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    Rosalia. Quasi una fiaba… (12

    “Sono contenta che tu mi abbia portato dei dolci” gli disse senza sorridere. “Proprio quello che desideravo, un cavallo a dondolo, una bambola, un bastoncino di zucchero caramellato”.
    “Ma adesso devi cancellare l’ultima lettera del mio nome” gli chiese per la prima volta persino con garbo.
    Percepì un che di ansioso, come una certa trepidante attesa nella voce della bambina. Non disse, non chiese nulla. Ora aveva solo paura di quello che lei gli stava chiedendo e di quello che lei si aspettava da lui.
    “Cancella, cancella…” sentiva le voci moltiplicarsi intorno a lui.
    Non pronunciò neppure una parola, perché sapeva di non averne. Soprattutto perché sapeva che il fiato che gli rimaneva era appena un sorso, come se ogni cosa, lì intorno, gli avesse rubato a poco a poco il respiro. Ridendo magari di lui, e della sua stupida domanda. Come se davvero esistesse un luogo. Come se davvero esistesse un passaggio. Come se non si fosse infine sempre tutti in qualche modo prigionieri sull’orlo del nulla.
    “Continua così… E’ quasi finita” la bambina era accovacciata accanto a lui e ne sentiva l’alito freddo.
    Avrebbe voluto fermarsi, disobbedire, ma quasi perdendo l’equilibrio fece col polso pressione più forte e completamente cancellò la lettera R.
    Intorno a sé, un immenso respiro e poi solo vuoto. Rosalia, come aveva infine temuto, non c’era più. Neppure nella teca di cristallo c’era più il suo corpo. Sul fondo rimanevano solo poche tracce di tessuto rosso.
    Qualcuno rise alle sue spalle.

    “Sapevo che prima o poi sarebbe gli successo qualcosa. Capite, erano mesi, anni, che il professore scendeva nelle catacombe. Puntuale, ogni domenica.”
    “Ogni domenica?”.
    “Non ne ha mancata una”
    “Ma cosa gli è accaduto, laggiù?”
    “Dio solo lo sa cosa gli è accaduto. Guardate in che stato si è ridotto”
    “E continua a venire sempre?”
    “Sì, continua a venire ogni domenica. Ma rimane lì, fermo sull’ingresso, con quegli occhi vuoti da fare paura”
    “Sembra più morto che vivo”
    “Sì, più morto che vivo. Eppure glielo avevo detto, troppo tempo con i morti non fa bene ai vivi. Non fa bene…”
    (12- fine)

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