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    La bella estate

    Un piccolo di merlo, già abbastanza grande da poter stare ritto sulle rampette, ancora troppo piccolo per trovare nelle ali la forza per alzarsi in volo. Si guarda intorno, e chissà cosa vede. Sul marciapiede che il caldo già brucia, fra il riflesso della vetrina del negozio di scarpe e il buio della ruota dell’automobile parcheggiata a un soffio dal tronco annerito dell’albero da cui è caduto. Chissà cosa sente, come respira, fra i gas di scarico e l’odore bruciato dell’aria che già si rapprende. E chissà se qualcuno, dai rami scenderà a salvarlo… Sullo stesso marciapiede, sotto lo stesso alberello, dopo qualche ora. Una cane, sembra femmina, di bastardo di lupo. Con un collare che balla sul collo smagrito e assetato. Passa in un’improbabile corsa. Arrancando su tre zampe. La quarta rattrappita, ferita, spezzata, forse. Punta, in avanti, il muso, come sapesse esattamente dove deve arrivare, per ritrovare la casa dei suoi, di quelli che immagini l’abbiano da qualche parte, con finta distrazione, lasciato via. Arranca. Anche sapendo di non sapere dove andare, e che mai arriverà. Dall’altro lato della città. Alla femata di un treno. Un pastore belga, bianco di neve. Accucciato. Vicino ai binari. Seguendo con gli occhi il movimento delle porte. Che si aprono. Che si chiudono. In attesa. Che prima o poi. Tornino a prenderlo.
    Quadri. D’un giorno d’inizio d’estate. Della bella estate…

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