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    Verso dove?

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    Interrompo gli appunti di viaggio. Per un altro, ben più lungo viaggio. Un muro. Venti anni fa. Da raccontare. Dal taccuino d’appunti di Daniela Morandini, in quei giorni inviata del giornale Radio, Gr2, della Rai. Ecco:

    Berlin 10.11.89 La festa continua, sia ad Est, sia ad Ovest. Le strade sono piene di gente.Tra poco, qui,  vicino alla chiesa delle vittime della seconda guerra mondiale, parlerà il cancelliere federale Kohl. In tutto il centro, lungo la Kurfunstenstrasse , sono già stati allestiti i punti per i pasti caldi.  Hanno gia' montato anche decine e decine di bagni chimici. L'afflusso e' enorme. Ci sono giovani, punk, signore distinte. Ci sono gli uomini, le donne , i bambini dell'Est. Vogliono l'Europa e la democrazia. Più in là c'e' il Muro: più di cento chilometri di divisione dipinta da artisti sconosciuti che dal 61 hanno detto NO. In questi ventotto anni, più di cento persone sono morte cercando di andarsene. Dal 49, quasi tre milioni di persone, uomini e donne, da qui, sono scappati verso l'occidente. Da una parte e dall'altra,  c'e' la voglia di cambiare. Ma come? In mezzo c'e' questo Muro crollato senza picconi e senza sangue. Fino a poche ore fa era simbolo della divisione delle due Germanie e dell'Europa. Adesso sembra un mostro senza fiato.

    Appunti di viaggio -2

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    Casablanca. Al primo sguardo, è un sole caldo che brucia la pelle e l’arrivo su marciapiedi sconnessi di perferie del Sud. Sull’orizzonte di intrichi di strade, squarci di facciate decò del protettorato che fu. Che splendide si allargano, girato l’angolo, sui larghi viali della città moderna. Casablanca, è confusione di folla, e caos inquinato di automobili, che tolgono il fiato. Prima di arrivare alla confusione impossibile di medina. Scarpe, teli, abiti, frutta, verdura, animali, spezie, cianfrusaglie, una piramide di melograni, e fumo di carni e interiora ad arrostire. Vicoli bui e sguardi d’elemosina che non pronunciano parole. Tre dirham per un cono di carta di ceci bolliti e uno spruzzo di curcuma. E già la paura di perdersi. Via, via. Fuori dalle mura, di là dall’orologio che sovrasta la piazza. E Casablanca è esplosione di piazze e giardini. Dove inseguendo una palla giocano ragazzini. E lo spazio, aperto, è tutto loro, e il tempo del futuro sembra infinito, e infinito il loro spazio fra la terra e gli alberi. E viene un pensiero, di tristezza, per i nostri bambini, prigionieri, di case, di nevrosi di giochi bugiardi, di tempi adulti, che già non appartengono più loro. Prigionieri del tutto che hanno. Ma, appena arrivati, non c’è molto tempo per pensare. Più forte prende, ovunque, l’odore nuovo dove si mescolano, ed è difficile, per ora impossibile, distinguere, sentore di spezie, di cibi cucinati, aroma di caffè dei caffè, di menta dolciastra infusa nel tè, odore di gatto, di pani appena cotti e di dolci e di miele e di fritti… L’odore di una porta che si apre sull’Africa… 

    Appunti di viaggio

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    Un pensiero, per iniziare. Valeva la pena arrivare fin qui, solo per vederle. Le cicogne. Discrete signore dei tetti. Di Marrakech. Che sorvegliano, con affettuosa, attenta indifferenza, dall’alto dei loro nidi. Sul punto più vicino al cielo delle rovine, affacciati sugli spazi immensi del palazzo del Sultano che fu. Su un tetto. Sopra una sporgenza di mura. In bilico, sembra, su quel che resta di un bastione corroso dal tempo. Si potrebbero trascorrere ore, a guardarle. Fantastiche. Come quella coppia ritta sul nido intrecciato di rami secchi. Sette cieli al di sopra del chiasso della città. Basta salire fino all’ultimo piano del Nid’Cicogne. Appunto. Un ristorante sui tetti. E vederle, all’altezza dei tuoi occhi, dall’altro lato della strada. Le cicogne. Immobili nel sole. Poi un uccello muoversi, e spostarsi sul ciglio estremo del morso di muro. Ancora tornare accanto alla compagna, piegare il capo all’indietro, fletterlo in avanti. E sorprendersi di quell’improvviso battere il becco veloce, e del suono, più forte delle voci della folla laggiù nella strada… Scambi, fra loro, di parole, leggere. Di felicità, forse. In attesa che trascorra e passi l’inverno. Prima di ripartire per le latitudini su a Nord. Solo un pensiero. Alle cicogne. Per iniziare a raccontare…

    Anniversari corsari…

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    Ricordando, sia pure con qualche giorno di ritardo, l’anniversario della morte di Pasolini, e ripensando, a quanta storia di oggi, nelle sue parole di ieri, di profeta che grida nel deserto. Con le parole di Eduardo de Filippo. “Non li toccate / quei diciotto sassi / che fanno aiuola / con a capo issata / la “spalliera” di Cristo. / I fiori, / sì, / quando saranno secchi, / quelli toglieteli, / ma la “spalliera”, / povera e sovrana, / e quei diciotto irregolari sassi, / messi a difesa / di una voce altissima, / non li togliete più! / Penserà il vento / a levigarli, / per addolcirne / gli angoli pungenti; / penserà il sole / a renderli cocenti, / arroventati / come il suo pensiero; / cadrà la pioggia / e li farà lucenti, / come la luce / delle sue parole; / penserà la “spalliera” / a darci ancora / la fede e la speranza / in Cristo povero”. (Pier Paolo da ‘O penziero e altre poesie di Eduardo )

    Sirene. Da un’altra riva

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    Prima di partire, per il Marocco. Un saluto, con un brano della follia di Moha (sì, Moha il folle, di Tahar Ben Jelloun). Ecco: “I miei figli? Non li vedo mai. Credo si vergognino di me. Hanno paura della follia. Allora un giorno gli ho detto che la follia non è ereditaria. Peccato! Perché, vedi, vivono senza poesia, senza generosità, senza tenerezza. Si occupano di affari. Vanno a gran velocità sulle strade. Un giorno perderanno la vita alla luce del sole. E’ una cosa indegna!. Ebbene- tu, non dimenticarmi, sai. Una sera ce ne andremo, come facevamo una volta, a parlare del mare. Ti ricordi? Parlavamo fino a quando appariva la sirena. Che splendore! Che emozione! A me mancava il fiato, e tu restavi a bocca aperta con la saliva agli angoli delle labbra. Per lo meno  avevamo questa gioia e questo potere, unico al mondo, di far uscire le sirene dal mare e di ballare sulla sabbia fino al mattino…”. Prima di partire. Aspettando le sirene. ( “Moha il folle, Moha il saggio” Tahar Ben Jelloun. Feltrinelli)… A novembre!

    Underground

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    Cronaca da un’altra riva.

    Mi piace. Non c’è che dire. E’ la parte del mio andare che mi piace di più.Comincia nel momento in cui la luce inquinata del giorno vira nel tranquillo pallore del primo tratto del sottopassaggio. Dopo la discesa di appena dodici gradini e la breve galleria a destra. Altri sette gradini e poi subito ti avvolge l’aria calda di terra e umido e fatica di corpi, a tratti trapunta di un lieve fetore di plastica appena bruciata. La respiro a pieni polmoni. Mi piace lasciarmi invadere da questo odore che stordisce un po’ e conduce, quasi in stato di lieve incoscienza, al rullo della scala mobile. Che si muove lenta, lunghissima e indifferente. Mentre oltre le teste e i corpi che all’unisono scivolano verso il basso, come in un lento zoomare si avvicina la piattaforma che porta ai treni. Ed è lì che finalmente si apre lo spazio del tempo che scorre certo e lento lungo il binario sotterraneo. Vuoi mettere con il disordine della strada, di sopra. L’aria fetida di gas, le zaffate che sfuggono a sorpresa dalla penombra dei locali. Il rombo sordo dei motori, squassato da urla improvvise. Trilli meccanici, voci scomposte e grida di uccelli smarriti. Cieli instabili che con l’umore cambiano di luce, all’alba chiari, al pomeriggio già velati e poi la pioggia che si alterna al sole, e la notte che soppianta il giorno.

    Invito a conoscere il passato

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    Da oggi si aggiunge ai siti consigliati (colonna a destra) il sito di Giuseppe Casarrubea e Mario J.Cereghino. Si apre con questa foto di Robert Capa, dell’agosto del ’43. L’immagine di un contadino di Troina che indica qualcosa, forse una strada, a un soldato americano. Un blog fonte preziosa di memorie da dissotterrare. Che viene presentato così: “Questo blog vuole conservare la memoria dei fatti accaduti nel corso della storia italiana negli ultimi cento anni. Non di tutti i fatti però che la cultura dominante ha voluto tramandarci, ma diquelli che esse ha rimosso, o mistificato, o nascosto. Gli strumenti ai quali ricorreremo sono gli archivi segreti italiani e stranieri nonché materiali vari deruvanti da donazioni private. Questo blog, dunque, non è altro che un’occasione per restituire la verità che non c’è stata data. Un modo semplice e democratico per costruire consapevolezza critica e identità di singoli e di collettività intere. Con umiltà. Sapendo di poter sbagliare, ma con la voglia di costruire nel nostro piccolo un futuro a misura d’uomo”. Perché, si legge sotto la testata, occorre conoscere il passato per dare risposte al futuro.

    Dopo la pioggia…

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    Dopo la pioggia. Che è stata. Dopo ferocia di vento. E cielo buio. E voli muti d’uccelli. Spazzati via come foglie già morte. Dopo turbini padroni dell’aria e della terra. Che hanno scosso strapazzato ogni cosa intorno. E sibilato mantra di vittoria. Quano tutto è sembrato calmarsi. Si è aperto nel cielo. Il vuoto lasciato da quell’albero antico. Che arrivava fin sui tetti. Che arrivava oltre i tetti, e fioriva sul finire di ogni inverno di mimose. Il cielo ora in quel punto si apre nello spazio di una vertigine. E fa quasi paura. Ai piedi di tutto quel vuoto, ancora stamane il pieno del tronco riverso, dei rami spezzati. E radici divelte, strappate con furia alla terra. Tutt’intorno ancora si affannano seghe senza pietà. Un pensiero, ai becchini che armeggiano col rumore delle seghe, all’albero di mimose che già non c’è più. Un pensiero alla prossima primavera, che crudele come sempre arriverà, “a svegliare sopite radici”.  E sarà più triste del solito. Vuota dell’annuncio delle mimose.

    Dopo la pioggia

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    Dopo la notte di pioggia, e gli squarci, di lampi, che rompono il tempo estenuante dell’estate che sembrava non volesse morire. Domenica mattina. La nuova luce non libera che il sentimento di una selvaggia sedententarietà.

    Una fiaba che non è una fiaba…

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    Riguardando le immagini arrivate dalle terre intorno Messina.  E ritrovando il racconto di Marco Bruno, da “C’era una volta…”, scritto per i suoi alunni. Una fiaba che riporta al tempo in cui i racconti dei vecchi, intorno al fuoco popolavano le notti di esseri fantastici che spuntavano dal suolo, o scendevano da regioni sonosciute dei cieli, per vivere sulla terra quando l’uomo ancora non l’aveva ferita. Dunque. In una notte di luna piena, al limitare del bosco, là nel paese Eterno, dove la realtà confina con la fantasia, l’incontro di alcuni ragazzi alla ricerca di fate ed elfi, con un uomo dalla lunga barba bianca e dal grande cappellaccio nero: il Grigio, un grande vecchio, quando “vecchio” non sembrava ancora una brutta parola…