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    Babbo Natale anarchico…

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    bab natUna riflessione con la mente forse un po’ ottenebrata, dal troppo odore di dolciumi che c’è in giro. Ma, aiutatemi a capire… Babbo Natale è anarchico?
    L’interrogativo leggendo, in questi giorni, di Petr Kropotkin, in un articolo apparso questo mese su “A”, rivista anarchica. Che dunque si chiede e ci chiede: ma Babbo Natale è anarchico?
    Ha sempre qualcosa di particolarmente interessante, fuori dai binari dell’ovvio, questa rivista che ogni volta sfoglio chiedendomi ‘cosa mi regalerà questo mese’… Ma questa, scusate l’ignoranza, proprio mi ha sorpreso. Per cui apprendo del fascino che Saint Nicolas ha esercitato sul “principe degli anarchici”, che pure al barbuto e corpulento signore un po’ assomigliava e che, riflettendo e riflettendo, a margine di un foglio scrisse: “Intrufolatevi nei negozi, regalate a tutti i giocattoli…” e via via ipotizzando espropriazioni natalizie di giocattoli “perché è giusto e largamente li distribuiremo a quelli che ne hanno bisogno”. Sorridendo al pensiero delle officine degli elfi, che sempre lavorano con felicità perché lavorano per la gioia delle persone, che sarebbero diventate “il prototipo delle fabbriche di un futuro che avrebbe trasformato il regalo da azione occasionale a condivisione abituale”.
    Prospettiva un po’ più sorridente (…)

    pensando ad Antonio

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    Un pensiero, in questi momenti di stralunato andare, ad Antonio, Antonio Mottola, e ai suoi giorni chiusi (di lui e della sua insensata vicenda si può leggere su forum che da sempre segue questa storia insensata http://www.news-forumsalutementale.it/la-storia-minima-di-…/).
    Come non pensare, oggi, al suo tempo fermo, che non conosce domeniche e feste e anni nuovi… Perché dopo le denunce, lo stupore, le interpellanze, la visita, persino, della Commissione del senato per i diritti Umani, Antonio è ancora isolato in una stanza dell’Ospedale Psichiatrico di Reggio Emilia.
    Quale avvento, quale speranza… Venti anni appena, un carico enorme di violenza subita fin da bambino, fra contenzione del corpo e della mente, e ora inchiodato dalla “presunzione di pericolosità sociale”, orrore lombrosiano che ancora ci portiamo dietro.
    Riusciamo a immaginarlo, Antonio, questo Natale, per lui

    presepi e comete…

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    vietnamSpara sti botte, / alluma sti bengale; / arrust’ ‘e capitune, / ch’è Natale!… / Ncoll’ ‘e pasture!…
    Ca mpunto mezanotte, / nasce ‘o Bammino. / Chella, mamma, è devota,/ perciò nasce ‘o Bammino.//
    Sti Bammeniello nasce n’ata vota?/ Lassat’ ‘o j’… / Chillu stesso martirio ‘e quanno è nato / l’adda turnà a suffrì?
    ( spara questi botti/ accendi questi bengala; arrostisci il capitone, che è natale!… Incolla i pastori!… // Che a mezzanotte in punto nasce il bambino. Quella, mamma, è devota, / perciò nasce il bambino // Questo bambino nasce un’altra volta?/ Lasciatelo stare… / Quello stesso martirio di quando è nato/ deve tornare a soffrire?)
    Non per rovinarvi il piacere del vostro bel presepe… semmai lo avete fatto con tutti i crismi e carismi. Ma a queste strofe della poesia di Eduardo, ‘a vita ( la vita), è andato il pensiero leggendo quanto mi descrive in una sua lettera Claudio Conte (cito ancora parole di un ergastolano ma, che volete, le riflessioni migliori ultimamente mi arrivano da lì…) a proposito di un presepe che con alcuni compagni di sezione ha preparato nel carcere di Catanzaro. Perché sapete a cosa si è ispirato il nostro Claudio? Alla morte del piccolo Aylan annegato sulle coste della Turchia.
    Ha realizzato, mi scrive, una metropoli di grattacieli fatti di scatole di cartone, lasciando ben in evidenza la pubblicità che hanno stampata sopra, addobbandoli con luminarie stile Las Vegas e installando in cima ai grattacieli a caratteri cubitali queste parole: egoismo, globalizzazione, indifferenza. Poi, spiega, ha diviso lo spazio con una rete e del filo spinato, e (…)

    La festa colorata di Casale san Nicola…

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    DSCN0915 (2)Domenica scorsa nel centro rifugiati di Casale san Nicola, Roma Nord, c’è stata una festa. Una bella festa, che, a fare un po’ d’attenzione, racconta la storia del mondo. Daniela Morandini c’è stata e così ce l’ha raccontata…
    “Oggi è festa a Casale San Nicola, dove la borgata ritorna campagna, e diventa zona residenziale. Qui la cooperativa Isolaverde, vinto l’appalto, ha trasformato la Socrate, una scuola abbandonata, in un centro per rifugiati. Appena iniziati i lavori, proprio lì di fronte, alcuni cittadini romani, senza casa, avevano occupato un campo, alzato una tendopoli e sventolato la bandiera tricolore.
    “Tocca prima a noi” dicevano.
    “No agli immigrati” si leggeva sugli striscioni di un presidio di residenti, davanti al circolo del tennis.
    In luglio,un blocco stradale aveva fermato il primo pullman di ragazzi africani. Era arrivato anche un manipolo di Casapound: facce nascoste dai caschi, manganelli , (…)

    La rosa e la quercia…

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    GCOPERTINA COMPLETAA proposito di fascino discreto ( e indiscreto) degli epistolari. Rimane intatto a riempirti di nostalgie, del tempo in cui ancora non si era precipitati nell’abisso delle mail e degli sms, che indubbiamente sono una gran bella comodità, ma… avete dimenticato ( o siete così giovani da non averlo mai conosciuto?) il tremore di mani che aprono lettere…
    Leggendo un libro che questi tremori ce li riconsegna tutti interi, con un carteggio d’eccezione, che testimonia di “un amore importante” di Grazia Deledda. Che giusto giusto nel dicembre di ottantanove anni fa ricevette, finora unica donna italiana della storia, il premio Nobel per la letteratura. Potenza della sua scrittura… che a distanza di un’infinità d’anni ancora ho impresso nell’anima le emozioni che mi dette la lettura, ai tempi della scuola, di “Canne al vento”…
    Per cui immaginate com’è stato facile perdersi andando randagiando, e con quanta curiosità e quante aspettative, fra le pagine di “La quercia e la rosa”, di Ludovica De Nava.
    L’amore ‘importante’ è quello nato fra la scrittrice e Giovanni De Nava, poeta, conferenziere, giovane ricco degli ideali del socialismo, che dell’autrice del libro era l’affascinante nonno. Ventitré anni lei, ventuno lui. Un amore che (…)

    Quadri sonori…

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    pedjman_20150224151122venerdì sera, randagiando, a Roma, per Trastevere… I’inaugurazione della mostra di “Quadri sonori” di Pejman Tadayon, che sarà aperta, in piazza sant’Egidio, fino a martedì 15 dicembre. E se non fate in tempo, per saperne di più, www.pejmantadayon.it
    Il racconto dell’incontro di Daniela Morandini

    “Prima di tutto, bisogna accordare i quadri- spiega Pejman- “.
    Sì, quadri da accordare.
    E allora, torna alla mente Des Esseintes, protagonista del simbolismo francese, insieme al suo organo che non emette suoni, ma profumi e assoli di menta.
    E si scontrano nella testa anche i colori delle vocali di Rimbaud: A nero, E bianco, I rosso, U verde , O blu.
    Le tavole di questa mostra non hanno origine nei poeti delle stagioni all’inferno, ma in una cultura, lontana e antica. Eppure prendono forma anch’essi dalla contaminazione dei sensi.
    Pejman nasce, a Esfahan, in Iran, nel ’77. Studia gli strumenti della tradizione, il tar e il setar. Approfondisce il Radif, l’antico repertorio armonico persiano.(…)

    Storia di Mona

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    luoghicomunL’ultimo racconto di Gatto Randagio ( RemoContro)… “Oggi vi parlerò di Mona, che in arabo significa ‘desiderio’. Mona è una donna egiziana che diciotto anni fa è venuta a vivere in Italia, convinta dall’uomo che si è innamorata di lei e in Italia, dove già da qualche tempo lavorava, l’ha voluta portare sposa. Mona e suo marito Ahmed e i loro due figli, Mohamed e Lamis, abitano a Torpignattara. Sì, il quartiere romano dove da anni è insediata una comunità musulmana, “raccontato” dal discutibile ( e discusso e contestato) servizio andato in onda all’indomani della strage di Parigi sulla rete de La Sette, che ci ha propinato un quartiere sotto assedio, con romani che definire insofferenti è un eufemismo, e tutto l’armamentario che possiamo immaginare in termini di luoghi comuni, paure eccitate, percorsi bui, battute smozzicate, rubate, eccetera eccetera…
    Il viso di Mona, il suo andare ondeggiante, i suoi foulard colorati, il suo sorriso che esplode quando meno te lo aspetti, anche quando parla di tragedie piccole e grandi del vivere quotidiano, ci accompagna durante tutto il percorso di un bel documentario realizzato da Angelo Loy. E immaginando che ve lo chiederete, come me lo sono chiesto anch’io… il più noto Nanni era suo zio, e buon sangue non mente… per la curiosità, la capacità di andare dentro le cose che accomuna allo zio il nostro Angelo, che da sempre ha scelto di perdersi nei meandri delle nostre periferie. Bèh, se potete, andate a vederlo. “Luoghi comuni”, s’intitola il documentario, (…)

    Devianze e incontri sulle note di un violino…

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    alexisDi Daniela Morandini questo pensiero per “Desvìos y encuentros”, devianze e incontri, che è il primo album da solista di Alexis Lefevre, musicista di origini francesi, cresciuto a Positano, ma cittadino del mondo. Per chi volesse saperne di più… www.alexislefevre.com, intanto invito a leggere

    “A Positano lo ricordano quando, ancora guaglione, suonava il violino davanti alla Chiesa, o sulla scala dei leoni, o al Fornillo, un pezzo di mare tra due torri saracene. Alexis ha un legame fortissimo con quella terra del Sud ma, a diciotto anni, dopo un’impronta classica, se ne va. Vuole trovare altre note. Arriva a Buenos Aires: suona con Luis Salinas, e contamina a musica tradizionale sudamericana, con le improvvisazioni del jazz contemporaneo. Non basta: nel 99 torna in Europa e va a Siviglia. Le sue incursioni nel flamenco iniziano alla Carboneria, quel locale tra i vicoli di Santa Cruz, dove si respira un’aria gitana, e l’anima zingara segna le facce dei musicisti. Era in quella taverna che poeti, artisti, e personaggi della notte, avevano trovato rifugio nell’ultimo periodo franchista. Tra quei tavoli di legno, si sarebbero visti anche Pete Seeger e Frank Zappa. A Paco Lira, l’anima della Carboneria, Alexis dedica la sua “ Calle Levies 18”, la strada dove ci si incontra. In poco tempo, è al fianco di Vicente Amigo, di Juan Carlos Romero, di Tomatito. La sua ricerca continua, trasversale: (…)

    Quand’ero un ragazzo…

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    fine-pena-maiDal carcere di Padova, una lettera di Giovanni Zito. Pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Una città”. Ascoltate.
    “Quando ero un ragazzo non pensavo alle conseguenze degli errori commessi, oggi ho 46 anni e sono detenuto ininterrottamente dal 1996.
    La vita in carcere è una tortura fisica e psicologica, specialmente quando si ha una famiglia. Io avevo una compagna al mio fianco, ma la mia condanna e il mio allontanamento forzato hanno fatto sì che io perdessi l’affettività familiare. Mantenere l’affettività, il contatto con i figli, è fondamentale, è la base di ogni famiglia, ed è dura rimanere in piedi quando si perdono le speranze.
    Io ho perso le gioie di mia figlia, non potendo effettuare colloqui con lei, e ancora oggi ho enormi difficoltà per i colloqui familiari. E la mia condanna si è riversata sulla mia situazione familiare già precaria. Mantenere in vita un rapporto è la cosa più bella che un uomo possa desiderare. Io posso subire una punizione, è giusto che sia così, ma mia figlia non si rende conto del perché ci sia una pena così devastante per tutti. (…)

    che la forza sia con te….

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    4amicialbar-600x398Una conversazione carpita al bar sotto casa, che oggi non può che partire da Parigi.
    Dunque, quattro amici al tavolino accanto. A conversazione già avanzata, afferro al volo una frase: “…ma mostrare i muscoli è di per sé una dimostrazione di forza? I campioni di body building alla prova della forza reale si rivelano tigri di carta… Ricordate l’augurio del maestro Yoda all’allievo Luke in ‘Guerre stellari’?”
    “Che la forza sia con te!”, risponde pronto uno del gruppo.
    “Bravo”, riprende il primo che sembra guidare la discussione. “Grande parabola di una forza reale fatta di intelligenza, astuzia, arte del combattimento, senso di giustizia che si contrappone all’esercito meccanico di Dart Fener. Che mi fa proprio pensare all’armamentario messo in campo da noi europei: città, Roma compresa, con soldati armati di mitra (col colpo in canna?) a presidiare stazioni metro, luoghi sensibili e quant’altro, mentre aerei russi e francesi bombardano le postazioni dell’Isis… Bèh, comincerei a temere questo pericoloso mix di muscolose rappresentazioni di apparati bellici dei governi e la più o meno lucida follia omicida ( e sucida) dei fanatici terroristi”.
    “Già – fa un altro- ma non c’è qualche soluzione più intelligente?”. (…)