nell’ultimo numero della rivista “Una città”, la lettera di Giovanni Lentini. Davvero un bel racconto, che fa riflettere…
“Nel laboratorio teatrale da poco iniziato, mi è stato chiesto di immaginare e descrivere il viaggio che vorrei fare. Premesso che viaggiare è impresa difficile per chiunque per l incognite che sempre nasconde, cosa può accadere, chi si può incontrare… se poi si aggiunge che il viaggiatore è un ergastolano che dovrà vivere da recluso per sempre, perché il suo fine pena è mai, il viaggio diventa ancora più difficile da immaginare, perché tanti anni di detenzione secondo me non illuminano la mente, anzi a mio avviso atrofizzano non soltanto i sentimenti, ma anche l’immaginazione più profonda.
Detto ciò, il mio viaggio immaginario è quello di tornare in libertà, a casa dai miei cari. Purtroppo sono tanti anni che immagino di essere fermo in una sala d’attesa di una stazione ferroviaria, ad aspettare il treno che mi riporta a casa. A volte questa stazione sembra abbandonata, a volte affollata di pendolari che si affrettano ognuno a prendere il proprio treno.
Io invece mi vedo fermo, immobile, mentre cerco di guardare con attenzione il cartellone che indica l’orario di partenza del mio treno.
“… e più di tutto vorrei che scomparisse, sprofondata nel più profondo degli inferni, la parola “decoro”, che non capisco più. Mi avevano insegnato fosse cosa buona, qualità dei nostri pensieri e gesti. E’ diventata spada da brandire contro la povertà di questi tempi bui e disperanti”. Gatto Randagio all’inizio dell’anno aveva espresso questo desiderio…
Un appuntamento…
Oggi vi voglio parlare di Marina e Lucia, dopo che ne ho letto persone per me difficili da dimenticare.
Mario Cabras è persona detenuta che ho conosciuto nel carcere di San Gimignano. E la sua passione per la scrittura è immensa. Cabras ha scritto gialli, un romanzo storico, anche… E’ da poco uscito un suo nuovo romanzo, La disegnatrice di Porcellane, di cui avevo letto il dattiloscritto quando era ancora in cerca di editore. PM Edizioni l’ha accolto nel suo catalogo. Non trovo modo migliore per parlarne che facendovi leggere la bella prefazione scritta di Maria Rosa Tabellini, dell’Università di Siena, che fra le tante cose, nel carcere di San Gimignano è responsabile di seminari sulla scrittura e dintorni…
Dopo la terribile strage di Latina… Ogni volta sembra che la tragedia ci colga di sorpresa… Eppure,
Vedete quest’albero piegato dal vento? E’ una quercia… “Albero forte, centenario, piegato dal maestrale, con le radici anche scoperte ma forte e vivo, che nonostante le difficoltà e le intemperie resiste….”. Così racconta Maddalena, che ne ha fatto il simbolo della sua casa, Casa Madda, a Selargius, sul confine di Cagliari, dove mi ha ospitato la settimana scorsa. Sì, perché l’altra settimana Gatto Randagio è tornato in Sardegna. Come mancare all’appuntamento di Buon compleanno Faber… così magistralmente e simpaticamente orchestrato da Gerardo Ferrara, il padrone di casa della manifestazione costruita intorno alle canzoni di De André…
Accendendo, ieri sera, il computer dopo un breve tempo d’assenza, dopo due giorni di incontri, parole, allegria, anche… mi si è fermato il cuore leggendo della morte di Bea… otto anni e una malattia rarissima, tanto rara che nemmeno sembra abbia un nome, che l’aveva ingabbiata in un corpo immobile… E proprio non mi riesce di andare oltre e raccontarvi quello che avevo da raccontarvi a proposito del mio bel viaggetto. Ci sarà tempo.
Ascoltando questa mattina Prima Pagina, la rassegna stampa di radio3… la seconda parte, sapete, dà spazio agli interventi degli ascoltatori, che sempre hanno cose interessanti da osservare…
Avete mai sentito parlare della “macchina degli abbracci”? L’ha ideata, che era ancora giovanissima, Temple Grandin (docente della Colorado State University, una delle più famose personalità affette da disturbo dello spettro autistico) dopo aver osservato, in un allevamento, come le mucche diventavano tranquille quando contenute in un’arla di travaglio. E Temple, giovane autistica con problemi di relazione, per la quale un abbraccio poteva diventare qualcosa da cui fuggire perché “sovraccarico sensoriale di impulsi contraddittori”, pensò che qualcosa del genere avrebbe potuto tranquillizzare anche lei… lei e, come poi sperimentò, i bambini autistici che in quella condizione si lasciavano abbracciare… protetti dalla “hug machine”…