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    L’orologio di Benedetta

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    Un invito a leggere “L’orologio di Benedetta”,  di Gabriella La Rovere, che di Benedetta è madre.   Ho conosciuto Gabriella qualche anno fa, incontrandola al telefono, per la rubrica che tenevo alla radio sulle disabilità. Ricordo ancora… la sua dolcezza, la sua commozione nel raccontarmi del tempo passato con i suoi “ragazzi speciali” intorno alle pagine di libri… Era allora impegnata in un progetto di biblioterapia, Letture della speranza, a Perugia, per sperimentare gli effetti della lettura in persone con disabilita’ mentale… Il progetto era nato dall’esperienza con la figlia, che soffre di una malatia rara ed è affetta da autismo, e dal miracolo che con Benedetta si era compiuto, perché la lettura, mi raccontava Gabriella, puo’ risvegliare emozioni anche in chi ha seri ritardi mentali… Gabriella poi ho continuato a tratti a sentirla, anche prima di avere occasione di incontrarla “dal vivo”, come accade con persone che in qualche modo si incontrano, nelle parole, nel linguaggio, un po’ anche nell’anima. E così ieri ho trascorso l’intero pomeriggio con lei, attraverso le pagine di questo suo libro. Trapuntato di quei piccoli straordinari miracoli che pure arrivano, improvvisi, a illuminare un percorso che è una battaglia continua, enorme, giorno dopo giorno, per costruire ponti… (…)

    Vagabondando fra le stelle…

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    E oggi che Papa Bergoglio, come mi scrive con un sorriso la mia amica Paola, è uno dei nostri “più illustri seguaci”, il più illustre, direi… festeggio con questo scritto che mi manda dal carcere di Catanzaro Claudio Conte, con il quale ci scambiamo opinioni e libri, e che a proposito de “Il vagabondo delle stelle”, splendido libro di Jack London, sulla ferocia del sistema carcere, ma soprattutto sulla grandezza dell’Uomo, scrive questa riflessione… Così, giusto per ricordare quante potenzialità sprechiamo, condannando a morire al mondo… dunque:

    “Il vagabondo delle stelle” è un romanzo “spirituale”, che rompe la tradizione “d’avventura” che caratterizza i racconti di London, indimenticabile autore di “Zanna Bianca”. Un uomo avventuroso egli stesso: nato a S.Francisco nel 1876 fu marinario, girovago, guerrigliero e sguattero, per finire suicida nel 1916. Il protagonista Darrel Standing è un condannato, che lascia le sue testimonianze in un manoscritto che uscirà dalla prigione clandestinamente poco prima della sua impiccagione. Egli professore universitario, condannato prima all’ergastolo per un omicidio e poi a morte per un (inesistente) pugno ad un secondino, mentre era recluso a S.Quintino. Uno dei più disumani penitenziari americani, dove si esercitava la tortura: la  morte viva. Dove i prigionieri più riottosi, erano legati in una camicia di forza, che immobilizzava finanche le caviglie, e lasciati tra indicibili sofferenze, anche consecutivamente per 10 interminabili giorni. Un romanzo che parla di ingiustizie, meschinità umana, ma anche di Uomini che soffrono con grande dignità, una dignità che li eleva sopra i loro aguzzini, corrotti fino all’anima. (…)

    ancora da Scarcercanda

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    pensiero insistente di domenica mattina, pensando alle persone incontrate nel carcere di Badu ‘e carros, in quello di  Tempio… Tornando a casa già trovando le loro lettere, piene dello stupore per il fatto che qualcuno si sia messo in cammino e abbia attraverstao il mare per andarli a trovare, qualcuno qualsiasi, qualcuno che sa di “realtà normale” e così un po’ di normalità ( che cosa preziosa!) sembra di aver loro regalato…   Seguendo il volo delle tortore fuori della mia finestra, e mai riuscendo a dimenticare la tristezza degli uccelli in gabbia… aprendo, una pagina a caso di Scarceranda, l’agenda che mi regalato Mario Trudu: “Confinare gli esseri viventi in spazi inferiori a quelli dettati dalla legge a favore degli animali… Siamo bravissimi a condannare il prossimo e ad assolvere noi stessi. Ci ricordiamo mai di quelle persone senza presente né futuro, vittime del loro passato? Tutto questo lo chiamiamo giustizia?” e una firma che non decifro. buon domenica a tutti…

    Uno stato che non rispetta la sua legalità

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    Nel numero di ottobre della rivista “Una città”, questa mia intervista ad Andrea Pugiotto, che è costituzionalista e molto si batte per il miglioramento delle condizioni del carcere e per l’abrogazione dell’ergastolo. Un bellissimo intervento, il suo… ascoltate:

    Quando e perché ha scelto di fare della questione carceraria e in particolare dell’ergastolo non solo il suo filone principale di studio, ma anche una vera e propria battaglia civile?

    Provo a rispondere muovendo da un dato giuridico. Nel nostro ordinamento penale esiste un principio secondo il quale, quando si ha il dovere giuridico di impedirlo, non evitare un reato equivale a cagionarlo. Analogamente, avere una competenza (cioè un sapere) e non fare nulla, è un grave peccato di omissione o, per noi laici, una grave responsabilità personale. Nasce da qui, da questa consapevolezza, l’urgenza non solo di studiare e di scrivere, ma anche di trovare strumenti inediti ed efficaci in grado di veicolare il proprio sapere in una battaglia di scopo.

    Non accade spesso fra i membri dell’Accademia…

    Non saprei dire. E comunque, in questo, ognuno risponde solo a se stesso: nel mio caso la circolarità tra l’impegno scientifico e l’impegno civile era un esito pressoché obbligato. (…)

    Inferni…

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    tornando, da un giretto per la Sardegna, un po’ di mare, un po’ di carceri, molte interessanti e apprezzabili persone… emozioni e sguardi e parole che ancora non so come raccontare… fra le lettere che trovo a casa, quella di Giovanni Zito, dal Due Palazzi di Padova, che mi manda questa poesia. C’è dentro molto, forse tutto…

    L’inferno

    Adesso capisco cosa vuol dire l’inferno

    E’ un posto dove rubano la vita ai morti,

    dove le pagine vecchie non si leggono più.

    L’inferno che brucia sogni e amori

    Sono giardini d’inverno, sono brividi freddi, (…)

    Cani sciolti e gatti randagi…

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    Un giovane consigliere di un Municipio di Roma, poco più che ventenne, mi è stato presentato da amici e ho avviato con lui un’interessante discussione. Era informato di molte cose del suo quartiere, ha fatto un’analisi dei traffici illeciti legati allo spaccio di droga degno di un investigatore, un’analisi delle microeconomie di quartiere, delle ragioni di conflitti tra commercianti e residenti su parcheggi e sensi unici da trenta e lode in economia e sociologia. Tra me e me pensavo: dovresti fare il presidente del Municipio… Ma poi scopre il suo lato debole e mi dice sconsolato: “capsico bene la situazione, so quello che si potrebbe fare ma… sono un ‘cane sciolto’…”.   “Cane sciolto”…  ( c’è bisogno di spiegare?) è chi non fa parte di un sodalizio che sia esso politico o mafioso o sportivo o di nuovi culti new wave. Nulla di nuovo, guardandosi intorno., guardandosi dentro… Eppure sono rimasta molto colpita dalla discrasia tra la brillante esposizione della situazione e il mortificante senso di resa di fronte alle logiche dei partiti che di solito premiano chi obbedisce alla catena di comando  e penalizzano che esprime opinioni individuali. Povero amico… mi ha descritto la ferocia di vecchi consiglieri municipali, sulla breccia da oltre 20 anni, che arriverebbero ai coltelli per contendersi quattro voti, che fanno gli intermediari di piccoli affari, hanno spiccatissimo il senso del “particulare” e ti guardano sgomenti quando gli parli dell’interesse generale. Pensano forse che sia (…)

    Totu sa beridadi, infine

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    E infine, la presentazione di Pitigliano, di “Totu sa beridadi”, tutta la verità, storia di un sequestro”, di Mario Trudu (STrade Bianche). Accanto a una sedia vuota. Il posto di Mario. E questo è stato il suo intervento:

    “Gentilissimo pubblico, non potendo essere presente, affido queste mie poche righe di ringraziamento per tutti voi, alla mia cara amica Francesca. Ancora una volta devo rivolgermi agli amici, affinché parlino al posto mio. Ma forse questo potrebbe essere un bene per me, salvandomi da qualche figuraccia, anche se io avrei preferito fare una figuraccia ma essere presente. Almeno avrei potuto verificare se ancora oggi mi capita, (come mi capitava tanto tempo fa quando dicevo qualcosa fuori posto, e questo mi capitava spesso), di arrossire come un bambino; credo che quel tipo d’emozioni non esistano più in me, e comunque ancora una volta non mi è stata data la possibilità di verificare.(…)

    Le cose belle

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    Qualche sera fa ho visto un film, che come pochi mi ha colpito negli ultimi tempi. Al cinema Aquila , per chi è a Roma, dove sarà in programmazione ancora per qualche giorno. “Le cose belle”, di Ferrente e Piperno, andatelo a vedere, se potete, frugando fuori dai circuiti ufficiali, troppo distratti per le verità vere che amiamo tanto rimuovere. Girato a Napoli, e Napoli tutta è periferia che non vogliamo vedere, i suoi dolcissimi protagonisti, incontrati 13 anni fa e andati a ripescare 13 anni dopo, interrogano e s’interrogano, raccontano e si raccontano… e riso e pianto in chi vede sono incontenibili. La lingua è quella napoletana. Ci sono sottotitoli, ma non sempre… ma non necessariamente necessari, anche per chi è nato a nord del Garigliano.. la lingua, qui, è la cosa stessa che viene pronunciata e non  ha bisogno di “traduzioni”… un piccolo capolavoro, che, ho pensato uscendo dalla sala, solo chi ha davvero amato e ama gli “oggetti soggetti” del suo racconto può realizzare con tanta accuratezza e profondità…  “Le cose belle…, dunque, per riecheggiare un augurio che dalle nostre parti si fa : “tante belle cose…”, si dice salutando… che è augurio, accorato, di chi sa che tutte quelle cattive nessuno te le risparmierà mai. Ma che almeno, sul tuo cammino, possano le cose belle essere tante… come tutte quelle che i ragazzi nel film sognano e ancora sono lì, nascoste da qualche parte nei loro occhi, tredici anni dopo…, dopo tredici anni già pieni di sconfitte….

    Tornando da San GImignano…

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    Tornando, da un nuovo incontro con Mario Trudu, nel carcere di San Gimignano… Dopo aver sperato ( e davvero, che matta, ci avevo creduto), che dopo trentacinque anni di carcere gli potessero essere concesse alcune ore di permesso per esserci, alla presentazione del suo libro. E sotto sotto, forse un po’ aveva cominciato a sperarci anche lui, anche se avevo dovuto insistere un pochino perché inoltrasse la sua domanda. E oggi un po’ mi sento in colpa per aver alimentato una speranza che meglio di me lui sapeva illusa. Insomma niente permesso. Aspetto di conoscere la motivazione ufficiale di questo “no”. Sei anni fa, altro magistrato aveva concesso a Trudu un permesso di 8 ore per partecipare alla presentazione di un cd, un lavoro fatto in carcere… ma questo “cattivissimo e percolosissimo”, si vede, fa davvero tanta paura. Sconsiderata come sono, comunque, ancora una volta l’ho voluto incontrare, a tu per tu, in una stanza senza neanche una guardia del corpo che in caso di necessità venisse in mio aiuto…(..)

    L’assassino dei sogni. Una riflessione

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    Ricevo e molto volentieri pubblico, questa profonda riflessione sul MIllelire  “L’assassino dei Sogni”. Di Bonaventura Perrone, che è docente del Liceo Classico di Santa Maria C.V. (Caserta)  e , soprattutto è mio cugino e del suo attento pensiero ringrazio molto.

    “Ho letto le pagine che costituiscono l’estratto di questo carteggio con molta attenzione e coinvolgimento emotivo. Quando avverti la palingenesi vissuta da un uomo come Carmelo molti pensieri ti si affastellano nella mente. Il primo, per quanto banale e scontato, è quello di ascendenza manzoniana, incarnato dalla figura dell’Innominato (“Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia”). Ma prorompe incontrollata anche la forza icastica dei versi baudelairiani di Spleen: il cielo che pesa come un coperchio sull’anima gemente, la terra trasformata in una cella umida dove “se ne va su pei muri la Speranza sbattendo la sua timida ala…”; la pioggia con le sue strisce infinite, assimilate alle sbarre di una vasta prigione; il popolo silente di infami ragni che prende possesso dei nostri cervelli; e per finire, il parossistico, apocalittico epilogo con la Speranza che piange e l’atroce Angoscia che pianta da despota sul cranio il suo vessillo nero! Come non associare tali immagini alla condizione degli “uomini-ombra” annientati dall’ “assassino dei sogni”, a chi sconta l’ergastolo ostativo nella consapevolezza di essere un “dead man walking”, (…)