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    croste formaggi e prigioni…

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    Bislacco pensiero di domenica mattina… L’avevo già notata altra volta. Quella strana scritta sull’involucro di plastica di un pezzo di formaggio. Sì, di quelli che compri ahimé al supermercato già tagliato in spicchi… Sotto la specifica, latte, caglio, sale, temeperatura alla quale si raccomanda conservare, e una riga sopra la data di scadenza, questa frasetta: crosta non edibile. E ieri stavo giusto pensando di comprare un pezzettino di formaggio ( ancora per poco, giuro, prima di passare al vegano puro…) che mi ricade l’occhio su quell’avvertenza, scritta piccolo piccolo: crosta non edibile… La volta precedente c’era stato un piccolo dibattito a tavola sul significato all’inizio piuttosto oscuro di quell’edibile. Finché, un rigurgito di latino… ma già, edo, in latino mangiare. Non edibile… non mangiabile, dunque. Svelato l’arcano ti assalgono dubbi atroci: e di cosa sarà mai fatta questa crosta? Acido? Veleno? Colla? A parte la nostalgia del nonno che dai suoi bei pezzi di formaggio appena appena grattava un piccolo nulla dalla crosta con la lama di un coltello, e così insegnava che andava fatto… Il bislacco pensiero di questa mattina riguarda le parole e i significati… quelli furbescamente camuffati … perché nessuno se ne accorga… come si fa con le persone che non ci piacciono e che pensiamo pericolose…, e nascondiamo ben bene nelle prigioni… Prigioni di significati, per nasconderne l’onta. Troppo pericoloso liberarare certi significati… Immaginate la reazione davanti a una crosta sfacciatamente non commestibile. Magari qualcuno si interroga sulla materia e sulle materie, come è successo a me, che a quel pezzo di formaggio non mi sono più accostata, e mi guarderò bene dal farlo in futuro…

    Ad alta voce…

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    Un invito… a tornare un attimo sulle iniziative di Cascina Macondo… per imparare a tessere parole, e non solo, di qua e di là dalle mura del carcere. Come sta accadendo con il progetto Parol che, racconta Pietro Tartamella, lentamente prende sempre più forma. E partono così “Good Morning Poesia” e dei “Racconti d’Oltremura“. “Per i Racconti d’Oltremura, spiega Tartamella,  non abbiamo avuto purtroppo l’autorizzazione ad aprirli anche al pubblico esterno. In effetti avrebbe comportato un carico eccessivo di lavoro e di attenzione da parte degli agenti penitenziari. I detenuti sono comunque entusiasti e non vedono l’ora di iniziare le due attività. Abbiamo preparato le locandine da appendere in diversi luoghi del carcere per avvisare i detenuti di ogni padiglione”. Locandine incollate su più scatole da collocare presso punti strategici del carcere per la raccolta di testi e poesie che i detenuti (ma anche gli agenti penitenziari) vorrebbero far recapitare al gruppo Parol per la lettura ad alta voce.

    Vale la pena darvi un’occhiata, a quelle locandine, soprattutto per quel primo rigo: “All’attenzione dei cittadini detenuti”… per quella cittadinanza piena che viene così restituita, a persone alle quali troppo spesso vogliamo negarla. All’attenzione dei cittadini detenuti:  potenza della parola pronunciata che, rimbalzando cone un’eco, restituisce comunanze… (…)

    A proposito di Mario Trudu…

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    Un aggiornamento, a proposito di Mario Trudu… in carcere dal 1979, gli ultimi dieci anni a Spoleto, che da tempo chiede un avvicinamento all famiglia in Sardegna… ne abbiamo parlato… abbiamo parlato soprattutto della strana risposta avuta dal Ministero, e cioè che il viaggio per andare in Sardegna, nel caso, se lo sarebbe dovuto pagare… risposta di cui non abbiamo testo scritto, ma siamo sicuri che Mario è persona che sa quel che dice ( e quel che legge)… e che comunque nessuno ha ufficialmente smentito…. Mario Trudu, dunque… sappiamo oggi che è stato trasferito. Ma non in Sardegna, come sperava. Si trova ora nel carcere di San Gimignano. Forse c’era una cella libera? Leggevo giusto nei giorni scorsi di un documento dell’Amministrazione penitenziaria che dice che “deve essere assicurato, nella misura più ampia possibile, l’accoglimento delle istanze di trasferimento dei detenuti”… e “pare congruo fissare un termine di sessanta giorni entro cui fornire una risposta al detenuto, che decorreranno dall’acquisizione da parte dell’Ufficio competente di tutti gli elementi necessari alla decisione”. Allora, pensando a san Gimignano… pensando, chissà, ad una tappa d’avvicinamento… alle insondabili vie della burocrazia…  ad altra pagina da aggiungere alla sua biografia…

    Un ricordo…

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    Ritrovando questa foto, di Eyal. Il ricordo di quanto avevo scritto per lui…

    “Certo che gli aveva creduto, quella prima sera che lui le aveva detto, vieni con me, ogni notte ti porterò a ballare…. E aveva ballato, quella prima notte, per tutto il tempo del buio, avvinghiata alle note del suo violino.

    Certo che lo aveva seguito, la mattina dopo, quando lui le aveva detto, vieni con me, ti porterò, quest’estate a passeggio per il mondo. E in ogni strada, in ogni piazza, era andata con lui.

    Restava, appena discosta, gelosa custode della custodia del prezioso violino di lui. Attenta alla gente che si fermava ad ascoltarlo suonare. Gelosa da subito di quel suo uomo, così alto, e forte, e bello, che ogni notte era solo per lei.

    Certo, sapeva, gli zingari tessono col canto prigioni. Ma la sua prigione aveva così belli, lunghi capelli…

    Certo, adesso, non crediate, non la incanta più. E’ solo per quel suo corpo disfatto, che lui più non vede, se trattiene sulle labbra una smorfia, se ingoia, asciutto, il pianto…”

    Ecco,  ovunque ritornano, nascoste, prigioni…(mi scuso per la pessima riproduzione, ma è fotocopia di copia )

    1° maggio?

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    Non c’entra nulla, forse, con il primo Maggio… Ma è che alla pagina del primo maggio dell’agenda che mi è stata regalata quest’anno da Mario Trudu, Scarceranda ( pensate un pò), leggo una poesia… gli ultimi versi: “… Resto  un frutto avvelenato senza misura / le oscene consuetudini / stanno diventando normalità. // Il tempo che mi hanno dato / quello che si sono presi / mi lascia senza scampo. // Tutto questo non è poesia / non è neanche un lamento (ormai) / è solo memoria /memoria, di una vita senza uscita”. L’autore, Emidio Paolucci. Il titolo: Tutto questo non è poesia. Potrebbe essere un canto, da far riecheggiare in piazza San Giovanni, insieme a tutto il resto… Sfogliando l’agenda, noto solo oggi che il disegno alla prima pagina, il profilo di una fortezza che si staglia sul nulla mentre qualcuno saluta di qua dal filo spinato, ha questa firma: Nessuno, 2007. Buon primo maggio a tutti. Con l’augurio di questo volo…

    Video: Come si ordina un omicidio. Riflessioni a margine…

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    Alcune riflessioni, dopo aver visto il video che per alcuni giorni è comparso sulla pagina di Repubblica on line. Titolo: come si ordina un omicidio. Nelle immagini  Giovanni Di Giacomo, che darebbe l’ordine al fratello di uccidere alcuni esponenti mafiosi. Giuseppe Di Giacomo, il fratello, verrà poi ucciso prima di portare a termine il mandato… Un racconto che fa orrore, per la crudeltà e la ferocia. Giusto inorridirsi e sapere. Eppure, mi sono chiesta, è giusto che l’informazione su quanto avviene in carcere, a proposito di boss e appartenenti o ex appartenenti a vario titolo a organizzazioni criminali sia solo questa? Dare in pasto solo brandelli d’informazione, quella che fa più effetto, quella che fa più orrore? Io penso che non basti e che non sia neanche giusto. Non basta ad aiutarci a capire situazioni complesse come quelle del mondo della criminalità e delle mafie. Mentre rimane un racconto che, piuttosto che aiutarci a capire e ragionare su strade possibili, si limita ad assecondare l’attesa di un’opinione pubblica già così incline a pensare che sempre e solo di mostri si tratti, mostri irredimibili, che la pena degli altri, sempre e comunque coincida con  la nostra sicurezza, e che si getti pure la solita chiave… (…)

    Incontro con Marianna Adanti, dirigente penitenziario…

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    La prima volta che l’ho vista, a Caserta per un incontro su carcere e dintorni, mi ha colpito la sua figura minuta, che pure avanzava sulla sua strada a passi decisi. Marianna Adanti,  professione dirigente penitenziario, attualmente presso la Casa Circondariale di Benevento. Uno scricciolo, ho pensato, appena appena un dondolio, sui tacchi alti. Immagine sottile che è rimasta, rincontrandola per parlare della sua scelta: il mestiere del carcere. Perché per quanto retorico possa sembrare in un paese dove di questi tempi 85 sulle 206 carceri sono dirette da donne, senza contare vice e direttori aggiunti, la domanda in fondo in fondo rimane: ma come, una donna a dirigere una struttura che più maschile non si  può… a guidare luoghi dove sembra che tutto, a partire dal respiro, abbia il sapore aspro del ferro…  “Ma io volevo essere direttore di carcere da quando studiavo all’università…”.  Anche se il percorso di studi è stato all’inizio in diritto civile, per la cronaca laurea con una tesi sul peculato, e poi la collaborazione con la cattedra di diritto civile all’università di Camerino, l’incontro con il professor Biscontini, che sempre ricorda con piacere, e a scorrere il curriculum si pensa a persona destinata in qualche modo all’insegnamento, o comunque attività di studio e ricerca… E invece no, Marianna Adanti insiste: “Sono presto passata al penale, perché sapevo che avrei fatto o il magistrato oppure quello che faccio. E’ stato poi lo studio fatto per il concorso in magistratura che ha rafforzato la mia passione, e dopo aver vinto il concorso nell’Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia, ho continuato a studiare, ho conseguito anche l’abilitazione all’esercizio della professione forense, quella all’insegnamento delle materie giuridiche ed economiche e mi sono specializzata in diritto civile, diritto ed economia dell’Unione Europea, fino a conseguire il Master in Criminologia”. Insomma, una scelta per passione. Ma quale passione, insisto, per luoghi dove tutto suggerisce violenza… “E’ vero- risponde- ma in carcere emerge l’uomo, l’uomo in quanto tale”. Già, e mi viene in mente la “verità” delle conversazioni che con persone in prigione ho avuto anch’io. Verità nuda, di parole e gesti che non hanno tempo, né voglia, di giocare a rimpiattino con convenzioni e ipocrisie.(…)

    A proposito di diritti dell’Uomo…

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    “Dopo avere sprigionato tanta intelligenza al servizio della ragione, la viviamo nel dubbio di non essere riusciti a vincere due grandi battaglie: contro la cecità sociale e il mutismo morale”. Dall’introduzione di Sergio Zavoli al libro di Daniele Piccione, “Il pensiero lungo, Franco Basaglia e la Costituzione”, per entrare nel cuore di questo libro, particolarmente prezioso perché chiarisce definitivamente, e con profondità di argomentazioni e molteplicità di “prove a sostegno”, come la legge 180 abbia radici ( e ben radicate) nella Costituzione. Perché, come dice Peppe dell’Acqua, fra l’altro direttore della collana 180 Archivio critico della salute mentale, per le edizioni Alpha Beta Verlag, “la legge 180 e Franco Basaglia hanno semplicemente affermato che ‘i malati di mente’ sono cittadini con pieni diritti costituzionali”. Cosa che per anni e anni si è voluto dimenticare. Nonostante quanto coloro che scrissero la nostra Costituzione avevano ben chiaro.

    Pensiero semplicissimo ed enorme. E’ tutto lì, nella Carta, che ci hanno insegnato essere una delle più belle, e col tempo abbiamo visto quanto, per molti aspetti sia stata, e a tratti lo sia ancora, una delle più inattuate… E proprio alla lotta fra le garanzie costituzionali dei diritti di libertà e i luoghi in cui queste vengono sospese, Basaglia ha fatto riferimento nella sua battaglia per la chiusura di quei luoghi di violazione dei diritti della persona che sono i manicomi.

    Daniele Piccione, oggi è consigliere del Senato, e proprio con una tesi su questioni costituzionali intorno alla legge 180 si era laureato. Le sue riflessioni sulla Costituzione diventano ora un bel regalo per tutti, con questo libro che ci ricorda come, a proposito della legge fondamentale dello Stato italiano, proprio nel suo punto di partenza “si riassume l’idea che è l’Uomo al centro della Costituzione, dell’ordinamento giuridico, della società, della vita dello Stato”. E quanto di questi tempi c’è bisogno di ricordarlo…(…)

    Poesia Haiku, un concorso…

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    Ricordate la cascina Macondo? la casa di Anna e Pietro, nati come artisti di strada, e che adesso animano la cascina sul limite della campagna, fra Torino e Asti… che è sede dell’associazione di promozione sociale, da loro fondata, ricchissima di iniziative e di attività, pensate per aiutare a svelare le capacità e la bellezza che è in ognuno, e che avolte rimangono imprigionate dentro… Le attività lì in cascina sono davvero tante, se ne era parlato, ma il cuore di tutto rimane la poesia… e l’invito oggi è a partecipare a questa loro bella iniziativa: Il concorso internazionale di poesia haiku in lingua italiana, quest’anno arrivato alla dodicesima edizione…  

    Per l’iscrizione c’è tempo fino al 31 maggio e tutte le spiegazioni e i termini del concorso sono sul sito www.cascinamacondo.com., dove vale la pena comunque di affacciarsi un attimo. Per scoprire, fra le tante iniziative, che lo spirito, anche affabulatore, degli artisti di strada è sempre lo stesso… Come ben fa intendere il logo di Cascina Macondo: un veliero, che ha le vele di foglie e naviga su un mare di sassi e foglie. Nato dall’immagine di una vecchia copertina di “Cent’anni di solitudine”…  come non ricordare il veliero su un fiume in secca… e i sogni, per ciascuno di noi, nati da lì… Sono state aggiunte delle foglie, mi aveva spiegato Pietro, Pietro Tartamella, e l’idea di un vento lieve che sempre, ancora, spinge a viaggiare, per ritrovare il filo delle parole…

    Con il gioco degli haiku, il ritorno del linguaggio alla sua essenza pura…  

    Ultime dal carcere, dunque…

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    Ci sono vicende che si fa davvero fatica a crederci. Tanto che il primo pensiero che viene è che si tratti di uno scherzo, una burla… e questa mi è arrivata ieri sera in busta gialla, messa nero su bianco da Mario Trudu ( giusto per ricordare, ergastolano, di Arzana, in carcere dal 1978, gli ultimi dieci nella casa di reclusione di Spoleto), come un pesce d’aprile giunto un po’ in ritardo, ma con le poste, si sa, bisogna a volte avere pazienza…

    Mario Trudu, dunque, che da molto tempo non vede le sorelle, e i motivi si possono ben immaginare: il costo del viaggio dalla Sardegna al continente, e quello della permanenza nei dintorni del carcere per chi ricco non è, l’età ormai avanzata e la salute che comincia a zoppicare…, da tempo dunque chiede un trasferimento sia pur temporaneo in un carcere sardo per avvicinarsi alla famiglia. Un avvicinamento-colloquio, come si dice. Uno spiraglio sembrava essersi aperto, qualche mese fa, e con pazienza Trudu ha aspettato. La pazienza… per chi è in carcere da 35 anni si pensa sia cosa infinita… Non nascondeva, Mario, l’ultima volta che l’ho incontrato, una tenue contentezza per i segnali buoni che aveva ricevuto. Dopo tanto tempo e tante vane attese.

    E la risposta dal Ministero è arrivata, dicendo, in poche parole, che Mario Trudu sarebbe potuto andare in un carcere in Sardegna, “pagandosi il viaggio, scorta e tutte le spese attinenti al trasferimento”. 

    Avete letto bene: il permesso può essere concesso, ma il Ministero lo affianca alla richiesta di una sorta di “concorso in spese”, anzi di più, della copertura totale delle spese. Questo nel documento arrivato da Roma a Spoleto e che è stato fatto leggere a Trudu. Cifre non ne vengono specificate, ma facendo un po’ di calcoli qualcuno sussurra una cifra che presumibilmente può arrivare, fra andate e ritorni, a circa 10.000 euro.

     (…)