IL numero di questo mese della rivista “Una città”, dedica un ampio serivizio ad “Urla a bassa voce” ..
http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=2297
IL numero di questo mese della rivista “Una città”, dedica un ampio serivizio ad “Urla a bassa voce” ..
http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=2297
Leggete questa cronaca, di Alessandro, Alessandro Forlani, collega di GR Parlamento, amico che a volte incontro e insieme proseguiamo il viaggio quotidiano sul trenino da Flaminio a Saxa Rubra, insieme alla sua bellissima Asià…
“Oggi ho incontrato Papa Francesco e vi racconto come.
Stamattina a Roma alle 11 c’era il saluto del Papa agli operatori dei media ed ero incerto se andarci o no. La bambina non era in forma perfetta e mi dispiaceva di lasciare da sola mia moglie anche al sabato. Poi, anche su sua insistenza, sono uscito di casa. Arrivo all’ingresso del Vaticano verso le 10,20 e mi metto in fila. La security mi dice subito che probabilmente con il cane non potrò entrare, ma mi dicono che chiederanno agli addetti vaticani. Dopo una decina di minuti mi danno il via libera e una guardia svizzera mi accompagna fino all’ingresso della sala Paolo VI, dove si deve tenere l’incontro. Sono le 10,40 e mi fanno accomodare di fianco alla prima fila. Il Papa arriva in anticipo verso le 10,55 e inizia subito il suo discorso. Dopo aver letto qualche riga, si mette a parlare a braccio della sua scelta di chiamarsi Francesco e del compito dei media. Compito difficile per raccontare la complessità, dice, compito che richiede studio e sensibilità, cose, penso, che entrambe ci mancano in pieno, visto che ci limitiamo a copiare quattro lanci di agenzia e non abbiamo in genere nessun rispetto degli esseri umani, che vivono dentro le notizie. Verso le 11,20 il Papa impartisce una benedizione collettiva e si alza per il saluto privato ad una cinquantina di persone scelte dagli organizzatori dell’evento tra i big della comunicazione. C’erano i direttori di Avvenire e delle tv cattoliche, quelli dell’Osservatore Romano e della Radio Vaticana, più il DG della RAI Gubitosi e qualche altro direttore straniero. Dopo qualche minuto, mi si avvicina un signore della sicurezza e mi dice testualmente: “dottor Forlani il Santo Padre desidera salutarla; vuole seguirmi”?(…)

A proprosito del nuovo Papa… una piccola traccia…. la foto di Jorge Mario Bergoglio su un vagone di metropolitana… che suggerirei di leggere capovolgendone i termini d’interpretazione un pò scontati ( la Chiesa in strada fra gli umili?) … ma come invito alla riappropriazione di spazi pubblici , che riacquistano dignità e centralità… fuori dai percorsi e dai palazzi delle caste… luoghi della volgarità contemporanea in cui si è barricato negli ultimi tempi il potere… ogni forma di vero o presunto potere…
Una lettera, bellissima, per gli Uomini Ombra. Scritta da Luca, che è artista e uomo di scienza… Che ricevo e volentieri pubblico…
“Cari Uomini Ombra,
sono un padre di famiglia che si avvicina alla cinquantina, sono artista e uomo di scienza, come lo sono molti nella mia famiglia da ormai qualche generazione. Da bambino mio nonno mi diceva: “Da giovane speravo di poter vivere così a lungo da poter vedere realizzate quelle che pensavo fossero grandi conquiste per l’umanità come volare, e ancor di più andare sulla luna, anche se allora era impossibile. Nel corso della mia vita ho visto realizzarsi queste cose per cui ritengo che l’umanità si sia in qualche modo evoluta”. Io personalmente spero di poter vivere così a lungo da vedere l’abolizione dell’ergastolo (e poi anche del carcere) da parte di una grande nazione organizzata (credo infatti che forse gli unici popoli che non concepiscono l’orrore del carcere appartengono a civiltà tribali). Questo ritengo che sarebbe un grande passo evolutivo per l’umanità, che non è paragonabile ad alcuna delle tecnologie finora raggiunte dall’uomo. Ho sempre amato la vita e la libertà anche se da quando ho conosciuto da voi via e-mail la vera storia degli ergastolani un po’ più da vicino, è come se una parte di me avesse perso la libertà e sia stata murata insieme a voi. Sento che non potrò mai essere completamente libero finchè esisteranno certi tipi di “punizioni”.
“Domani è la festa di san Pietro. Il prete mi dice che un morto ammazzato in paese prima della festa non ce lo meritiamo proprio. Annuisco, poi gli dico che non solo non ce ne meritiamo uno, figuriamoci due. Mi guarda, non capisce. “Il custode, aggiungo”..
E a partire da un omicidio, la morte poco chiara del custode del cimitero, si dipana il racconto del “Il guardiano dei morti”, edito da Perdisa, scritto da Giuseppe Merico. Una storia nera, gotica… il protagonista è Mimino, che lavora nel cimitero del paese ed è in lutto per il padre, e questo lo porta a una terribile follia… la profanazione dei morti… cosa cui si abbandona ma contro cui pure combatte… E poi c’è il mondo della criminalità, e ci sono tante figure dolenti: la mamma malata, di elefantiasi, un bambino con grave disagio psichico, Mirko, che forse porta, inconsapevole, il segreto del primo omicidio…Tutti personaggi di una reltà violenta di cui sono vittime e attori… attori minori però e sembrano destinati alla sconfitta… eppure Merico riesce a svelare un’umanità profonda… perché è il dolore, ci spiega, che conserva e svela l’umanità… Ed è questa umanità che apre alla speranza di salvezza. Mirko, con le sue crisi improvvise di follia, non viene abbandonato né accusato, ma accolto dalla madre malata, dalla ragazza che Mimino in qualche modo ama. Mimino che pure una famiglia cerca di comporla, con Mirko e la prostituta del paese. I personaggi sono tanti: sembra un mondo spietato e surreale, che non ci appartiene,… poi all’improvviso compaiono nomi di geografie reali… Lecce, Brindisi…, ad esempio, che piombano come una scossa a ricordare che questo è anche il nostro mondo… Sì, dice Merico, sicuramente questo è assolutamente anche il nostro mondo…
aspettando l’assenza… in attesa di sottrarsi, alla gabbia del “pensiero calcolante”, che tutto domina, che tutto, intrappola, intorno…
e così Lauretta, dopo aver letto “Io ti faccio amico”, che ha trovato bellissimo, manda queste righe:”
A cominciare dai disegni, delicati e leggeri, il libro di Ferdinando Albertazzi, Io ti faccio amico, è un piccolo gioiello.“Tre incontri di normale diversità”, recita il sottotitolo.Seguendo la penna garbata dell’autore, conosciamo o riconosciamo la distrofia, l’autismo, la dislessia; la rabbia e lo sgomento per il diverso, quando diverso è il colore della sua pelle, o il suo comportamento silenzioso e quindi inconcepibile mette in difficoltà chi gli sta di fronte. Io ti faccio amico è un inno all’amicizia, rivolto ai bambini perché non abbiano paura, anzi affinché possano godere delle diversità che ci contraddistinguono e proprio per questo ci rendono uguali gli uni agli altri. Tutti. E’ un invito ad amare, a cercare di afferrare l’inafferrabile. Un volumetto pensato per i piccoli e consigliato ai grandi (come ogni libro per bambini, del resto), questa fiaba dolce è un eccellente supporto per chi insegna e si trova tutti i giorni a convivere con le problematiche sulla diversità, in quel favoloso microcosmo che è la classe.
“Sarà perché siamo tutti un po’ diversi e un po’ uguali?”
Questo è un invito ad entrare nell’”arcipelago sordità”… che è un progetto, un viaggio alla scoperta del mondo, ben più variegato e complesso di quanto si possa pensare, di chi vive l’esperienza della sordità in prima persona. Incontrando Martina Gerosa, una delle anime di questo “arcipelago” , che è anche un sito, nato con Enrica Répaci. Gerosa è italo- tedesca, architetto urbanista, vive e lavora a Milano. Da sempre impegnata nel terzo settore e nella società civile, porta intanto il sapere della sua esperienza di persona con sordità fin dalla prima infanzia… Martina Gerosa dice: “comunicare è l’arte di costruire ponti”… ma quanti ponti ha imparato, fin da piccola, a costruire..?
Tantissimi ponti… sono una donna di 45 anni nata prematura in un tempo in cui non c’erano le cure di oggi. Mi salvarono la vita, però mi lasciarono in eredità una disabilità uditiva grave, profonda. Eppure non ero una bambina isolata nel mio mondo silenzioso. Io credo che il primo ponte sia stata una comunicazione di sguardi, di empatia, e questo grazie a una famiglia molto presente e vicina. Il secondo ponte è stato l’apprendimento della lingua grazie a degli ausili e ad un percorso per imparare le parole con i miei genitori che erano i principali attori di quello che io ho sempre percepito come un bellissimo gioco, per imparare le parole attraverso la lettura delle parole scritte su cartoncini sui quali era applicata l’immagine corrispondente. E poi, l’integrazione nella scuola di tutti… prima ancora dell’introduzione della legge per l’integrazione scolastica delle persone con diabilità. Diventata poi architetto urbanista e avendo più a cuore la città degli uomini che la città delle pietre, convinta che gli spazi debbano essere immaginati e costruiti per la vita delle persone, ho imparato a costruire ponti di altra natura: per esempio in quartieri abitati da gruppi di diversa provenienza. Nuovi ponti, incontrando persone con disabilità anche diverse dalla mia, a volte anche solo con un’intesa di sguardi…
Ciao a tutti, sono Enrichetto Cosimo, quello del titolo. Ed ecco la prima frase fra virgolette del titolo:perché tu lo sai chi è Shimitsu Furikawa, vero? a sentire questa domanda rimasi “abete”…. o “ebete”… come volete voi…. Polletti mi diede un pestone con il gomito mentre con la parte sinistra della bocca suggeriva: “Non lo sai… dì che non lo sai…!!! ”
E si presenta così Enrichetto, protagonista di “Enrichetto Cosimo, appunto, alla ricerca del Manga Mangante” ( sì con la g ) , di Luca Raffaelli, giornalista scrittore ed esperto di fumetti… ed edito da Einaudi Ragazzi. Intanto una storia di bullismo, in qualche modo. Il “cattivo” della scuola, Frangipane incastra in qualche modo Enrichetto che è costretto a partire per il Giappone, dove deve trovare gli albi del manga di Robostrak (robot dalla cataratta reattiva multipla) firmati dall’autore SHIMITSU FURUKAWA. Tutto questo in poche ore, altrimenti il cattivo della scuola ha promesso senza mezzi termini a Enrichetto: “FRAMMENTI DEL CRANIO NELLA SPAZZATURA”. Ed Enrichetto parte, insieme ad un amichetto e ad un’amichetta, Beatrice, che li guida, con la tranquilla saggezza di chi “sa togliere le castagne dal fuoco senza scottarsi”. Enrichetto Cosimo ispira simpatia… (…)
E a proposito dell’ultimo incontro, a Formia, per portare le voci di “Urla a bassa voce…”, volentieri pubblico l’intervento di Pasquale Giustiniani, che è docente di Filosofia Teoretica nella Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale. Una lettura attenta e puntuale ( e ancora lo ringrazio per l’attenzione) , cui fra l’altro ha dato un titolo che richiama un indimenticabile testo di Eduardo de Filippo… ascoltate…
Voci da “dentro”
“Finalmente poter ascoltare le “voci da dentro” stando qui fuori, senza dover origliare o sbirciare; ma solo perché loro, i 36 detenuti che hanno scritto insieme con la curatrice, Francesca de Carolis, questo notevole e scomodo libro – sono quasi tutti reclusi in circuiti penitenziari differenziati. Voci che vengono dal carcere più duro che appare, dal punto di vista della durata, e non solo, come l’inferno (quanto dura l’inferno? Sempre. Quando finisce l’inferno? Mai): dal 41 bis riservato, al 41 bis, a quello ad Alta Sicurezza, all’Elevato Indice di Vigilanza che, dal 2009, è stato sostituito da tre sottocircuiti dell’Alta Sicurezza –. Tutti i “padroni” di queste voci hanno consapevolmente deciso, rispondendo a domande di «insegnanti, medici, volontari, giornalisti, suore» (p. 9), di farci, appunto, il dono di quello che accade lì dentro, ma soprattutto di quello che essi pensano, desiderano, spesso disperano… di fare ed ottenere, mettendoci chiaramente, e terribilmente, a conoscenza di «cosa succede all’interno delle carceri» italiane (Giuseppe Pullara, p. 64), soprattutto di certe carceri, nonostante Cesare Beccaria, nonostante i diritti sanciti nella Costituzione, nonostante il “visitare i carcerati” del cristianesimo (che, pure, nel Giubileo del 2000, aveva chiesto, inascoltate, un gesto di “grazia”). Come la copertina di Vauro (cf p. 13), soltanto delle voci – voci di coloro che non hanno ancora preso, come succede ad altri, la disperata via del suicidio «davanti a tanto ferro grigio» (p. 115). Voci che escono da una bocca che cerca di far sentire il proprio urlo interiore, (…)