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    Oltre il crimine…

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    Invito a leggere, un’interessante riflessione di Mario Spada su “La criminalità oltre il crimine”, libro di GIovanni Sabatino, che è Maresciallo dei Carabinieri, socilogo, esperto di reati associativi. Articolo pubblicato sul sito http://comune-info.net/ con il titolo: Intelligence da Marciapiede, teoria sociale e pratica investigativa di un maresciallo dei carabinieri… leggete, leggete, prego…

    C’è un piccolo libro “la criminalità oltre il crimine” (ediz. Il Campano,Arnus University book ,Pisa 2013)   scritto dal maresciallo dei Carabinieri Giovanni Sabatino che  ha il merito di unire  la ricerca scientifica  alle convinzioni acquisite empiricamente nel corso di una ventennale attività investigativa. L’autore definisce la sua teoria del comportamento criminale con l’accattivante termine : “Intelligence del marciapiede”. L’introduzione del libro è del prof. Umberto Veronesi che da scienziato conduce la sua battaglia  contro i luoghi comuni che bollano definitivamente il delinquente come cattivo e lo confinano in carceri che non svolgono alcuna funzione rieducativa: pensare che i “cattivi” sono “cattivi” per sempre è antistorico e antiscientifico. Il libro contiene un’ autobiografia di Carmelo Musumeci ,ergastolano condannato al “fine pena mai”, ovvero a morire in carcere a causa di leggi e regolamenti carcerari riservati alla criminalità organizzata. Fu un capo della mafia della Versilia, catturato dai ROS nel ’91 è entrato in carcere con il titolo di studio di licenza elementare e da detenuto ha conseguito due lauree, in sociologia del diritto e in giurisprudenza.E’ un uomo che cerca disperatamente un dialogo con l’esterno per sensibilizzare chi non sa o non vuol sapere che “la morte viva” alla quale lui e molti altri sono condannati è stata contestata al governo italiano dalla Corte di Giustizia europea e si configura come tortura. (…)

    Rose d’autunno…

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    Solo una breve nota, un piccolo pensiero, nel percorso di incontri con Mario Trudu, nel carcere di Spoleto, per parlare e discutere e definire le pagine della biografia alla quale stiamo lavorando… All’uscita noto che nel triangolo d’aiuola che fa da piccolo spartitraffico d’ingresso è sono piantati cespugli di rose. Un pugno di colore, così carichi di rose rosse… E’ la quarta volta che arrivo davanti ai cancelli della Casa di reclusione di Maiano, e sempre solo, gli altri giorni, la mia mente aveva fotografato il grigio degli edifici, la tristezza  della cancellata, le sue rughe di ruggine.  Mi sono avvicinata per toccare… carnosa fioritura d’autunno… possibile? Solo oggi “ho visto”…  Forse perché il cielo era dell’azzurro delle belle giornate d’autunno, forse perché contenta, come lo era Mario Trudu, del lavoro finora fatto, e la vita inizia a scorrere nelle vene del racconto…   un bellissimo bouquet rosso sangue…

    Luci del Sud…

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    In questo sabato, scuro di pioggia, un ricordo di luce… di Daniela Morandini. Guardate…

    “La luna era alta nel cielo, ed era una di quelle notti meridionali in cui la sua luce non sembra cadere sulla scena della nostra esistenza diurna, ma su un’altra terra, su un’antiterra. Era un’altra Positano che noi attraversavamo”. Così Walter Benjamin, negli anni Venti del secolo scorso, raccontava questo paese cubista, scaraventato sul mare, luogo d’incontro  di artisti, pittori, scrittori lontani. Espressionisti, futuristi, esuli della Rivoluzione d’Ottobre, alla ricerca di un Sud metafisico.Martine Léfèvre, francese, che da sempre vive qui è, forse, una delle ultime eredi del  varco spalancato da quelle avanguardie. E continua ad andare oltre .Fissa gli attori dei suoi quadri in immagini irriproducibili. Sono donne, uomini, musicisti, gitani, fermati nell’attimo  in cui , soli o insieme,  si ritrovano in un caffè, su un treno, davanti ad una macchina da cucire,  o in qualsiasi altro luogo, o non luogo. Forse Positano, magari Siviglia, o Parigi, o  Jaipur… (…)

    La morte per acqua

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    Pensando ai morti del mare che, mi avevano insegnato una volta a scuola, era via d’unione di tante rive… con i morti di oggi, di un mare diventato barriera e baratro, torna lo smarrimento pauroso provato la prima volta leggendo questi versi da La terra desolata (Eliot) …

    Fleba il fenicio, morto da quindici giorni
    dimenticò il grido dei gabbiani, e il gorgo profondo
    del mare
    e il guadagno e la perdita.
    Una corrente sottomarina
    spolpò le sue ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
    attraversò gli stadi della maturità e della gioventù
    sprofondando nel vortice…

     

    lettere dal carcere…

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    A proposito di scritture dal carcere. Un invito, a leggere la lettera di Giovanni Farina ( anche lui fra gli autori di “Urla a bassa voce”), inviata dal carcere di Catanzaro e pubblicata nella rubrica “lettere ostative” dell’ultimo numero della bella rivista “Una città” (n.205 pag.44)  Ancora un urlo, sussurrato, che ci ricorda quale atroce pena corporale sia la detenzione. Ascoltate…

    “Ho letto il libro “Urla a bassa voce”, curato da Francesca de Carolis, e qualche altro articolo da lei scritto in qualche rivista. Non mi piace essere ripetitivo, sappiamo che l’ergastolo ostativo è una condanna a vita, che si esce di galera solo da morti. Ma sentiamo dire da molti “saggi”, che possono dare informazioni in televisione, che l’ergastolo in Italia non c’è. Il Codice Penale lo prevede, ma continuo a sentire dai “saggi” che vivono fuori dalle mura di un carcere, e lo dicono con convinzione, che nessun recluso condannato all’ergastolo sconta questa pena, ma che si esce dopo pochi anni di prigione. Il giornalista Bruno Vespa, al programma di Santoro, ha detto che la pena dell’ergastolo in Italia non c’è. Si vede che lui è più informato di chi l’ha subito e lo sta subendo da trenta, quarant’anni… La de Carolis cita spesso un argomento molto importante, sull’amore, sulla sessualità del carcerato. L’uomo in prigione non ne parla perché si è rassegnato a vivere la castrazione forzata che uno Stato retrogrado gli impone con le sue leggi. Il rapporto sessuale con la  propria moglie, con la propria donna, è una necessità naturale, che ogni uomo e ogni donna sente nelle sue giornate di vita. Negarlo è un delitto contro natura, è per un carcerato una tortura fisica e mentale.

    leggete, prego…

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    Conflitti…

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    Riflettendo, su parole di Martina… donna d’estrema, molteplice profondità… a proposito di una pagina da lei trovata, leggendo un libro sulla Gestalt, in cui si parlava, mi dice, del “diabolico” e del “simbolico”… mondi, mi ricorda, che non possono comunicare… e il conflitto e le incomprensioni  che ne derivano… A straziare l’anima e la mente… Ripensando, ai conflitti pure attraversati negli anni, e alle scelte di rottura… sono andata in cerca di significati. Ho trovato risposte nell’etimologia delle parole, che qualcuno (non ricordo già più chi) sottolinea e confronta. Dunque. Il simbolico: dal verbo greco symballein che significa «mettere insieme», «adattare», «riunire», «scambiare», «conversare», «commerciare», «trasmettere delle convenzioni». Insomma, esercizo positivo della comunicazione umana. Il diabolico: dal verbo diaballein – da cui anche «diavolo» – significa «separare», «disunire», «mettere in disaccordo le persone», «spargere il sospetto», «avere odio», «dire del male», «ingannare», «mentire», «indurre in errore». Insomma molto di più e molto di peggio che assenza di comunicazione. Piuttosto, si sottolinea, la sua perversione. Dialettica impossibile, dunque, e l’opposizione simbolico/diabolico si situa – si ricorda – sull’asse etico delle relazioni umane… L’etica, appunto, le relazioni umane, appunto. Propongo un gioco: cos’è ( chi è) simbolico… cos’è ( chi è ) diabolico? Guardandosi dentro, guardandosi intorno…

    Angeli abbattuti…

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    Cronache romane. Nei mesi scorsi erano state anche raccolte le firme. Tante firme. Ma sembra proprio non sia servita, la battaglia di residenti, esponenti del comitato San Giovanni e Porta Asinara, ecologisti, radicali, attivisti del centro sociale Scup, ecc, ecc…, per fermare la strage di alberi… Non è servito nemmeno incatenarsi ai tronchi, organizzare un nuovo presidio, lì, fra via Sannio e via Ippolito. Già all’alba le motoseghe sono state avviate, e le prime undici piante secolari sono state falciate via… Per i lavori della fantomatica linea C della metropolitana. Che dovrebbe attraversare un tratto del cuore storico di Roma… Per la capitale “moderna” che mai sarà. Basta guardarsi intorno, basta guardarsi dentro… Piano insensato, mi sussurra un esperto all’orecchio, il rapporto “costi-benefici”. Piano improbabile, se per anni è stato fermo l’altro cantiere più in là, proprio a ridosso della storica piazza San Giovanni… I costi, si sa, col tempo si gonfiano, i lavori si fermano… lasciando in eredità cantieri muti, recinzioni di ferro, scavatrici addormentate. Come istantanee di sogni andati a male. E che tutto fanno andare a male intorno. Come le bellissime piante che ormai non sono più. Ed altre trecento aspettano la stessa sorte. Le vedi, le senti, che tremano…che gemono. Passare di lì, è uno scempio che ti si stringe il cuore… Intorno, un po’ di ressa, e gli occhi persi di chi sotto quegli alberi ogni giorno della sua vita è passato…, e ora quella via è sbarrata, dalla raffazzonata recinzione di un cantiere. Inferriate di una grande gabbia che chiude il luogo di tronchi e rami tagliati… squartati, direi piuttosto…  Già, perché gli alberi, ha scritto Guido Ceronetti, sono angeli caduti… E la nuova recinzione già imprigiona angeli smembrati, che ebbero l’avventura di cadere alle spalle della grande basilica, come a segnare il perimetro di un cimitero…

    Signore, dacci oggi la nostra gabbia quotidiana … Amen

    Autunno

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    Pensiero, stravagante forse, d’inizio d’autunno. Guardandomi intorno, in una stazione di metropolitana… cercando sguardi, ma trovando nient’altro che teorie di persone, giovani, meno giovani, di ogni razza, con lo sguardo intento sul piccolo schermo di qualcosa di elettronico… a lanciare messaggi, cercare risposte, a scavare, tutti, nell’altrove… Esercizi, di nullificazione, del presente, e di chi, ciascuno, pure ha al suo fianco … o costruzione, aerea, di nuove prigioni…. buon autunno a tutti…

    Nel carcere di Spoleto

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    Infine l’ho incontrato, ma ne accennerò soltanto. Nel carcere di Spoleto. Mario Trudu, il più “antico” ergastolano del nostro “Urla a bassa voce”. 34 anni di prigione, e un pugno di ore di permesso. Tutt’intorno una grande cortesia e il privilegio di poter incontrare Trudu nella sala della biblioteca, che sembra sia una delle più fornite fra le biblioteche delle carceri italiane. E sicuramente un luogo gradevole, che fa dimenticare il grigio e il ferro che è più in là, all’esterno degli altri edifici…  Ne accennerò soltanto, perché privata è la gioia assoluta che esprimeva il suo viso, di signore cortese,… l’abito compunto… il cioccolato e il caffè che insieme al computer dei suoi lavori mi ha portato dalla cella… Pensavo sarebbe stato tempo breve d’imbarazzi, questo primo incontro. Invece, tre ore.  Lui che, mi avevano detto, è sempre di così poche parole, tre ore fitte fitte del parlare, delle parole della sua vita, delle pagine che ha scritto (che ha titolato Decenni nel buco del diavolo… ), ricordando con minuzia il tempo della vita sui monti, poi quello della prigionia, della fuga, del sequestro, dei processi, della condanna.. e sullo sfondo la Sardegna e i suoi paesi, e la sua gente, e l’anonima e i terribili anni settanta… prendendo appunti, per il libro che verrà…