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    la cicogna crocifissa…

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    cicogna-campanileNon so se questo mese sia stato più crudele di altri… l’elenco delle turpitudini che, armati di feroce stoltezza, compiamo sugli animali, è sempre infinito. Ma c’è un episodio che tutta la nostra superba cattiveria sembra così bene, più di ogni altro forse, raccontare…
    La morte della cicogna, infilzata, sulla cima del campanile di una chiesa, da croci di ferri messi lì perché non tornasse al nido. C’è un video che ne registra l’atroce fine. E’ difficile guardarlo fino in fondo, ma, coraggio, dategli appena uno sguardo… …
    Non so quale voce si potrà più alzare da quella chiesa … verso quale dio… Ma non importa se l’artefice della trappola sia stato un prete, come è stato scritto, o altri. A quegli spuntoni rimane inchiodata, definitivamente trafitta, la nostra presunta umanità.
    Come non leggere nell’agonia di una bianca cicogna, accanto al suo nido, la morte di tutto quello che di buono e di bello da sempre è simbolo.
    Avevo letto che in alcuni paesi d’oriente le si attribuiva il potere di far concepire con il solo sguardo… Avevo letto che era anche simbolo di pietà filiale, perché si credeva nutrisse i propri vecchi…. Avevo letto che la cicogna, come l’airone sterminatore di serpenti, come l’ibis avversario del male, è pure simbolo del Cristo… Come non pensare che inchiodati a croci di ferro sono tutti i sentimenti e le attenzioni e l’amore per le creature del mondo che non sappiamo coltivare più, come a una croce, duemila anni fa, fu inchiodato il folle che invitava ad amare ladri e prostitute…
    Scusate il turbamento, ma

    Per le strade di Napoli…

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    cappelletta 4Più nessuno mi porterà nel Sud…. Il lamento di Quasimodo martella da giorni nella testa…
    Nostalgie d’agosto. Che volete, prendono anche al Gatto. Ormai, a una certa età, piuttosto zingaro stanziale, ma il randagismo è un moto dell’anima che nulla acquieta… …
    Avrebbe volentieri preso un treno, ma è tanto che ormai non parte la sua Freccia del sud… E si stava davvero disperando (ad agosto prendono le peggiori malinconie, altro che Natale…), quando come per magia un file si è aperto su un vicolo di Napoli…
    Non si è fatto pregare un istante e, prima che la porta si richiudesse, con grande gioia si è perso fra strade e vicoli di San Lorenzo, Sanità, Vomero, Quartieri spagnoli… tuffandosi nelle immagini colte da Agnese Tamburrini, che è giovane fotografa, grafica editoriale e designer, e che di Napoli, della sua Napoli, ha scelto dettagli che… “Gesù, Giuseppe, Sant’Anna, e Maria!” hanno fatto esclamare al Randagio ad ogni angolo. Ché il percorso fotografico che Agnese propone, incantandosi e incantandoci, racconta le edicole votive che più l’hanno affascinata.
    Le cappellette della devozione privata e popolare… A Napoli ce n’è un’infinità. In ogni quartiere, ogni angolo, ogni casa, segnano il percorso di una dimensione altra che si apre negli interstizi della città. Piccoli varchi da tenere aperti con il mondo di là, per essere sicuri che qualcuno “lassù” pensi a noi, non ci lasci soli con le nostre miserie..

    La salvezza che viene dal deserto….

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    villagAppunti stralunati… Si vede che il caldo dà alla testa anche al Randagio, e quasi gli manca il respiro. Ché all’afa si aggiunge la suggestione di nomi che, con le tremende immagini che evocano, anche solo a pronunciarli ci si sente incenerire… Caronte, che ci ha traghettato verso Lucifero (ma chi è che affibbia i nomi ai fenomeni atmosferici stagionali?)… e “lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”…
    Ma l’inferno proprio ci sta tutto. E sono cieli di fuoco, roghi d’infamia, notti senza respiro… che disegnano orizzonti di solitudine. Della nostra solitudine…
    Ma Gatto Randagio sempre randagio è, e a casa asserragliato proprio non gli riesce di stare. Quindi continua a scendere in strada, nonostante l’impiantito di pietra e cemento del marciapiede gli bruciacchi i piedi, a fare almeno un giretto nel quartiere…
    Ieri, intorno a mezzogiorno, per strada solo qualche ombra diradata, un gruppetto di vecchini accasciati al tavolino del bar, una famigliola con l’aria di aver perso la strada, occhi sfranti che puntano sul vuoto, due piccioni stramazzati sull’asfalto, e fantasmi di auto in fuga chissà verso dove…
    Davvero nessuno con cui incrociare sguardi… E stava per tornarsene mesto verso casa, quando svoltando l’angolo che porta al supermercato ha visto che era ancora lì, quel ragazzo nero nero al quale qualche volta dà qualche spiccio, con il quale a volte scambia parole, e che sempre gli sorride, e sempre lo saluta invocando su di lui la benedizione di dio ( quale dio non abbiamo mai indagato)… Festah ( o Pasquah…chissà come ha detto un giorno di chiamarsi) ancora gli ha sorriso, con l’aria di chi è davvero contento dell’incontro, e poi ha ripreso la lettura del libro che aveva in mano. E chissà quanto tempo ancora sarà rimasto lì, in calma e fiduciosa attesa del suo giorno…

    Un cucchiaio in Eritrea….

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    cucchiaioCome nascono le parole… a volte percorsi impensabili… Questa è davvero deliziosa. L’ha raccontata Amr Adem, che viene dall’Eritrea. Giornalista, dal suo paese è fuggito quando il regime ha iniziato ad arrestare i giornalisti… Ora, nel nostro paese, è mediatore culturale….. ascoltate cosa dice… 

    “Ieri c’è stata una conversazione tra me e un collega di lavoro durante la pausa pranzo per spiegare perché gli Eritrei chiamano il cucchiaio “manca” e “manca” è una parola in Tigrino (la lingua parlata nell’altopiano in Eritrea). Ho spiegato che la parola non arriva dalla lingua tigrina, ma viene da una storia durante il colonialismo italiano in Eritrea.
    Un cameriere eritreo è assunto in un ristorante italiano in Asmara solo per apparecchiare e sparecchiare i tavoli e il proprietario del ristorante gli spiega come si apparecchia la tavola e le posizioni delle posate. Il giorno dopo comincia a sistemare i tavoli e dimentica di mettere i cucchiai vicino a coltelli e forchette sul tavolo: quando arriva il proprietario per controllare i tavoli prima di aprire il ristorante comincia a dire al ragazzo che manca qualcosa, ma il ragazzo non capisce bene l’Italiano e comincia a spostare le cose sul tavolo e guardare verso il proprietario che dice di nuovo con voce alta: “MANCA QUALCOSA.. MANCA”. Dopo qualche minuto e dopo tanti tentativi il ragazzo si accorge che mancano i cucchiai: quando li mette sui tavoli e sente il proprietario dire: “bene, bravo”, pensa che il cucchiaio si chiami MANCA. Uscendo dal lavoro comincia a raccontare ai suoi amici che per colpa del “manca” (cucchiaio) ha perso il lavoro. Quindi da questa data la parola MANCA fa parte del vocabolario eritreo e oggi gli Eritrei tra loro usano questa parola, tutta colpa di questo cameriere geniale!”

    Quei pericolosi trattini…. Dal buio del 41bis

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    COPURLAnell’ultimo numero della rivista “Una città”, la lettera di Sandro Lo piccolo. Dal buio del 41bis….
    ” Cari amici, innanzi tutto mi presento: mi chiamo Sandro Lo Piccolo, sono nato a Palermo il 16 – 2 -1975 e mi trovo ristretto al 41 bis dal giorno del mio arresto 5 novembre 2007.
    Scrivo per far sapere delle repressioni inumane che ho subito dal 4 luglio dello scorso anno, giorno in cui mi è stato vietato di scrivere o di ricevere corrispondenza da mio padre. Praticamente mi hanno applicato pretestuosamente il 18 ter con mio padre, anch’egli ristretto al 41 bis nella così detta area riservata di Parma. Prendendo come pretesto questa direzione due missive sequestrate 8 mesi fa per dei trattini “ = ” che mio padre usava come parentesi. Da premettere che l’ufficio censura di Parma, conoscendo il modo di scrivere di mio padre, le aveva ritenute idonee all’inoltro e quindi inoltrate. Arrivate poi qui mi sono state trattenute per la prevenzione e la sicurezza dell’istituto e della nazione, ritenendo i trattini pericolosi. Lettere che ci inviavamo con mio padre una alla settimana con parole di affetto, di amore e di solidarietà.
    L’unico mezzo per acquisire affetto con mio padre, tra l’altro persona anziana di 74 anni, era la corrispondenza epistolare,

    ELETTROSHOCK

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    Elettroshock“In quel manicomio esistevano gli orrori degli elettroshock. Ogni tanto ci assiepavano dentro una stanza e ci facevano quelle orribili fatture. Io le chiamavo fatture perché non servivano che ad abbrutire il nostro spirito e le nostre menti. La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra.
    Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”.
    L’atroce ricordo di Alda Merini, ritrovato in Salute ok… mi frulla e rifrulla nella testa dopo essere incappata, randagiando fra le pagine del Forum della salute mentale, in ‘notiziole’ che forse non avrete incontrato sulla stampa nazionale, ma che al Randagio hanno fatto drizzare tutti i peli sulla schiena… leggendo un intervento di Peppe dell’Acqua (l’ex direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, direttore della collana ‘180 archivio critico della salute mentale’ e tante altre cose ancora) che fra l’altro denuncia: “In Alto Adige esiste una psichiatria ospedaliera, medica, oggettivante. Si sperimentano protocolli di terapie farmacologiche che sono al di fuori di ogni razionalità, è uno dei pochi territori in Italia dove si fa l’elettroshock e si usano pratiche restrittive come le porte chiuse”. E già ti soffoca il respiro…
    Ma quello che ancora di più inquieta,

    Piccoli cittadini crescono…

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    non lasciateci soliGabriele è un bel bambino dagli occhi acuti. Di un celeste così limpido che sembrano a volte ridere come mormorii d’acqua di fonte…
    Quest’anno ha fatto la prima elementare, e va tutto fiero dell’aver imparato a leggere, che i libri per lui hanno sempre meno misteri. La prima volta che è venuto a casa mia, ha sbarrato gli occhi davanti la libreria… che, coprendo l’intera parete, dal pavimento al soffitto, a lui piccolino, aveva si e no quattro anni, deve essere sembrata immensa. Immensa e davvero desiderabile se la prima cosa che mi ha chiesto è stata: – Come si fa ad avere una biblioteca come la tua? Voglio farmela anch’io!-. Desiderio stupefacente per un bambino così piccolo.
    Ma dev’essere tendenza di famiglia. Gabriele è fratello di Jasmine, ricordate?, la ragazzina che mi ha chiesto in prestito la Divina Commedia, perché qualcuno le aveva detto che da lì nasce la lingua italiana e che Dante ne è il padre…
    Come non pensare a Gabriele e Jasmine, figli della giovane donna venuta dalla Moldavia che da un po’ di anni mi aiuta in casa, mentre infuria il ridicolo quando non vergognoso dibattito a proposito di cittadinanza e della legge miseramente accantonata questa settimana…
    Pensando dunque a Gabriele e Jasmine… Ma come gli si può spiegare che non sono italiani? Loro che sono nati in Italia, parlano perfettamente l’italiano, un bell’italiano, da fare invidia a molti.
    Come lo si spiegherà a lei, che ora ha finito le medie, ha una delle pagelle più belle della scuola e qui sono le sue amichette, le cose che ama… e questo è il suo mondo, la sua cultura…
    Cosa penserà mai Gabriele, che un giorno che i genitori, confidandosi fra loro pensieri, si esprimevano nella loro lingua madre, li ha rimproverati severo: “Basta! – ha detto- parlate bene!”.
    Parlate bene…

    Una buona notizia!!!

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    COPURLAQualche buona notizia a volte arriva anche dal buio delle carceri. Mi arriva questa mattina una lettera di Alfredo Sole, da Opera ( ne abbiamo appena parlato con la sua lettera alla gente di Racalmuto, il paese dove è nato ‘ ): è stato declassificato! Nonostante il parere negativo della DDA, di cui avevamo parlato. Insomma, forti del percorso che in questi anni Alfredo Sole ha compiuto, Direzione e DAP, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, non si sono fermati davanti al parere della DDA. Dunque dopo lunghi anni di AS-1, Alfredo ‘scende’ in AS-3, passaggio che permette, dopo un periodo di ‘osservazione’, di approdare al circuito di media sicurezza. Che sia l’inizio di una nuova, meritata, tanto attesa speranza… Rileggendo la sua lettera mandata alla gente di Racalmuto, alla sua gente… se non è questo un pentito…

    La bella estate…

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    copertinaRandagiando di prima mattina fra le vie dietro casa, mi ha fermata due giorni fa una signora. Aveva un abito da mattino, bianco e nero. Un abito dalla garbata eleganza che si usava un tempo. Al collo portava una collana di quasi-perle d’un bianco un po’ sfocato, ma ben intonata all’abito. E nonostante un cenno di scompostezza che i capelli tradivano e lo sguardo scosso, tutto mi aspettavo fuorché mi chiedesse: “Me li dà almeno due euro…”
    “Almeno due euro!”, ha insistito. E, quasi seccata per il mio attimo di incertezza, che stavo lì a dubitare di una signora come lei… “E sù!… veda un po’ quello che può fare… che mi servono almeno sei euro. Poi vado in farmacia”.
    Quello che posso fare… Ma che si può fare… Due euro, e forse neanche sei bastano per non provare imbarazzo, davanti al volto provato di quella donna. Mentre di lei tutto il resto parlava di una vita fino all’altro ieri tranquilla e più che decorosa. E non bisogna neanche sforzarsi molto per capire cosa le sarà mai successo. Se basta un nulla, e la vita si capovolge, e ci si perde…
    Su altra traversa, poco più avanti, da qualche tempo compare a tratti una donna che si poggia a fatica su una stampella e chiede ‘un aiuto’… Si capisce che non è mendicante, ma proprio non ce la fa con i soldi… Ma non ha nessuno, non ha parenti? le chiedo. “Una figlia, ma mi ha lasciata”, risponde. “E vado avanti così”. Non ha più una casa, e chissà cosa succederà domani.
    Ma che si può fare, oltre che vergognarsi della poca elemosina…
    E in questi giorni ho tra le mani un libro dove parlano storie vere, di uomini e donne che raccontano la loro discesa agli inferi, anche quando magari “avevo una vita come tutti, ma basta poco per finire male. Credetemi”. Le hanno raccolte,

    Se questo è un pentito…

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    UnknownSarà che in carcere queste temperature da cui non c’è scampo sono tortura che si aggiunge a tortura… di questi tempi mi arrivano lettere che sono sussulti, ché si fa fatica anche a mettere in fila le parole e “perdona se sarò breve…”. Ma c’è sempre spazio per qualche notizia cattiva, di quelle che “in questo momento mi sento svuotato, sono spento… mi sento impotente”…
    E mi arriva la lettera di Alfredo Sole, dal carcere di Opera. Che in “Spes contra spem, il documentario che raccoglie testimonianze di quelli del fine-pena-mai-ma-proprio-mai che in questi giorni sta girando per l’Italia, racconta del suo passato, del suo pentimento, dei suoi tormenti… insomma, una forte, non facile presa di distanza dal mondo criminale di cui ha fatto parte. E’ stato portato, questo film, anche a Racalmuto, il paese nel quale Alfredo è nato, e che è stato luogo negli anni ’80 di crimini di mafia, che lo hanno visto attore… Immaginate il suo “tremore” al pensiero, perché “credo che difficilmente possa essere stato dimenticato a causa di quello che ho fatto”. Ma quella di Racalmuto è la sua gente e davanti alla sua gente sa di non poter restare muto, o far parlare solo il film. Così per l’occasione ha inviato una lettera, che qualcuno ha letto per lui, perché “questa è forse l’unica e l’ultima occasione che ho per chiedervi SCUSA, a tutti quanti voi”.
    Ve ne leggo brani, perché sono parole di “pentito”, pentito vero e non per scelta processuale, che chiede di essere ascoltato…
    “Non cerco scuse, semplicemente perché non possono esserci. Sono consapevole delle mie colpe. Avrei potuto scegliere strade diverse, invece ho scelto l’unica che dovevo accantonare. Non solo ho fatto del male a singole persone che venticinque anni fa del resto pensavo lo meritassero, no, ho fatto male a un intero paese, a tutte quelle persone che per tutto quello che abbiamo scatenato non si sono sentite al sicuro. Oggi il mio pensiero è mutato, non so se devo dare merito di questo ai miei studi filosofici o semplicemente alle riflessioni che nel frattempo sono pervenute, o a tutte e due le cose”.
    Chiede scusa, Alfredo, che nel filmato