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    il trenino, 13

    L’ultimo giusto l’altro ieri. Al ritorno nell’ultimo tratto, nel tardo pomeriggio, quando alla fermata appena precedente l’arrivo al capolinea, i vagoni si affollano all’inverosimile. La scena di sempre. Visi stanchi, turisti stupefatti, volti che sudano, qualcuno che ride, qualcuno che borbotta, qualcuno che già dorme. E ressa alle porte, gomiti nei fianchi, piedi che calpestano, che è sempre il rischio più grande per chi non trova da sedere. Salgono un uomo e una donna. Lei piuttosto truccata, lui di un grigio gentile. Forse amici, forse il sospetto di un garbato corteggiamento, come accade fra persone di una certa età. Stretti in un angolo, sul volto di lei si disegna una smorfia di inquietudine. Lui continua a sorridere, mentre in qualche modo fa scudo con il suo corpo prosciugato al corpo più corposo di lei. La rassicura. Basta che stai attenta ai piedi, le dice, attenta a che non ti calpestino. Basta che stiamo fermi in quest’angolo. Che fra non molto si riscende. Sarà breve, sarà breve. E poi, come recitando un versetto, bisogna avere fiducia nel futuro, dice, bisogna avere pazienza nel presente, dice. Gocce di saggezza, come un brillare inatteso di lucciole, nel buio di questi tempi amari. Quel che basta, e più lieve mi appresto a un altro ritorno. (continua)

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