Nella rubrica delle lettere dal carcere dell’ultimo numero della rivista “Una città”, la lettera di Giovanni Zito, per la prima volta fuori dal carcere dopo un quarto di secolo, per un permesso di 4 ore. La sua emozione è la nostra emozione:
“Quando varcai l’ultimo cancello rosso del carcere, per avviarmi verso le otto ore libere dopo aver scontato un quarto di secolo in carcere non mi sembrava vero. Ad attendermi c’erano la dottoressa Ornella Favero, la sua assistente Francesca, la Rossella sorella della Favero ed un mio carissimo amico, Lorenzo, che ho abbracciato con molta emozione. Sono stati loro i miei angeli custodi per quel giorno. In macchina, seduto davanti vista la mia imponenza strutturale, mi sono goduto la vista guardando le distese d’erba che scorrevano nei miei occhi, il profumo degli alberi che m’investiva come un’onda… pochi chilometri, per arrivare nella sede esterna della redazione di “Ristretti Orizzonti”, dove si è svolto un incontro con alcuni professori per definire alcuni punti del progetto scuola-carcere, che seguo da cinque anni, insieme agli incontri che facciamo tra dentro e fuori il carcere per testimoniare delle nostre vite, le devianze ormai lontane del tempo della gioventù, e quel che siamo diventati oggi.
L’ultimo cancello
Concerto sul Piave
Bellissimo controcanto agli incontri del primo dell’anno, il racconto che ci regala Vittorio da Rios… fra l’eco di lamenti lontani, e il richiamo sfavillio d’ali..
“Ricordo una domenica di fine aprile negli anni novanta stavo arando del terreno: “quanti processi modificativi dopo l’invenzione dell’aratro 6000 anni fa si sono succeduti per rivoltare le zolle e preparare il terreno alla semina”, dentro l’alveo sinistro del Piave, terreno fondamentalmente fresco e di medio impasto anche se con presenze di aree ghiaiose.Il cielo limpidissimo e azzurro con la presenza di una lieve brezza, e in basso oltre la riva lo scorrere limpido e tranquillo giocando tra i sassi del Fiume Piave. Mi fermai spensi il potente trattore e in religioso silenzio lo osservai come era irriconoscibile cosi puro e quieto il sua andare a valle inesorabile da millenni.sfociando nell’Adriatico. Irriconoscibile da quando decenni prima si era tinto di piene anomale e tragiche colme di sangue di giovani creature italiani, austriaci, inglesi, scozzesi francesi ecc e molti provenienti dalle colonie africane.mandati a massacrarsi tra di loro. E il Piave a lavare questo orribile scempio fatto dall’uomo sull’uomo, raccogliendone assieme al sangue l’ultimo grido disperato di migliaia e migliaia di giovani al crimine da loro subito.
Incontri di buon augurio, fra terra e cielo, sulle orme di Francesco
Ve lo voglio confidare. L’anno si è aperto sotto i migliori auspici.
Immagino lo sappiate tutti. Il primo incontro della giornata, la mattina del primo giorno dell’anno nuovo, segnerà tutti i dodici mesi successivi. Sembra porti tanta fortuna incontrare un uomo col cappello, fortuna in amore incontrare una persona di senso opposto… e chi più ne ha più ne metta…
Siccome a tutte queste cose anch’io credo, sono sgattaiolata in strada che appena erano passate le nove, nel deserto che potete immaginare, dopo la notte più insonne dell’anno…
Ma, avevo appena svoltato l’angolo della stradina dietro casa per avviarmi lungo la cancellata che abbraccia il giardino di quel delizioso villino del quale ogni tanto vado a riempirmi gli occhi e l’anima… e ho visto un uomo che guardava amorevole alcuni piccioni, lì a becchettare molliche sul selciato intorno ai suoi piedi. Sembrava avesse con loro una certa confidenza, come contemporaneo san Francesco…
Wali, che ha rifiutato il Paradiso per non uccidere
Quanto è lontano l’Afghanistan? Più lontano della luna, sembrerebbe…
Un pianeta grigio e pietroso su cui neppure vale più la pena di sollevare lo sguardo. Certo, capita di vederne brani, come squarci di paesaggi lunari di macerie, negli occhi e nella carne della sua gente martoriata. Ottomila le vittime solo quest’anno, e quasi tremila sono bambini, è la denuncia di Emergency. Ma per noi spesso sono solo numeri…
Eppure qualcosa può sempre cambiare, quando a quei numeri riusciamo a dare un nome e un volto. Ed è quello che ci aiuta a fare Atai Walimohammad, Wali per gli amici, fuggito dal paese ‘liberato’ dagli Usa (pronti oggi a un ambiguo ritiro) e venuto a vivere in Italia.
La primavera scorsa ci ha raccontato gli anni terribili dei bambini bomba e il prima ormai dimenticato (https://www.remocontro.it/2018/04/08/wali-e-lafghanistan-talebano-dove-ora-volano-i-bambini-bomba/). Oggi ci invita a non dimenticare il suo paese con un libro in cui narra la sua storia. “Ho rifiutato il paradiso per non uccidere” (firmato insieme con Rosario Lubrano). La storia di un “infedele” che per il cammino della propria vita non ha visto altra via che quella indicata dal padre, Atta Mohammad, che era medico, psicologo, aveva come unico credo la conoscenza e la cultura, e per questo è stato ucciso.
C’è qualcosa che non va…
Si fa davvero fatica quest’anno, ad accendere le luci del presepe. A pensarlo, anche, un presepe. Con le sue figurine, i pastorelli, gli animaletti, gli spruzzi di neve finta, gli sfondi di stelline, e la capannina con il suo compunto arredo di Maria, Giuseppe, bambino, bue e asinello…
Si fa davvero fatica. Se, guardandosi intorno, ecco: il presepe è già bello e servito…
Sotto le tende di fortuna delle famiglie lasciate per strada da guerre vicine e lontane, negli occhi dei bambini schiacciati dai mille Erodi, dalle contemporanee presunte guerre al terrore, dalle guerre di rapina di sempre, dalle guerre nostrane combattute a colpi di mura e di decreti…
Sarà per questo che quest’anno il presepe in Vaticano è stato scritto sulla sabbia.
Come le parole d’amore scritte sulla riva del mare, che sappiamo durare il tempo dell’onda che presto se le porta via, per subito nascondere l’antica bugia che pure ci ostiniamo ogni volta a ripetere…
Allora, quest’anno, facciamo un atto rivoluzionario. Non accendiamo le luci sull’ipocrisia dei nostri presepi.
Due cartoline d’auguri…
Due brevi appunti, che Gatto Randagio ci invia, come biglietti d’augurio per le feste alle quali, convinti o recalcitranti, siamo comunque tutti invitati a prepararci… Una riflessione sul dono, e una cartolina da e per il Mondo di sotto.
Giornata bigia di pioggia, l’altro ieri. Il Gatto ne ha approfittato per restare in casa, a tentare di stilare l’elenco dei libri che regalerà per Natale. Tranne rare eccezioni, tende a donare solo libri, il Randagio. Che non è affatto scelta facile o sbrigativa. Con il dubbio di sempre: cercare il titolo giusto per ciascuno, o affliggere tutti con il libro che più, nell’anno, gli ha fatto battere il cuore… Ricorda ancora i sorrisi spenti di quando ha distribuito a tutto spiano racconti dal carcere. “Come fossero stati invece entusiasmanti quelli ricevuti in cambio, di libri!”, si è detto. Poi subito vergognandosi di questo pensiero cattivello…
E per riparare si è messo a sfogliare l’ultimo libro scritto dalla teologa Adriana Zarri, “Un eremo non è un guscio di lumaca”, per ripescare una riflessione, che gli era stata sottolineata da altra scrittrice, Gabriella La Rovere, sul dono. Ascoltate…
44 matti e i musicanti di Brema
Permettete un’autocitazione. “C’era una volta e c’è ancora adesso”, era il titolo di una trasmissione radiofonica messa su per radiouno insieme a Daniela Morandini. Leggere la realtà dell’oggi attraverso gli archetipi delle fiabe. Tra le tante fiabe attraversate, “I musicanti di Brema”, dei Fratelli Grimm, storia della fuga da un destino di morte e dall’ottusità di chi dà valore a solo a ciò che gli serve. Quale storia migliore per raccontare il viaggio che alcuni anni fa fecero 44 “matti” partiti da Roma destinazione il Parlamento Europeo, per chiedere la fine dei manicomi. A guidarli lo psichiatra Luigi Attanasio che, questa settimana in cui si è celebrata la giornata mondiale della salute mentale, in questo racconto vogliamo ricordare con affetto e nostalgia…
Bisognerebbe ricordarle ogni giorno, certe questioni, insieme alle persone la cui vita tutta è tesa a trovare strade per aiutare chi altrimenti, in questa società crudele e distratta, sarebbe solo.
Pensando a Luigi Attanasio, Gigi per gli amici, psichiatra, scomparso poco meno di tre anni fa, che è stato responsabile di un servizio pubblico a Roma, una lunga militanza in Psichiatria democratica, della quale è stato anche presidente, medico “del territorio”. Solo persone dal pensiero colto e radicale come il suo potevano partecipare al gioco che gli abbiamo un giorno proposto, e farsene attore. Entrare in una fiaba, che raccontasse in qualche modo anche una sua, di fiaba. Naturalmente insieme ai suoi “mattarelli”. E abbiamo scelto “I musicanti di Brema”, dei fratelli Grimm.
Le fiabe, sapete, non stanno mai ferme,
Sogni lucenti tra mura bianche di cemento
Riflettendo sui meccanismi dell’informazione, specie delle news, a volte delle macchine che tutto travolgono. Un ricercato finalmente veniva consegnato alla giustizia, e tutto per me finiva lì..
E invece, e invece… molti anni dopo ho capito che quando si chiudono le porte di un carcere, le storie non finiscono, ma lì cominciano.
Incontro con Giovanni Farina, implicato nel sequestro Soffiantini, accusato e poi assolto per l’omicidio dell’ispettore dei Nocs, Donatoni. Una vicenda dalle tante ombre. E due libri, per tentare di capire qualcosa di un uomo e del nostro paese.
Ricordate la vicenda del sequestro dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini? Era la fine degli anni ’90. L’ultima “zampata” dell’Anonima, si disse. Fra i coinvolti, Giovanni Farina, che nel mio vagare fra carceri e detenuti ho conosciuto. Prima attraverso una lunga corrispondenza, poi ho l’ho anche incontrato, dopo aver curato un libro con suoi testi. Racconti, riflessioni, poesie.
Farina è persona che scrive molto, e bene. Mi aveva colpito subito, perché oltre a raccontarmi della sua condizione, la fatica, le speranze, i momenti di sconforto… mi mandava di tanto intanto racconti. insieme a considerazioni sulla vita e sul mondo. Scritti molto profondi. Poesie anche qua e là…
La corrispondenza con chi è in un carcere all’inizio è molto cauta, come se ci si annusasse a distanza, poi accade che si “apre”… così è successo con la valanga di scritti e testi che Giovanni Farina mi ha mandato. Perché Giovanni (ormai ci diamo del tu) sembra aver registrato istante per istante tutta la sua vita.

