Giornate, di famiglie in piazza. Con tutta la retorica del cosa è giusto e buono e bello, e cosa non lo è… Randagiando fra manifestanti di ‘family day’ passati e presenti, rimane intatto lo stupore davanti a tanta profusione di impegno per limitare i diritti di qualcun altro. Grande spreco di palloncini colorati (azzurri, bianchi? ), appuntai l’ultima volta, mentre tanto ci sarebbe da pensare alle famiglie che ci ritroviamo. A proposito di infelicità che per via di aspettative, apparenza, incomprensioni e quant’altro, proprio dalla famiglia nascono.
Ieri rileggevo di Susy… “Finalmente sposi! Dopo sette anni, quattro mesi, dodici giorni e circa sei ore di fidanzamento, Susy corona il suo sogno d’…amore?
Veramente solo una settimana fa ha detto a Luca: -Vattene via! Non so se ti amo più- .
In realtà lo sa… ma non ha il coraggio di confessarlo neanche a se stessa: non lo ama più come prima. Ma ormai…”
Ma ormai… Susy si sposa e inizia la discesa nel girone dell’inferno che si apre per lei.
La storia di Susy è la prima delle tante narrazioni raccolte in un libro che molto aiuta a scavare dentro di noi, e già dal titolo, è una bella picconata alla retorica dell’happy family: “Inferni familiari. Storie bizzarre di bolge domestiche”. Di Antonella Lia, che è psicologa, sociologa, psicoterapeuta, e di vicende familiari ne conosce. Ce le racconta indagandone i disturbi emotivi. In un percorso che si snoda in un susseguirsi di bolge dove come nell’inferno dantesco s’incontrano persone, e i loro tormenti, i dubbi, gli errori, gli orrori a volte, le storie (vere, i nomi ovviamente no) che nascono sullo sfondo di famiglie tanto simili alle nostre…
Susy, ostinatamente fedele all’immagine di sé che (…)
bolge domestiche…
dipingere la morte, dipingere la vita…
Giorno della memoria… torno, permettete, sullo sterminio degli altri, di quelli di cui raramente si parla. Il genocidio di sinti e rom, Porrajmos, “grande devastazione”, in lingua romanì.
C’è un libro nel quale inciampai tempo fa. Un libro che trasmette tremore fin dal titolo: “Forse sogno di vivere”. Ma è il sottotitolo che, così, semplice e didascalico, apre le porte sullo strazio della storia: una bambina rom a Bergen-Belsen. Un libro da avere fra le mani. E’ stato pubblicato una decina d’anni fa in Italia da Giuntina nella collana Schulim Vogelmann.
E’ rievocata, la bambina che è stata, da Ceija Stojka, che era nata del 1933 in un paesino della Stiria, che fu deportata a Bergen-Belsen con la madre quando aveva undici anni, e che cinquant’anni dopo racconta, ritrovando lo sguardo e le parole della bambina di allora. Le parole dello stupore di fronte a una quotidianità fatta di violenze, di fame, di tormento, di immagini di morte che si fa fatica a immaginare. Stupore rimasto intatto, più di mezzo secolo dopo, perché: “mi volto, dice, e sono ancora lì”. (…)
Lo sguardo dell’Utopia…
Utopia. Ne sentiremo parlare nei prossimi mesi… Che sono cent’anni che fu pubblicato il libro di Tommaso Moro, con il racconto di quel mondo che ancora tanto riempie il nostro immaginario, ma che soprattutto ci ha insegnato a pensarla, ciascuno di noi, una nostra utopia, piccola o grande che sia…
Per questo mi è sembrato bellissimo, e ve lo propongo rigirandovelo, se ancora non ne avete sentito parlare, il sogno di Riccardo Petrella ( l’economista di “Dichiariamo Illegale la Povertà”, per chi non lo sapesse) a nome dell’Università del Bene Comune: “l’impossibile che diventa possibile”. Un progetto che consiste nella pubblicazione su Facebook, a partire dalla fine di gennaio fino ad ottobre 2016 di post dedicati all’analisi di come gli “impossibili” ( u-topie) sono diventati “possibili” (eu-topie), “delle realtà feconde di ben fare e vivere insieme”. Dunque in tema di giustizia sociale, diritti, lavoro, disuguaglianza, povertà, Stato, potere, libertà, denaro…
“Se faccio riferimento ad Utopia, spiega Petrella, non é per suggerire analogie tra quanto scritto da More e i nostri giorni, anche se l’Inghilterra dell’epoca era in guerra e in uno stato di grande miseria e diseguaglianze, come lo è il nostro mondo globale in preda alla guerra “totale” e dove 82 persone posseggono altrettanta ricchezza personale che la metà più povera della popolazione mondiale. Il motivo per farlo è piuttosto semplice: lanciare, sotto l’egida dell’Università del Bene Comune, l’idea di “ I cammini dell’utopia”. (…)
Farfalle di Rodi…
Sentite che mi scrive Daniela Morandini… Una storia nella storia…
“Dai libri rimessi in ordine, riaffiora una cartolina del 1965, da Rodi, da quella valle, unica al mondo, dove, una volta all’anno, si incontrano tutte le farfalle della Grecia. L’indirizzo è quello di Bologna di Carlo, il mio più caro amico da sempre. Niente di strano che una sua cartolina sia finita in un mio libro. Ma è singolare che non riconosca i nomi di chi mandava i saluti da laggiù: Celeste e Antonio. Chi sono? Scrivo a Carlo ,chiedendo spiegazioni. Questa è la risposta:
Cara Daniela, trovo simpaticamente bizzarro il rinvenimento della cartolina.
Ora ti espongo gli indizi del giallo di Rodi: occorre andare molto indietro negli anni senza fermarsi al lontanissimo 1965, quando tu ed io avevamo… 9 anni; bisogna raggiungere un tempo ancora più remoto, lontano, lontano, quando noi non eravamo ancora nati.
In quegli anni, poco prima della seconda guerra e dunque (…)
Muri parlanti….
Ripensando, a una scritta letta un qualche fine o inizio d’anni fa sul muro di un vicolo di Napoli, fra San Gregorio Armeno e Santa Chiara. “Un muro pulito è un muro morto”, diceva, la scritta. C’era accanto, disegnato, il profilo di un corpo, disteso e morbido, come corpo ondeggiante di sirena, e peccato che non l’ho fotografato… avreste visto anche voi come quel corpo dolcemente dondolava, e come tutto il vicolo seguendone incantato il movimento palpitava.
Così ho pensato possa sussultare di nuovi respiri il parco dell’ex manicomio di Santa Maria della Pietà. Dove un progetto di street art ha regalato nuova vita a mura di padiglioni fino a poco tempo fa abbandonati. Per la cronaca, Caledoscopio è il titolo del progetto, e l’idea è “di far vedere il bello anche in luoghi difficili come questo, attraverso i colori dell’arte urbana”. Così muri fino a ieri spenti sono oggi gonfi dei colori della vita che raccontano, nella leggerezza di uno sprazzo di farfalle che volano libere verso il cielo fuggendo da una porta socchiusa, nel tormento di mani che si cercano, in abbracci, in cieli di stelle e prati, in corpi di donne… che chi lì dentro ha vissuto la terribile vita reclusa del tempo dei manicomi, mai ha potuto carezzare…
Ma prima di perdersi nei colori dei dipinti che i tanti artisti hanno regalato al parco, l’invito è a percorrere il viale che porta al padiglione 6, dove oggi c’è il “Museo della mente”, e andare nella sala dove, su una lunga lastra trasparente, è riprodotto un cenno di un’opera che è stata monumentale e, a pensarci, lascia senza fiato. (…)
rose di Jericho

L’augurio per quest’anno nuovo è che fioriscano rose di Gerico. Ne avete mai avuta una tra le mani? Ha la bellezza misteriosa di un rovo d’inverno… la pensi ormai morta, ma bastano poche gocce d’umido a compiere il miracolo della sua rinascita… La chiamano la pianta della resurrezione… Con l’augurio, quindi, che possa ritrovare nuova vita un pensiero, un desiderio, un progetto, che magari si pensava già arreso.
E il pensiero va a una storia che proprio dalla Palestina arriva, da Betlemme La storia di Hamdan Jewei, della sua disperante, impossibile condizione, che poi, un giorno… Ascoltate.
Hamdan, che ha vissuto sulla sua pelle cosa significa essere emarginato, invisibile quasi. Chiuso in casa fino all’età di undici anni, perché di un bambino disabile c’è solo da vergognarsi, soprattutto se si vive in un povero villaggio, in una famiglia che, come Hamdan racconta, non aveva “gli strumenti per capire come comportarsi con me, non erano abbastanza ‘civili’ per capire il concetto di integrazione sociale”. Dove, anche, guardandosi intorno, è difficile trovare aiuto, strutture che aiutino, e aiutino a capire. Eppure, quando mi ha raccontato la sua storia, (…)
Babbo Natale anarchico…
Una riflessione con la mente forse un po’ ottenebrata, dal troppo odore di dolciumi che c’è in giro. Ma, aiutatemi a capire… Babbo Natale è anarchico?
L’interrogativo leggendo, in questi giorni, di Petr Kropotkin, in un articolo apparso questo mese su “A”, rivista anarchica. Che dunque si chiede e ci chiede: ma Babbo Natale è anarchico?
Ha sempre qualcosa di particolarmente interessante, fuori dai binari dell’ovvio, questa rivista che ogni volta sfoglio chiedendomi ‘cosa mi regalerà questo mese’… Ma questa, scusate l’ignoranza, proprio mi ha sorpreso. Per cui apprendo del fascino che Saint Nicolas ha esercitato sul “principe degli anarchici”, che pure al barbuto e corpulento signore un po’ assomigliava e che, riflettendo e riflettendo, a margine di un foglio scrisse: “Intrufolatevi nei negozi, regalate a tutti i giocattoli…” e via via ipotizzando espropriazioni natalizie di giocattoli “perché è giusto e largamente li distribuiremo a quelli che ne hanno bisogno”. Sorridendo al pensiero delle officine degli elfi, che sempre lavorano con felicità perché lavorano per la gioia delle persone, che sarebbero diventate “il prototipo delle fabbriche di un futuro che avrebbe trasformato il regalo da azione occasionale a condivisione abituale”.
Prospettiva un po’ più sorridente (…)
pensando ad Antonio
Un pensiero, in questi momenti di stralunato andare, ad Antonio, Antonio Mottola, e ai suoi giorni chiusi (di lui e della sua insensata vicenda si può leggere su forum che da sempre segue questa storia insensata http://www.news-forumsalutementale.it/la-storia-minima-di-…/).
Come non pensare, oggi, al suo tempo fermo, che non conosce domeniche e feste e anni nuovi… Perché dopo le denunce, lo stupore, le interpellanze, la visita, persino, della Commissione del senato per i diritti Umani, Antonio è ancora isolato in una stanza dell’Ospedale Psichiatrico di Reggio Emilia.
Quale avvento, quale speranza… Venti anni appena, un carico enorme di violenza subita fin da bambino, fra contenzione del corpo e della mente, e ora inchiodato dalla “presunzione di pericolosità sociale”, orrore lombrosiano che ancora ci portiamo dietro.
Riusciamo a immaginarlo, Antonio, questo Natale, per lui

