Già fantasmi prima di morire

9 09 2019

cop fantasmi“E’ stata una nottata particolarmente afosa, le labbra mi bruciano più del solito, mi sono spalmata troppo aglio ieri sera. Non sono più disposta a farmi mordicchiare dagli scarafaggi. Io e la mia compagna di cella li abbiamo soprannominati chirurghi plastici. E’ la quarta volta questa estate che mi rifanno le labbra a canotto e occhi a dirigibile. Me li hanno rifatti così bene che Dominique quasi mi invidia per quelle labbra carnose che lei ha sempre desiderato”. Cronaca di un’ordinaria notte d’estate nella cella di un carcere…
Finora sono solo uomini le persone che ho incontrato in carcere, maschi e “cattivissimi”. Sempre ne esco, dai nostri incontri, turbata quando non sconvolta (e come ci si può abituare all’idea delle condizioni in cui confiniamo le persone, un surplus di pena nella pena che nessuna colpa, a mio parere, può giustificare…), e neppure riesco a pensare quanto più feroce e più duro possa essere per una donna, per quanto “cattiva” ci si possa sforzare di immaginarla, abitare un universo così tremendo, e tutto costruito avendo come riferimento il mondo maschile.
Poi Sandra Berardi (presidente dell’associazione Yaiahira) mi ha fatto leggere la testimonianza di Monica. Monica Scaglia, una condanna a nove anni, cinque già scontati fra le carceri di Torino e Vercelli, ora da qualche mese ai domiciliari per gravi motivi di salute (Monica ha un tumore, quando è entrata in carcere aveva già subito una serie di operazioni). E pensandola e vedendola nel buio dell’indecenza di un carcere, lei e le altre, difficile scrollarsi di dosso il senso di tremendo disagio, il dolore, la paura…
Testimonianza drammatica, rara e preziosa quella di Monica. E’ ora diventata un libro, edito da Sensibili alla Foglie: “Già fantasmi prima di morire”.
Titolo che dice tutto. Perché essere persone malate in carcere significa essere già fantasmi in un contesto che di per sé produce malattia piuttosto che curarla. Significa entrare in una sorta di pre-morte.
“… mi dice che devo mettermi in testa che noi detenuti non siamo persone normali, non possiamo avere lo stesso trattamento sanitario di una persona normale”, e il “chiarimento” viene da un medico. Certo ci sono eccezioni, ma evidentemente non tante da ribaltare il sistema, se un pioniere della medicina penitenziaria come Francesco Ceraudo titola il suo libro-testimonianza “Uomini come bestie”. (E questa volta vi risparmio la tiritera che sempre faccio sul significato, penoso, della libertà che sempre ci prendiamo di trattare come meglio, o peggio riteniamo, chi pensiamo sia inferiore a noi, ed in nostro potere, che siano uomini o altri animali…)
Con un pudore che solo le donne sanno avere, Monica non entra in particolari dettagli sulla sua persona malata, anche perché sa che non è necessario. Basta raccontare del tempo che passa dalla richiesta di una visita al momento dell’incontro con il medico, la modalità di certi colloqui, non essere ascoltati, o ascoltati con distrazione o sufficienza, rientrare dall’ospedale ammanettata a una barella… la paura che ti prende, malata grave, sapendo di non poter contare sull’aiuto che vorresti perché, appunto, non “si può avere lo stesso trattamento sanitario di una persona normale”.
Ha proprio ragione Sandra Berardi quando, nella prefazione al libro, ci fa aprire gli occhi su un binomio al quale troppo poco si pensa: il carcere e il Sud. Sottolineando che Monica narra le sue peripezie per poter accedere a cure e controlli, esattamente come farebbe una donna del Sud al Sud: “Stesse code d’attesa, per essere visitata approssimativamente da improbabili medici, con l’aggravante di non potersi rivolgere altrove, di non potersi fidare dei reperti copia e incolla o, peggio ancora, falsificati per evitare che dovesse essere concessa la misura alternativa”. E “il carcere ovunque si trovi è Sud”.
E se l’ammalato detenuto è colpevole prima di essere ammalato, lo Stato può tranquillamente mettere da parte il suo dovere, che pure la Costituzione detta, di garantire le cure dovute a ogni suo cittadino. Mentre si diventa fantasmi anche per la società tutta, che non ritiene di dover sapere cosa succede nelle patrie galere, dove ogni anno muoiono, in media, cento persone.
Quando ho sentito Monica al telefono, mi ha sorpreso la sua voce bambina, cortese e trepidante, con un leggero arrotondare delle “r”. E fa ancor più fatica, e dolore, pensarla nel chiuso delle mura di un carcere, abbandonata a tanta, a dir poco, burocratica incuria…
Ma resiste, Monica, sorretta dall’amore del figlio, per il quale anche dal carcere continua a scrivere fiabe. Igor, che ricambia con l’arcobaleno dei suoi disegni. Resiste e ce la fa anche a superare i pensieri bui e il mutismo nel quale, una volta a casa, si rinchiude. Perché il carcere il suo conto lo presenta sempre, e ben salato.
Resiste ed è forte Monica, che non parla quasi nulla della sofferenza, del dolore anche fisico che sente. Perché, lo sappiamo, sono forti le donne, abituate da sempre a stare nel dolore, a partire dalla condanna biblica di quel “con dolore partorirai”… Racconta, invece, senza lamenti e con grande lucidità. Ne nasce un atto d’accusa fortissimo.
Non deve essere stato facile regalarci queste pagine, che sono uno spicchio di quella oncologia penitenziaria che Domenico Bilotti, docente di diritto e storia delle religioni, definisce “giostra degli orrori”, mentre ci mette in guardia, Bilotti, dalla “leggerezza con cui abbiamo accettato che storie così non fossero meritevoli nemmeno del fare notizia. Frammenti di quotidiano in un tritacarne con le sbarre”.
Non deve essere stato facile. Ma spera, Monica, che questo suo racconto aiuti ad aprire gli occhi, a salvare qualche vita. Perché è la vita di persone che, colpevolmente, viene messa in gioco. Ce ne importa davvero tanto poco?


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