La storia nascosta, di Pasquale De Feo, dunque, il seguito…
“Mio padre mi raccontò che vicino al forno a legna della casa, o meglio di quello che ne restava, aveva trovato un’iscrizione che riguardava il nostro capostipite. Riportava il grado di nobiltà e il paese dove abitava prima di ribellarsi, era un paese cilentano. Con l’aiuto di un nipote, tramite internet aveva trovato il paese e c’era ancora l’abitazione classica del signore locale del tempo, seppur occupata da istituzioni del luogo. “Li cunti” dei paesani narravano che il mio trisavolo era stato ospite del marchese del luogo, essendo anch’esso di lignaggio nobile, ma prima che il marchese potesse venderlo ai piemontesi, una sera mente questi rientrava a cavallo e soffermandosi sulla piazza per affermare il suo potere, gesto abituale, fu ucciso a fucilate. La voce popolare, senza ombra di dubbio, indicava il capostipite come giustiziere del traditore, che non era ben voluto dalla gente e per questo ne furono tutti contenti. In cinquant’anni che abitò nel paese non fu mai tradito dalla gente e si spense serenamente nel suo letto. Era stato un uomo giusto anche se molto temuto.(…)
Da oggi, e per qualche giorno, vi racconto una storia… Anzi ce la racconta Pasquale De Feo, che dal carcere di Catanzaro me l’ha mandata… Pasquale, con il quale ho un assiduo scambio di lettere, è stato condannato all’ergastolo, ostativo… classe 1961 è in carcere dal 1983, pensate… è più il tempo della vita trascorso in carcere che fuori… qualsiasi cosa abbia commesso a 21 anni, pensateci un pò…. Quello che mi ha colpito in lui, la sua voglia di studiare per capire… per capire non solo il percorso e le ragioni della sua vicenda personale, ma anche quella della Storia, sì quella con la S maiuscola, nella quale la sua è inscritta… E questo racconto qualcosa di lui rivela… buona lettura.
Un invito, al cinema, per “ADHD -Rush Hour” di Stella Savino, da qualche giorno nelle nostre sale cinematografiche. Un bel film- documentario- inchiesta sulla “sindrome del deficit d’attenzione e iperattività”… che è questione molto delicata che da tempo fa discutere e divide. Quando poco più di un anno fa ho conosciuto l’autrice, anche se per quel poco che si può conoscere con chiacchierata per telefono e intervista che ne è seguita ( per la rubrica che curavo su Radio Uno), mi è molto piaciuta la passione che traspariva dal suo tono, pur nella chiarezza e il rigore del suo racconto. E la passione per un lavoro che ha saputo mantenere costantemente rigore e chiarezza è quello che, vedendo il film finalmente approdato nelle sale, ho ritrovato. E non è facile tenere in piedi senza cadute un’ora e mezza di interviste e racconti e volti intrecciati insieme… toccando un argomento così controverso e delicato come quello del trattamento psicofarmacologico dei bambini, perché è con l’uso di
Questa riva ahimé s’affolla di troppe prigioni. Ma oggi leggo della sentenza di Strasburgo che ancora condanna l’Italia, per il massacro di San Sebastiano. Chi se ne ricorda? A me aveva già rinfrescato la memoria il libro di Mario Trudu…
Nel numero di maggio della rivista “Una città”, questo bell’intervento di Matteo Guidi, a proposito di carcere e carcerazioni, dalle prigioni alla Palestina, passando per le nostre prigioni quotidiane… buona lettura
Andando. Da Roma fino a San Gimignano, per andare a trovare Mario Trudu, che nel carcere di San Gimignano è stato trasferito… No, non a Nuoro dove aveva chiesto e sperava, per avvicinarsi dopo 34 anni alla famiglia, ma questa è un’altra storia. Dunque, andando da lui per la revisione ultima delle bozze del suo “Totu sa beridade”… a Ranza, per essere precisi, che è località a un pugno di chilometri dal bellissimo borgo di San Gimignano. Per la verità il nostro Mario si era affannato a fermarmi. Tre lettere in sequenza, a distanza di pochi giorni, mi aveva mandato, per dirmi che tutto bene e che per favore mi levassi dalla testa l’idea di arrivare fin lì, che è cosa davvero complicata, specie per chi non voglia o non possa arrivarci in automobile…. per la verità me l’avevano detto anche altri, che poi non c’è mezzo pubblico che percorra i sei chilometri che vanno dal borgo a Ranza… ed è questa, complicazione in più per i parenti di chi lì è detenuto…