… e poi ti accorgi una mattina che c’è uno spigolo di sole che entra di taglio in un angolo di stanza, come in tutti questi anni non avevi mai notato… e ritornano improvvise altre mattine di altre stanze dove quello spigolo di sole, con lo stesso esatto taglio di luce, entrava all’inizio di giornate che erano inizio di nuova vita… struggente come le cose da subito già finite, e che pure s’annunciavano con gioia infinite … ci risiamo… quando finisce questo benedetto crudele aprile? … ancora lillà, dalla morta terra…
Roghi
Ieri , giornata internazionale delle famiglie promossa dall’Onu. Un pensiero, che vale anche per oggi e per i giorni futuri, alla condizione delle famiglie rom e sinte. E a quelle che, nel maggio di 5 anni fa furono costrette a fuggire dal rogo del campo rom di Ponticelli, nel napoletano. Una vicenda ancora poco chiara. L’unica cosa su cui molti concordano è che su quella zona, in terra di camorra, si concentrasse un groviglio di interessi, per un terreno da rendere edificabile… Ma nessuna verità giudiziaria, per ora. Di vero, rimane la triste vicenda di Angelica. Ricordate? La “scusa” per la protesta “popolare” e i roghi che ne seguirono fu la “notizia” del tentato rapimento di una neonata da parte di una ragazza rom. Angelica, aveva 15 anni allora, e già mamma. L’unica condannata in tutta questa storia, che da subito ha proclamato la sua innocenza. Ma si sa, gli zingari rubano bambini… E come ricordano gli avvocati che l’hanno sostenuta, Angelica ha avuto una condanna motivata sostanzialmente da ragioni razziali, “perché di etnia rom, dunque incline a compiere delitti analoghi”. Un pensiero ad Angelica, che ha trascorso in carcere quattro anni, lontana dalla sua bambina. Ora è libera, e tornerà nella sua terra, in Romania, dove la sua bambina l’aspetta. Delusa, nella speranza che, ha scritto in un diario, la verità venisse fuori. Ma nulla… resa irriconoscibile, anche la verità, sembra, dal fuoco di quella notte… E d’altra parte, cosa vale la parola di una zingara?
La stanza dei pesci…
Ancora donne e madonne. Quella di oggi si chiama Matilde. E viene diritta diritta a infrangerti l’anima, saltando fuori dalle pagine del suo magic book, un diario, alle cui pagine Matilde si è affidata e ha affidato un anno di vita, passato fra servizi e comunità d’accoglienza… Matilde, 28 anni, che soffre di un profondo disagio psichico. Poi questo diario è diventato libro. La stanza dei pesci, il titolo. Flora Tommaseo l’autrice. E questa è la sua autobiografia, o quasi. Un rosario di giorni che sembra infinito, come infiniti i giorni frazionati in ore. Riempiti di una scrittura che immagini scivolare fitta fitta sulle pagine di uno due … tanti moleskine. Non a caso, forse, il leggendario libretto d’appunti che Buce Chatwin portava con sé nei suoi viaggi, compare qui per seguire di quest’altro viaggio. Tanta tanta strada, pur percorsa avanti e indietro, in salita e in discesa, nello spazio chiuso come dalle pareti di vetro di un acquario… Un cammino che è anche un sommesso grido d’aiuto perché qualcuno sappia indicare la strada verso il mare… Con una domanda che percorre ogni riga, ogni attimo. Anche quando non pronunciata: possibile che non riesca a capire quale diavolo ci sia dentro di me? E credi, all’inizio, che sia proprio per capire “quale diavolo ci sia dentro di lei” che inizi a leggere e non ti fermi più. Ma dopo qualche pagina ti accorgi già che non è così. Quello che cattura e stupisce in questo racconto è la leggerezza del linguaggio, che riesce a conservarsi lieve pur attraversando dolore, disperazione, ansie, paure, la violenza incontrollata dell’autolesionismo… (…)
Filomela, questa mia bellezza…
E dunque maggio… con un pensiero ad altre donne. Che Grazia Frisina evoca con il canto della sua poesia. Venticinque figure che ritornano per noi dai luoghi del tempo. Ciascuna rivive nel canto “solitario e libero”, che ce ne narra la storia, che è quella che è stata e quella cui il sentire di Grazia Frisina suggerisce nuove letture. Tutte insieme, venticinque voci, compongono un coro antico e pur sempre lo stesso. Dunque, sfogliando. Eva, Cassandra, Dulcinea, Alda Merini, Marta e Maria, Virginia Wolf, Cenerentola… E viene voglia di leggerle tutte in fila, tutte insieme queste storie. Un po’ per il fascino che sappiamo già di ciascuna, un po’ per la curiosità di frugare fra i versi, e cogliere il nuovo significato che di ciascuna ci soprende. Ma non è possibile. Non mi è stato possibile. Perché, ho capito, ogni componimento, ogni storia, chiede che al termine della lettura ci si fermi. Per tirare un respiro. Profondo. E trattenere in sé quella storia, quella immagine di donna. Per pensarla, per come l’abbiamo conosciuta, e per come ci viene incontro adesso… Così, attirata da un nome che non conoscevo, mi sono fermata a leggere… Filomela… Storia di ieri, storia, terribilmente, di oggi. Perché Filomela, si ricorda nelle brevi note a chiusura della raccolta, figlia del re d’Atene Pandione e di Zeusippe, fu violentata dal marito della sorella, Tereo. E questo perché non parlasse le tagliò la lingua… (…)
Esercizi sulla madre
Pensiero di maggio. Che è mese di donne e di madonne. Con le pagine di un romanzo di Luigi Romolo Carrino, “Esercizi sulla madre”, edito da Perdisapop. Lettura che mi è rimasta nell’animo, perché è stato, leggerlo sfogliandone i capitoli, come far scivolare i grani di un rosario, sgranando giorni terribili della vita, per una preghiera laica che non cerca consolazione, ma risposta a un indicibile perché…
“Stamattina, 27 febbraio, ho dato nome alle immagini che ha mostrato il dottor Allocca. Dieci figure, e in ognuna ho visto una parte di te. In ognuna c’era una risposta alla mia domanda: perché sei andata via?..” Perché sei andata via? E’ la domanda che percorre tutte le pagine del libro. Un romanzo che è un puzzle narrativo, che si compone nella mente di Giuseppe, rinchiuso in un’ospedale psichiatrico giudiziario. Giuseppe, un giovane uomo che cerca di trovare una risposta al perché la sera del 27 febbraio del 1976 la madre è uscita per fare la spesa e non è più tornata, lasciadolo, solo, bambino, sulle scale davanti alla porta di casa… per dieci terribili ore. La ricerca del motivo dell’abbandono corre parallela alla ricerca di gesti che la mente ha cancellato, troppo terribili per essere trattenuti in sé, ricerca che condurrà allo svelamento del motivo per il quale Giuseppe è rinchiuso in un’ospedale psichiatrico. L’indicibile episodio che ha definitivamente incatenato la sua vita. Esercizi di memoria, dunque, di Giuseppe, cui si alterna la voce della madre, che in qualche modo fa da contrappunto… madre che pure sembra non voler credere a ciò che è accaduto, anche lei è un intreccio di dolore, stupore.. e poi comunque soprattutto amore… Sì perché, bene lo spiega Carrino, non c’è nulla di così terribile che possa succedere, non c’è atto così violento che possa compiersi fra madre e figlio, che possa interrompere quel legame profondissimo che fra madre e figlio esite. Che è legame profondissimo dell’anima, che è pure legame di carne e sangue, perché dalla carne e il sangue nasce.(…)
Primo Maggio…
Per
pensare la “Festa del lavoro”. Per non dimenticare le 380 persone ( chissà se e quante altre) morte nel crollo della fabbrica di Dacca. Immaginandone i corpi e i volti, riconoscendone le impronte, magari nascoste, nella trama di tessuti che portiamo addosso… Buon Primo Maggio a tutti…
Chi ce l’ha fatto fare..
E così, con tuttte le nostre storie dal carcere, con le voci dei nostri “cattivi per sempre”, andremo a Milano, al Festival della Letteratura che si terrà dal 5 al 9 giugno prossimi. Noi di “Urla a bassa voce” e “Cucinare in Massima Sicurezza” (il ricettario curato da Matteo Guidi. E già ringraziamo per l’accoglienza i curatori del festival, quest’anno alla seconda edizione, che mi sembra bello presentare così, con le parole di Milton Fernandez… ascoltate…
(Chi ce l’ha fatto fare)
“Una delle cose più noiose continua ad essere quella di dover raccontare il perché. Che ci viene chiesto ancora, nonostante un’edizione già passata (novanta eventi di notevole qualità, quaranta luoghi diversi della città, quattrocento volontari, circa quattromila presenze nell’arco di cinque giorni, ecc ecc).
Nonostante una volontà di partecipazione che da allora non ha fatto che crescere fino a conformare quella odierna – dal 5 al 9 Giugno – che raddoppierà in numeri e in contenuti quella iniziale. Fatta, per la seconda volta, senza un soldo di contributo pubblico. Senza l’appoggio di potenti fondazioni o di grandi gruppi editoriali. Quelli che impongono da sempre il bello e il cattivo tempo in un ambito nel quale si fatica sempre di più a distinguere il pubblico dal privato.
Una domanda posta soprattutto da parte delle istituzioni, le più restie a capire un messaggio che invece si è pian piano fatto strada tra il sentire comune che pulsa al di fuori delle loro austere mura. L’idea che la cultura sia un patrimonio comune, alla stregua dell’acqua, o dell’aria che respiriamo. Che sia un nostro dovere batterci per preservarla.
Per questo ci siamo messi in marcia, un giorno, quasi due anni fa. Un pugno di persone convinte che nelle ventate d’aria nuova che spazzavano finalmente i miasmi della città ci dovesse essere la nostra spalla, a dar man forte a una stagione che si preannunciava diversa. E lo abbiamo fatto seguendo, quasi inconsapevolmente, una parola d’ordine che s’era messa in moto tra tutti coloro che quell’aria nuova recepivano con sollievo.
“La speranza è un dovere”, diceva Borges. “Alle volte arduo, ma sempre un dovere”. (…)
Lettera a Papa Francesco
Invito a fermarsi su questa riva che tanto si sta affollando di voci recluse… ma non per caso si incontrano le cose. Stavo giusto giusto perdendomi fra le pagine di un epistolario che spero possa presto diventare libro che chi voglia possa sfogliare… bellissimo scambio di email fra un professore di filosofia ed un ergastolano ( sì il professor Ferraro e il Musumeci del nostro “Urla a bassa voce…”) ed ero proprio sulla pagina in cui i due si scambiano pareri sull’essere o non essere atei e sull’ipotesi di scrivere una lettera al Papa, quando il Papa era l’altro… che mi arriva copia della lettera che oggi Musumeci invia al Papa appena eletto… Nulla accade per caso… ecco, leggete:
Caro Papa Francesco,
scusa il tu ma mi trovo meglio. Io sono ateo, ma la tua elezione, non so perché, mi ha entusiasmato e mi sei piaciuto subito. In questi giorni nei giornali ho letto tante cose su di te. E, Francesco, il marito della figlia adottiva del mio cuore, mi ha scritto: – Il nuovo Papa in più occasioni s’è schierato dalla parte dei poveri in modi chiari e non equivoci. Quand’era Cardinale rispondeva a tutti, personalmente. Sembra proprio il tipo che non rispetta i protocolli. Sono sicuro che se gli scriverai ti risponderà. E se lo inviterai, ti verrà a trovare. Non potrà rimanere indifferente all’ergastolo ostativo. La semplicità e la profondità nel suo parlare a braccio ha la forza di chi si schiera. È ormai noto che il suo essere ispirato da S. Francesco (Santo che fu pure carcerato). Da cardinale andava a trovare i detenuti nei carceri del suo paese. Papa Francesco, scusa se non mi sono ancora presentato, lo faccio subito, mi chiamo Carmelo, sono nato colpevole. Poi, però, ci ho messo del mio a diventarlo. (…)
Storia di Hamdan…
Con un invito a Twitter, torna il ricordo di una voce dalla Palestina… Hamdan Jawei, “incontrato” al telefono nel dicembre scorso, per raccontarne la storia, nella mia rubrica in radio sulla disabilità. A ridosso della Giornata Mondiale delle persone con disabilità, che ho voluto celebrare andando alle porte di Betlemme, simbolo di questa terra che è cuore inquieto del mondo, in giorni in cui si è riacutizzato un dramma in realtà mai sopito ( se non nella nostra flebile attenzione) proprio mentre la Palestina entra all’Onu come Stato osservatore. Perché Hamdan Jawei? Perché con l’associazione Moire ha anche costruito un ponte fra Italia e Palestina, e ha deciso di fare qualcosa per le persone disabili della sua terra. Hamdan, che ha vissuto sulla sua pelle cosa significa essere emarginato, invisibile quasi. Chiuso in casa fino all’età di dieci anni, perché di un bambino disabile c’è solo da vergognarsi… soprattutto se si vive in un povero villaggio, in una famiglia che, dice Hamdan, non aveva “gli strumenti per capire come comportarsi con me, non erano abbastanza “civili” per capire il concetto di integrazione sociale”. Dove, anche, guardandosi intorno, è difficile trovare aiuto, strutture che aiutino, e aiutino a capire… Eppure non c’è rimprovero, nessun astio, nella voce di Hamdan, che racconta la sua “prigionia”, i problemi psicologici, la violenza che questa ha fatto crescere in lui. Così che il giorno in cui la madre apre la porta della stanza in cui era rinchiuso, l’aggredisce e fugge via… Nessun astio. Tenerezza, invece, nel ricordo dei giorni della sua mamma-bambina, che era stata sposa a quattordici anni, che dopo la fuga, riaccogliendolo, gli ha chiesto… aiutami, aiutami a capire…
Haiku
Da un’altra riva, affacciata su un fiume, di nome Grazia
sbucano fiabe
frugando i ripostigli
bui del pianto