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    I volti e le maschere della pena…

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    Poche righe, per invitare a leggere un libro importante per imparare a guardare nelle “zone buie della pena e della sua esecuzione”, a chiederci se le nostre prigioni e quello che vi accade dentro, così funzionali alla società che abbiamo costruito e quindi in qualche modo suo specchio, luogo dell’organizzazione di un pezzo dello spazio sociale, è davvero quello che vogliamo. Guardandoci intorno, guardandoci un po’ anche dentro…

    “Volti e maschere della pena. Opg e carcere duro, muri della pena e giustizia ripartiva”, a cura di Franco Corleone e Andrea Pugiotto. Corleone, sottosegretario alla giustizia fra il ‘96  e il 2001, ora garante dei detenuti nel comune di Firenze, presidente della Società della Ragione; Pugiotto ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Ferrara. Volti e maschere della pena, titolo drammaticamente bello ( sempre che “bello” sia aggettivo proprio parlando di pene), per quella che è una tappa della battaglia condotta per la riforma della giustizia penale  e “del suo precipitato in corpi umani nell’inferno delle carceri”, dove gli uomini, si ricorda, sono ridotti a cose. Volume che nasce da un ciclo di incontri svolti a Ferrara intorno ai tanti volti della pena, e sui suoi mascheramenti, dall’urbanistica penitenziaria, all’internamento negli ospedali psichiatrici giudiziari, alla tortura “democratica” del 41bis. Un libro militante, è vero. E perché no. (…)

    uomini e valigie

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    Dialogo breve  tra un Angelo con il cappotto  e un Boia con la valigia di Daniela Morandini:

    Nota introduttiva: Un Angelo e un Boia  parlano seduti a tavolino. Un coro muto di angeli con cappotto, in secondo piano,  osserva seduto. Un cartello indica che sono 335.

    ANGELO  Buonasera.

    BOIA         Buonasera…

    ANGELO  Prego, si accomodi..

    BOIA         Danke…grazie.

    ANGELO   Non si incomodi  a tradurre, comprendiamo … Anche lei con la valigia…Un suo amico scappò in una valigia…(…)

    Una risposta per Nicholas

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    In via dei Tigli arrivano lettere… storie private che vogliono essere ascoltate.. come questa che mi manda Gino Rannesi, dal carcere di Opera… parla diuna giornata della scorsa estate… una giornata davvero difficile.

    “Oggi per me è stata una giornata molto dura. Stamattina ho fatto 3 ore di colloquio, tra i presenti, come sempre, l’unico grande amore della mia vita. Nicholas è il suo nome. Nicholas è mio figlio, ha 10 anni, la sua nascita è stata fortemente voluta.

    Nicholas, è stato concepito con il metodo FIVET (fecondazione assistita), a suo tempo mi trovavo detenuto presso il carcere di L’Aquila e sottoposto al regime del c.d. carcere duro, il 41 bis. Ciò nonostante grazie a uomini di buona volontà sono riuscito a fare “evadere” una parte di me, una sostanza organica composta da una moltitudine di spermatozoi. Questi arrivati a destinazione hanno fatto il proprio dovere, a distanza di 9 mesi mi trovai tra le braccia il bambino più bello che i miei occhi avevano mai visto, Nicholas per l’appunto.

    Quello per me è stato un giorno memorabile ma in cuor mio sapevo che ci sarebbe stato un prezzo da pagare, sapevo che prima o poi qualcuno mi avrebbe presentato il conto. Orbene, stamattina quel tanto temuto conto è arrivato, salatissimo. (…)

    Clandestini…

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    Dopo i giorni della pietas… un pensiero di Daniela Morandini…

    “Dopo i giorni della “pietas” , tornano alla mente  i “Clandestini” di Franco Accursio Gulino, un pittore siciliano che lavora su frammenti restituiti dal mare. Pezzi di barche, carretti sfondati, legni. Ma, soprattutto, porte. Porte spaccate, buttate, che arrivano chissà da dove,  ma che sempre chiamano al passaggio, allo sfondamento. Attori di questi quadri , spesso, non sono né donne, né uomini, né animali: sono clandestini. E c’è anche un’isola dipinta su questi rottami: Ferdinandea, emersa per poco nell’800 e poi ritiratasi sott’acqua, forse per protesta. E anche ora questa roccia di vulcano appare nelle tele, ma poi scompare : troppi cadaveri in mare. I primi “Clandestini” di Gulino sono di dieci anni fa: è noto che l’arte intuisca prima. E’ insopportabile che la politica, intesa come gestione della “polis”, e quindi anche del “mare nostrum”, perpetui il non interesse. Stragi, quindi, non solo tragedia.

    Oltre il crimine…

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    Invito a leggere, un’interessante riflessione di Mario Spada su “La criminalità oltre il crimine”, libro di GIovanni Sabatino, che è Maresciallo dei Carabinieri, socilogo, esperto di reati associativi. Articolo pubblicato sul sito http://comune-info.net/ con il titolo: Intelligence da Marciapiede, teoria sociale e pratica investigativa di un maresciallo dei carabinieri… leggete, leggete, prego…

    C’è un piccolo libro “la criminalità oltre il crimine” (ediz. Il Campano,Arnus University book ,Pisa 2013)   scritto dal maresciallo dei Carabinieri Giovanni Sabatino che  ha il merito di unire  la ricerca scientifica  alle convinzioni acquisite empiricamente nel corso di una ventennale attività investigativa. L’autore definisce la sua teoria del comportamento criminale con l’accattivante termine : “Intelligence del marciapiede”. L’introduzione del libro è del prof. Umberto Veronesi che da scienziato conduce la sua battaglia  contro i luoghi comuni che bollano definitivamente il delinquente come cattivo e lo confinano in carceri che non svolgono alcuna funzione rieducativa: pensare che i “cattivi” sono “cattivi” per sempre è antistorico e antiscientifico. Il libro contiene un’ autobiografia di Carmelo Musumeci ,ergastolano condannato al “fine pena mai”, ovvero a morire in carcere a causa di leggi e regolamenti carcerari riservati alla criminalità organizzata. Fu un capo della mafia della Versilia, catturato dai ROS nel ’91 è entrato in carcere con il titolo di studio di licenza elementare e da detenuto ha conseguito due lauree, in sociologia del diritto e in giurisprudenza.E’ un uomo che cerca disperatamente un dialogo con l’esterno per sensibilizzare chi non sa o non vuol sapere che “la morte viva” alla quale lui e molti altri sono condannati è stata contestata al governo italiano dalla Corte di Giustizia europea e si configura come tortura. (…)

    Rose d’autunno…

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    Solo una breve nota, un piccolo pensiero, nel percorso di incontri con Mario Trudu, nel carcere di Spoleto, per parlare e discutere e definire le pagine della biografia alla quale stiamo lavorando… All’uscita noto che nel triangolo d’aiuola che fa da piccolo spartitraffico d’ingresso è sono piantati cespugli di rose. Un pugno di colore, così carichi di rose rosse… E’ la quarta volta che arrivo davanti ai cancelli della Casa di reclusione di Maiano, e sempre solo, gli altri giorni, la mia mente aveva fotografato il grigio degli edifici, la tristezza  della cancellata, le sue rughe di ruggine.  Mi sono avvicinata per toccare… carnosa fioritura d’autunno… possibile? Solo oggi “ho visto”…  Forse perché il cielo era dell’azzurro delle belle giornate d’autunno, forse perché contenta, come lo era Mario Trudu, del lavoro finora fatto, e la vita inizia a scorrere nelle vene del racconto…   un bellissimo bouquet rosso sangue…

    Luci del Sud…

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    In questo sabato, scuro di pioggia, un ricordo di luce… di Daniela Morandini. Guardate…

    “La luna era alta nel cielo, ed era una di quelle notti meridionali in cui la sua luce non sembra cadere sulla scena della nostra esistenza diurna, ma su un’altra terra, su un’antiterra. Era un’altra Positano che noi attraversavamo”. Così Walter Benjamin, negli anni Venti del secolo scorso, raccontava questo paese cubista, scaraventato sul mare, luogo d’incontro  di artisti, pittori, scrittori lontani. Espressionisti, futuristi, esuli della Rivoluzione d’Ottobre, alla ricerca di un Sud metafisico.Martine Léfèvre, francese, che da sempre vive qui è, forse, una delle ultime eredi del  varco spalancato da quelle avanguardie. E continua ad andare oltre .Fissa gli attori dei suoi quadri in immagini irriproducibili. Sono donne, uomini, musicisti, gitani, fermati nell’attimo  in cui , soli o insieme,  si ritrovano in un caffè, su un treno, davanti ad una macchina da cucire,  o in qualsiasi altro luogo, o non luogo. Forse Positano, magari Siviglia, o Parigi, o  Jaipur… (…)

    La morte per acqua

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    Pensando ai morti del mare che, mi avevano insegnato una volta a scuola, era via d’unione di tante rive… con i morti di oggi, di un mare diventato barriera e baratro, torna lo smarrimento pauroso provato la prima volta leggendo questi versi da La terra desolata (Eliot) …

    Fleba il fenicio, morto da quindici giorni
    dimenticò il grido dei gabbiani, e il gorgo profondo
    del mare
    e il guadagno e la perdita.
    Una corrente sottomarina
    spolpò le sue ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
    attraversò gli stadi della maturità e della gioventù
    sprofondando nel vortice…

     

    lettere dal carcere…

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    A proposito di scritture dal carcere. Un invito, a leggere la lettera di Giovanni Farina ( anche lui fra gli autori di “Urla a bassa voce”), inviata dal carcere di Catanzaro e pubblicata nella rubrica “lettere ostative” dell’ultimo numero della bella rivista “Una città” (n.205 pag.44)  Ancora un urlo, sussurrato, che ci ricorda quale atroce pena corporale sia la detenzione. Ascoltate…

    “Ho letto il libro “Urla a bassa voce”, curato da Francesca de Carolis, e qualche altro articolo da lei scritto in qualche rivista. Non mi piace essere ripetitivo, sappiamo che l’ergastolo ostativo è una condanna a vita, che si esce di galera solo da morti. Ma sentiamo dire da molti “saggi”, che possono dare informazioni in televisione, che l’ergastolo in Italia non c’è. Il Codice Penale lo prevede, ma continuo a sentire dai “saggi” che vivono fuori dalle mura di un carcere, e lo dicono con convinzione, che nessun recluso condannato all’ergastolo sconta questa pena, ma che si esce dopo pochi anni di prigione. Il giornalista Bruno Vespa, al programma di Santoro, ha detto che la pena dell’ergastolo in Italia non c’è. Si vede che lui è più informato di chi l’ha subito e lo sta subendo da trenta, quarant’anni… La de Carolis cita spesso un argomento molto importante, sull’amore, sulla sessualità del carcerato. L’uomo in prigione non ne parla perché si è rassegnato a vivere la castrazione forzata che uno Stato retrogrado gli impone con le sue leggi. Il rapporto sessuale con la  propria moglie, con la propria donna, è una necessità naturale, che ogni uomo e ogni donna sente nelle sue giornate di vita. Negarlo è un delitto contro natura, è per un carcerato una tortura fisica e mentale.

    leggete, prego…

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