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    Io mi assolvo

    Tante chiavi per una verità. Giudizio, colpa, giustificazioni. Una riflessione di Carlo Pucci, che per molti anni ha fatto l’avvocato. E che ringraziamo per questo suo regalo…

    “Impasto incandescente, defluisci ininterrotto a precipizio. Giù da dirupi senza fondo. Esplodi e urli.
    Se non scoppi: taci. T’infiltri pervasivo. Sobbolli dissimulato e dirompi inaspettato.
    Il tuo grido è poliglotta. Il tuo silenzio è universale. Apolide.
    Sei violenza ancestrale: appartieni a tutti noi.
    Irrazionalità oscura sezionata da razionalità luminosa. Trascinata al cospetto di un tribunale laico, di un pulpito ecclesiastico, di un credo psichiatrico, condannata o assolta: sei fuori controllo. Vai domata.

    Istigata da sfrenato istinto di sopravvivenza, da subdoli condizionamenti collettivi: sei vittima del destino ineluttabile. Questa sarà la tua ultima giustificazione.
    Convenzioni giuridiche. Esegesi teologiche. Congetture neuropsichiatriche. Dare corpo alle astrazioni e deambulare nelle loro incarnazioni. Ogni tempo postula la propria fede. Propaganda nuove certezze. Proclama metodiche immunitarie per annientare antìgeni sociali. Latenti. Mutanti.
    Violenza ingabbiata in formulazioni imperative. La legge ti plasma, poi ti disfa. Ti descrive, poi ti cancella. Ti vede e non ti vede più. Ne modella altre, di violenze. E già le prime non esistono più. Ieri ero delinquente, oggi faccio lo stesso, ma sono persona dabbene.

    Nominare il crimine per vendicarlo. Setacciare fra noi il criminale per separarlo. Da gettare fuori dagli spalti. Da assopire nell’oblio farmacologico di attese sequestranti. Da straziare esposto sul patibolo; offerto a soddisfare l’ira collettiva; vendicativa. Lapidazione identitaria. Morto o incarcerato: non lo si vedrà mai più.
    Quanta diligenza per compilare il pericolo. Per distinguere personalità disturbate. Ma è certo che lo siano? Di certo sono disturbanti. La violenza che non si schianta nel suicidio: di certo è devianza.
    Devianza: qual è il tuo paradigma?

    Pragmatica comportamentale. Cellule flottanti nella marea schiumosa di pensieri sistemici, effimeri. Sinapsi ondivaghe per la risacca. Trasportano impulsi a stabilire chi è da includere, chi è da escludere dalle appartenenze selettive.
    I miei motivi sono anche i vostri? Bene: frodo, ma non sono un ladro. Arringo, ma non sono un impostore. Uccido, ma non sono un assassino.

    Magistratura anaffettiva, vicaria di faide e di vendette. Psichiatria tutoria, vicaria di pulsioni inconsapevoli. Il vostro giudicare, il vostro giustificare sono voci di un continuo mutamento. Germinano da paradigmi perturbati. Caleidoscopi normativi, sociologici, psichiatrici; fantasmagorie politiche errabonde, cavalcate da pupi pennacchiati. Tutto si accozza nell’incandescenza di un magma inarrestabile. Erutta, precipita, cola e si pietrifica in freddo raziocinio impositivo. Un abbaglio accecante e si frantuma: non era diamante.
    Violenza criminale. Mi è stato detto qualcosa sulla mia devianza. Ho infranto un paradigma. Subisco e mi rassegno al vostro ostracismo. La vostra vendetta non l’accetto. Ma dopo tutto mi è comprensibile. Siete coerenti. Dovete pur distinguere la vostra e la mia pericolosità. La colpa mi ha marchiato.

    Eppure mi autoassolvo: la mia giustificazione non è un dogma, ma è prevalente su qualsiasi vostro giudizio. Mi salva, mi preserva dal patibolo.
    Vuoto penitenziario. Nudo muro claustrale. Il mio crimine rimbomba dal sepolcro. Ineluttabile. Lo enuncio tutto d’un fiato. Spietato.
    Le mie parole bastino a mostrarvelo. A trainarlo su dalla botola oscura del mio remoto. Basti la mia voce ad innescare l’esplosione nel buio profondo della violenza di chi mi ascolta.
    La violenza è vendetta comune: appartiene anche a tutti voi.
    Il mio resoconto non è propaganda d’anfiteatro. La mia parola aspra è amplificata senza maschera di coccio. Erompe dal mio ricordo. Fa partorire il crimine dal vostro immaginario. Da voi che mi osservate appiattito sullo schermo. Che mi scrutate statico nel fermoimmagine. Che mi analizzate smembrato in un congresso. Che fuori di qua non mi giustificate.
    A tutti voi, che m’intendete e molto bene, scateno pulsioni ataviche. Il mio linguaggio è poliglotta. Apolide. Appartiene a tutti voi.
    Sottometto la mia confessione al servizio della vostra fervida immaginazione.
    Incateno il mio sequestro carcerario alla libertà di voi che da lassù, assiepati sugli spalti, inveite quaggiù odio furibondo.
    Incateno il giudizio che mi assorda e la colpa che mi condanna alla mia giustificazione che mi assolve.
    Incateno le vostre mani per sequestrarvi: perché avete bisogno di emozioni sempre più devastanti per non esserne assuefatti.
    Incateno le vostre gambe perché qua restiate: avrete sempre bisogno di ascoltare e riascoltare ancora la mia violenza, a suffragio del dolore che vi ha causato, dell’odio che vi ha sprigionato, della vostra giustificata vendetta.

    Verità prismatica. Le tue superfici sono cristalline giustificazioni divergenti. Rifrangono deviazioni prospettiche. Rinchiudono il conflitto che le arma. Espiazioni e perdoni tamponeranno il fluire del sangue. Ma neppure lenito da bende pietose lo si potrà coagulare. Trascorrerà tempo. Molto tempo prima che il rancore si sfibri; la vendetta svapori; la violenza narcotizzata si spenga nella banalità di un passato inerme.

    Carlo Pucci

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