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    Felicità, dunque

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    “Fermati qui,” mi disse “non partire più”.

    Poi lui lasciò la campagna per tornare a vivere in città. Io comiciai presto a stare più a casa sua che nella mia. occupava gli ultimi due piani di un vecchio stabile del borgo antico, un vecchio granaio ai piedi della Certosa. Nell’appartamento al piano di sotto abitava il fratello. Al piano terra c’era il laboratorio di artigiani, dove tagliavano e lucidavano il ferra. La casa era a ridosso della collina. Affacciata sul profilo della città. Inquadrati nelle finestre, ancora alberi, filari di cipressi, siepi, e prati morbidi di fiori. Per andare da lui laciavo il mio piccolo appartamento, acquattato anche quello ad un ultimo piano. Evidentemente eravano tutti e due ammalati di tetti. E poi laggiù in basso, per tutti e due da qualche parte scorreva tranquillo il fiume. Dà una certa serenità sapere che nelle vicinanza c’è dell’acqua che scorre. Ne avverti la presenza anche quando non puoi vederla. Accarezza la mente. Madre premurosa. Come quasi cercando di consolarti dall’assedio che tutt’intorno la città sempre solleva.

    Tema d’agosto

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    La felicità… questa cosa che tutti sembriamo dover inseguire per rendere la vita degna di essere vissuta… questa felicità… da conquistare ad ogni costo… se persino nella rivendicazione dei diritti naturali con cui si apre la Dichiarazione di Indipendenza americana del 4 luglio 1776 leggiamo che a tutti gli uomini vanno riconosciuti “Il diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità”… eppure… tutti vogliono vivere felici, faceva notare Seneca, ma hanno l’occhio confusoquando devono discernere ciò che rende felice la vita…

    La felicità, dunque. Tema d’agosto…

    Pensiero di fine Luglio

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    Pensando a nostri guerrieri di guerre e terre lontane.

    Toglietemi/ almeno per oggi questa tristezza,/ per oggi soltanto questa disperazione/ che mi vela gli occhi, che mi blocca / il pensiero. / Toglietemi / solo per oggi le catene ai polsi, / solo per oggi le pastoie dalle gambe, / per oggi solo lasciate che vada / incontro al sole. /// Guerriero che ha perduto ritorno con il volto sfigurato,/ ritorno con le ossa spezzate, / ritorno con il cuore svuotato di ogni sentimento:/ m’è rimasta solo la rabbia./// Ma mostratemi com’è fatto il cuore di uno che vince,/ il cuore di chi mi ha vinto/ sia esso uomo o destino,/ angelo sia o demonio.///  Mostratemelo/ chi m’ha steso nella polvere:/ voglio piantargli nel cuore/ questa lama spezzata di coltello/ che mi è rimasta in mano.///  Oh, toglietemi/ almeno per oggi questa tristezza,/ per oggi soltanto.

    Guerriero che ha perduto, da Is Canzonis, di Benvenuto Lobina.

    Per un amico in concerto…

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    Gabin Dabiré, in concerto il primo agosto. “Notte Africana”, presso la Darsena Azzurra di Fiumaretta di Ameglia (Genova).

    “Il nuovo amico veniva da un paese dell’Africa occidentale. Alle percussioni era un mago. Ma non solo. Un poeta, direi.Continua a suonare. Ho sempre i suoi dischi. Anche qualche vecchia cassetta. Questa è una delle prime registrazioni. Il nastro è molto rovinato. Ma si può provare ad ascoltarlo. Potrebbe rompersi. Speriamo non succeda. Ecco… Il suono è opaco. In questo punto diventa troppo flebile. Si allontana. Peccato, il nastro è davvero troppo vecchio. Ma ancora si percepisce il pulsare della voce del suo paese. Immensa. Profonda. Magica. In questo punto… un timbro arcano… dà quasi una sensazione d’umore caldo… Si avverte ancora? Sì. E’ odore di terra. Respiro d’animali e di dèi d’acqua. Se chiudo gli occhi li vedo. Animali e dèi.  Questo suono. E’ un tamburo parlante. Dicono abbia poteri magici. Dum… dum… dummm...

    Un’antica fiaba armena

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    Un viaggio

    nelle regioni del Caucaso, con una fiaba che appartiene alla tradizione del popolo Armeno… una tradizione lontana, di quando la casa degli Armeni  si estendeva in un ampio territorio fra l’Eufrate e il Caucaso… prima, molto prima che, per le travagliate e dolorose vicende politiche culminate con il genocidio del 1915, la sua gente si andasse disperdendo in ogni angolo del mondo… “Il saggio tessitore”, dalla raccolta di fiabe armene di Sonya Orfalian. una fiaba di quelle che raccontavano gli ashug, i trovatori armeni, fatta di musiche, silenzi e parole di verità… tessuta della saggezza di antichi nobili mestieri, che c’erano una volta e da andare a scovare, da qualche parte, ancora adesso…C’era una volta un re. Che un giorno ricevette la visita di un messaggero di un paese lontano. Questi, appena giunto, tracciò un cerchio per terra  intorno  al trono. Il re mandò a chiamare i ministri e i saggi del regno perché gli spiegassero il significato di quel segno, ma nessuno seppe rispondere. Allora ordinò:– Portatemi una persona capace di capire questo disegno, o farò tagliare la testa a tutti! —Gli uomini del re cercarono, cercarono per tutto il paese, finché capitarono in una casa. Sembrava deserta, ma in una culla, che dondolava da sola, videro un bambino addormentato. Anche nella camera accanto dondolava dolcemente una culla …… Sentite, anche voi, questa ninna nanna? È un antico canto armeno ….

    22 luglio

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    “Non farò più niente per limitare o fare più grande la tua vita”. E’ tutto. Da un altro 22 luglio, ma era un sabato. Dagli appunti di Marguerite Duras. Dialoghi accennati. Impressioni. Cenni folgoranti. Dedicati al suo giovane amante. Qualche mese prima di morire. “C’est tout” .

    Non si ferma questo treno…

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    La nostra vita… ogni giorno una corsa… E così il nostro tempo rotola, rotola senza sosta, come su un treno lanciato a tutta velocità. Ma qualcosa, qualcuno a volte c’invita a fermarci… e così ha fatto Cleonice Parisi, favolista spirituale, con il suo racconto “Non si ferma questo treno". Una favola per riflettere un po’ su noi e sulla nostra vita, che va avanti, va avanti senza sosta… E questo è un invito a raccogliere il suo invito, con questo racconto che parla in favolese, come sa fare la mente che dell’anima ha visitato il paese…  "Correva correva il treno lungo i suoi binari…,ma a un tratto cominciò a camminare come se avesse il freno tirato, dopo un po’ il motore andò sotto sforzo e ci fu un forte botto.“Cosa succede!” disse il macchinista. “Che storia è questa, chi ha tirato il freno…!?  non può fermarsi questo treno!” Il macchinista era fuori di sé dalla rabbia, scese dalla locomotiva con passo deciso, e prese a perlustrare prima le rotaie, e poi le ruote… ed ecco, infine capì cosa aveva fermato la corsa del suo treno: del fieno ...

    Impossibili nostalghie

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    Cercando sonorità che evochino la Grecia. E ritrovando i passi di sirtaki di Zorba il greco. E il danzare assoluto di Anthony Quinn. A un tempo corposo e aereo. Corpo e cielo, sullo sfondo di una spiaggia secca di pietre. Umida di vento e onde. Dal sapore di terra e sale. Passi, che sfiorano il suolo, accarezzano il vento. E si intrecciano. Lenti. Ancora lenti. Poi prendono ritmo e sembrano inseguirsi senza mai più toccare terra. E il bianco e il nero della pellicola del passato vira nell’azzurro e nel bianco della luce del mare. E quando il ritmo cresce, cresce, cresce fino all’impossibile, Zorba è solo quella danza, e l’aria e il mare.  Appassionato e appassionante, come sa esserlo un uomo che danza la vita.

    Migrazioni

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    Ancora, parlando di migrazioni. E pensando a migranti della nostra storia. Dal passato nostro vicino, i versi di Benvenuto Lobina, poeta, scrittore sardo. Ancora bruciano.

    “Quando/ potrò rivedere gli occhi tuoi, / il fiume andando dove non sapevo,/ la luna ferma davanti alla finestra/ e i mandorli in fiore del mio paese?/ La gente pigra del mio paese,/ la gente laboriosa del mio paese/ ed il treno…/// O maledetto treno del mio paese, / quanta gente hai portato via,/ quante lagrime hai strappato/ correndo dietro al fiume./ Gente disperata,/ gente che per partire lasciava/ la zappa conficcata in una zolla,/ la roncola in un macchione,/ le carte buttatesul tavolo,/ il mezzolitro vuoto,/ i debiti senza pagare/ e le donne in un canto/ piangendo giorno e notte davanti al fuoco./// “Due giovani di Villanova Tulo/ morti in una miniera di carbone“. / Come potrò mai ritornare/ con questo giornale in tasca,/ come potrò sentire/ gente che ride, gente che canta,/ e vedere altri giovani, e vedere/ il fiume andare lento lento/ e i mandorli in fiore del mio paese?/// “I mandorli in fiore del nostro paese/ pieni di polvere di carbone./ Come pesa questo carbone/ ammucchiato sui nostri petti./ Come era basso quel cielo,/ quel cielo di carbone nero/ che ci è crollato addosso…

    Clandestini…

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    Leggendo. E rileggendo delle norme del “pacchetto sicurezza”. Quasi a convincersi che, sì, è proprio vero.  E chiedendosi, guardandosi intorno, quanti clandestini ha già fabbricato questa legge. Quanti infiniti ne fabbricherà. La risposta è che già sono molti, molti di più di quanto sia possibile calcolare e ipotizzare. Perché il conto non finisce con tutti gli stranieri che questi tempi bui additano come “nemici”. Già, perché qualcuno, fra chi ci governa, ha detto: “Queste norme sono state chieste dal popolo italiano”. E tutti quelli che, pur anagraficamente parte del popolo italiano, queste norme proprio non le avrebbero volute, e non le vogliono? Domanda legittima. In quanti siamo diventati clandestini, dopo le norme del “pacchetto sicurezza”? Dopo, soprattutto, questa frase, che espropria tanta parte del popolo italiano, della legittima appartenenza al popolo italiano. Le parole… andrebbero usate con maggiore cautela, le parole…