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    Lettera a Papa Francesco

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    Invito a fermarsi su questa riva che tanto si sta affollando di voci recluse… ma non per caso si incontrano le cose. Stavo giusto giusto perdendomi fra le pagine di un epistolario che spero possa presto diventare libro che chi voglia possa sfogliare… bellissimo scambio di email fra un professore di filosofia ed un ergastolano ( sì il professor Ferraro e il Musumeci del nostro “Urla a bassa voce…”) ed ero proprio sulla pagina in cui i due si scambiano pareri sull’essere o non essere atei e sull’ipotesi di scrivere una lettera al Papa, quando il Papa era l’altro… che mi arriva copia della lettera che oggi Musumeci invia al Papa appena eletto… Nulla accade per caso… ecco, leggete:

    Caro Papa Francesco,

    scusa il tu ma mi trovo meglio. Io sono ateo, ma la tua elezione, non so perché, mi ha entusiasmato e mi sei piaciuto subito. In questi giorni nei giornali ho letto tante cose su di te. E, Francesco, il marito della figlia adottiva del mio cuore, mi ha scritto: – Il nuovo Papa in più occasioni s’è schierato dalla parte dei poveri in modi chiari e non equivoci.  Quand’era Cardinale rispondeva a tutti, personalmente. Sembra proprio il tipo che non rispetta i protocolli. Sono sicuro che se gli scriverai ti risponderà. E se lo inviterai, ti verrà a trovare. Non potrà rimanere indifferente all’ergastolo ostativo. La semplicità e la profondità nel suo parlare a braccio ha la forza di chi si schiera. È ormai noto che il suo essere ispirato da S. Francesco (Santo che fu pure carcerato). Da cardinale andava a trovare i detenuti nei carceri del suo paese. Papa Francesco, scusa se non mi sono ancora presentato, lo faccio subito, mi chiamo Carmelo, sono nato colpevole. Poi, però, ci ho messo del mio a diventarlo. (…)

    Storia di Hamdan…

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    Con un invito a Twitter, torna il ricordo di una voce dalla Palestina… Hamdan Jawei, “incontrato” al telefono nel dicembre scorso, per raccontarne la storia, nella mia rubrica in radio sulla disabilità. A ridosso della Giornata Mondiale delle persone con disabilità, che ho voluto celebrare andando alle porte di Betlemme, simbolo di questa terra che è cuore inquieto del mondo, in giorni in cui si è riacutizzato un dramma in realtà mai sopito ( se non nella nostra flebile attenzione) proprio mentre la Palestina entra all’Onu come Stato osservatore. Perché Hamdan Jawei? Perché con l’associazione Moire ha anche costruito un ponte fra Italia e Palestina, e ha deciso di fare qualcosa per le persone disabili della sua terra. Hamdan, che ha vissuto sulla sua pelle cosa significa essere emarginato, invisibile quasi. Chiuso in casa fino all’età di dieci anni, perché di un bambino disabile c’è solo da vergognarsi… soprattutto se si vive in un povero villaggio, in una famiglia che, dice Hamdan, non aveva “gli strumenti per capire come comportarsi con me, non erano abbastanza “civili” per capire il concetto di integrazione sociale”. Dove, anche, guardandosi intorno, è difficile trovare aiuto, strutture che aiutino, e aiutino a capire… Eppure non c’è rimprovero, nessun astio, nella voce di Hamdan, che racconta la sua “prigionia”, i problemi psicologici, la violenza che questa ha fatto crescere in lui. Così che il giorno in cui la madre apre la porta della stanza in cui era rinchiuso, l’aggredisce e fugge via… Nessun astio. Tenerezza, invece, nel ricordo dei giorni della sua mamma-bambina, che era stata sposa a quattordici anni, che dopo la fuga, riaccogliendolo, gli ha chiesto… aiutami, aiutami a capire…   

    Haiku

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    Da un’altra riva, affacciata su un fiume, di nome Grazia

    sbucano fiabe
    frugando i ripostigli
    bui del pianto

    cronache dal carcere

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    Dall’altra riva del buio del carcere.

     La storia di Jacques De Deker, cittadino belga detenuto nel carcere San Sebastiano di Sassari. In carcere dal 2006, era malato dal 2008. Cancro al pancreas. E’ morto il 31 marzo. In carcere. Eppure più volte aveva chiesto di potersi curare nel suo paese, con la famiglia vicino e pure il tribunale di sorveglianza aveva dato parere favorevole alla sospensione della condanna a sette anni e quattro mesi che stava scontando. Ma il tribunale ordinario ha disposto la custodia cautelare in carcere per un altro processo in cui era imputato e sembra non intendesse revocarla. Così Jacques De Decker è morto nella sua cella. In Italia, definitivamente lontano da moglie e bambini.

    E intanto… una sentenza da tenere d’occhio. Dal sito dell’Aduc: nel febbraio scorso, il Tribunale di Sorveglianza di Venezia ha accolto il ricorso di un detenuto che ha chiesto il differimento della pena detentiva ( pur non avendone i requisiti ai sensi dell’art.147 c.p.) sostanzialmente per il trattamento disumano e degradante in un carcere sovraffollato. Fra l’altro la persona detenuta lamentava di aver vissuto i primi tempi di carcerazione in circa 20 metri quadrati insieme a 9-11 detenuti. Provate a immaginare un po’… una decina di persone in 20 metri quadrati… provate a immedesimarvi un po’… Insomma, un’ordinanza importante contro la disumanità del carcere, che  pone anche una fondamentale questione di diritto, mentre il legislatore, si commenta, lascia alla magistratura il compito di occuparsi dell’enorme tragedia che si consuma nelle carceri italiane, nel silenzio e nel disinteresse collettivo…

    a un certo punto…

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    E a un certo punto bisognerà pure ritornare al punto dal quale si era partiti. E ripercorrere tutte le stazioni…

    Cucinare in massima sicurezza…

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    Fresco fresco di stampa, il libro curato da Matteo Guidi “Cucinare in  massima sicurezza”, edito da Stampalternativa, ricettario nato da un bel lavoro fatto con detenuti delle sezioni di massima sicurezza un pò di tutta Italia. Insomma, quelli “cattivi”…  La premessa è che sono sicuramente di parte. Alcuni degli autori del libro di ricette sono le voci di “Urla a bassa voce”, e, scorrendo queste pagine, rivedo luoghi e volti sia pure solo immaginati durante il mio lavoro sull’ergastolo ostativo. Ho un motivo di più quindi per apprezzare questo libro. Tutti i libri di cucina hanno sempre un grande fascino e anch’io ne ho comprato di “qualsiasi” per il solo gusto di avere fra le mani “ricette”, forse perché il richiamo inconscio è in fondo all’alchimia di formule, magari magiche, magari giochi di streghe… Queste degli ergastolani mi sembrano formule invocate per dare corpo all’illusione di una normalità possibile… e questo è uno degli aspetti forse anche toccanti del ricettario.  “Servire preferibilmente in piatti di legno…. preferibilmente con vino bianco…servire in fretta e ben fumante…”, spigolando qua e là…  E nello stesso tempo sono dichiarazioni dell’impossibilità di una vita normale. Capita che le note a margine di ogni ricetta, ricordino quanto la normalità sia impossibile, riportando sommessamente, ma continuamente, alla realtà del carcere. Ascoltate:  “ci si consolerà gustando”, “per svuotare le melanzane col coltello di plastica è necessaria molta pazienza”, sembrano sussurri in un posto che immagini di urla soffocate.(…)

    Ancora urla…

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    Dopo aver letto “Urla a bassa voce…”, queste riflessioni, di Grazia, che volentieri accolgo…

    Si avverte una forza rabbiosa e al tempo stesso rassegnata già in quell’ossimoro così efficacemente espresso nel titolo, Urla a bassa voce. Tra le pagine, una pluralità di toni e di timbri, accusatori, ironici, cinici, vibranti d’orgoglio e di pentimento, di attese e di dissillusione. Tante le voci racchiuse in questo libro, come dentro a un coro polifonico bello, tragico e crudele, un coro urlante che fa rumore, che con impeto, abbattendo muri, rompendo serrature, scardinando barre, arriva alle nostre orecchie, alle nostre tranquille vite. Un libro che assorda le nostre coscienze e scuote la nostra indolenza. Smonta, pagina dopo pagina, ad uno ad uno, i pilastri di quella impalcatura che è la nostra indiscussa moralità, ritenuta erroneamente ferrea e inamovibile e tuttavia poggiante spesso sui perni cedevoli del pregiudizio. Non c’è vittimismo  o autocommiserazione, non c’è neppure  supplica. Il filo che tiene insieme le varie testimonianze è una tensione emotiva, un urgente bisogno di far sentire la propria voce al mondo, di far conoscere le proprie condizioni, di sentire accolto il proprio grido.(…)

    Pensiero di Pasqua

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    Un pensiero in realtà che mi occupa la mente dal Giovedì Santo, quando passando, come sempre, sul trenino che dal centro porta alla periferia, fiancheggiando la Flaminia, come sempre ho guardato, frugando. Fra i cespugli al lato della strada, sul limite del fiume. Sotto la lingua del viadotto. Erano state alzate, alcuni giorni prima, pareti di cartone. A segnare finalmente confini prima solo pensati, di stanze di case. Da difendere dall’umido e dal freddo. A difendere, avevo pensato, anche e soprattutto dall’indiscrezione di sguardi. Come pure il mio, affacciato da un trenino che passa… E avevo immaginato che magari in seguito, su quelle pareti sarebbe stato poggiato un tetto. O che le pareti si sarebbero innanlzate fino al limite del ponte, a chiudere davvero case… , dove magari chissà, si sarebbero aperte finestre. Da cui affacciarsi per rispondere con sguardi agli sguardi… Solo alcuni giorni prima… Ma questo giovedì, ancora una volta, era tutto scomparso… le pareti di cartone, i letti, i sacchi a pelo, le sedie… ancora sono rimaste solo tracce scomposte come dopo una fuga. L’ennesima fuga… In tutta fretta… nei giorni della passione, il tempo delle campane mute … come sapendo inutile l’attesa … che tornassero a suonare le campane…

    In attesa della Pasqua…

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    Per i credenti e per la società civile sono iniziati i riti della Settimana Santa, che ci porteranno alla festa di Pasqua. C’è chi invece non ha nessuna luce, nessuna speranza da festeggiare: gli Uomini Ombra, gli ergastolani ostativi ad ogni beneficio penitenziario, condannati a quella che essi stessi definiscono una “Pena di Morte Viva”. Con una singolare lettera aperta annunciano un altrettanto singolare sciopero. Ascoltate…  Lettera aperta a Don Oreste Benzi (in cielo dal 2007)

    Chi tace sull’’ingiustizia, ne diventa complice. La forza dei malvagi è il silenzio degli onesti; la  forza dei malvagi è la debolezza dei cristiani. E tu qualche volta sei appartenuto a “questi onesti”? Ci appartieni anche ora? (“I Fioretti del Don” di F. Lambiasi –  Ed Il Ponte).

    “Don Oreste, nonostante le numerose iniziative, appelli, le lettere, le firme raccolte e le numerose adesioni di persone importanti, come Margherita Hack, Umberto Veronesi, Agnese Moro e Bianca Berlinguer, ma anche di tanti uomini e donne di Chiesa, contro l’’esistenza in Italia della “Pena di Morte Viva”, l’’ergastolo senza benefici, nulla è cambiato. E i buoni, nonostante che siano trascorsi dalle nostre condanne venti, trenta e più anni, non sono ancora sazi e continuano a torturarci l’’anima, il cuore e la mente. In questi giorni mi sono domandato che altro possiamo fare per attirare l’’attenzione, sensibilizzare l’’opinione pubblica, per fare capire ai buoni che ricambiare male con altro male, (murare viva una persona senza neppure la compassione di ucciderla) fa sentire innocente qualsiasi criminale. Don Oreste, ognuno combatte con le armi che ha ed ho pensato di proporre a tutti gli uomini ombra, sparsi nelle nostre Patrie Galere, lo sciopero della messa di Pasqua, perchè per noi, almeno su questa terra, non ci sarà mai resurrezione. Che cosa abbiamo noi da spartire con questa festa? Tanto vale non festeggiarla, è una presa in giro per noi… Lo so, non sarai sicuramente d’accordo, non lo è neppure il mio compagno Ignazio che è di fronte alla mia cella, che non si perde mai una messa, ma che altro possiamo fare per tentare di cambiare il cuore della società civile, dei giudici, dei politici edegli uomini di chiesa, che spesso si occupano solo delle nostre anime e non dei nostri sogni e speranze?  

    Pensando a Basaglia…

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    Ricevo e volentieri pubblico questo articolo comparso nel numero di venerdì scorso della rivista “Altri”, scritto da Luigi Attenasio che è Presidente Nazionale di Psichiatria Democratica. Guardandosi intorno e guardandosi dentro, ascoltate… 

    “In questi giorni nasceva nel 1924 Franco Basaglia (11 Marzo) e sono i giorni che la legge Severino indica come gli ultimi degli OPG, “antri dell’orrore”. La Società Italiana di Psichiatria (S.I.P.), di cui “possono” far parte solo psichiatri, e Psichiatria Democratica, cui invece aderisce senza obbligo di titoli chi condivide non solo gli aspetti notarili dello statuto ma soprattutto quelli etico-culturali (“mantenere vivo e promuovere l’impegno contro l’emarginazione, l’esclusione, la segregazione e lo stigma in tutte le sue forme contro qualunque persona siano dirette, per il superamento delle istituzioni totali, pubbliche e private, civili e giudiziarie”), sono in allarme. I due allarmi accostano, uno strano ossimoro, argomentazioni opposte. La SIP, “più realista del re” (deja vù dei dubbi post180, appena nata già inapplicabile!), chiede una proroga. Non ci vuol molto a immaginare cosa avrebbe detto (Ti sè mona!) Franco Basaglia. Per Emilio Lupo e Cesare Bondioli, segretario nazionale e responsabile Carceri e OPG di Psichiatria Democratica, di cui Franco fu fondatore, i motivi di allarme sono altri: la proroga sarebbe “puramente strumentale al mantenimento dello status quo e a un sine die degli OPG. La situazione è insostenibile da tutti i punti di vista, umano, scientifico, sanitario, riabilitativo. No proroga dunque ma piuttosto il rispetto della legge. Solo una reale presa in carico da parte dei Dipartimenti di salute mentale può evitare l’abbandono e prevenire il temuto reiterarsi di reati”. (…)