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    Se la povertà diventa miseria…

     

    Uno spettro si aggira per l’Europa. Anzi , per il mondo. E, come nel manifesto di marxiana ed engeliana  memoria, annuncia l’impensabile. “Rendere illegale la povertà”. Dichiarazione d’intenti   che può suonare persino oscena ad orecchie benpensanti, come l’annuncio di una rivoluzione. “Dichiariamo illegale la povertà” è un’iniziativa internazionale, alla quale aderisce da due anni anche un comitato promotore del nostro paese. Per mettere fuori legge i fattori strutturali che sono all’origine della creazione e dell’alimentazione dei processi di ineguaglianza, di esclusione, che caratterizzano il processo di povertà. Ricordando che la povertà è un fatto sociale e non di natura…

    Sono andata a rileggere di quella iniziativa, dopo i due incontri fatti l’altra mattina, randagiando randagiando, nei dintorni di casa.

    Percependo il richiamo di una voce nascosta… “Ce l’avrebbe qualcosa per aiutarmi?”.  (…) Una donna, neanche poi tanto anziana. Dignitosissima e composta in un cappottino nero, con una vecchia borsa stretta in pugno, un cappello di lana nera in testa, in un angolo all’uscita della metropolitana. Mi avvicino e ascolto la sua bugia… “Ho perso il borsellino, devo prendere un biglietto di treno…”, e la sua verità “mi vergogno molto”. E mi vergogno anch’io per i pochi euro che le ho dato ( diomio, un’elemosina a una signora che forse mai nella vita avrebbe pensato di arrivare a tanto).

    Non mi riprendo dall’imbarazzo che arriva lo stesso sussurro, dietro l’angolo del supermercato. Col cappottino beige, quest’altra donna, la borsetta marrone stretta in pugno, un berretto di lana chiara. E gli occhiali dalla montatura pallida, con quelle lenti d’anziano che fanno gli occhi larghi larghi… “Una monetina…” ha detto, in un soffio che più che udire le ho letto sulle labbra. Le ho chiesto che le era successo, anche perché sono sicura di averla già vista, fra i percorsi normali della vita del quartiere, magari al mercato, dal calzolaio… alla finestra del palazzo accanto…  e mi ha raccontato la verità: “Sono rimasta sola e mi hanno sfrattato”.

    Storie di ordinaria crisi? Ce la raccontano tutti i giorni le statistiche. Ma quando le statistiche diventano un volto, un nome, l’umiliazione di mettersi a un angolo di strada… due signore così ‘normali’… La vergogna loro, l’imbarazzo mio… che pure, forse ancora per via della lezione sulle opere di misericordia a catechismo (dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, visitare gli infermi… ) penso che la mano tesa nel dare sia sempre un buon gesto.

    Eppure, eppure… Dunque vado alla pagina del blog di Riccardo Petrella, che quell’idea ‘rivoluzionaria’ sostiene: “La lotta contro l’impoverimento non è solubile nella carità… Più lo Stato abbandona, come fa da anni, le sue responsabilità fondamentali nel campo della sicurezza e della protezione sociali, più la pratica dell’assistenza sociale è ritornata in auge e la carità ha sostituito i diritti umani e sociali”. E pensando a quelle donne, ne sono sempre più convinta anch’io.

    Non sarà semplice, penso, indifferenti a tutto come siamo diventati, se non al nostro personale benessere. Eppure che della povertà dovremmo stupircene, me lo ha insegnato qualche tempo fa un’altra donna, incontrata in sala d’aspetto della stazione di Spoleto, lì ad aspettare il treno per tornare al paese.

    Con l’aria un po’ imbarazzata, mi confida a un tratto che vorrebbe dare dei soldi anche solo per un caffè a quell’uomo così dimesso che sul sedile di pietra più in là ha tutta l’aria di avervi passato la notte. “Vorrei…, mi dice esitante, ma magari si offende…, che pensa?” . Provi, le dico. Lei si alza, si avvicina, si china sull’uomo e: “Posso offrire un caffè?  Permettete?”. Certo che le è permesso, ringrazia stupito l’uomo. Poi lei torna a sedersi accanto a me, con aria più leggera, e inizia a parlare, come a volte accade, in luoghi dove tutti si è in attesa di andare altrove e che invitano a regalare racconti che solo a sconosciuti potremmo affidare…

    Racconta dunque la signora, del tempo delle ristrettezze, che non erano povertà vestita di miseria… “perché in paese, in campagna, qualcosa sempre ce l’hai”. Certo, non aveva potuto mandare la figlia alla scuola che lei tanto desiderava, e ancora se ne cruccia… Un giorno, racconta, era pure andata a trovare una lontana parente che abitava nella capitale, a chiedere consiglio. S’era portata un po’ di soldi, messi lì infilati nel reggiseno. Anche un coniglio si era portata dietro, da regalare alla parente. Ma, diomio, che cosa terribile, la città!… E ancora prova una gran pena, come se l’avesse ancora davanti agli occhi, tutta la povera gente incontrata ai bordi di quella enorme stazione… Non aveva mai visto tanta miseria. E cosa poteva fare?

    “Così, un po’ a questo, un  po’ a quello, i soldi alla fine li ho dati tutti, ma è naturale così, no? All’ultima persona, che era una donna e che aveva figli e si capiva che aveva fame, alla fine le ho dato il coniglio…”  E ancora si stupisce, ricordando quanto la povera donna l’aveva ringraziata… “Ma è quello che si deve fare, no? Ma come è possibile… tutta quella povertà… ma che mondo è…”.

    Già. Che mondo è?

     

    francesca de Carolis alias Gatto Randagio ( x Remo Contro) 

     

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