Me lo aveva già sussurrato in un orecchio la settimana scorsa, prima dicendomi, quasi per giustificarsi, che se n’era tanto discusso in mormorii nel vicolo… “Insomma, non ti sembra un po’ troppo, giorni e giorni ancora a parlarne, e quante parole, quanta retorica, intorno all’incendio della cattedrale! Come fosse il cuore, l’unico, del mondo intero… ”
Certo, quelle fiamme… se ne è rattristato anche lui, ha aggiunto, che ancora ricorda il groppo in gola di quel giorno lontano, a Notre Dame ad ascoltar messa, mentre le note dell’Ave Maria di Schubert sembravano voler trascinare anche la sua anima nell’ascesa verso impossibili punti di fuga. Miracolo d’architetture gotiche, e il fascino e la forza del passato…
Ma c’è qualcosa di troppo, in quell’esasperato sbandierare emozioni e pathos, che proprio non l’ha convinto. Non ha convinto lui, il Gatto, né la combriccola del vicolo.
L’avevo subito zittito. E va bene remare contro, ma qui si sfiora la blasfemia, anche per un occidente dissacrato e dissacrante come il nostro…
Ma questa settimana mi ha fatto notare come sono scomparsi in fretta dalle prime prime pagine il fumo e il fuoco di tutte quelle altre chiese saltate in aria di là dagli oceani, e il sangue di tutti quei poveri morti…
La scandalosa morte del passato
Guaglio’
il 5 di maggio… per un amico dell’anima. ”
Abbiamo perso una parte della nostra vita. Bonaventura de Carolis era un uomo buono, brav’uomo, un uomo nobile di spirito. Generoso. Coraggioso. Con lui ho vissuto funeste ore in Nicaragua. Ho molte cose a ringraziare per lui. Ha arricchito la mia vita. Grazie a lui ho potuto conoscere gente bella in Italia, avere bravi amici, che mi arricchiscono anche in conoscenze e spirito. Era perfetto? Chi lo è? Chi sia perfetto ringrazio me lo dica quanto prima, così mi allontano per non disturbarlo. Bonaventura è andato via senza che nessuno potesse parlare con lui. Ma ci segue parlando nel cuore. Un amico ha detto che se n’è andato sognando”. Horacio Verzi
Il diritto di avere diritti
Ancora un profondo intervento di Vittorio da Rios, a proposito di giudici, pene, Costituzione. A partire da un’idea di filosofia… Ringraziando Vittorio per la sua passione:
“Benedetto Croce sottolineava l’universalità della filosofia, dichiarando che la filosofia è sempre presente nell’agire umano e che dove essa è grande e benefica i paesi prosperano, mentre le filosofie deteriori e il pensiero debole portano alla rovina gli Stati e le comunità e pertanto i veri “filosofi” hanno il dovere di combattere le filosofie deteriori e il pensiero debole e negativo. Il maestro Gerardo Marotta che spesso riprendeva questo assioma fondativo e universale del Croce, andava oltre quando affermava che oggi la filosofia è in crisi e di grandi e veri filosofi non ne esistono più. Ma solo dei capaci contenitori riempiti di materiale di buona fattura, ma non sono intellettuali con l’Eroico” nel proprio D.N.A. Che c’entra qualcuno dirà tutto questo con quanto scritto a proposito dell’ergastolano e del suo giudice? Centra anzi ne è l’essenza. ll novecento definito il “secolo breve” ,da Eric Hobsbawm ha visto lo scatenarsi di cataclismi tali la cui devastazione su persone e cose non trova pari nella ultra millenaria storia dell’ominide. Come è potuto accadere che nel cuore dell’Europa dei Ceto D’Ascoli, dei Giordano Bruno, dei Vico, Di Erasmo, di Kant, di Hegel, di Marx sia divampato un tale incendio distruttivo genocidario di massa? Dov’era il pensiero filosofico positivo?
L’ergastolano e il suo giudice
(…) Eppure anche tu hai avuto un processo e sei stato condannato, e sai cosa vuol dire. Già, ma tu eri innocente, è vero. Ho detto una fesseria, tu non avevi fatto niente di male, noi, beh, qualcosa più o meno tutti qui dentro. Però io l’ho pagata dura, sono quasi trent’anni che sto dentro, tu, parlando con rispetto, in qualche ora te la sei cavata, poi ti hanno tirato fuori, a me tra poco mi viene la muffa o le ragnatele e non ho nessuno che tiri fuori a me. Ma tu ci sei poi davvero? O siamo noi che ci illudiamo per non crepare di disperazione? A te ti importa davvero di noi? Ti importa davvero di me, di Salvatore di Catania, di questo pezzo di muro vecchio che sto diventando?…”
E non puoi che pensare al senso della Pasqua e a quale resurrezione mai e per chi, mentre brandelli d’anima sembrano andare via strappati a pezzi, ascoltando… lunedì scorso, nel carcere di Pavia, letture dallo straordinario “Fine pena ora” di Elvio Fassone, storia di una corrispondenza durata ventisei anni fra un ergastolano e il giudice che lo aveva condannato.
Il libro l’avevo letto qualche anno fa, appena uscito. Mi aveva colpito moltissimo (e non solo me se ha avuto 14 ristampe…) per la profondità, la forza, la levatura, la scrittura che affronta un argomento così grave, il senso della detenzione a vita, con asciuttezza trapuntata da lampi di turbamento e d’emozione. Tanto che mi era rimasto il desiderio di conoscerne l’autore. Ed eccolo lì, in prima fila, nella sala-teatro del carcere di Pavia, in questa giornata voluta dall’Associazione Nazionale magistrati della sezione distrettuale di Milano (e ringrazio Maria Lapi che mi ha permesso di esserci). Elvio Fassone, che è stato magistrato e componente del Consiglio Superiore della Magistratura e per due legislature senatore della Repubblica, è esattamente come la sua scrittura. Un gentiluomo dalla discreta eleganza d’altri tempi, carico di conoscenza e d’emozione che a tutti regala… che ad ascoltare le parole di questa preghiera, che pure lui stesso ha immaginato di cogliere in un borbottio sommesso, ancora si turba e si strazia.
dell’origine del nostro presunto benessere…
Ancora una riflessione, a proposito di bambini, lavoro e sfruttamento, di Vittorio da Rios, che molto ci illumina sull'”ominide” e dintorni:
“Fra i motivi che spinsero Marx e Engels a scrivere il manifesto del partito comunista,”scritto tra il 1847 e il 1848 nel pieno dello “sviluppo” della rivoluzione industriale fu proprio la sistematica violenza fatta nei confronti della adolescenza che si consumava: “Il lavoro minorile lo sfruttamento di bambine e bambini permesso per legge nelle fabbriche inglesi e germaniche in particolare.Dalle 12 alle 14 ore di lavoro, in condizioni di totale insalubrità con punizione corporee se non rispettavano tempi e ritmi imposti. Senza tenere presente le drammatiche condizioni igienico sanitari abitative con insediamenti urbani che crescevano nella totale irrazionalità progettuale. Il professor Antonio Gargano storico segretario generale dell’Istituto italiano per gli studi Filosofici di Napoli docente universitario tra i massimi conoscitori del pensiero filosofico-scientifico e della sua evoluzione storica rileva come non si abbia un reale quadro di dati e censimenti di quante siano state le vittime adolescenti dovute alla “rivoluzione industriale”.
La Colombia salvata dai ragazzini.
Bogotà. Ne leggevo recentemente su una rivista di urbanistica, a proposito delle trasformazioni che ne hanno fatto un modello di pianificazione per città del Nord e del Sud del mondo. E la prima reazione è di stupore: come è possibile, per la metropoli capitale di uno degli stati più pericolosi del pianeta? Certo, si spiegava nell’articolo, “non aiuta che la Colombia sia ancora percepita soltanto come la magica Macondo di García Márquez o come la pericolosa patria dei narcos”, e su questo mi sono anch’io un po’ arrovellata… finché un incontro ha aperto anche per me una finestra su un orizzonte altro…
La Colombia l’ho incontrata lunedì scorso nei volti gentili di Olga e Tania. Olga Lucia Diaz Rodriguez, e Tania Gisela Angel Pinzon… “I nomi a quelle latitudini sono lunghissimi”, fa sorridere Remo, Remo Marcone, che nella sede della sua associazione, Amistrada, le ha avute ospiti a Roma. Dove Olga e Tania sono venute per parlare dei progetti di Creciendo Unidos, la fondazione che, da più di un quarto di secolo vicina alla popolazione vittima del conflitto armato colombiano, si occupa dei bambini lavoratori di Bogotà e Cucuta. E se ne occupa con un approccio decisamente nuovo e, diciamolo pure, fuor da ipocrisie: aiutare bambini e adolescenti ad essere protagonisti della loro vita, accompagnandoli in un cammino educativo, ma partendo dal riconoscerli come lavoratori e come soggetti sociali.
Tania ha appena quindici anni e a vederla e sentirla, col suo viso pulito, la sua compostezza retta, la sua eloquenza, il piglio maturo, la pensi bambina e la pensi adulta…
Quella strana pretesa di rinchiudere per correggere…
Sto curando, in questi ultimi mesi, due libri che nascono dalle nostre prigioni, con testi di due persone con finepenamai. Diversissimi l’uno dall’altro, per forma e contenuti. Diverso il respiro, diverso lo spirito, diversi i destinatari, se pure a qualcuno di preciso si pensa quando si impugna una penna per mettere in fila parole che varchino le mura della propria cella. Eppure, adesso che li ho tutti e due sotto gli occhi, quasi pronti per andare in stampa, portano entrambi ragioni al rifiuto, che in me nel tempo è maturato, a questa “strana pratica”, e “alla pretesa di rinchiudere per correggere avanzata dai codici moderni”, per dirla con Foucault…
Un “no”, alla pena intesa come carcerazione, al quale immagino sia più difficile prestare ascolto e attenzione quando si parla di persone che abbiano commesso gravi crimini. Figuriamoci in un momento in cui la soluzione a ogni tipo di “devianza” sembra si trovi solo nell’“invenzione” di nuove figure di reati e in innalzamenti di pene…
Ma se ci fermiamo un attimo ad aprire gli occhi sui percorsi che iniziano quando dietro una persona si chiudono le porte di un carcere, e come proseguono, quei percorsi, e, soprattutto, dove vanno a finire, e come e quando non finiscono per nulla…
Le mie due storie…
Viaggio all’inferno e ritorno, inseguendo Proserpina
(Dalla rubrica del Gatto randagio- Remocontro) Come tutti i gatti che si rispettino anche il Randagio a tratti si dilegua, senza spiegarne il motivo o dire dove abbia intenzione di andare a rincantucciarsi… Ma oggi ecco che ricompare, e quasi intimorisce vederlo riemergere da quel fondo di “solitudini distese”… perché non poteva che ritornare gravido di pensieri, sull’inverno che è andato, sulla primavera che arriva, e quale buio, e quale rinascita…
E rieccolo, giusto ad Aprile… il più crudele dei mesi. Continua, il Randagio, ad essere d’accordo con il poeta, che sappiamo ne scoprì il segreto… quel generare lillà dalla terra morta, confondendo memoria e desiderio… mentre l’inverno fugge via dileguandosi con tutto quello che di te è riuscito ad arraffare approfittando del buio. E quest’anno ha fatto non poco bottino…
E’ stato lontano qualche settimana, mi ha confidato il Randagio, per correre alle origini del tempo delle stagioni e cercare un senso alla promessa di rinascita che dopo l’inverno, come ci hanno spiegato, arriva. E così si è spinto, il Gatto, fino ai bordi del lago di Pergusa,
dunque…
ricominciando….
Più che la vita…
Da “Il dubbio”, l’articolo di Damiano Aliprandi, che ringrazio per permettermi di riprenderlo integralmente, sulla decisione dle tribunale di sorveglianza di Cagliari che nega a Mario Trudu (in carcere da 40 anni e con gravi problemi di salute) la possibilità di curarsi fuori dal carcere. 40 anni di carcere e nessuna pietà… Mi viene in mente quello che disse un giorno: “Cosa vuole da me lo stato più della mia vita?”
“Mario Trudu, da 40 anni in ergastolo ostativo, nonostante abbia gravi problemi di salute deve rimanere in carcere. Questo è il responso del tribunale di sorveglianza di Cagliari, sottolineando che il suo stato di salute è gestibile in carcere e quindi non «sussistono i presupposti per il differimento di pena». Respinta quindi l’istanza presentata – e sollecitata più volte – dall’avvocata Monica Murru del foro di Nuoro dove si evidenziava ulteriori gravi patologie certificate come incompatibili con il regime carcerario. Tramonta quindi la speranza per Trudu, nato ad Arzana nel 1950, in carcere dal 1979, diplomato all’Istituto d’Arte di Spoleto e autore di due libri. Finora, a causa dell’ergastolo ostativo, infatti non ha potuto fruire di alcun beneficio e con il passare del tempo vive una condizione di salute difficile – se non impossibile – da gestire in carcere. Attualmente ristretto presso la Casa Circondariale di Oristano (Massama), è affetto da sclerosi sistemica complicata da interstiziopatia polmonare e da ulteriori gravi patologie.
Nell’istanza presentata dall’avvocata Murru