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    sguardi…

    (s)guardi e ri-guardi … intrigante gioco di parole…

    suggerisce un guardare che può essere sghembo, come denuncia quella s ( buttata lì, fra  parentesi)… richiama un guardare, anche, fatto di attenzione,  di ri-guardi…

    Sguardi e riguardi, dunque, per guardarsi intorno, e per guardarsi dentro. La settimana scorsa, a Genova, per parlare del nostro parlare, e non solo, che a volte abbraccia, a volte respinge via. Parlando di disabilità, ma parlando, in fondo, un po’ di tutto… per cercare di uscire dai “binari unici”, e oggi come oggi, credo che la comunicazione più interessante sia proprio quella che passa per una rete moltiplicata di luoghi…

    Quindi, metti una mattina a colazione uno scrittore, satirico per giunta, una vignettista, insegnante per giunta, un musicista, insegnante anche lui e tante altre cose ancora, un’urbanista, esperta in comunicazione per giunta, una giovane impegnata nello sviluppo di progetti di inclusione… (per la cronaca Enzo Costa, Gabriella Corbo, Paolo Falessi, Martina Gerosa, Ottavia Manuini), insomma un intreccio di linguaggi, fra arti e mestieri, diversi eppure uguali…  per intrecciare comunicazione verbale, visiva, musicale, anche. E cercare contatti. Per fare cosa? Costruire “cervelli accessibili”.  Accessibili in entrata e in uscita, naturalmente  E cervelli senza barriere, sono sicuramente quelli degli studenti della Scuola Comics di Reggio Emilia, che hanno partecipato al progetto “Cervelli accessibili”, da cui tutto è partito, e che è un percorso di formazione sulla comunicazione inclusiva il cui filo conduttore è stata la disabilità. Un percorso fatto anche di immagini, il cui risultato è stata (anche) una serie di bellissimi manifesti per comunicare in maniera inclusiva questa benedetta disabilità, intorno alla quale noi tutti ci contorciamo, alla ricerca di nomi e non nomi che la pronuncino, cercando di non invischiarci troppo, per carità… (…)

    Vale la pena di andare a vederli, questi manifesti (ilcervelloaccessibile.wordpress.com) Sembra proprio che questi studenti, alla fine del percorso, siano pronti ad essere sguinzagliati per le strade del mondo, a diffondere “semi buoni” …Nei loro lavori domina ciò che è giusto, e passando attraverso il bello si arriva, in fondo, anche un po’ a considerare ciò che è utile… pensiero adulto della nostra società informata al pensiero calcolante (v. C. Lepri, “Accelerare o cambiare marcia?”).

    Qualche esempio? Il tracciato di persone che seguono ognuno la propria strada ciascuna lasciando il proprio segno.. e ne nasce una sorta di pentagramma impazzito… Un sirena, bella come solo le sirene sanno essere, di colori pastello, nonostante sia su sedia a rotelle, ferma a un passaggio pedonale. Immagine per un messaggio semplice e leggibile da  tutti, sottolinea l’autore. Semplice e profondissimo, aggiungerei, se le sirene fanno parte dei nostri più antichi miti, immagine simbolo di una diversità che respingiamo e però pure ci attrae profondamente… e le amiamo così tanto da ucciderle, e le odiamo così tanto da volerle parte dei miti fondanti delle più antiche nostre città…  E c’è un  manifesto difficile da leggere a distanza, quindi un invito ad avvicinarsi ( in senso fisico e non solo).

    Partendo dal disegno del cervello della nostra inaccessibilità ( vedi a sinistra in alto, per la cronaca disegnato da Corbo -Aglaja), come demolire tutte quelle aree ottuse e morte e aprirsi al mondo? Al mondo tutto? Bèh, divertente ( benché di questi tempi ci sia poco da ridere) e irriassumibile (irriassumibile?, ma sì… ) il parlare che ne è nato, passando per l’intreccio di barriere fisiche e mentali, perché poi non è vero affatto che, come diciamo ormai sempre, quasi uno slogan-luogo-comunissimo, che le barriere mentali sono più gravi di quelle fisiche, intendendo quelle architettoniche delle nostre città. In realtà è un po’ come un cane che si morde la coda, sono due cose che si alimentano l’un l’altra, se abbiamo perso da tempo l’abitudine alla non separatezza dei luoghi, di quando nelle case si stava un po’ tutti e le porte erano aperte (magari solo perché più poveri e c’era poco da temere che qualcuno arrivasse di soppiatto a rubare qualcosa). Oggi il percorso è all’inverso, alla ricerca e nella costruzione di luoghi, dove comunicare abbracci.

     (S)guardi e ri-guardi, dunque, evitando che i primi uccidano, sperando che i secondi ci cullino un  po’… Difficile, impossibile riassumere un incontro dalle mille suggestioni ( ma se ci sarà prima o poi un link al quale rimandare per riascoltare… aspetto fiduciosa… oggi in fondo, anche volendo, nessuno sfugge a nulla). Ma forse una parola c’è, per definire il filo conduttore, per mettere a fuoco la parola d’ordine intorno a cui tutto è ruotato. Una parola tanto antica che, a volte, dimentichiamo che esista: democrazia.

     

     

     

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