Domenica scorsa nel centro rifugiati di Casale san Nicola, Roma Nord, c’è stata una festa. Una bella festa, che, a fare un po’ d’attenzione, racconta la storia del mondo. Daniela Morandini c’è stata e così ce l’ha raccontata…
“Oggi è festa a Casale San Nicola, dove la borgata ritorna campagna, e diventa zona residenziale. Qui la cooperativa Isolaverde, vinto l’appalto, ha trasformato la Socrate, una scuola abbandonata, in un centro per rifugiati. Appena iniziati i lavori, proprio lì di fronte, alcuni cittadini romani, senza casa, avevano occupato un campo, alzato una tendopoli e sventolato la bandiera tricolore.
“Tocca prima a noi” dicevano.
“No agli immigrati” si leggeva sugli striscioni di un presidio di residenti, davanti al circolo del tennis.
In luglio,un blocco stradale aveva fermato il primo pullman di ragazzi africani. Era arrivato anche un manipolo di Casapound: facce nascoste dai caschi, manganelli , (…)
La festa colorata di Casale san Nicola…
La rosa e la quercia…
A proposito di fascino discreto ( e indiscreto) degli epistolari. Rimane intatto a riempirti di nostalgie, del tempo in cui ancora non si era precipitati nell’abisso delle mail e degli sms, che indubbiamente sono una gran bella comodità, ma… avete dimenticato ( o siete così giovani da non averlo mai conosciuto?) il tremore di mani che aprono lettere…
Leggendo un libro che questi tremori ce li riconsegna tutti interi, con un carteggio d’eccezione, che testimonia di “un amore importante” di Grazia Deledda. Che giusto giusto nel dicembre di ottantanove anni fa ricevette, finora unica donna italiana della storia, il premio Nobel per la letteratura. Potenza della sua scrittura… che a distanza di un’infinità d’anni ancora ho impresso nell’anima le emozioni che mi dette la lettura, ai tempi della scuola, di “Canne al vento”…
Per cui immaginate com’è stato facile perdersi andando randagiando, e con quanta curiosità e quante aspettative, fra le pagine di “La quercia e la rosa”, di Ludovica De Nava.
L’amore ‘importante’ è quello nato fra la scrittrice e Giovanni De Nava, poeta, conferenziere, giovane ricco degli ideali del socialismo, che dell’autrice del libro era l’affascinante nonno. Ventitré anni lei, ventuno lui. Un amore che (…)
Quadri sonori…
venerdì sera, randagiando, a Roma, per Trastevere… I’inaugurazione della mostra di “Quadri sonori” di Pejman Tadayon, che sarà aperta, in piazza sant’Egidio, fino a martedì 15 dicembre. E se non fate in tempo, per saperne di più, www.pejmantadayon.it
Il racconto dell’incontro di Daniela Morandini
“Prima di tutto, bisogna accordare i quadri- spiega Pejman- “.
Sì, quadri da accordare.
E allora, torna alla mente Des Esseintes, protagonista del simbolismo francese, insieme al suo organo che non emette suoni, ma profumi e assoli di menta.
E si scontrano nella testa anche i colori delle vocali di Rimbaud: A nero, E bianco, I rosso, U verde , O blu.
Le tavole di questa mostra non hanno origine nei poeti delle stagioni all’inferno, ma in una cultura, lontana e antica. Eppure prendono forma anch’essi dalla contaminazione dei sensi.
Pejman nasce, a Esfahan, in Iran, nel ’77. Studia gli strumenti della tradizione, il tar e il setar. Approfondisce il Radif, l’antico repertorio armonico persiano.(…)
Storia di Mona
L’ultimo racconto di Gatto Randagio ( RemoContro)… “Oggi vi parlerò di Mona, che in arabo significa ‘desiderio’. Mona è una donna egiziana che diciotto anni fa è venuta a vivere in Italia, convinta dall’uomo che si è innamorata di lei e in Italia, dove già da qualche tempo lavorava, l’ha voluta portare sposa. Mona e suo marito Ahmed e i loro due figli, Mohamed e Lamis, abitano a Torpignattara. Sì, il quartiere romano dove da anni è insediata una comunità musulmana, “raccontato” dal discutibile ( e discusso e contestato) servizio andato in onda all’indomani della strage di Parigi sulla rete de La Sette, che ci ha propinato un quartiere sotto assedio, con romani che definire insofferenti è un eufemismo, e tutto l’armamentario che possiamo immaginare in termini di luoghi comuni, paure eccitate, percorsi bui, battute smozzicate, rubate, eccetera eccetera…
Il viso di Mona, il suo andare ondeggiante, i suoi foulard colorati, il suo sorriso che esplode quando meno te lo aspetti, anche quando parla di tragedie piccole e grandi del vivere quotidiano, ci accompagna durante tutto il percorso di un bel documentario realizzato da Angelo Loy. E immaginando che ve lo chiederete, come me lo sono chiesto anch’io… il più noto Nanni era suo zio, e buon sangue non mente… per la curiosità, la capacità di andare dentro le cose che accomuna allo zio il nostro Angelo, che da sempre ha scelto di perdersi nei meandri delle nostre periferie. Bèh, se potete, andate a vederlo. “Luoghi comuni”, s’intitola il documentario, (…)
Devianze e incontri sulle note di un violino…
Di Daniela Morandini questo pensiero per “Desvìos y encuentros”, devianze e incontri, che è il primo album da solista di Alexis Lefevre, musicista di origini francesi, cresciuto a Positano, ma cittadino del mondo. Per chi volesse saperne di più… www.alexislefevre.com, intanto invito a leggere
“A Positano lo ricordano quando, ancora guaglione, suonava il violino davanti alla Chiesa, o sulla scala dei leoni, o al Fornillo, un pezzo di mare tra due torri saracene. Alexis ha un legame fortissimo con quella terra del Sud ma, a diciotto anni, dopo un’impronta classica, se ne va. Vuole trovare altre note. Arriva a Buenos Aires: suona con Luis Salinas, e contamina a musica tradizionale sudamericana, con le improvvisazioni del jazz contemporaneo. Non basta: nel 99 torna in Europa e va a Siviglia. Le sue incursioni nel flamenco iniziano alla Carboneria, quel locale tra i vicoli di Santa Cruz, dove si respira un’aria gitana, e l’anima zingara segna le facce dei musicisti. Era in quella taverna che poeti, artisti, e personaggi della notte, avevano trovato rifugio nell’ultimo periodo franchista. Tra quei tavoli di legno, si sarebbero visti anche Pete Seeger e Frank Zappa. A Paco Lira, l’anima della Carboneria, Alexis dedica la sua “ Calle Levies 18”, la strada dove ci si incontra. In poco tempo, è al fianco di Vicente Amigo, di Juan Carlos Romero, di Tomatito. La sua ricerca continua, trasversale: (…)
Quand’ero un ragazzo…
Dal carcere di Padova, una lettera di Giovanni Zito. Pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Una città”. Ascoltate.
“Quando ero un ragazzo non pensavo alle conseguenze degli errori commessi, oggi ho 46 anni e sono detenuto ininterrottamente dal 1996.
La vita in carcere è una tortura fisica e psicologica, specialmente quando si ha una famiglia. Io avevo una compagna al mio fianco, ma la mia condanna e il mio allontanamento forzato hanno fatto sì che io perdessi l’affettività familiare. Mantenere l’affettività, il contatto con i figli, è fondamentale, è la base di ogni famiglia, ed è dura rimanere in piedi quando si perdono le speranze.
Io ho perso le gioie di mia figlia, non potendo effettuare colloqui con lei, e ancora oggi ho enormi difficoltà per i colloqui familiari. E la mia condanna si è riversata sulla mia situazione familiare già precaria. Mantenere in vita un rapporto è la cosa più bella che un uomo possa desiderare. Io posso subire una punizione, è giusto che sia così, ma mia figlia non si rende conto del perché ci sia una pena così devastante per tutti. (…)
che la forza sia con te….
Una conversazione carpita al bar sotto casa, che oggi non può che partire da Parigi.
Dunque, quattro amici al tavolino accanto. A conversazione già avanzata, afferro al volo una frase: “…ma mostrare i muscoli è di per sé una dimostrazione di forza? I campioni di body building alla prova della forza reale si rivelano tigri di carta… Ricordate l’augurio del maestro Yoda all’allievo Luke in ‘Guerre stellari’?”
“Che la forza sia con te!”, risponde pronto uno del gruppo.
“Bravo”, riprende il primo che sembra guidare la discussione. “Grande parabola di una forza reale fatta di intelligenza, astuzia, arte del combattimento, senso di giustizia che si contrappone all’esercito meccanico di Dart Fener. Che mi fa proprio pensare all’armamentario messo in campo da noi europei: città, Roma compresa, con soldati armati di mitra (col colpo in canna?) a presidiare stazioni metro, luoghi sensibili e quant’altro, mentre aerei russi e francesi bombardano le postazioni dell’Isis… Bèh, comincerei a temere questo pericoloso mix di muscolose rappresentazioni di apparati bellici dei governi e la più o meno lucida follia omicida ( e sucida) dei fanatici terroristi”.
“Già – fa un altro- ma non c’è qualche soluzione più intelligente?”. (…)
parole, etimologie e idiozie…
Una bella, condivisibilissima riflessione, di Emanuela Nava
“Anche le parolacce hanno la loro etimologia.
Deficiente da deficere, mancare di intelletto.
Stupido da stupere, stupire.
Scemo da semus, mezzo, da cui anche scemare, diminuire.
E idiota, la più brutta parolaccia che ci sia?
Da idios, particolare, privato.
Anche idioma, linguaggio, ha la stessa provenienza: idios.
Questo significa che chi parla solo la sua lingua si comporta in modo idiota.
Una idiozia è stata abolire la festa di Natale in una scuola della provincia di Milano, pensando di rispettare le altre culture. Come si fa a rispettare gli altri se non si comincia a rispettare se stessi, ad amare l’anima del mondo che è fatta di tante lingue, e quindi anche della propria?
Rispetto significa guardare e riguardare il mondo e la sua bellezza come se fosse la prima volta. Spero che il preside che ha abolito una festa così sentita e festeggiata in tutti i paesi, anche in quelli a minoranza cristiana, ci ripensi, altrimenti non solo non rispetterà i bambini, ma rischierà di farli diventare idioti. Un grande dolore per l’anima del mondo”.
Emanuela Nava
a proposito di emergenze….
Leggendo, in questi giorni, d’emergenza, d’emergenze e di documenti e misure speciali a proposito di terrorismo, di annunci di sospensioni di regole e pezzi di costituzioni… , sospendendo piuttosto per un attimo la commozione per la nostra commozione… sempre mi chiedo cosa mai ci autorizzi a dichiarare sante le nostre guerre e legittimare i nostri, di orrori, e quali vittorie, quali insegnamenti, quali democrazie possano mai nascere da sospensioni del diritto che giustificano violenze inflitte ad altri. Dentro e fuori dei nostri confini.
Tornano immagini, ad esempio, di quel pozzo nero che è stato, che ancora è, Guantanamo… le storie dei detenuti della “guerra al terrore”, e molti, sappiamo, mai neppure erano stati formalmente incriminati. Fra le tante violenze e forme di disumanizzazione, torna sempre in particolare, chissà perché, l’immagine di quell’uomo trasportato in carriola, e di quell’altro, trascinato a braccia, che non riesce a muoversi…
E ascoltate questo: “ … si è avuto notizia che due detenuti sono stati recati fuori sezione, l’uno all’interno di una carriola da muratore, certamente non in grado di camminare da solo, l’altro (…)
rose nel deserto…
Avete mai avuto tra le mani una rosa di Gerico? ha la bellezza misteriosa di un rovo d’inverno… la pensi ormai morta, ma bastano gocce d’umido a compiere il miracolo della sua rinascita… ad Anna Rita Persechino ha ispirato queste parole…
Liberta’ Libertà
Dove sei Dove sei
Dove ti trovi nascosta
Rosa del Deserto
Rosa di Jericho
Dimmi qual e il tuo seme
Se vuoi germinare eternamente
Tra le mie braccia (…)