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    Recinti e barriere…

    A proposito di recinti e barriere. Guardando molto ma molto vicino, e un po’ anche dentro di noi…
    “Matrix è il mondo che ti è stato messo addosso per nasconderti la verità”. Ricordate? Morpheus che spiega a Neo. In Matrix, appunto, il fantastico film di fantascienza dei fratelli Wachowski, annata 1999. Me lo ha ricordato Claudio Conte, che è un ergastolano. Claudio è di quelli che non hanno mandato il cervello al macero e mi spedisce interessanti recensioni dei libri che legge, analisi giuridiche ( sta per discutere la tesi per la laurea in Giurisprudenza), brevi bellissimi video (che fa per distrarsi dalle cose più impegnative, mi dice…), e dissertazioni sulla vita e sulle cose del mondo. Dalla sua prigione infinita vive di pensieri liberi che, a tratti, mi regala. Concludeva la sua pensosa lettera: “l’abbiamo capito o no che viviamo tutti in una grande prigione?”.
    E me ne convinco sempre più anch’io, da quando, randagiando randagiando, (…) cerco di guardarmi intorno con un po’ più d’attenzione, sempre più convincendomi che quello che rafforza la grande prigione che ci viene costruita intorno, sono anche le piccole grandi celle nelle quali ci auto-sigilliamo, illusi di riservarci spazi di sicurezza, tipo safety room intendo. A difendere non solo la nostra sicurezza fisica, ma anche la nostra identità, il nostro spazio nella scala sociale eccetera eccetera… Piccoli e grandi, magari graziosi e lussuosi recinti, che pezzo pezzo compongono il puzzle di una grande prigione totale. Recinti, a rattrappire, soprattutto, pensieri. L’invito è a guardarci intorno, e appuntare quanti recinti, inaspettati, scoviamo qua e là.
    Fateci caso, all’idea della grande prigione che c’imbriglia ( e che contribuiamo giorno dopo giorno costruire) rimandano ovunque intorno segni della vita quotidiana, che sembrano innocui, ma tanto innocui invece non sono.
    Sul quaderno d’appunti randagi, ritrovo un esempio che ha del paradossale. Ma molto dice di muri e grate, anche della nostra mente.
    Attraversando, dunque, a ridosso della stazione Termini, piazza Fanti. Che ha al centro, e quasi tutta l’occupa, l’Acquario, un interessante edificio della Roma umbertina. In realtà acquario vero e proprio lo è stato per poco tempo. Da qualche lustro ospita la Casa dell’Architettura. Casa dell’Architettura, dunque, che sa d’ospitalità e di fervore d’idee… Luogo di raro fascino, con la sua pianta ellittica e un bel giardino tutt’intorno. Il tutto racchiuso nel recinto di un’inferriata. La casa dell’Architettura… chissà quanti sogni e programmi di architetture urbane e pensieri di bellezza ne nascono, da riversare sulla città, ho pensato la prima volta che mi apprestavo ad entrarvi per un convegno-dibattito-incontro.
    Pensiero disturbato subito dalla vista di un povero topo morto e da un terribile odore di rifiuti e urina che s’impregna torno torno al muretto di cinta su cui è impiantata l’inferriata. Vi risparmio i dettagli di quel che c’era sul marciapiede. Il richiamo sembra a squarci di periferie lontane… ma guardandosi intorno e guardando appena più avanti si riconosce la confusione di segni e di sguardi e di umori, di ombre e di miserie che sempre si raggomitola a ridosso delle stazioni ferroviarie delle grandi città. Arrivano lì tutto intorno fino al limite della cancellata della Casa dell’Architettura e del suo bel giardino… che ne rimangono immuni, come impenetrabili ai segni e alle voci di fuori. Che sono domande, quei segni e quelle voci, che con il pensiero e le voci di dentro, dunque, mai si incontrano. Quelli prigionieri di povertà indicibili, questi prigionieri di “iperuranei” pensieri di categoria.
    Non me ne vogliano gli architetti, ma quello stridore fra il dentro e il fuori mi è sembrato un singolare paradosso, per la casa di chi dovrebbe pensare la città, e renderla bella, e pensarla per tutti armoniosa, e magari architetta progetti fantasmagorici. Senza mai affacciarsi sulla strada, appena lì fuori, viene da pensare. Forse occorrerebbero più architetto-condotti, insomma una specie di medici-condotti delle architetture di quartiere… ma questa è un’altra storia. Certo, tutto è sempre molto complesso e non semplice da risolvere, e viviamo di un mare contraddizioni, ma ascoltare il convegno-dibattito-incontro su progetti futuristici e futuribili di architetture cittadine, nel bellissimo spazio interno così ben chiuso alla realtà appena lì fuori, aveva un che di surreale. Ancora l’ombra di Matrix, ho pensato, “il mondo che ti è stato messo addosso per nascondere la verità”. E lì, sulla verità delle cancellate di piazza Fanti mi è sembrato vedere infrangersi sogni. I sogni delle architetture urbane che si disegnano dentro, i sogni di vita che si raggomitolano fuori. Dimenticavo… randagiando intorno alla piazza e intorno a questi pensieri, avevo scansato solo all’ultimo istante il cadaverino del povero topo morto, spalmato lì sul bordo del marciapiede. Dubbio di un gatto randagio: non avrà fatto in tempo, la bestiolina, a saltare dentro il giardino per mettersi in salvo oltre la cancellata… o è stata travolta mentre da quel recinto usciva, in precipitosa fuga…

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