L’istinto era di scriverne a caldo, la settimana scorsa… con tutto lo stupore, l’avvilimento, la tristezza, la voglia di ribaltare qualcosa… ma ho aspettato qualche giorno, giusto per mettere un po’ di distanza con le cose, e magari vederle sotto una luce meno tetra. Ma riprendendo questi appunti strappati dalla pagina di lunedì 10 del diario di Gatto Randagio, purtroppo viene proprio da pensare che “questa storia non finirà per niente bene”. Leggete anche voi.
<< lunedì 10 giugno Giornata iniziata con lo stordimento di un silenzio di tomba. Il cielo, gonfio fino a ieri degli stridii dei pulcini di gabbiano nati una quindicina di giorni fa, è muto. Un silenzio inquietante. Rotto a tratti dalla coppia di gabbiani-genitori, che su questi tetti avevano fatto il nido, che vanno e vengono, e scompaiono e ricompaiono e cercano e chiamano e chiamano… un’angoscia infinita. Che fine avranno fatto i gabbianini? Nessuno ama il loro pigolio insistente. Ipotesi terribili si affacciano alla mente… Meglio uscire. Piccola commissione offre una scusa per andare verso il centro. A Trastevere. Dopo la solita discreta attesa, l’autobus… Il caldo, la folla, i turisti, il traffico intasato, qualcuno che non arriva in tempo alla fermata e va bene che si diventa tutti un po’ nervosi,
Napoli, questa straordinaria città….
A proposito del film Selfie, e di Napoli, Vittorio da Rios scrive questa bella riflessione, attraversando la città, la Storia, la Filosofia…
“Napoli questa straordinaria Città ricchissima di cultura e storia faro nel panorama culturale internazionale,è al contempo gravida di contraddizioni e sperequazioni sociali dove troviamo espressi con la stessa intensità vertici e abissi,ricchezza e povertà estrema con tutto il corollario naturale di sofferenza e “illegalità”repressione e carcere.Come mai tutto ciò accadde nel tempio della cultura? Napoli non ha pari nella storia del pensiero supera la stessa Atene che vede circoscritto il,periodo della egemonia culturale all’epoca della sapienza greca. Napoli conserva nel tempo e nei secoli fino all’oggi la grande tradizione di alta cultura. Pensiamo al nolano: Giordano Bruno, a Giambattista Vico alla sua scienza nuova, A Genovesi primo cattedratico di economia in Europa,Gaetano Filangieri grande giurista illuminista che con la scienza della legislazione pone le basi di un nuovo diritto che si basa sulla uguaglianza e la libertà oltre la elaborazione stessa dei più grandi illuministi francesi,e dello stesso Spirito delle leggi di Montesquieu, ebbe relazione epistolare con Benjamin Franklin autore della costituzione degli Stati Uniti..
Selfie. Raccontare Traiano…
Traiano è rione del quartiere di Soccavo nella città di Napoli. Nell’estate di cinque anni fa se ne parlò, come accade, per un triste fatto di cronaca: la morte di Davide Bifolco, un ragazzo di sedici anni, colpito da un carabiniere durante un inseguimento. Era stato scambiato per un latitante. Davide non aveva mai avuto problemi con la giustizia.
A Traiano, per raccontare questa storia, è andato Agostino Ferrente, regista fra l’altro di un bellissimo documentario di qualche anno fa, “Le cose belle”, anche questo girato a Napoli. Cosa accade questa volta. Accade che a Traiano Ferrente incontra due adolescenti che di Davide erano amici, Alessandro e Pietro, anche loro sedicenni… e tanto lo hanno colpito, questi due ragazzi, che il regista lascia che siano loro a raccontare e a raccontarsi, anche “tecnicamente”, dando loro in mano per filmarsi un iPhone (per essere precisi l’iPhone, piuttosto che una telecamera, l’hanno scelto i due ragazzi).
Il risultato è davvero sorprendente. Alessandro e Pietro entrano subito nel ruolo di narratori di un racconto sulla vita degli adolescenti di Traiano, che parla certo di una realtà di fatto lasciata a se stessa, ma ci libera anche dagli stereotipi di cui reality e fiction continuano ad inondarci: Alessandro e Pietro sanno che senza lavoro l’unica via rimane lo spaccio e riescono a restarne fuori (anche perché consapevoli di finire fra due fuochi e rischiare di “o essere arrestati dalla polizia, o essere uccisi dalle bande rivali”), ma, soprattutto, sono due ragazzi come tanti, come lo era Davide, anche se la loro vita è chiusa nel perimetro di una periferia diventata per noi sinonimo di spaccio e criminalità.
“La certezza della pena non significa pena immodificabile”
Pubblico il bell‘intervento dell’avvocato Monica Murru, in risposta a un ben discutibile articolo apparso due giorni fa, sulle pagine de La nuova Sardegna, a proposito della vicenda di Mario Trudu. Non riporto l’articolo a cui si dà risposta. E’ facile immaginarne toni e contenuto dalle parole di Monica Murru. Da leggere.
“Sono l’avvocato di Mario Trudu più o meno dal 2015, da quando ha fatto ritorno in Sardegna dopo un quarto di secolo e io, che di anni ne sto per compiere 50, resto ancora frastornata quando penso che il mio assistito è in carcere da quando la sottoscritta frequentava la quarta elementare (1979). Un tempo immenso, una vita intera, una serie interminabile di giorni tutti uguali nell’espiazione di ciò che Papa Francesco ha definito la pena di morte viva.
Per rendermi conto di che cosa significa quest’arco di tempo, provo a ripensare a tutta la vita che ho vissuto in questi ultimi quarant’anni, alle scelte fatte, i percorsi intrapresi e poi modificati e subito dopo penso agli anni di Mario, tutti cristallizzati in un eterno presente, ancorato al passato e privo di futuro. Mi guardo le mani, le piccole rughe ai lati degli occhi, gli inevitabili segni del tempo che passa; guardo i miei figli, i ragazzi loro coetanei e ho piena consapevolezza di non essere la stessa persona che ero 40, 30, 20 ma neanche 2 anni fa. Già, perché l’essere umano cambia, evolve, cresce ogni giorno; a volte piegato, umiliato, sconfitto altre volte tenacemente esaltato da una vita che ti impedisce di restare per sempre uguale a te stesso.
E se è così per me, per tutti, perché per Mario dovrebbe essere diverso?
La quinta felicità
“E bastava un’inutile carezza per capovolgere il mondo”. Questo dolcissimo pensiero di Franco Basaglia mi torna in mente ritrovando un vecchio libretto, rimasto lì rintanato su uno scaffale della libreria. “La quinta felicità”. Sottotitolo, un anno con i matti della casetta. Autore Eugenio Azzola (editore Stampa Alternativa). Ancora non so se ci sia e cosa sia la prima… e se ci sia una seconda, una terza o una quarta felicità. Ma sicuramente c’è n’è una quinta. Ascoltate.“Devo scendere, la medicina sta facendo effetto. Devo andare! Sta facendo effetto! Ahaa! E’ la quinta felicità!” La frase è pronunciata, gridando e ridendo, sull’autobus 17, a Trieste, da un uomo che “a giudicare dal suo sguardo e dal suo aspetto avrei giurato che andava dove andavo io”, una persona che in qualche modo dà all’autore del libro il benvenuto nel mondo dei “matti della casetta”. Dove Azzola, pacifista, obiettore di coscienza, ha passato il suo anno di servizio civile, accudendo, appunto, i matti che lì vivevano. La casetta è un edificio che si trova all’interno del parco dell’ex-ospedale psichiatrico di Trieste, chiuso nel settembre del 1980. Un tempo ospitava gli “infettivi”, e vent’anni dopo la chiusura dell’ospedale, ancora vi rimane un pugno di ospiti, in manicomio entrati quando meno che adolescenti, e lì rimasti fra il resto dei padiglioni vuoti. Tutti ormai adulti, adulti rimasti bambini…Oggi a San Giovanni non abita più nessuno. Il grande parco ospita più di 10.000 rose, scuole, istituti universitari, servizi. Flì e i suoi compagni, quasi tutti ancora viventi, stanno in città. È l’abitare insieme, non più di tre per appartamento. “Ognuno deve avere il suo nome scritto sul campanello di casa” è stato il motto che ha accompagnato il progetto degli operatori, dei giovani del servizio civile, dei cooperatori sociali. Avevo letto “La quinta felicità” appena uscito, una decina d’anni fa. Lo riapro per ritrovare uno degli ospiti che mai sono riuscita a cancellare dalla mente. Laszlo.
La giornata del disertore…
E i disegni di Mario Trudu saranno in mostra domenica 9 giugno ti invita domenica 9 giugno al forte Larino di Lardaro, comune di Sella Giudicarie, alla quinta edizione della “Giornata del Disertore”. Grazie all’Associazione culturale Doc che dà l’appuntamento per la Giornata del disertore.
E spiega: “L’idea di questa giornata è nata cinque anni fa come risposta alle numerose commemorazioni per il centenario dell’inizio della prima guerra mondiale, per rispondere alla retorica ufficiale e istituzionale che vaneggiava di un popolo intero che si lanciò spontaneamente al sacrifico e che tendeva a fare delle persone vittime di una truce fatalità, un triste destino, mettendo in ombra così le reali responsabilità di chi quella guerra la volle e la complicità di chi tuttora la santifica e mistifica la pace che ne conseguì.
Quella fu la pace dei responsabili che buttarono masse di contadini e operai a scannarsi a vicenda in quell’inutile macello, i quali uscirono rafforzati anziché indeboliti.
Loro la chiamarono pace, pace gloriosa se non vittoria a detta di industriali e sparuti patrioti, pace fatta da milioni di mutilati, traumatizzati, orfani, vedove, internate, sfollati, diseredati, figli di violenze e razzie. Una pace che, ieri come oggi, ha bisogno di una guerra di quando in quando.
E da queste riflessioni iniziali è cominciato il nostro percorso che ci ha portato a considerare la diserzione oggi.
Ci furono anni addietro persone che pensavano che il futuro andasse dritto verso un mondo senza eserciti e frontiere ignorando che la pace in cui vivevano non era altro che ciò che altri chiamano pace.
pensando a Mario Trudu
Vittorio da Rios, pensando a Mario, ci
scrive… :
“Strano aver vissuto cosi a lungo ignorando i nomi di tutti questi muscoli. E’ quando non funziona più che i loro nomi diventano ossessionanti.Strano anche non aver mai compreso quello che significano i primi passi di un bambino. E’ come se occorresse imparare di nuovo tutta la grammatica del corpo,riscoprire l’aspetto insolito di ogni movimento, il suo mistero e la sua perfezione.Cosi scrive Jean Michel Palmier in “frammenti della vita offesa”Filosofo e cattedratico francese mentre in ospedale colpito da patologia irreversibile vive l’arrivo della morte che lo raggiungerà a soli 53 anni.Scopre un mondo che non conosceva, lo vive sulla sua pelle: la malattia, e sugli altri che assieme a lui condividono dolore solitudine la lenta drammatica e lucida agonia che porta all’annientamento definitivo immutabile della nostra tragica quanto precaria “finitezza biologica” Proviamo a calarci a vivere anche per breve tratto della nostra vita dentro “la vita di Mario e dei tanti Mario” che consumano le loro vite nella totale o quasi indifferenza chiusi in carcere,dietro porte blindate. Riusciremmo mai a capire cosa realmente significhi il carcere? Non oso immaginare passare 10-20-30-40 anni della propria vita in un luogo che definiamo “carcere” quali sofferenze fisiche e psichiche questo comporta. Ma a ancora senso se mai ne ha avuto, nella lunga storia del diritto tutto questo?
Custu est su bellu compleannu miu
Custu est su bellu compleannu miu
barant’annos de galera est sa fata
mai nenos arribet a cussa data
mellus bos trazet una trulu riu.
Questo è il bel mio compleanno / 40 anni è la galera espiata /mai nessuno arrivi a tale data/ meglio essere portati via da un torbido fiume…
Se mai è possibile scrollarsi di dosso, anche per poco, il pensiero di qualcuno incontrato in carcere quando conosci di cosa è fatto il cammino del suo tempo, quando poi quel qualcuno ha trascorso quasi tutta la sua vita dentro quattro mura, e in regime di Alta sicurezza… pure ci sono momenti in cui il pensiero di quella persona diventa uno strazio infinto, un incubo buio. Come quello in cui mi ha tirato dentro la lettera che questa settimana mi è arrivata da Mario Trudu, ergastolano, da qualche anno confinato in quel di Oristano. Ne parlo spesso, e non posso che riparlarne perché Mario ha raggiunto un traguardo da record. Tremendo record: quarant’anni di carcere.
Buon compleanno Mario! Titola la sua lettera, con l’amara ironia di cui solo lui è capace. Quarant’anni, riuscite a immaginarli? Riuscite a trovarvi un senso? Sia pure per una persona condannata per sequestro di persona… reato “scomparso” da più di un quarto di secolo. Sempre mi chiedo: quale paura di pericolosità tiene ancora ai ceppi quest’uomo? E quale fallimento dello stato se di fatto così dichiara che in quarant’anni non è riuscito ad “educare” persona affidata alle sue “cure”…
Il delitto imperfetto
“I guasti del mondo si annidano nelle parole con le quali diciamo il mondo”. Frase che il Randagio ha ritrovato appuntata sulla copertina di un vecchio libro. E oggi gli sta frullando in testa, mentre si avvia al voto, un po’ recalcitrante, e carico di dubbi e inquietudini.
Le parole con le quali diciamo il mondo… Quanti guasti, va rimuginando, se per dirne una (e non prendetelo per fissato…), a proposito della tragedia contemporanea delle migrazioni, un ministro degli interni può tranquillamente affermare che nel mese di maggio ci sono stati solo due morti in mare. Fingendo di non saperlo, che i morti non si possono contare con i corpi recuperati. Oltretutto in un Mediterraneo oggi senza soccorsi e senza testimoni.
Eppure la storia di quei due morti, che non sta in piedi nella logica prima ancora che nel confronto con i numeri pur forniti da autorevoli istituzioni, rimbalzata da notiziari e dibattiti, esponenzialmente moltiplicata da “operatori” in rete, o utenti incauti che non si prendono la briga di riflettere prima un attimo… eccola lì ben acquattata nella testa di tanti, di chi preferisce crederci. Piccolo strabiliante esempio nel mare magnum della grande mistificazione…
“I guasti del mondo…”, quella frase il Gatto l’aveva a suo tempo appuntata sulla copertina di un’edizione de “Il delitto perfetto”, di Jean Baudrillard, che quindi è subito andato a risfogliare…
Le fiabe, la modernità, la crisi

E a proposito di fiabe…una riflessione filosofica di Vittorio da Rios, tutta da appuntare: “E se fossero le fiabe a salvare l’umanità ? A costruire le basi fondative di una nuova civiltà ? Utopia! Sembra sentire gridare in coro
I pensatori e filosofi di professione, le menti deputate dalla storia delle idee a tracciare I futuri destini dell’ominide contemporaneo. Stavo ascoltando or ora una lezione di Massimo Cacciari sulla – modernità e la crisi- dove partendo da una rilettura dello stesso Hegel e del idealismo, ne annotava che il suo pensiero come è stato massimamente Interpretato –come sistemazione totalizzante del divenire—non abbia ne capo ne coda.Nella razionalità classica è implicita la crisi rileva Cacciari. Husserl ha scritto il più grande Testo sulla crisi ed è morto –disperato–da questo, come Weber il fondatore della scienza sociologica. Non dimentichiamo che nel tempio della Cultura; o ritenuta tale, nel secolo breve si sono consumati cataclismi tutt’altro che metabolizzati, e che inanzi a cambiamenti epocali radicali modifiche negli assetti economico-politico su scala planetaria l’Europa pare oramai esprimere solo strategie economiche culturali anziché di inclusione di esclusione. Dove le politiche sovraniste e populiste sembrano essere in irrimediabile ascesa. E in questo quadro descritto le democrazie subiscono una inversione autoritaria prodroma a creare il nemico da combattere e ritenere esso causa e fonte delle mie e altrui tragedie. Noi sappiamo e ne abbiamo perfetta coscienza e sufficiente conoscenza come si formano e da dove scaturiscono i disastri umanitari della –immigrazione–: