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    pensiero di primo mattino

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    Pensiero di , quasi, primo mattino… da portarsi dentro fino a sera. Con questa poesia di Kavafis… Per quanto sta in te…

    E se non puoi la vita che desideri /cerca almeno questo/ per quanto sta in te: non sciuparla / nel troppo commercio con la gente/ con troppe parole e in un viavai frenetico.

    Non sciuparla portandola in giro/ in balia del quotidiano / gioco balordo degli incontri/ e degli inviti/  sino a farne una stucchevole estranea.

    Quasi un racconto di Natale…

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    Su questa riva, affollata di prigioni, la lettera di Giovanni Farina, dalla rubrica “lettere ostative” della rivista “Una città” , nel numero di marzo. Leggete, sembra quasi un racconto di Natale, tenetelo da parte, per rileggerlo, magari l’anno prossimo, sotto l’albero… per ora, buon giugno a tutti…

    “Sono Farina Giovanni, attualmente in detenzione nell’Istituto di Pena di Catanzaro. Sono un ergastolano “ostativo”, mi trovo in detenzione dal 1975.

    Non è vero che in Italia tutti gli uomini sono trattati con uguaglianza come dice la Costituzione. Ci sono persone di serie B e ci sono persone di serie A, anche per la giustizia, che dovrebbe essere uguale per tutti. Quando ero ragazzo mio padre aveva un aiuto pastore che lo aiutava a custodire gli animali che avevamo nell’ovile. Si chiamava Giovanni de Luca, era originario della Calabria, del crotonese. Negli anni che passò a casa mia vengo a sapere qualche cosa della sua vita: era stato in galera e l’avevano condannato all’ergastolo per un omicidio del quale si è sempre dichiarato innocente. Mentre stava scontando la condanna a vita in galera, scoppia la seconda guerra mondiale, lo Stato italiano divulga nella prigioni una circolare con la promessa che chi dei prigionieri fosse andato in guerra volontario e fosse sopravvissuto, avrebbe avuto la grazia sulla pena  che stava scontando, qualsiasi fosse la condanna. Giovanni de Luca andò in guerra (…)

    Piccola anticipazione…

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    Piccola anticipazione… di uno dei disegni che compariranno nell’autobiografia di Mario Trudu… , che è autore anche dei disegni…. guardate un pò… in cella d’isolamento all’inizio del suo “percorso carcerario”… i capelli lunghi lunghissimi, perché vietato avere qualcosa con cui tagliarli… il resto parla da sé…

    croste formaggi e prigioni…

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    Bislacco pensiero di domenica mattina… L’avevo già notata altra volta. Quella strana scritta sull’involucro di plastica di un pezzo di formaggio. Sì, di quelli che compri ahimé al supermercato già tagliato in spicchi… Sotto la specifica, latte, caglio, sale, temeperatura alla quale si raccomanda conservare, e una riga sopra la data di scadenza, questa frasetta: crosta non edibile. E ieri stavo giusto pensando di comprare un pezzettino di formaggio ( ancora per poco, giuro, prima di passare al vegano puro…) che mi ricade l’occhio su quell’avvertenza, scritta piccolo piccolo: crosta non edibile… La volta precedente c’era stato un piccolo dibattito a tavola sul significato all’inizio piuttosto oscuro di quell’edibile. Finché, un rigurgito di latino… ma già, edo, in latino mangiare. Non edibile… non mangiabile, dunque. Svelato l’arcano ti assalgono dubbi atroci: e di cosa sarà mai fatta questa crosta? Acido? Veleno? Colla? A parte la nostalgia del nonno che dai suoi bei pezzi di formaggio appena appena grattava un piccolo nulla dalla crosta con la lama di un coltello, e così insegnava che andava fatto… Il bislacco pensiero di questa mattina riguarda le parole e i significati… quelli furbescamente camuffati … perché nessuno se ne accorga… come si fa con le persone che non ci piacciono e che pensiamo pericolose…, e nascondiamo ben bene nelle prigioni… Prigioni di significati, per nasconderne l’onta. Troppo pericoloso liberarare certi significati… Immaginate la reazione davanti a una crosta sfacciatamente non commestibile. Magari qualcuno si interroga sulla materia e sulle materie, come è successo a me, che a quel pezzo di formaggio non mi sono più accostata, e mi guarderò bene dal farlo in futuro…

    Ad alta voce…

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    Un invito… a tornare un attimo sulle iniziative di Cascina Macondo… per imparare a tessere parole, e non solo, di qua e di là dalle mura del carcere. Come sta accadendo con il progetto Parol che, racconta Pietro Tartamella, lentamente prende sempre più forma. E partono così “Good Morning Poesia” e dei “Racconti d’Oltremura“. “Per i Racconti d’Oltremura, spiega Tartamella,  non abbiamo avuto purtroppo l’autorizzazione ad aprirli anche al pubblico esterno. In effetti avrebbe comportato un carico eccessivo di lavoro e di attenzione da parte degli agenti penitenziari. I detenuti sono comunque entusiasti e non vedono l’ora di iniziare le due attività. Abbiamo preparato le locandine da appendere in diversi luoghi del carcere per avvisare i detenuti di ogni padiglione”. Locandine incollate su più scatole da collocare presso punti strategici del carcere per la raccolta di testi e poesie che i detenuti (ma anche gli agenti penitenziari) vorrebbero far recapitare al gruppo Parol per la lettura ad alta voce.

    Vale la pena darvi un’occhiata, a quelle locandine, soprattutto per quel primo rigo: “All’attenzione dei cittadini detenuti”… per quella cittadinanza piena che viene così restituita, a persone alle quali troppo spesso vogliamo negarla. All’attenzione dei cittadini detenuti:  potenza della parola pronunciata che, rimbalzando cone un’eco, restituisce comunanze… (…)

    A proposito di Mario Trudu…

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    Un aggiornamento, a proposito di Mario Trudu… in carcere dal 1979, gli ultimi dieci anni a Spoleto, che da tempo chiede un avvicinamento all famiglia in Sardegna… ne abbiamo parlato… abbiamo parlato soprattutto della strana risposta avuta dal Ministero, e cioè che il viaggio per andare in Sardegna, nel caso, se lo sarebbe dovuto pagare… risposta di cui non abbiamo testo scritto, ma siamo sicuri che Mario è persona che sa quel che dice ( e quel che legge)… e che comunque nessuno ha ufficialmente smentito…. Mario Trudu, dunque… sappiamo oggi che è stato trasferito. Ma non in Sardegna, come sperava. Si trova ora nel carcere di San Gimignano. Forse c’era una cella libera? Leggevo giusto nei giorni scorsi di un documento dell’Amministrazione penitenziaria che dice che “deve essere assicurato, nella misura più ampia possibile, l’accoglimento delle istanze di trasferimento dei detenuti”… e “pare congruo fissare un termine di sessanta giorni entro cui fornire una risposta al detenuto, che decorreranno dall’acquisizione da parte dell’Ufficio competente di tutti gli elementi necessari alla decisione”. Allora, pensando a san Gimignano… pensando, chissà, ad una tappa d’avvicinamento… alle insondabili vie della burocrazia…  ad altra pagina da aggiungere alla sua biografia…

    Un ricordo…

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    Ritrovando questa foto, di Eyal. Il ricordo di quanto avevo scritto per lui…

    “Certo che gli aveva creduto, quella prima sera che lui le aveva detto, vieni con me, ogni notte ti porterò a ballare…. E aveva ballato, quella prima notte, per tutto il tempo del buio, avvinghiata alle note del suo violino.

    Certo che lo aveva seguito, la mattina dopo, quando lui le aveva detto, vieni con me, ti porterò, quest’estate a passeggio per il mondo. E in ogni strada, in ogni piazza, era andata con lui.

    Restava, appena discosta, gelosa custode della custodia del prezioso violino di lui. Attenta alla gente che si fermava ad ascoltarlo suonare. Gelosa da subito di quel suo uomo, così alto, e forte, e bello, che ogni notte era solo per lei.

    Certo, sapeva, gli zingari tessono col canto prigioni. Ma la sua prigione aveva così belli, lunghi capelli…

    Certo, adesso, non crediate, non la incanta più. E’ solo per quel suo corpo disfatto, che lui più non vede, se trattiene sulle labbra una smorfia, se ingoia, asciutto, il pianto…”

    Ecco,  ovunque ritornano, nascoste, prigioni…(mi scuso per la pessima riproduzione, ma è fotocopia di copia )

    1° maggio?

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    Non c’entra nulla, forse, con il primo Maggio… Ma è che alla pagina del primo maggio dell’agenda che mi è stata regalata quest’anno da Mario Trudu, Scarceranda ( pensate un pò), leggo una poesia… gli ultimi versi: “… Resto  un frutto avvelenato senza misura / le oscene consuetudini / stanno diventando normalità. // Il tempo che mi hanno dato / quello che si sono presi / mi lascia senza scampo. // Tutto questo non è poesia / non è neanche un lamento (ormai) / è solo memoria /memoria, di una vita senza uscita”. L’autore, Emidio Paolucci. Il titolo: Tutto questo non è poesia. Potrebbe essere un canto, da far riecheggiare in piazza San Giovanni, insieme a tutto il resto… Sfogliando l’agenda, noto solo oggi che il disegno alla prima pagina, il profilo di una fortezza che si staglia sul nulla mentre qualcuno saluta di qua dal filo spinato, ha questa firma: Nessuno, 2007. Buon primo maggio a tutti. Con l’augurio di questo volo…

    Video: Come si ordina un omicidio. Riflessioni a margine…

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    Alcune riflessioni, dopo aver visto il video che per alcuni giorni è comparso sulla pagina di Repubblica on line. Titolo: come si ordina un omicidio. Nelle immagini  Giovanni Di Giacomo, che darebbe l’ordine al fratello di uccidere alcuni esponenti mafiosi. Giuseppe Di Giacomo, il fratello, verrà poi ucciso prima di portare a termine il mandato… Un racconto che fa orrore, per la crudeltà e la ferocia. Giusto inorridirsi e sapere. Eppure, mi sono chiesta, è giusto che l’informazione su quanto avviene in carcere, a proposito di boss e appartenenti o ex appartenenti a vario titolo a organizzazioni criminali sia solo questa? Dare in pasto solo brandelli d’informazione, quella che fa più effetto, quella che fa più orrore? Io penso che non basti e che non sia neanche giusto. Non basta ad aiutarci a capire situazioni complesse come quelle del mondo della criminalità e delle mafie. Mentre rimane un racconto che, piuttosto che aiutarci a capire e ragionare su strade possibili, si limita ad assecondare l’attesa di un’opinione pubblica già così incline a pensare che sempre e solo di mostri si tratti, mostri irredimibili, che la pena degli altri, sempre e comunque coincida con  la nostra sicurezza, e che si getti pure la solita chiave… (…)

    Incontro con Marianna Adanti, dirigente penitenziario…

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    La prima volta che l’ho vista, a Caserta per un incontro su carcere e dintorni, mi ha colpito la sua figura minuta, che pure avanzava sulla sua strada a passi decisi. Marianna Adanti,  professione dirigente penitenziario, attualmente presso la Casa Circondariale di Benevento. Uno scricciolo, ho pensato, appena appena un dondolio, sui tacchi alti. Immagine sottile che è rimasta, rincontrandola per parlare della sua scelta: il mestiere del carcere. Perché per quanto retorico possa sembrare in un paese dove di questi tempi 85 sulle 206 carceri sono dirette da donne, senza contare vice e direttori aggiunti, la domanda in fondo in fondo rimane: ma come, una donna a dirigere una struttura che più maschile non si  può… a guidare luoghi dove sembra che tutto, a partire dal respiro, abbia il sapore aspro del ferro…  “Ma io volevo essere direttore di carcere da quando studiavo all’università…”.  Anche se il percorso di studi è stato all’inizio in diritto civile, per la cronaca laurea con una tesi sul peculato, e poi la collaborazione con la cattedra di diritto civile all’università di Camerino, l’incontro con il professor Biscontini, che sempre ricorda con piacere, e a scorrere il curriculum si pensa a persona destinata in qualche modo all’insegnamento, o comunque attività di studio e ricerca… E invece no, Marianna Adanti insiste: “Sono presto passata al penale, perché sapevo che avrei fatto o il magistrato oppure quello che faccio. E’ stato poi lo studio fatto per il concorso in magistratura che ha rafforzato la mia passione, e dopo aver vinto il concorso nell’Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia, ho continuato a studiare, ho conseguito anche l’abilitazione all’esercizio della professione forense, quella all’insegnamento delle materie giuridiche ed economiche e mi sono specializzata in diritto civile, diritto ed economia dell’Unione Europea, fino a conseguire il Master in Criminologia”. Insomma, una scelta per passione. Ma quale passione, insisto, per luoghi dove tutto suggerisce violenza… “E’ vero- risponde- ma in carcere emerge l’uomo, l’uomo in quanto tale”. Già, e mi viene in mente la “verità” delle conversazioni che con persone in prigione ho avuto anch’io. Verità nuda, di parole e gesti che non hanno tempo, né voglia, di giocare a rimpiattino con convenzioni e ipocrisie.(…)