Gatto Randagio…
Pur randagiando randagiando… sempre interrogandomi e in qualche modo girandovi intorno, mai sono arrivata fino ad Auschwitz. Per via, chissà, del timore di non riuscire a trovare schermo al dolore, a sussurri e grida che mai lasceranno quei luoghi. Eppure, è un cammino che prima o poi bisognerà pure intraprendere. Ma partendo da dove? Me lo sono chiesta in questi giorni, leggendo di un cupo anniversario, il 30 novembre del 1943, l’ordine d’arresto per tutti gli ebrei, firmato RSI.
Ebbene, una risposta, e un aiuto che indichi la via, l’ho trovata oggi in un libro. “Il dio che sta ad Auschwitz” di Natalino Piras ( edizioni letteratura alla macchia). Sottotitolo: Sonata di viaggio. Dove il diario del viaggio, “pacchetto 600 euro a persona, tutto compreso, organizzato da un’agenzia di Dorgali per 25 viaggiatori sardi, fra cui molta gente dell’Associazione nazionale Partigiani”, è solo un breve segmento di un itinerario molto più vasto che nel tempo e nei luoghi, anche della mente, scava, e scava, e scava… Libro complesso e pur lineare, con un’infinità di informazioni, che ci suggerisce, soprattutto, come guardarci dentro, come guardarci intorno…
Perché, come scrive Piras, questo è “un viaggio nel tempo dilatato. (…)
Sonata di viaggio
Conversazioni romane…
Domande stralunate ad un amico al bar… giusto per trapuntare il fiume del suo borbottio, sul calare della sera, a partire dal lamento a proposito di commissari, allenati tra il cardo e decumano dell’Expo, mandati ad esportare a Roma il modello sperimentato a Milano…
Parlava, l’amico, dell’arrivo del commissario Tronca: “Mai nome più appropriato per chi deve perfezionare la macchina amministrativa per “stroncare” le delittuose attività che, ci informa la stampa, sono lo sport preferito dei cittadini romani. E ora che l’argomento in ballo è il Giubileo, se la rinascita di Milano si attribuisce al “successo” dell’Expo, la rinascita di Roma si affida al successo del Giubileo…!”
Già. La domanda viene spontanea: ma le città sono solo il palcoscenico di eventi?
“Eh no! Le città sono sistemi complessi, ancor più le città metropolitane, come Roma e Milano. Per queste non funziona la logica di causa ed effetto: non è detto, anzi improbabile, che un eventuale successo del Giubileo estenda il suo respiro positivo su tutta la città, dal momento che, tanto per cominciare, i percorsi giubilari da riqualificare non passeranno né da Tor Sapienza né da Tor Bella Monaca… Ma i media amano gli eventi… Accidenti a loro… (…)
pensando alla “morte viva”…
E va bene, remiamo un po’ contro… Visto che il calendario dice che in questi giorni si celebrano i morti, non resistendo alla tentazione di celebrare “quelli della morte viva”.
Quelli che, come mi scrive dal carcere di Padova Giovanni Zito, “si potrà mai scontare una pena superiore alla vita stessa?”. Insomma i fine-pena-mai-ma-proprio-mai, che morti viventi li vogliamo per davvero. E come altro pensare persone che solo uscendo dalla vita potranno volare oltre le mura del carcere? Dove, scrive Carmelo Musumeci, “di notte il silenzio non è un silenzio normale, è silenzio che profuma di morte”. Insomma, come argomento per il 2 novembre ci siamo…
Vi risparmio prediche, a volte, capisco, difficili da comprendere per chi non abbia mai messo piede in un carcere, per chi non abbia mai guardato negli occhi un fine-pena-mai. Abbiamo così misera immaginazione… Inizio invece parlando di un colore. (…)
Meltèmi
La memoria dei luoghi ti rimane addosso
appiccicosa,
come il cucinato nel
salone.
E per scappare segui
la scia della brezza di oltremare
e vai oltre.
Aprendo una pagina di Meltèmi, raccolta di poesie di Helene Paraskeva, edito da LietoColle. Meltèmi, ricorda la poetessa, è vento secco che viene da nord-nordest del mare Egeo. A volte anche da nordovest. Vento governato da Apollo, spesso in armonia con il cosmo, a volte, anche, furente…
ninos, cani e zingarelli…
Appena finito di leggere Céline… il “Viaggio al termine della notte”. Che mi chiedo come ho fatto fino ad oggi a vivere senza. Già. Céline e Kafka, e il Novecento è tutto lì, spiaccicato davanti agli occhi e all’anima…
“La grande sconfitta, in tutto, è dimenticare, e soprattutto quel che ti ha fatto crepare, e crepare senza capire mai fino a qual punto gli uomini sono carogne”. Céline, appunto, parlando della guerra e dell’animo buio dell’uomo che allunga la sua ombra nei millenni, passati e presenti…
Rileggendo questo brano, mentre incappo nella notizia della mattanza dei “ninos de rua” di Rio de Janeiro, che la prima cosa che ti viene in mente, perché troppo tremenda da reggere, è “sarà una bufala”. Ma non lo è.
La denuncia è dell’Onu: “Abbiamo ricevuto informazioni concrete sul fatto che ora si tratta di un modo di ‘migliorare l’aspetto’ del proprio territorio”. Già era accaduto (…)
Ancora Céline…
“(…) Quando saremo sull’orlo del precipizio dovremo mica fare i furbi noialtri, ma non bisognerà nemmeno dimenticare, bisognerà raccontare tutto senza dimenticare una parola, di quel che si è visto di più schifoso degli uomini e poi tirar le cuoia e poi sprofondare. (…)”. Rileggendo brani… da “Viaggio al termine della notte”.
Tenerezza
Domenica scorsa, a teatro. Teatro della Visitazione, che già il nome è un bel programma, da andare a scovare in uno spazio nel piano terra della Chiesa della Visitazione, a Casal Bruciato, bordo di periferia romana… In programma: Tenerezza, un insolito stato di grazia. Che, tratto da un racconto di Carmelo Samonà, ‘Fratelli’, mette in scena la vita di due fratelli, appunto, rimasti soli nella grande casa avita. Uno dei due è autistico, l’altro lo assiste. Tutto si svolge dietro le finestre ben serrate di una casa dove non entra mai la luce.
Parabola dei recinti bui nei quali respingiamo le cose che non ci piacciono, ci mettono a disagio, e un po’ forse ci fanno anche paura. E nulla, credo, ci fa paura come i disturbi della mente.
Eppure, eppure… sono talmente tante le persone che hanno a che fare col disagio mentale che dobbiamo proprio essere tutti ciechi e sordi per considerarle questioni marginali, per pensare che possano restare confinate dietro mura, pubbliche o private che siano. Se il venti per cento della popolazione ha a che fare con un disturbo mentale, lieve o grave che sia, e quelli gravi sono ben l’otto per cento… A farci riflettere su questo, alla fine della rappresentazione,
E’ stato morto…
Questa settimana, dopo che si è ricordato dell’assurda fine di Federico Aldrovandi, il 25 settembre di dieci anni fa, morto a 18 anni per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti… sono andata a rivedere “E’ stato morto un ragazzo”, il documentario di Filippo Vendemmiati che ha ricostruito quella terribile vicenda. E ve lo consiglio. Ha vinto nel 2011 il David di Donatello, come miglior documentario di lungometraggio, e intreccia inchiesta, stralci del processo, le parole della famiglia… lavoro rigorosissimo, lucido e straziante, che molto ci aiuta a interrogarci sul paese nel quale viviamo. A partire dalla frase di un testimone, che compare su fondo nero prima che inizino a scorrere le immagini del film, che tanto di noi racconta: “Non ho visto niente e non voglio sapere niente. La polizia si deve anche difendere delle volte, le forze dell’ordine fanno il loro dovere la notte. E che dovere che fanno. Delle volte ci rimettono anche la pelle e delle volte purtroppo ci sono anche delle vittime. E ci sono e non c’entrano niente”. (…)
tramonti africani, secondo Céline
“I tramonti di quell’inferno africano si rivelavano straordinari. Non te li toglieva nessuno. Ogni volta tragici come mostruosi assassinii del sole. Un immenso bluff. Soltanto che c’era troppo da ammirare per un uomo solo. Il cielo per un’ora si pavoneggiava tutto spruzzato da un capo all’altro d’uno scarlatto delirante, e poi il verde scoppiava in mezzo agli alberi e s’innalzava dal suolo a strisce tremanti fino alle prime stelle. Dopo di che il grigio riprendeva tutto l’orizzonte e poi di nuovo il rosso, ma allora stanco il rosso e non per molto. Finiva così. Tutti i colori ricadevano a brandelli, afflosciati sulla foresta come vecchi stracci alla centesima replica”.
Ecco… ma dopo aver letto di questi passi (da Viaggio al termine della notte) … quanto tempo ci vorrà prima di riuscire a passare ad altro?
La musica, l’uomo. i muri…
Guardando, nei giorni scorsi, l’immagine del giovane migrante che suona il violino. L’avrete visto in molti. E’ a pochi chilometri dal confine con la Grecia, bloccato dalla polizia turca insieme ad altre migliaia di profughi. L’avrete sentito. A due passi dal cordone di polizia tenta note incerte. Ma è Vivaldi, la Primavera. Che subito si riconosce…
Poco prima, o poco dopo, leggendo di altra musica. Del coro di bambini, questa volta, fra i grandi in attesa dell’apertura di un varco per la Slovenia. E trascinano tutti in un unico grido…
Qua e là, per le vie del web che a tutto ci sembrano autorizzare, alcuni commenti infastiditi. “Sceneggiate”, costruite ad arte, soffia qualcuno. Qua e là, ancora, parole, che sembrano nutrite di ferocia. Eppure, eppure… Forse è solo paura. E non della folla di persone che preme per passare, che chissà che verrà a fare. Ma paura della musica. Paura, vien da pensare, delle note che sono lì a bussare sui confini. Perché? Perché è difficile difendersi dalla forza ancestrale del linguaggio musicale…
Già. Sapete, cosmologie arcaiche narrano che l’uomo è nato dal suono. Da un soffio,