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    La strada per la scuola

    A proposito di Rom, ecco…il racconto, amaro e lieve, di Lauretta Chiarini.

    “La strada per la scuola si apriva davanti ai suoi occhi. Polverosa e dissestata, poche case grigie, la strada curvava a sinistra a ridosso di un campo di sterpaglie, per poi proseguire diritta per diverse centinaia di metri. Allo sguardo gitano di Lidja era una bella via, nonostante quelle brutte scritte sui muri. Via gli zingari dal nostro paese. Fino a ieri, Lidja percorreva quella strada per andare e tornare dalla scuola all’accampamento dove viveva con la sua famiglia. Le piaceva camminare la mattina presto, con i quaderni in una mano e la penna nell’altra. Raramente incontrava i compagni di classe, perché si avviava molto prima del necessario. Forse non voleva che vedessero da dove veniva; non avrebbe saputo dirlo con esattezza, ma le piaceva farsi trovare già davanti al cancello quando arrivavano gli altri. “Tu sei una zingara?” le aveva chiesto il primo giorno di scuola Andrea.

    “Sono rom…”

    “Perciò sei una zingara” Andrea lo aveva affermato come una sentenza. Inappellabile. Lidja sorvolava sui toni che usavano i compagni con lei; incurante del pregiudizio che li faceva tenere alla larga, lei non si crucciava, anzi, faceva del tutto per integrarsi e farsi considerare.

    “So fare la verticale” aveva detto una volta a Martina, con orgoglio. “Guardami”

    Lidja si era posizionata al centro dell’aula; con due rapide mosse si era ritrovata testa a terra e gambe all’aria, perfettamente in verticale.

    La classe aveva preso a ridere quando la lunga gonna a fiori le era ricaduta sulla testa mentre le sue gambe sforbiciavano l’aria. La maestra l’aveva sgridata, ma i compagni l’avevano notata, finalmente. Da allora i ragazzini le chiedevano spesso di rifarlo, per ridere di lei e delle sue mutandine. Ma lei si sentiva importante e, quando poteva, replicava con maestria il suo spettacolo.

    Ora se ne stava lì, dietro la rete metallica. “Forse ritorno” sussurrò alla strada. La mano del nonno si appoggiò sulla sua spalla. “Andiamo. Vieni”. Lidja si lasciò sospingere dall’abbraccio del nonno. Guardò l’accampamento; materassi, catini, sedie: tutto era ancora caldo e fumante, una massa carbonizzata informe. La gente del suo popolo correva dappertutto, senza gridare. Le forze dell’ordine delimitavano il campo. Lanciò un’ultima occhiata alla strada, poi aiutò sua madre a spingere la carriola con i fratellini dentro.

     Lauretta Chiarini

    nalla foto, di Tano D’Amico, le Ceja Celen, gruppo di ballo di ragazze Rom

     

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