…accanto ai binari… …fra la folla indifferente…come un incubo al quale è impossibile sfuggire … la memoria è dolore insostenibile, a volte… una maledizione, a volte, come per il protagonista del racconto di Fois, ma rimane il dovere, collettivo, della memoria…
Ma da solo, al centro della scena rimane quell’uomo… che da quando è rimasto solo non ha mai pensato nemmeno per una volta a ciò che ha distrutto la sua vita… a quelle lamiere roventi, all’uscita numero uno dove erano stati sistemati tutti quei corpi… a quel telegiornale dove annunciavano che era saltata in aria la stazione… quell’uomo era rimasto quasi tranquillo… persino quando ha riconosciuto la moglie dalla collana o quando ha intravisto tra le cose ammucchiate dai soccorritori la bambola della sua bambina… Quelle cose le aveva rimosse quasi subito…Ripensando al protagonista, del testo di Marcello Fois “La stazione“. Due giorni prima di ripassare da Bologna. Attraversando la stazione…
Il racconto di Alba Re. Il sasso e la luna. Un racconto sul silenzio e sulla voce, soprattutto sul desiderio di sentirsi parte di una comunità condividendone li linguaggio. Provando a far parlare la cosa più impenetrabile e muta che si possa immaginare, pensate un pò, un sasso… Ma nelle fiabe tutto è possibile. Dunque.
C’era una volta un grande stagno in cui vivevano rane, ranocchi, ranocchiette verdi che gracidavano contenti giorno e notte. (cra…cra…) Sulle rive di quello stagno c’erano molti sassi: grandi, piccoli, rotondi, ovali, lisci e ruvidi, grigi, bianchi… insomma di ogni forma e misura… E fra questi ce n’era uno, ben modellato dall’acqua e dai venti che soffiavano raso terra, che aveva un gran desiderio: poter gracidare, come le rane nelle notti d’estate. Desiderio che sapeva irrealizzabile… tutti sanno da che mondo è mondo, che i sassi sono muti. Ma lui non dimenticava mai di chiedere alla luna di esaudire il suo sogno… e notte dopo notte… la supplicava…
“Sciagura a te / Paese dove uno schiavo è re / E dove i capi mangiano il domani”. Dal Qohélet, nella versione di Guido Ceronetti. Un pensiero, guardandosi intorno…
Torna poi la notte che si riempie di ululati di cani e soffi di scimmie, soffi di corno e canti di mantra, sprazzi di fuochi e campane lontane…
Di nuovo ricordando un viaggio lontano, mentre in questa notte ancora così vicina, ancora umida di vapori di caldo malato, un cane ulula il suo strazio, a tratti, lacerati, senza speranza. Prigioniero, so, di mura di spazi. Ancora, manca l’aria.
“E l’orto di Ti’Angiullina! Quello non era un orto, era un giardino, era un luogo come dicono sia il Cielo, dove dicono che c’è ogni cosa bella ma nessuno l’ha mai vista, per questo le cose del Cielo non hanno nome, non hanno bisogno di nome perché sono le cose di Dio. Tu sei mai entrato nell’orto di Ti’Angiullina? No? E tu, e tu, e tu? No? Io sì…”
… Sembra una fiaba, vero? Ma quello che avete letto,è un brano dal romanzo dello scrittore sardo Benvenuto Lobina: “Po cantu Biddanoa”.. , un romanzo tessuto di “quadri” che sono storie della sua gente, per raccontare la Storia…. ce lo ha mandato un altro Lobina, Salvatore, che di Benvenuto non è parente, ma appassionato lettore, anche lui di Villanova. Dunque, ecco quello che accade nell’orto di zia Angiolina….
“L’orto di Ti’Angiullina era chiuso con un muricciolo basso e pali piantati sul muro e tra un palo e l’altro era stesa una “cerda”, uno di quei graticci di “cadumbu” che i contadini mettono sul carro intorno alle sponde quando trasportano la paglia, ma grande, questa “cerda”, anzi erano molte, lunghe, io non so quante “cerdas” c’erano volute per recingere l’orto di Ti’Angiullina. Cento, almeno, o mille. Perché non so nemmeno quanto fosse grande l’orto di Ti’Angiullina, e se fosse situato davvero tra la via de Is Arenadas e il suo cortile, non sono nemmeno tanto sicuro che fosse in Biddanoa, forse non era nemmeno in Cielo ma in qualche altro luogo che nemmeno Dio sa dov’è. Però io volevo vedere l’orto di Ti’Angiullina, l’orto che non aveva visto mai nessuno. E un giorno ero salito sul muretto, e con un coltellino avevo cercato di fare un buco nella “cerda”. Ma era apparsa Ti’Angiullina ed io ero sceso dal muricciolo, vergognoso, e mi ero fermato davanti a lei col coltellino in mano.
Fermi al semaforo, in attesa di ripartire. Lei è di nuovo lì. La stessa di qualche mese prima. Forse un anno prima. E c’è da stupirsi che sia ancora viva. Dopo un anno. Sottile sottile, scalza e avvolta in un lungo cappotto, ora che è ancora estate. Lo stesso di quando era inverno. I capelli sulle spalle. Sporchi di biondo. Il viso minuto. Un triangolo spigoloso. Perfetto. E gli occhi grandi e smarriti. Allunga la mano con molta discrezione. Quasi non la allunga affatto. Persa piuttosto dietro pensieri. E con un gesto invisibile accetta le monete, quasi la cosa non le importasse molto. Con le mani giunte in un saluto. Ma gli occhi sono già da un’altra parte. Lontanissimi. Chiari e molto belli. Sospesi nell’altrove. Di un’estasi, forse. Pensandoci un pò su… Forse non era diverso lo sguardo di un santo o un eremita dei tempi che furono. Forse non era diverso il loro sentire. Straniato e straniante. Di quando scendevano a predicare la loro verità alla gente. Solo, adesso, non ci sono parole da seminare sul selciato. Non c’è gente disposta a fermarsi ad ascoltare quello che avesse da dire. Forse, la differenza, è tutta qua.
Ritornando da orizzonti sfarinati nella luce radente del mattino. Di densità impossibili, di latitudini passate. In agguato, pronte all’assalto. E si sente odore di mare senza che mare ci sia… E ritorna ancora tutta, la nostalgia del futuro. Del futuro passato, come al tempo di questi appunti di viaggio.
Tutto è iniziato a sorpresa, con un volo nel passato, tornato presente nel sonno, in sogni carichi di nostalgia. Il primo sogno. Il cortile era quello del vecchio palazzo di Santa Maria. Il pesante portone di legno, le pietre squadrate dell’ingresso, la scalinata, il ballatoio che corre tutt’intorno al primo piano, le finestre e le porte che vi si affacciano, l’aria calda di un pomeriggio di luce. Così carico di luce che il colore opaco delle mura trascolora in un bianco che quasi acceca. Tutto sembra lieto e lieve e, anche se nessun passo risuona sui balconi, il vuoto intorno al cortile sembra affollarsi del pensiero di tutte le persone, mai più riviste che lì, solo lì, era possibile aspettarsi di incontrare. E naturalmente lì sono. Anche se nascoste alla vista, se ne avverte il respiro. Ma non è concesso di più, troppo lunga è stata l’assenza. Il palazzo si anima solo della festa improvvisa di una banda di gatti che irrompe nel centro del cortile. Guizzante, gioiosa e crudele come solo una banda di gatti scalmanti sa essere. Bisogna scostarsi per evitare di essere graffiati.
“Mamma, mi racconti una fiaba?” e la mamma racconta…, quante volte… magari per farli addormentare, o anche solo per intrattenerli durante un pomeriggio trascorso in casa. Poi i bimbi crescono, le domande sono altre, più difficili, e quel “mamma., mi racconti una fiaba” ritorna come un’eco del tempo passato, e rimangono, a volte nel cassetto, i racconti inventati per loro… come ha fatto Ludovica de Nava, quando i suoi bimbi le hanno chiesto: “Perché le lucciole hanno il lumino?” La risposta, il suo racconto:
Già, perché “C’era un tempo in cui le lucciole non avevano lumicino. Erano dei piccoli tristi insetti, un pò noiosi come le mosche, ma incapaci di mordere, attaccare altri insetti, difendersi. Come per la maggior parte degli insetti il loro cibo era il polline dei fiori, ma procurarsene non era semplice: le farfalle erano molto più grandi, e il loro volo impauriva le lucciole, che finivano con il lasciare i fiori a queste, e alle api, e alle vespe, che le minacciavano con il pungiglione, e ai maggiolini che erano più grossi e più forti…Insomma, una vita davvero dura per le povere lucciole.
“Adesso le sirene hanno un’arma ancora più fatale del canto, il loro silenzio”. Parola di Franz Kafka, da Il silenzio delle Sirene. Dalle pagine di La santa e la sirena, narrazione di Elisabetta Moro sul mito di fondazione di Napoli. Per iniziare il mese con un pensiero al canto e alla diversità. Alla rifondazione e a rifondazioni che nascono dall’arrivo di qualcosa, qualcuno che forse non ci somiglia, o somiglia a qualcosa di bellissimo e bruttissimo che, forse, è anche quella metà nascosta nel fondo di noi. E non ci sono “respingimenti” che valgano. Quel qualcosa è mostruosamente bello. Come mostruosamente belle sanno essere le sirene. Qualunque sia la forma di ogni loro reincarnazione. Per quanto spaventosa. E’ vero, oggi le sirene tacciono. Il loro silenzio, più violento delle grida. Kafka, ancora una volta, profeta del nostro tempo. Ma noi, speriamo tornino presto a cantare… Anzi, non sentite…? Appena un cenno, di suono… stridulo… soffocato da qualche parte … laggiù in fondo… sono sante… sono sirene…
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