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    Diario di un invisibile

    “L’aquila rappresenta me stesso, chiuso in una gabbia di cemento e ferro.
    Ma l’aquila può essere imprigionata solo fisicamente perché la sua anima resterà libera di sognare al di là di ogni barriera.
    Un’altra volta, all’improvviso, le mie ali si sono spezzate e un’altra volta sono atterrato in questa gabbia di cemento e ferro”.

    Parole, che sono poesia, di Sunjay Gookooluk. Autore di un libro necessario “Diario di un invisibile”. Un libro straordinario, perché il primo diario dall’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano.

    Storia di Sunjay che viene dalle isole Mauritius. Ventisei anni da clandestino in Italia. La vita non semplice di chi vive di lavoro irregolare, Sunjay conosce prima il carcere e poi, per il perverso meccanismo burocratico che è ben consapevole scelta politica, finisce per due volte nel Centro di detenzione amministrativa di Ponte Galeria, a Roma. E lui, che nel periodo di detenzione a Rebibbia si è diplomato, ha imparato a scrivere (e che scrittura! se ha vinto due concorsi letterari), usa la sua arte per raccontare, vivendolo dall’interno, l’inferno della detenzione amministrativa.
    Il dolore, la violenza, l’indecenza, la Legge, come aveva scritto in un articolo del Manifesto Anna Maria Rivera rimandando al Processo di Kafka, come “puro e perverso esercizio di persecuzione e sopraffazione”. Perché questo sono i Cpr e tutto ciò che vi ruota intorno.

    C’è molto dolore nelle parole di Sunjay, che insieme denuncia, accusa il perverso meccanismo che lo vuole “non identificato” e “socialmente pericoloso”, un pericolosissimo “fantasma”. Che nel Centro di Ponte Galeria, allora Cie, non ha un nome, ma solo un numero, 8703. Nelle sue parole c’è molto dolore, che però non è mai lamento, ma voce di chi lotta.
    Un testo ancora più straordinario se si pensa che nasce da appunti presi “clandestinamente”. Eh sì, perché nel Cpr è vietato anche avere una penna, che Sunjay grazie a un volontario è riuscito ad avere di nascosto. E gli appunti li ha presi scrivendo su ritagli delle buste del vitto. Ecco, anche questo accade nel nostro paese… Come ai tempi di Silvio Pellico, per intenderci, che, l’avrete letto sui libri di scuola, scriveva di nascosto nelle prigioni dello Spielberg, dove gli austriaci negavano carta e inchiostro, e lui, quando non il carbone, usava il sangue delle sue ferite. Ma quella di Sunjay è storia dell’oggi.
    Un prezioso libro, il suo, accompagnato da testi, che molto spiegano, di chi ha seguito e accompagnato in qualche modo, di qui e di là delle sbarre, gli anni prigionieri del nostro “clandestino”. Un libro tutto da leggere, che molto ci insegna su una realtà che non vogliamo vedere, e sulla voglia di lottare di chi varca un confine per cercare una vita migliore.

    Ogni parola trasuda voglia di lottare e la letteratura diventa “pratica viva di liberazione collettiva”. Ed è vero quello che sempre dice Yasmine Accardo, di telefono S.O.S. LasciateCientrare e tanto altro ancora, che definisce le persone prigioniere dei Cpr “combattenti”, combattenti di frontiera. Che giorno dopo giorno strappano a morsi la vita, il diritto alla vita che noi neghiamo loro. E che per rivendicare questo loro diritto, sanno anche metterla in gioco, la loro vita. Come raccontano le proteste, le rivolte, il fuoco… , che diventano l’unico modo per dire “esistiamo”, per bucare il silenzio che costruiamo intorno a loro.
    “Diario di un invisibile”, dunque, edito da Sensibili alle foglie. E quando si arriva all’ultima pagina, una domanda viene da porsi: cosa stiamo diventando? Cosa siamo diventati? O cosa siamo sempre stati…

    Una risposta l’ho trovata in questa poesia di Umeed Ali, “Noia”, da “Bilancio interiore” ed. Morlacchi:

    Sto svendendo la mia vita
    in una società triste
    dove il sole non ha colore
    i fiori non hanno odore
    e la gente non ha cuore
    non ha tempo di guardare
    non ha tempo di ascoltare
    ciò che voglio domandare:
    come posso esternare il mio dolore
    in un’aria di egoismo che fa troppo rumore?


    Altra storia, altri percorsi… Può sembrare c’entri poco, ma credo invece c’entri moltissimo. Perché ci fotografano benissimo i versi di Umeed Ali, poeta, viandante contemporaneo che viene dal Pakistan, incontrato una sera dell’inverno scorso in una locanda del centro di Napoli. Tutte da leggere le poesie di Umeed Ali, che con i suoi profondi, dolcissimi occhi, meglio di noi sa leggere il nostro triste indifferente egoista mondo.

    scritto per la rivista “Voci di dentro”

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