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    L’uomo senza orizzonte

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    In attesa dell’appuntamento di sabato, un invito, ad ascoltare queste parole, una riflessione, molto bella, di Giampaolo Cassitta, che di storie di carcere e di carcerati ne conosce molte…( e se vi piace, vi suggerisco di andare a leggerne tante altre sulla sua pagina facebook o sul suo sito…)

    “La prima volta che ho incontrato un uomo senza orizzonte era il 1985. Avevo ventisei anni, una barba scura e giovane, molte incertezze nelle tasche. Avevo però la consapevolezza che tutto potesse risolversi anche perché, per gli studi che avevo fatto, per le letture, per gli amori convulsi e adolescenziali non contemplavo l’eternità. Tutto era in movimento. A ventisei anni non si ha il concetto della fine e non hai, a dire il vero, un chiaro concetto della pena, dell’espiazione. Leggere, nella cartella biografica “fine pena mai” faceva un certo effetto. E’ come trovarsi in una galleria dove c’è solo un buco profondo che nessuno, ad un certo punto trivella più. Arrivi alla fine e ti trovi solo buio e una parete rocciosa davanti. E nella vita – almeno questo lo avevo capito – non si ritorna indietro. Fine pena mai è anche la constatazione forte dell’errore. E’ l’emozione del tribunale, è l’applauso scrosciante verso i giudici, è la forza della disperazione,(…)

    Appuntamento a sabato…

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    Per chi è a Roma, e sta pensando ad una gita dalle parti di Testaccio…

    Salone dell’Editoria Sociale, Porta Futuro, via Galvani 108 Roma, Sabato 2 novembre ore 14.30 – 16  Sala BLa pena del fine pena mai. Percorsi. “URLA A BASSA VOCE. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai” ( Stampalternativa 2012), raccoglie le testimonianze di 37 persone condannate ad un effettivo fine pena mai, ergastolo aggravato dall’ostatività. 37 voci di ergastolani, da decenni in carcere, quasi tutti passati per il carcere duro e il 41bis, senza prospettiva di uscirne. Pongono domande sul senso della pena, spunto per dialogare con Stefano Anastasia, di Antigone, e Rita Bernardini, dei Radicali italiani, intorno a una questione di cruciale importanza che rischia di essere messa in ombra dall’emergenza imposta dall’affollamento delle carceri, che pure esige soluzioni immediate. E’ di qualche settimana fa la presentazione della proposta di legge per l’abolizione dell’ergastolo da parte di due esponenti del PD, mentre continua la raccolta di firme per il referendum radicale perché venga superato il concetto di pena come vendetta sociale: il dettato costituzionale vuole come finalità della detenzione la rieducazione del condannato, un principio di civiltà giuridica in chiara contraddizione con il carcere a vita e il “fine pena mai”. Intanto dalle mura di una pena infinita, continuano ad arrivare testimonianze che sono anche percorsi di scrittura che Stampalternativa ha deciso di accogliere.

    Intervengono: Stefano Anastasia – Associazione Antigone; Marcello Baraghini – editore; Rita Bernardini – Radicali italiani; Nadia Bizzotto – Comunità Papa Giovanni XXIII; Francesca de Carolis . GIulia Urso leggerà testimonianze dal carcere

    Nel nome della rosa…

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    In attesa dell’autobus che dal carcere di Maiano porta alla stazione di Spoleto. Lo sguardo cade sull’aiuola spartitraffico con le rose che, accidenti!, non ci sono più… Decapitati, i cespugli, dalla potatura d’autunno. Pazienza, torneranno più belle e più forti in  primavera. E nell’attesa, della primavera e dell’autobus, mi si mette a fuoco nella mente una notiziola che mi era arrivata con la lettera di uno dei “miei” ergastolani. A dire la verità l’avevo subito accantonata come non letta quasi… come il cervello, non volendone sapere, avesse registrato solo lettere sfocate. Eppure è lì, nero su bianco, e non trovo aggettivi. Giudicate voi: “… ieri mi ha scritto Davide, mi diceva che l’area educativa ha ritenuto pericoloso per l’ordine e la sicurezza leggere il libro della biblioteca del carcere “Il nome della rosa” di Umberto Eco”…  Eppure, nota il mio amico di penna, ne hanno fatto anche un film e in tv si vede spesso! Proprio così: pericoloso per l’ordine e la sicurezza. Cercherò di saperne di più, proverò a chiedere verifiche… a volte, capita, che libri vengano vietati quando con copertina rigida (possibile arma d’offesa, pensate!)… nel frattempo magari riprenderò fra le mani il romanzo, a suo tempo letto con grande godimento, per trovare risposte e capire… Anche se forse, in ogni caso, è troppo tardi. Pensandoci bene… ordine e sicurezza, due parole che messe così insieme da tempo non mi dicono niente di buono… non me ne sarò accorta, ma forse l’umore sovversivo del nome della rosa già da tempo scorre nelle mie vene…

    I volti e le maschere della pena…

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    Poche righe, per invitare a leggere un libro importante per imparare a guardare nelle “zone buie della pena e della sua esecuzione”, a chiederci se le nostre prigioni e quello che vi accade dentro, così funzionali alla società che abbiamo costruito e quindi in qualche modo suo specchio, luogo dell’organizzazione di un pezzo dello spazio sociale, è davvero quello che vogliamo. Guardandoci intorno, guardandoci un po’ anche dentro…

    “Volti e maschere della pena. Opg e carcere duro, muri della pena e giustizia ripartiva”, a cura di Franco Corleone e Andrea Pugiotto. Corleone, sottosegretario alla giustizia fra il ‘96  e il 2001, ora garante dei detenuti nel comune di Firenze, presidente della Società della Ragione; Pugiotto ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Ferrara. Volti e maschere della pena, titolo drammaticamente bello ( sempre che “bello” sia aggettivo proprio parlando di pene), per quella che è una tappa della battaglia condotta per la riforma della giustizia penale  e “del suo precipitato in corpi umani nell’inferno delle carceri”, dove gli uomini, si ricorda, sono ridotti a cose. Volume che nasce da un ciclo di incontri svolti a Ferrara intorno ai tanti volti della pena, e sui suoi mascheramenti, dall’urbanistica penitenziaria, all’internamento negli ospedali psichiatrici giudiziari, alla tortura “democratica” del 41bis. Un libro militante, è vero. E perché no. (…)

    uomini e valigie

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    Dialogo breve  tra un Angelo con il cappotto  e un Boia con la valigia di Daniela Morandini:

    Nota introduttiva: Un Angelo e un Boia  parlano seduti a tavolino. Un coro muto di angeli con cappotto, in secondo piano,  osserva seduto. Un cartello indica che sono 335.

    ANGELO  Buonasera.

    BOIA         Buonasera…

    ANGELO  Prego, si accomodi..

    BOIA         Danke…grazie.

    ANGELO   Non si incomodi  a tradurre, comprendiamo … Anche lei con la valigia…Un suo amico scappò in una valigia…(…)

    Una risposta per Nicholas

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    In via dei Tigli arrivano lettere… storie private che vogliono essere ascoltate.. come questa che mi manda Gino Rannesi, dal carcere di Opera… parla diuna giornata della scorsa estate… una giornata davvero difficile.

    “Oggi per me è stata una giornata molto dura. Stamattina ho fatto 3 ore di colloquio, tra i presenti, come sempre, l’unico grande amore della mia vita. Nicholas è il suo nome. Nicholas è mio figlio, ha 10 anni, la sua nascita è stata fortemente voluta.

    Nicholas, è stato concepito con il metodo FIVET (fecondazione assistita), a suo tempo mi trovavo detenuto presso il carcere di L’Aquila e sottoposto al regime del c.d. carcere duro, il 41 bis. Ciò nonostante grazie a uomini di buona volontà sono riuscito a fare “evadere” una parte di me, una sostanza organica composta da una moltitudine di spermatozoi. Questi arrivati a destinazione hanno fatto il proprio dovere, a distanza di 9 mesi mi trovai tra le braccia il bambino più bello che i miei occhi avevano mai visto, Nicholas per l’appunto.

    Quello per me è stato un giorno memorabile ma in cuor mio sapevo che ci sarebbe stato un prezzo da pagare, sapevo che prima o poi qualcuno mi avrebbe presentato il conto. Orbene, stamattina quel tanto temuto conto è arrivato, salatissimo. (…)

    Clandestini…

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    Dopo i giorni della pietas… un pensiero di Daniela Morandini…

    “Dopo i giorni della “pietas” , tornano alla mente  i “Clandestini” di Franco Accursio Gulino, un pittore siciliano che lavora su frammenti restituiti dal mare. Pezzi di barche, carretti sfondati, legni. Ma, soprattutto, porte. Porte spaccate, buttate, che arrivano chissà da dove,  ma che sempre chiamano al passaggio, allo sfondamento. Attori di questi quadri , spesso, non sono né donne, né uomini, né animali: sono clandestini. E c’è anche un’isola dipinta su questi rottami: Ferdinandea, emersa per poco nell’800 e poi ritiratasi sott’acqua, forse per protesta. E anche ora questa roccia di vulcano appare nelle tele, ma poi scompare : troppi cadaveri in mare. I primi “Clandestini” di Gulino sono di dieci anni fa: è noto che l’arte intuisca prima. E’ insopportabile che la politica, intesa come gestione della “polis”, e quindi anche del “mare nostrum”, perpetui il non interesse. Stragi, quindi, non solo tragedia.

    Oltre il crimine…

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    Invito a leggere, un’interessante riflessione di Mario Spada su “La criminalità oltre il crimine”, libro di GIovanni Sabatino, che è Maresciallo dei Carabinieri, socilogo, esperto di reati associativi. Articolo pubblicato sul sito http://comune-info.net/ con il titolo: Intelligence da Marciapiede, teoria sociale e pratica investigativa di un maresciallo dei carabinieri… leggete, leggete, prego…

    C’è un piccolo libro “la criminalità oltre il crimine” (ediz. Il Campano,Arnus University book ,Pisa 2013)   scritto dal maresciallo dei Carabinieri Giovanni Sabatino che  ha il merito di unire  la ricerca scientifica  alle convinzioni acquisite empiricamente nel corso di una ventennale attività investigativa. L’autore definisce la sua teoria del comportamento criminale con l’accattivante termine : “Intelligence del marciapiede”. L’introduzione del libro è del prof. Umberto Veronesi che da scienziato conduce la sua battaglia  contro i luoghi comuni che bollano definitivamente il delinquente come cattivo e lo confinano in carceri che non svolgono alcuna funzione rieducativa: pensare che i “cattivi” sono “cattivi” per sempre è antistorico e antiscientifico. Il libro contiene un’ autobiografia di Carmelo Musumeci ,ergastolano condannato al “fine pena mai”, ovvero a morire in carcere a causa di leggi e regolamenti carcerari riservati alla criminalità organizzata. Fu un capo della mafia della Versilia, catturato dai ROS nel ’91 è entrato in carcere con il titolo di studio di licenza elementare e da detenuto ha conseguito due lauree, in sociologia del diritto e in giurisprudenza.E’ un uomo che cerca disperatamente un dialogo con l’esterno per sensibilizzare chi non sa o non vuol sapere che “la morte viva” alla quale lui e molti altri sono condannati è stata contestata al governo italiano dalla Corte di Giustizia europea e si configura come tortura. (…)

    Rose d’autunno…

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    Solo una breve nota, un piccolo pensiero, nel percorso di incontri con Mario Trudu, nel carcere di Spoleto, per parlare e discutere e definire le pagine della biografia alla quale stiamo lavorando… All’uscita noto che nel triangolo d’aiuola che fa da piccolo spartitraffico d’ingresso è sono piantati cespugli di rose. Un pugno di colore, così carichi di rose rosse… E’ la quarta volta che arrivo davanti ai cancelli della Casa di reclusione di Maiano, e sempre solo, gli altri giorni, la mia mente aveva fotografato il grigio degli edifici, la tristezza  della cancellata, le sue rughe di ruggine.  Mi sono avvicinata per toccare… carnosa fioritura d’autunno… possibile? Solo oggi “ho visto”…  Forse perché il cielo era dell’azzurro delle belle giornate d’autunno, forse perché contenta, come lo era Mario Trudu, del lavoro finora fatto, e la vita inizia a scorrere nelle vene del racconto…   un bellissimo bouquet rosso sangue…

    Luci del Sud…

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    In questo sabato, scuro di pioggia, un ricordo di luce… di Daniela Morandini. Guardate…

    “La luna era alta nel cielo, ed era una di quelle notti meridionali in cui la sua luce non sembra cadere sulla scena della nostra esistenza diurna, ma su un’altra terra, su un’antiterra. Era un’altra Positano che noi attraversavamo”. Così Walter Benjamin, negli anni Venti del secolo scorso, raccontava questo paese cubista, scaraventato sul mare, luogo d’incontro  di artisti, pittori, scrittori lontani. Espressionisti, futuristi, esuli della Rivoluzione d’Ottobre, alla ricerca di un Sud metafisico.Martine Léfèvre, francese, che da sempre vive qui è, forse, una delle ultime eredi del  varco spalancato da quelle avanguardie. E continua ad andare oltre .Fissa gli attori dei suoi quadri in immagini irriproducibili. Sono donne, uomini, musicisti, gitani, fermati nell’attimo  in cui , soli o insieme,  si ritrovano in un caffè, su un treno, davanti ad una macchina da cucire,  o in qualsiasi altro luogo, o non luogo. Forse Positano, magari Siviglia, o Parigi, o  Jaipur… (…)