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    Home Blog Pagina 156

    A un semaforo

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    Fermi al semaforo, in attesa di ripartire. Lei è di nuovo lì. La stessa di qualche mese prima. Forse un anno prima. E c’è da stupirsi che sia ancora viva. Dopo un anno. Sottile sottile, scalza e avvolta in un lungo cappotto, ora che è ancora estate. Lo stesso di quando era inverno. I capelli sulle spalle. Sporchi di biondo. Il viso minuto. Un triangolo spigoloso. Perfetto. E gli occhi grandi e smarriti. Allunga la mano con molta discrezione. Quasi non la allunga affatto. Persa piuttosto dietro pensieri. E con un gesto invisibile accetta le monete, quasi la cosa non le importasse molto. Con le mani giunte in un saluto. Ma gli occhi sono già da un’altra parte. Lontanissimi. Chiari e molto belli. Sospesi nell’altrove. Di un’estasi, forse. Pensandoci un pò su… Forse non era diverso lo sguardo di un santo o un eremita dei tempi che furono. Forse non era diverso il loro sentire. Straniato e straniante. Di quando scendevano a predicare la loro verità alla gente. Solo, adesso, non ci sono parole da seminare sul selciato. Non c’è gente disposta a fermarsi ad ascoltare quello che avesse da dire. Forse, la differenza, è tutta qua.

    Ritornando

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    Ritornando da orizzonti sfarinati nella luce radente del mattino. Di densità impossibili, di latitudini passate. In agguato, pronte all’assalto. E si sente odore di mare senza che mare ci sia… E ritorna ancora tutta, la nostalgia del futuro. Del futuro passato, come al tempo di questi appunti di viaggio.

    Tutto è iniziato a sorpresa, con un volo nel passato, tornato presente nel sonno, in sogni carichi di nostalgia. Il primo sogno. Il cortile era quello del vecchio palazzo di Santa Maria. Il pesante portone di legno, le pietre squadrate dell’ingresso, la scalinata, il ballatoio che corre tutt’intorno al primo piano, le finestre e le porte che vi si affacciano, l’aria calda di un pomeriggio di luce. Così carico di luce che il colore opaco delle mura trascolora in un bianco che quasi acceca. Tutto sembra lieto e lieve e, anche se nessun passo risuona sui balconi, il vuoto intorno al cortile sembra affollarsi del pensiero di tutte le persone, mai più riviste che lì, solo lì, era possibile aspettarsi di incontrare. E naturalmente lì sono. Anche se nascoste alla vista, se ne avverte il respiro. Ma non è concesso di più, troppo lunga è stata l’assenza. Il palazzo si anima solo della festa improvvisa di una banda di gatti che irrompe nel centro del cortile. Guizzante, gioiosa e crudele come solo una banda di gatti scalmanti sa essere. Bisogna scostarsi per evitare di essere graffiati.

    Ancora una fiaba

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    “Mamma, mi racconti una fiaba?” e la mamma racconta…, quante volte… magari per farli addormentare, o anche solo per intrattenerli durante un pomeriggio trascorso in casa. Poi i bimbi crescono, le domande sono altre, più difficili, e quel “mamma., mi racconti una fiaba” ritorna come un’eco del tempo passato, e rimangono, a volte nel cassetto, i racconti inventati per loro… come ha fatto Ludovica de Nava, quando i suoi bimbi le hanno chiesto: “Perché le lucciole hanno il lumino?” La risposta, il suo racconto:

    Già, perché “C’era un tempo in cui le lucciole non avevano lumicino. Erano dei piccoli tristi insetti, un pò noiosi come le mosche, ma incapaci di mordere, attaccare altri insetti, difendersi. Come per la maggior parte degli insetti il loro cibo era il polline dei fiori, ma procurarsene non era semplice: le farfalle erano molto più grandi, e il loro volo impauriva le lucciole, che finivano con il lasciare i fiori a queste, e alle api, e alle vespe, che le minacciavano con il pungiglione, e ai maggiolini che erano più grossi e più forti…Insomma, una vita davvero dura per le povere lucciole.

    Sirene

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    “Adesso le sirene hanno un’arma ancora più fatale del canto, il loro silenzio”. Parola di Franz Kafka, da Il silenzio delle Sirene. Dalle pagine di La santa e la sirena, narrazione di Elisabetta Moro sul mito di fondazione di Napoli. Per iniziare il mese con un pensiero al canto e alla diversità. Alla rifondazione e a rifondazioni che nascono dall’arrivo di qualcosa, qualcuno che forse non ci somiglia, o somiglia a qualcosa di bellissimo e bruttissimo che, forse, è anche quella metà nascosta nel fondo di noi. E non ci sono “respingimenti” che valgano. Quel qualcosa è mostruosamente bello. Come mostruosamente belle sanno essere le sirene. Qualunque sia la forma di ogni loro reincarnazione. Per quanto spaventosa. E’ vero, oggi le sirene tacciono. Il loro silenzio, più violento delle grida. Kafka, ancora una volta, profeta del nostro tempo. Ma noi, speriamo tornino presto a cantare… Anzi, non sentite…? Appena un cenno, di suono… stridulo… soffocato da qualche parte … laggiù in fondo… sono sante… sono sirene…

    Felicità, infine…

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    “Ogni felicità è un capolavoro”

    Per concludere questo mese di fuoco, con le parole di Adriano, delle Memorie di Marguerite Yourcenar. Inarrivabili. Le sue Memorie, e le sue parole. Come la felicità, forse…

    Felictà, dunque – 9

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    La risposta, forse, in una fiaba. Ecco. “La camicia dell’uomo contento”.Ascoltate…

    C’era una volta un re, che aveva un solo figlio, al quale voleva bene come alla luce dei suoi occhi. Ma questo Principe era sempre scontento. Passava intere giornate affacciato al balcone a guardare lontano. “Ma cos’hai?” gli chiedeva il Re. “Sei innamorato? Se vuoi una qualche ragazza, dimmelo e te la farò sposare, fosse la figlia del Re più potente della terra o la più povera contadina!” “No, padre, non sono innamorato”. “E allora, cosa ti manca?” “Non lo so, padre mio, non lo so neanch’io”. E ancora oggi, quante volte non sappiamo… o non vogliamo sapere… Comunque. Il nostro Re provò di tutto per rallegrare il principe scontento, teatri, balli, canti. Ma nulla… il viso del Ptrincipe di giorno in giorno impallidiva sempre più. Allora il Re emanò un editto e convocò da tutte le parti del mondo la gente più istruita: filosofi, dottori, professori. Mostrò loro il Principe e chiese consiglio. Tutti quei saggi si ritirarono a riflettere, poi tornarono dal Re con la risposta: “Maestà, abbiamo pensato, abbiamo letto le stesse, ed ecco cosa dovete fare: cercate un uomo che sia contento, ma contento in tutto e per tutto, e cambiate la camicia di vostro figlio con la sua”. Quel giorno stesso, il Re mandò gli ambasciatori per tutto il mondo a cercare l’uomo contento.

    Felicità, dunque – 8

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    Seguendo un filo, forse… un pensiero di Samuel Johnson. “Vorrei vedere le miserie del mondo, perché la vista di esse è necessaria alla felicità”. Seguendo un filo, chissà…

    Felicità, dunque – 7

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    Solo parole negate, oggi. Come ieri e come purtroppo forse ancora domani. Di qua, di là dalla linea di confine con la nostra felicità… sì, quella cosa, di cui dicevamo, da comprare a rate o in contanti…

    Felicità, dunque – 6

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    (…) Difficilmente cancellerò dal cuore l’esplosione di pura felicità nel saluto di una bimba, sulla strada alle porte di Pushkar. E’ un fagottino di stoffa colorato come tanti, che cammina serio sulla scia della madre sul limite dell’asfalto. L’apparizione inaspettata, fra camion e carrette, di una grande automobile bianca con i suoi passeggeri stranieri, dev’essere stato ai suoi occhi come un miraggio. Non ricordo di avere mai visto nessuno schizzare, proprio così, è la parola giusta, letteralmente schizzare di gioia. La bimba è come folgorata da una visione. Dal fagotto di panni le sue sottili braccia si sono slanciate agitandosi in saluti. Mentre le esili gambe si sono allungate in saltelli forsennati. Sul visino di pelle scura si è allargato un sorriso bianchissimo, che è diventato subito gorgoglio di risata, un suono sottile e aucto, mentre gli occhi si sono spalancati grandi e rotondi di meraviglia. Forse per lei è stato come finire nella pagina di un libro di favole, cogliere il frame di un film mai ancora visto, trovarsi davanti a un sogno diventato materia.

    Campo dei Fiori

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    La sera, in Campo dei fiori. Fra le risa, distratte. E parole sussurrate e parole urlate e gli schiamazzi e i passi già stanchi del ferragosto. La polizia e i ragazzi, il mimo e il violinista e qualcuno che ancora vende qualcosa. Fra la folla che chiede e si chiede, la festa qual è… E trilli e appuntamenti e ancora risate. La sera, in Campo dei fiori. Si staglia sul profilo dei tetti, il capo chino e buio di Giordano Bruno. E la sua solitudine, in mezzo alla folla, infinita. Solitudine, grande. Come il suo pensiero. Troppo. E chissà quanto dolore ancora impregna l’aria, che quasi ancora si sente ( si sente, si sente…) l’odore del fumo e del fuoco che brucia la carne. Di Giordano Bruno, vivo, sul patibolo dell’Inquisizione romana. Perché non si dissolve nel tempo lo strazio. Ancora non è dissolto. Quattrocentonove anni dopo, il dolore.