Riprendendo in questi giorni in mano il “De Profundis”, lunghissima lettera scritta da Oscar Wilde dal chiuso della prigione di Reading… ricorderà, chi l’ha letta, quanto la lettera scavi nel profondo dell’anima dello scrittore, quante provocazioni intellettuali ci regali… Ora che con persone che sono in carcere scambio da tempo parole, e qualcosa in più so di quello che comunque ho avuto abbastanza immaginazione per vedere… ad ogni pagina ritrovo verità che sono le stesse di sempre… rivedo sguardi lontani che pure solo ieri ho incontrato… pagina per pagina, vorrei raccontare e confrontarmi… a cominciare da una risposta che ho trovato allo stupore che ancora mi prende, all’angustia che provo quando con le storie che ora conosco provo a bussare alla porta di chi ( ma ch sprovveduta!) ho immaginato vicina al mio sentire… Ecco: “I poveri sono più saggi, più caritatevoli, più gentili, più sensibili di noi. Ai loro occhi la prigione è una tragedia nella vita di un uomo, una disgrazia, un fatto che suscita la simpatia degli altri. Parlano di chi è in carcere come qualcuno che è semplicemente “nei guai”… espressione che contiene la perfetta saggezza dell’amore. Con le persone del nostro rango è diverso…”
Il nostro rango di … agiati?… borghesi? … presunti intellettuali?… Guardandoci intorno, guardandoci dentro…
… pensiero bislacco di ferragosto… Ripensando alle impronte sulla spiaggia, la mattina che ancora la folla non arriva.. Impronte di gabbiani che segnano percorsi… di spedizioni, d’incontri, nascosti, immagino, nella notte… ieri mattina, sul litorale di Castel Porziano, dove la spiaggia è libera e bellissime dune scampate agli stabilimenti segnano il confine con l’asfalto… le impronte la mattina sul presto ancora svelano il passaggio come di gran folla in adunata. Percorsi intrecciati, avanti e indietro, verso destra, verso sinistra e con inversioni improvvise, quasi a confondere chi volesse seguirli per sorprenderne il segreto… che è poi tutto lì, più avanti, in un calpestio di passi che si allargano in cerchio a svelare come il tema di una danza… sotto la luna, in queste notti irresistibile… anche adesso che già inizia a sfumare…
Leggere, questa bellissima lettera che ci arriva dal carcere profondo. La scrive Gino Rannesi, una delle voci di “Urla a bassa voce”… la lettera, dal blog Urla dal silenzio…
Sfogliando nei giorni scorsi le foto di Shaja’iya, quartiere ridotto in
E’ in libreria “D’amore, d’eroina, di galera”. Libro di Luciana Luberti, edito da Stampa Alternativa, che ho avuto il piacere di leggere di prima mano… quando ancora era solo l’ipotesi di un libro e Marcello Baraghini, con l’entusiasmo travolgente di quando ha qualcosa che gli piace tanto fra le mani, mi ha invitato a condividere… E, tempo due giorni, l’ho letto tutto d’un fiato anch’io, catturata, soprattutto, da una scrittura che mai mente. La storia: Luciana negli anni ’80 era una giovane eroinomane. Le giornate tese ad un solo obiettivo: procurarsi da vivere, che significava anche e soprattutto procurarsi la droga. Ed era fra le più brave e fidate del giro, la più dura. Ma una sera di aprile
Da domani mercoledì 30 luglio in libreria, “L’Assassino dei sogni”, lettere fra un filosofo e un ergastolano,
“E ciò mi portò a pormi molte domande, dunque, sul motivo che in carcere il 90% dei reclusi italiani sono meridionali, il 100% dei reclusi nel regime di tortura del 41bis sono meridionali; tutte le leggi repressive nascono e colpiscono solo Meridionali; in Europa non esistono leggi che consentono arresti di massa senza aver commesso reati, in Italia con il famigerato articolo 416 bis C.P. è possibile. Quello che non riuscivo a capire era perché ci fossero nei fatti due “Italia”, a cosa era dovuto, dove esserci una spiegazione razionale, perché nessuno nasce cattivo e delinquente, lo si diventa quando intorno a te c’è il deserto istituzionale, e se lo Stato non fa niente significa che ha interesse che nulla cambi ma viceversa l’unico intervento è quello della repressione. (…)