa e sbagliata, avevano iniziato il loro cammino nella vita adulta…
Fa tremare l’anima il pensiero di tanta violenza che si è impossessata delle emozioni di due vite così giovani. Perché insieme alla vita di chi quella violenza l’ha così tragicamente subita, non si può non pensare alla vita di chi quella violenza l’ha sentita crescere, incontenibile, dentro di sé…
Il disordine che abbiamo dentro…
Aprendo, a caso, una pagina da “La provincia dell’uomo”, di Elias Canetti…
“Nell’ordine c’è qualcosa di micidiale: nulla deve vivere dove non gli è consentito. L’ordine è un piccolo deserto che si è creato da sé. E’importante che sia delimitato, affinché chi possiede autorità su di esso possa prestare tutta la dovuta attenzione. Si sente povero l’uomo che non possiede alcun territorio deserto di questo genere, nel quale abbia il diritto di estirpare con furore cieco ogni cosa”.
C’è qualcosa di magico in questo libro di riflessioni e appunti raccolti negli anni da Canetti. Pagine dove davvero abita la grandezza.
Sfogliandolo, ogni volta, ti tocca sul vivo. E’ un po’ come lanciare in aria le monete dell’I King, il libro dei mutamenti, e stupirsi di leggere, nell’esagramma che ne nasce per indicare la via, l’istantanea dell’animo di chi interroga.
Così, questa riflessione dal quaderno degli appunti di Canetti del 1956, a proposito dell’“ordine”, sembra rispondere esattamente alle inquietudini, di questi giorni…
C’è qualcosa di malato nel bisogno di ordine, pensavo giusto ieri mattina,
Questioni di civiltà…
Benché settembre e il breve acquazzone, il pensiero ancora brucia…
“Scusa se sarò breve, ma questo caldo mi impedisce di pensare. Soffoco…”
Cominciano quasi tutte così le lettere dal carcere d’estate. E rileggendo tutte quelle ricevute in questi mesi (sempre c’è un sospiro in più, nascosto, da cogliere), il pensiero va a quella scatola di lamiera e cemento che è il carcere di Oristano, che per me d’estate un po’ tutti li rappresenta. Compare all’improvviso sull’orizzonte di una landa deserta. Il pallore della struttura si confonde con il nulla intorno. La vista inizia a tremolare. Pensi sia un miraggio, poi realizzi che è un incubo.
E quando si conosce la condizione terribile, impensabile, di chi è affidato alle cure dell’istituzione, c’è un po’ da vergognarsi a lamentarsi, noi liberi, del tempo che fa…
Ha ragione Carmelo Musumeci, che spiega che in prigione non c’è mai una via di mezzo: o fa freddo o fa caldo. E l’afa fa aumentare l’ansia e l’angoscia… “L’Assassino dei Sogni (il carcere, come lo chiama Musumeci) le notti d’estate ti mangia l’anima con più voracità. Ricordo bene che la sera, quando mi chiudevano il blindato, la cella si trasformava in una trappola. Il tempo si fermava e il mattino non arrivava mai. Per reagire alla malinconia e all’afa, in quelle notti terribili mi mettevo a scrivere, forse per questo quasi tutti i miei libri li ho scritti d’estate…”.
La voce delle piante…
Leggendo, in quel luogo della libertà e della prigionia di questi nostri tempi moderni che è internet, di un albero millenario, che si trova a Steinfurt, in Germania, un tiglio dalla chioma tanto ampia che è stato necessario costruire un’impalcatura che la sostenga. L’albero della danza, lo chiamano, perché all’ombra della sua chioma si svolgono da sempre balli e feste. Ma quale danza all’ombra dei nostri alberi?
Leggendo… dei trecento alberi storici abbattuti sui viali di Firenze…dei cinquanta pini tagliati a Burgio, ( da ignoti, questi, e sembra si tratti di intimidazione)… dei quattromila metri quadrati di bosco nel polmone verde del Santa Maria della Misericordia, a Udine, cedri, abeti e acacie, che dovranno far posto al cantiere per il nuovo ospedale… L’elenco delle stragi di alberi, vittime della nostra “civiltà” e delle nostre infamie, alle quali qua e là vanamente si oppongono cittadini e associazioni, sarebbe infinito…
Sapevate che le piante hanno una voce? E’ una melodia che nasce dal movimento della linfa, che alcuni scienziati hanno registrato. Una voce che parla di giorno, e si affievolisce col sonno della notte… Ma oggi sembra, questa voce, lamento, come di violino scordato, proprio come quello che suonava la Morte nella danza macabra ispirata al tema di goetiana memoria. Un suono che sa di pianto.
Stiamo uccidendo gli alberi, perché la nostra arroganza non vuole sentirne la voce profonda, che parla di un’intelligenza vegetale da cui dovremmo invece prendere esempio.
Ne ha parlato, qualche giorno fa, su un quotidiano, Stefano Mancuso, neurobiologo che molto ha studiato il mondo vegetale e racconta la straordinaria forza che nasce dall’intelligenza silenziosa delle piante. (…)
la cicogna crocifissa…
Non so se questo mese sia stato più crudele di altri… l’elenco delle turpitudini che, armati di feroce stoltezza, compiamo sugli animali, è sempre infinito. Ma c’è un episodio che tutta la nostra superba cattiveria sembra così bene, più di ogni altro forse, raccontare…
La morte della cicogna, infilzata, sulla cima del campanile di una chiesa, da croci di ferri messi lì perché non tornasse al nido. C’è un video che ne registra l’atroce fine. E’ difficile guardarlo fino in fondo, ma, coraggio, dategli appena uno sguardo… …
Non so quale voce si potrà più alzare da quella chiesa … verso quale dio… Ma non importa se l’artefice della trappola sia stato un prete, come è stato scritto, o altri. A quegli spuntoni rimane inchiodata, definitivamente trafitta, la nostra presunta umanità.
Come non leggere nell’agonia di una bianca cicogna, accanto al suo nido, la morte di tutto quello che di buono e di bello da sempre è simbolo.
Avevo letto che in alcuni paesi d’oriente le si attribuiva il potere di far concepire con il solo sguardo… Avevo letto che era anche simbolo di pietà filiale, perché si credeva nutrisse i propri vecchi…. Avevo letto che la cicogna, come l’airone sterminatore di serpenti, come l’ibis avversario del male, è pure simbolo del Cristo… Come non pensare che inchiodati a croci di ferro sono tutti i sentimenti e le attenzioni e l’amore per le creature del mondo che non sappiamo coltivare più, come a una croce, duemila anni fa, fu inchiodato il folle che invitava ad amare ladri e prostitute…
Scusate il turbamento, ma
Per le strade di Napoli…
Più nessuno mi porterà nel Sud…. Il lamento di Quasimodo martella da giorni nella testa…
Nostalgie d’agosto. Che volete, prendono anche al Gatto. Ormai, a una certa età, piuttosto zingaro stanziale, ma il randagismo è un moto dell’anima che nulla acquieta… …
Avrebbe volentieri preso un treno, ma è tanto che ormai non parte la sua Freccia del sud… E si stava davvero disperando (ad agosto prendono le peggiori malinconie, altro che Natale…), quando come per magia un file si è aperto su un vicolo di Napoli…
Non si è fatto pregare un istante e, prima che la porta si richiudesse, con grande gioia si è perso fra strade e vicoli di San Lorenzo, Sanità, Vomero, Quartieri spagnoli… tuffandosi nelle immagini colte da Agnese Tamburrini, che è giovane fotografa, grafica editoriale e designer, e che di Napoli, della sua Napoli, ha scelto dettagli che… “Gesù, Giuseppe, Sant’Anna, e Maria!” hanno fatto esclamare al Randagio ad ogni angolo. Ché il percorso fotografico che Agnese propone, incantandosi e incantandoci, racconta le edicole votive che più l’hanno affascinata.
Le cappellette della devozione privata e popolare… A Napoli ce n’è un’infinità. In ogni quartiere, ogni angolo, ogni casa, segnano il percorso di una dimensione altra che si apre negli interstizi della città. Piccoli varchi da tenere aperti con il mondo di là, per essere sicuri che qualcuno “lassù” pensi a noi, non ci lasci soli con le nostre miserie..
Pitigliano, l XVI Festival di Letteratura Resistente. Il gruppo Aiwa insieme agli altri autori di Le strade Bianche. Marcello Baraghini promette loro una nuova edizione di “Aiwa la nostra Africa”, e magari anche le magliette e le cartoline con i disegni.