Appena finito di leggere Céline… il “Viaggio al termine della notte”. Che mi chiedo come ho fatto fino ad oggi a vivere senza. Già. Céline e Kafka, e il Novecento è tutto lì, spiaccicato davanti agli occhi e all’anima…
“La grande sconfitta, in tutto, è dimenticare, e soprattutto quel che ti ha fatto crepare, e crepare senza capire mai fino a qual punto gli uomini sono carogne”. Céline, appunto, parlando della guerra e dell’animo buio dell’uomo che allunga la sua ombra nei millenni, passati e presenti…
Rileggendo questo brano, mentre incappo nella notizia della mattanza dei “ninos de rua” di Rio de Janeiro, che la prima cosa che ti viene in mente, perché troppo tremenda da reggere, è “sarà una bufala”. Ma non lo è.
La denuncia è dell’Onu: “Abbiamo ricevuto informazioni concrete sul fatto che ora si tratta di un modo di ‘migliorare l’aspetto’ del proprio territorio”. Già era accaduto (…)
ninos, cani e zingarelli…
Ancora Céline…
“(…) Quando saremo sull’orlo del precipizio dovremo mica fare i furbi noialtri, ma non bisognerà nemmeno dimenticare, bisognerà raccontare tutto senza dimenticare una parola, di quel che si è visto di più schifoso degli uomini e poi tirar le cuoia e poi sprofondare. (…)”. Rileggendo brani… da “Viaggio al termine della notte”.
Tenerezza
Domenica scorsa, a teatro. Teatro della Visitazione, che già il nome è un bel programma, da andare a scovare in uno spazio nel piano terra della Chiesa della Visitazione, a Casal Bruciato, bordo di periferia romana… In programma: Tenerezza, un insolito stato di grazia. Che, tratto da un racconto di Carmelo Samonà, ‘Fratelli’, mette in scena la vita di due fratelli, appunto, rimasti soli nella grande casa avita. Uno dei due è autistico, l’altro lo assiste. Tutto si svolge dietro le finestre ben serrate di una casa dove non entra mai la luce.
Parabola dei recinti bui nei quali respingiamo le cose che non ci piacciono, ci mettono a disagio, e un po’ forse ci fanno anche paura. E nulla, credo, ci fa paura come i disturbi della mente.
Eppure, eppure… sono talmente tante le persone che hanno a che fare col disagio mentale che dobbiamo proprio essere tutti ciechi e sordi per considerarle questioni marginali, per pensare che possano restare confinate dietro mura, pubbliche o private che siano. Se il venti per cento della popolazione ha a che fare con un disturbo mentale, lieve o grave che sia, e quelli gravi sono ben l’otto per cento… A farci riflettere su questo, alla fine della rappresentazione,
E’ stato morto…
Questa settimana, dopo che si è ricordato dell’assurda fine di Federico Aldrovandi, il 25 settembre di dieci anni fa, morto a 18 anni per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti… sono andata a rivedere “E’ stato morto un ragazzo”, il documentario di Filippo Vendemmiati che ha ricostruito quella terribile vicenda. E ve lo consiglio. Ha vinto nel 2011 il David di Donatello, come miglior documentario di lungometraggio, e intreccia inchiesta, stralci del processo, le parole della famiglia… lavoro rigorosissimo, lucido e straziante, che molto ci aiuta a interrogarci sul paese nel quale viviamo. A partire dalla frase di un testimone, che compare su fondo nero prima che inizino a scorrere le immagini del film, che tanto di noi racconta: “Non ho visto niente e non voglio sapere niente. La polizia si deve anche difendere delle volte, le forze dell’ordine fanno il loro dovere la notte. E che dovere che fanno. Delle volte ci rimettono anche la pelle e delle volte purtroppo ci sono anche delle vittime. E ci sono e non c’entrano niente”. (…)
tramonti africani, secondo Céline
“I tramonti di quell’inferno africano si rivelavano straordinari. Non te li toglieva nessuno. Ogni volta tragici come mostruosi assassinii del sole. Un immenso bluff. Soltanto che c’era troppo da ammirare per un uomo solo. Il cielo per un’ora si pavoneggiava tutto spruzzato da un capo all’altro d’uno scarlatto delirante, e poi il verde scoppiava in mezzo agli alberi e s’innalzava dal suolo a strisce tremanti fino alle prime stelle. Dopo di che il grigio riprendeva tutto l’orizzonte e poi di nuovo il rosso, ma allora stanco il rosso e non per molto. Finiva così. Tutti i colori ricadevano a brandelli, afflosciati sulla foresta come vecchi stracci alla centesima replica”.
Ecco… ma dopo aver letto di questi passi (da Viaggio al termine della notte) … quanto tempo ci vorrà prima di riuscire a passare ad altro?
La musica, l’uomo. i muri…
Guardando, nei giorni scorsi, l’immagine del giovane migrante che suona il violino. L’avrete visto in molti. E’ a pochi chilometri dal confine con la Grecia, bloccato dalla polizia turca insieme ad altre migliaia di profughi. L’avrete sentito. A due passi dal cordone di polizia tenta note incerte. Ma è Vivaldi, la Primavera. Che subito si riconosce…
Poco prima, o poco dopo, leggendo di altra musica. Del coro di bambini, questa volta, fra i grandi in attesa dell’apertura di un varco per la Slovenia. E trascinano tutti in un unico grido…
Qua e là, per le vie del web che a tutto ci sembrano autorizzare, alcuni commenti infastiditi. “Sceneggiate”, costruite ad arte, soffia qualcuno. Qua e là, ancora, parole, che sembrano nutrite di ferocia. Eppure, eppure… Forse è solo paura. E non della folla di persone che preme per passare, che chissà che verrà a fare. Ma paura della musica. Paura, vien da pensare, delle note che sono lì a bussare sui confini. Perché? Perché è difficile difendersi dalla forza ancestrale del linguaggio musicale…
Già. Sapete, cosmologie arcaiche narrano che l’uomo è nato dal suono. Da un soffio,
i desideri dei poveri…
“… Dovetti ancora passare nell’atrio davanti ad altre file, ad altri incantevoli enigmi dalle gambe così attraenti, dai volti delicati e severi. Delle dee insomma, delle dee adescatrici. Si sarebbe potuto cercare di capirsi. Ma avevo paura di farmi arrestare. Complicazioni. Quasi tutti i desideri del povero sono punti con la prigione”. … da Viaggio al termine della notte. Non finisce mai di stupire, Céline…
Cronache dal vicolo…
Oggi gatto randagio… con animo, come disse una volta un amico, di zingaro stanziale. Che è ossimoro che non fa poi male. Arrendersi alla forza centripeta che ti trattiene in casa, a guardare cosa accade in strada, nascosto dietro le persiane…
In realtà appostati dietro la finestra che affaccia sul vicolo alle spalle del palazzo, una piccola via chiusa al traffico, mai ci si annoia. Che a seconda delle ore del giorno vi si alterna un certo numero di persone. A piccoli gruppi, in solitudine… Il primo pomeriggio adolescenti che si confidano, carichi di dubbi e storie di primi e secondi amori. Quando cala la sera ragazzotti a bere birra e a rompere qualche bottiglia. Un po’ più tardi gruppi chiassosi e a volte un po’ sguaiati che chissà cosa si sono fumati… La notte, poi… Giorno o notte che sia, scorrono intanto nel vicolo cani con i loro padroni, ma sia gli uni ( chi viene qui a nascondersi) che gli altri ( cani e padroni) sempre si ignorano, come gli uni invisibili agli altri. Magia dei vicoli bui…
Da qualche settimana vi arriva una giovane donna…
Teste Matte
Un pensiero per “teste Matte”, di Guido Lombardi e Salvatore Striano, edito da Chiarelettere. Un libro da leggere per capire e conoscere. . sono sempre più convinta che nessuno meglio di chi ha attraversato esperienze come quelle raccontate nel libro e ha trovato la strada per uscirne, può aiutare a costruire nuove strade…. Oggi su “Il garantista”. Questo il testo..
“Teste Matte è un gruppo criminale della Napoli degli anni ’80. E dà il titolo al libro che racconta l’adolescenza e la prima gioventù di Salvatore Striano. Che, come recita la biografia del risvolto di copertina, “è stato tante cose”. Detenuto, poi attore, camorrista per Gomorra, Bruto per Cesare deve morire, il film dei Taviani che lo consacra definitivamente attore.
Teste matte, edito da Chiarelettere, è scritto a quattro mani con Guido Lombardi, che è scrittore, sceneggiatore e regista. Figlio di un magistrato. Tutt’altro mondo, si pensa subito. Ma entrambi sanno bene di cosa si parla. Se questa ‘contaminazione’ partorisce seicento pagine da leggere tutte d’un fiato.
A dire la verità, per le prime cinquanta ho fatto un po’ fatica. Rallentata da una domanda: ma è così? E’ possibile che sia proprio così… Poi entri nel tunnel e non ti stacchi più.
La Napoli degli anni Ottanta, (…)