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    In pizzeria

    Ieri, sabato sera. Tutti pigiati in una pizzeria. Gomito a gomito con i ragazzi di un tavolo vociante che più non si può. Saranno stati una dozzina. Quindici, sedici anni, non più. Fanno anche un pò invidia. Fraseggi da adolescenti che strappano sorrisi. Risate, corteggiamenti, qualche bacio. Parlano tutti un disinvolto italiano, qua e là con qualche accenno di romanesco. Anche quel ragazzino dai tratti cinesi. Seduto accanto alla ragazza bionda. Che lancia l’accendino al compagno che ha di fronte. Quello con il piercing sul mento e con la pelle più scura di tutti. Dai tratti sembra indiano, dal colore indiano del Sud. Allunga la mano sulla mano della brunetta che gli siede vicino e insieme escono a fumare una sigaretta. Prima che arrivino le pizze. Entra il venditore di rose e il ragazzo con la faccia da zingaro, quello un pò più sbruffoncello, ne compra una. Poi ci ripensa e ne compra altre due. Per le sue amiche. E le vuole bianche, le rose. Tutte e tre bianche. Ancora risatine, scherzi, scambi di posti. L’euforia è contagiosa. “Siete compagni di classe?” chiediamo, pensando magari alle classi miste delle scuole dell’Esquilino, al confine di San Giovanni, nel cuore multirazziale della città. Subito sentendoci banali, e persino un pò stupidi. Se il ragazzo seduto in fondo (nordafricano? romano?)risponde quasi stupito: “No. Siamo amici”. Che domanda. Sono amici. E arrivano le pizze. Servite dagli egiziani della Mosca Matta. Qualcuno ieri ha di nuovo tuonato contro gli immigrati. La settimana prossima si discuteranno altri, vergognosi emendamenti, a proposito di sicurezza e immigrazione. Chissà di quale paese si sta parlando. Chissà quale paese sta parlando. Definitivamente chiuso nel secolo scorso. Speriamo non ci soffochi…

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