“Fermati qui,” mi disse “non partire più”.
Poi lui lasciò la campagna per tornare a vivere in città. Io comiciai presto a stare più a casa sua che nella mia. occupava gli ultimi due piani di un vecchio stabile del borgo antico, un vecchio granaio ai piedi della Certosa. Nell’appartamento al piano di sotto abitava il fratello. Al piano terra c’era il laboratorio di artigiani, dove tagliavano e lucidavano il ferra. La casa era a ridosso della collina. Affacciata sul profilo della città. Inquadrati nelle finestre, ancora alberi, filari di cipressi, siepi, e prati morbidi di fiori. Per andare da lui laciavo il mio piccolo appartamento, acquattato anche quello ad un ultimo piano. Evidentemente eravano tutti e due ammalati di tetti. E poi laggiù in basso, per tutti e due da qualche parte scorreva tranquillo il fiume. Dà una certa serenità sapere che nelle vicinanza c’è dell’acqua che scorre. Ne avverti la presenza anche quando non puoi vederla. Accarezza la mente. Madre premurosa. Come quasi cercando di consolarti dall’assedio che tutt’intorno la città sempre solleva.
Gabin Dabiré, in concerto il primo agosto. “Notte Africana”, presso la Darsena Azzurra di Fiumaretta di Ameglia (Genova).
Un viaggio

La nostra vita… ogni giorno una corsa… E così il nostro tempo rotola, rotola senza sosta, come su un treno lanciato a tutta velocità. Ma qualcosa, qualcuno a volte c’invita a fermarci… e così ha fatto Cleonice Parisi, favolista spirituale, con il suo racconto “Non si ferma questo treno". Una favola per riflettere un po’ su noi e sulla nostra vita, che va avanti, va avanti senza sosta… E questo è un invito a raccogliere il suo invito, con questo racconto che parla in favolese, come sa fare la mente che dell’anima ha visitato il paese…
Cercando sonorità che evochino la Grecia. E ritrovando i passi di sirtaki di Zorba il greco. E il danzare assoluto di Anthony Quinn. A un tempo corposo e aereo. Corpo e cielo, sullo sfondo di una spiaggia secca di pietre. Umida di vento e onde. Dal sapore di terra e sale. Passi, che sfiorano il suolo, accarezzano il vento. E si intrecciano. Lenti. Ancora lenti. Poi prendono ritmo e sembrano inseguirsi senza mai più toccare terra. E il bianco e il nero della pellicola del passato vira nell’azzurro e nel bianco della luce del mare. E quando il ritmo cresce, cresce, cresce fino all’impossibile, Zorba è solo quella danza, e l’aria e il mare. Appassionato e appassionante, come sa esserlo un uomo che danza la vita.
Leggendo. E rileggendo delle norme del “pacchetto sicurezza”. Quasi a convincersi che, sì, è proprio vero. E chiedendosi, guardandosi intorno, quanti clandestini ha già fabbricato questa legge. Quanti infiniti ne fabbricherà. La risposta è che già sono molti, molti di più di quanto sia possibile calcolare e ipotizzare. Perché il conto non finisce con tutti gli stranieri che questi tempi bui additano come “nemici”. Già, perché qualcuno, fra chi ci governa, ha detto: “Queste norme sono state chieste dal popolo italiano”. E tutti quelli che, pur anagraficamente parte del popolo italiano, queste norme proprio non le avrebbero volute, e non le vogliono? Domanda legittima. In quanti siamo diventati clandestini, dopo le norme del “pacchetto sicurezza”? Dopo, soprattutto, questa frase, che espropria tanta parte del popolo italiano, della legittima appartenenza al popolo italiano. Le parole… andrebbero usate con maggiore cautela, le parole…