Provate ad eseguire una melodia seduti con il vostro strumento al centro di una stanza, al centro di una casa assolutamente priva di voci. Il suono si amplifica oltre ogni immaginazione. La perdita di confine fra la musica che abbiamo dentro e quella che che riusciamo a portare fuori diventa incontrollabile. Il suono si propaga lungo onde ampie, sempre più ampie. Disegna superfici che si allargano, si allargano, si allargano. Sulle quali si dilata l’anima. Che è una sensazione indescrivibile. Esaltante. Paurosa. In uno spazio muto bastano poche note insieme per sviluppare vibrazioni e forze infinite. Ma c’è un limite di dilatazione oltre il quale l’anima si perde. Se non siamo ancora pronti per il salto nell’infinito. Allora non basta battere la nota che segna il punto del silenzio. Per fermare la paura. (Angela, agela, angelo mio… Stampalternativa, p.35)
Limiti
C’è un limite di dilatazione oltre il quale l’anima si perde. Se non siamo ancora pronti per il salto nell’infinito. Allora, non basta battere la nota che segna il punto del silenzio. Per fermare la paura.
Un pensiero a questo Dio…
Solo poche righe, per lo stupore di un pensiero. Leggendo della storia, delicata e struggente di Eleonora de Fonseca Pimentel, poetessa, scrittrice e rivoluzionaria, che Enzo Striano ha ricostruito in un racconto d’incanto. Prima della sua tragica fine, assistendo al tremendo spettacolo dell’impiccagione di un giovane, giovanissimo rivoluzionario, ai tempi dei moti partenopei di fine settecento. Certi ragazzi, si dice, sono come Dio, generosi e sciocchi. Si costruiscono in testa le immagini orgogliose di un mondo, s’incapricciano a dargli vita. Appagano in ciò, si chiede, brame d’infinito amore? Un pensiero a questo Dio, ancora, generoso e sciocco… Il resto di niente.
La stazione…
Già… i fantasmi sono leggeri… un soffio e si può provare a mandarli via…come fumo… ma a ricordare la tremenda esplosione dell’episodio più sanguinoso delle stragi provocate dalla strategia della tensione … nella ricostruzione dell’ala della stazione distrutta, è stato lasciato uno squarcio nella muratura… una crepa pesante come la pietra…. E quell’uomo, che nella strage di Bologna ha perso tutto, “lui quella crepa nel muro proprio non la sopporta… gli sembra … una catacomba riportata alla luce per turisti di passaggio, una tomba etrusca salvata dall’oblio… una ferita… così ben rifinita… talmente ostentata che diventa patologia alla quale c’è il rischio di abituarsi… “(“La stazione” M.Fois)
La stazione…
…e riappaiono i fantasmi…
…accanto ai binari… …fra la folla indifferente…come un incubo al quale è impossibile sfuggire … la memoria è dolore insostenibile, a volte… una maledizione, a volte, come per il protagonista del racconto di Fois, ma rimane il dovere, collettivo, della memoria…
La stazione
Ma da solo, al centro della scena rimane quell’uomo… che da quando è rimasto solo non ha mai pensato nemmeno per una volta a ciò che ha distrutto la sua vita… a quelle lamiere roventi, all’uscita numero uno dove erano stati sistemati tutti quei corpi… a quel telegiornale dove annunciavano che era saltata in aria la stazione… quell’uomo era rimasto quasi tranquillo… persino quando ha riconosciuto la moglie dalla collana o quando ha intravisto tra le cose ammucchiate dai soccorritori la bambola della sua bambina… Quelle cose le aveva rimosse quasi subito…Ripensando al protagonista, del testo di Marcello Fois “La stazione“. Due giorni prima di ripassare da Bologna. Attraversando la stazione…
Sassi
Il racconto di Alba Re. Il sasso e la luna. Un racconto sul silenzio e sulla voce, soprattutto sul desiderio di sentirsi parte di una comunità condividendone li linguaggio. Provando a far parlare la cosa più impenetrabile e muta che si possa immaginare, pensate un pò, un sasso… Ma nelle fiabe tutto è possibile. Dunque.
C’era una volta un grande stagno in cui vivevano rane, ranocchi, ranocchiette verdi che gracidavano contenti giorno e notte. (cra…cra…) Sulle rive di quello stagno c’erano molti sassi: grandi, piccoli, rotondi, ovali, lisci e ruvidi, grigi, bianchi… insomma di ogni forma e misura… E fra questi ce n’era uno, ben modellato dall’acqua e dai venti che soffiavano raso terra, che aveva un gran desiderio: poter gracidare, come le rane nelle notti d’estate. Desiderio che sapeva irrealizzabile… tutti sanno da che mondo è mondo, che i sassi sono muti. Ma lui non dimenticava mai di chiedere alla luna di esaudire il suo sogno… e notte dopo notte… la supplicava…
Un pensiero
“Sciagura a te / Paese dove uno schiavo è re / E dove i capi mangiano il domani”. Dal Qohélet, nella versione di Guido Ceronetti. Un pensiero, guardandosi intorno…
…
Notti

Torna poi la notte che si riempie di ululati di cani e soffi di scimmie, soffi di corno e canti di mantra, sprazzi di fuochi e campane lontane…
Di nuovo ricordando un viaggio lontano, mentre in questa notte ancora così vicina, ancora umida di vapori di caldo malato, un cane ulula il suo strazio, a tratti, lacerati, senza speranza. Prigioniero, so, di mura di spazi. Ancora, manca l’aria.
L’orto di Ti’ Angiullina
“E l’orto di Ti’Angiullina! Quello non era un orto, era un giardino, era un luogo come dicono sia il Cielo, dove dicono che c’è ogni cosa bella ma nessuno l’ha mai vista, per questo le cose del Cielo non hanno nome, non hanno bisogno di nome perché sono le cose di Dio. Tu sei mai entrato nell’orto di Ti’Angiullina? No? E tu, e tu, e tu? No? Io sì…”
… Sembra una fiaba, vero? Ma quello che avete letto, è un brano dal romanzo dello scrittore sardo Benvenuto Lobina: “Po cantu Biddanoa”.. , un romanzo tessuto di “quadri” che sono storie della sua gente, per raccontare
“L’orto di Ti’Angiullina era chiuso con un muricciolo basso e pali piantati sul muro e tra un palo e l’altro era stesa una “cerda”, uno di quei graticci di “cadumbu” che i contadini mettono sul carro intorno alle sponde quando trasportano la paglia, ma grande, questa “cerda”, anzi erano molte, lunghe, io non so quante “cerdas” c’erano volute per recingere l’orto di Ti’Angiullina. Cento, almeno, o mille. Perché non so nemmeno quanto fosse grande l’orto di Ti’Angiullina, e se fosse situato davvero tra la via de Is Arenadas e il suo cortile, non sono nemmeno tanto sicuro che fosse in Biddanoa, forse non era nemmeno in Cielo ma in qualche altro luogo che nemmeno Dio sa dov’è. Però io volevo vedere l’orto di Ti’Angiullina, l’orto che non aveva visto mai nessuno. E un giorno ero salito sul muretto, e con un coltellino avevo cercato di fare un buco nella “cerda”. Ma era apparsa Ti’Angiullina ed io ero sceso dal muricciolo, vergognoso, e mi ero fermato davanti a lei col coltellino in mano.