Riflettendo, su parole di Martina… donna d’estrema, molteplice profondità… a proposito di una pagina da lei trovata, leggendo un libro sulla Gestalt, in cui si parlava, mi dice, del “diabolico” e del “simbolico”… mondi, mi ricorda, che non possono comunicare… e il conflitto e le incomprensioni che ne derivano… A straziare l’anima e la mente… Ripensando, ai conflitti pure attraversati negli anni, e alle scelte di rottura… sono andata in cerca di significati. Ho trovato risposte nell’etimologia delle parole, che qualcuno (non ricordo già più chi) sottolinea e confronta. Dunque. Il simbolico: dal verbo greco symballein che significa «mettere insieme», «adattare», «riunire», «scambiare», «conversare», «commerciare», «trasmettere delle convenzioni». Insomma, esercizo positivo della comunicazione umana. Il diabolico: dal verbo diaballein – da cui anche «diavolo» – significa «separare», «disunire», «mettere in disaccordo le persone», «spargere il sospetto», «avere odio», «dire del male», «ingannare», «mentire», «indurre in errore». Insomma molto di più e molto di peggio che assenza di comunicazione. Piuttosto, si sottolinea, la sua perversione. Dialettica impossibile, dunque, e l’opposizione simbolico/diabolico si situa – si ricorda – sull’asse etico delle relazioni umane… L’etica, appunto, le relazioni umane, appunto. Propongo un gioco: cos’è ( chi è) simbolico… cos’è ( chi è ) diabolico? Guardandosi dentro, guardandosi intorno…
Angeli abbattuti…
Cronache romane. Nei mesi scorsi erano state anche raccolte le firme. Tante firme. Ma sembra proprio non sia servita, la battaglia di residenti, esponenti del comitato San Giovanni e Porta Asinara, ecologisti, radicali, attivisti del centro sociale Scup, ecc, ecc…, per fermare la strage di alberi… Non è servito nemmeno incatenarsi ai tronchi, organizzare un nuovo presidio, lì, fra via Sannio e via Ippolito. Già all’alba le motoseghe sono state avviate, e le prime undici piante secolari sono state falciate via… Per i lavori della fantomatica linea C della metropolitana. Che dovrebbe attraversare un tratto del cuore storico di Roma… Per la capitale “moderna” che mai sarà. Basta guardarsi intorno, basta guardarsi dentro… Piano insensato, mi sussurra un esperto all’orecchio, il rapporto “costi-benefici”. Piano improbabile, se per anni è stato fermo l’altro cantiere più in là, proprio a ridosso della storica piazza San Giovanni… I costi, si sa, col tempo si gonfiano, i lavori si fermano… lasciando in eredità cantieri muti, recinzioni di ferro, scavatrici addormentate. Come istantanee di sogni andati a male. E che tutto fanno andare a male intorno. Come le bellissime piante che ormai non sono più. Ed altre trecento aspettano la stessa sorte. Le vedi, le senti, che tremano…che gemono. Passare di lì, è uno scempio che ti si stringe il cuore… Intorno, un po’ di ressa, e gli occhi persi di chi sotto quegli alberi ogni giorno della sua vita è passato…, e ora quella via è sbarrata, dalla raffazzonata recinzione di un cantiere. Inferriate di una grande gabbia che chiude il luogo di tronchi e rami tagliati… squartati, direi piuttosto… Già, perché gli alberi, ha scritto Guido Ceronetti, sono angeli caduti… E la nuova recinzione già imprigiona angeli smembrati, che ebbero l’avventura di cadere alle spalle della grande basilica, come a segnare il perimetro di un cimitero…
Signore, dacci oggi la nostra gabbia quotidiana … Amen
Autunno
Pensiero, stravagante forse, d’inizio d’autunno. Guardandomi intorno, in una stazione di metropolitana… cercando sguardi, ma trovando nient’altro che teorie di persone, giovani, meno giovani, di ogni razza, con lo sguardo intento sul piccolo schermo di qualcosa di elettronico… a lanciare messaggi, cercare risposte, a scavare, tutti, nell’altrove… Esercizi, di nullificazione, del presente, e di chi, ciascuno, pure ha al suo fianco … o costruzione, aerea, di nuove prigioni…. buon autunno a tutti…
Nel carcere di Spoleto
Infine l’ho incontrato, ma ne accennerò soltanto. Nel carcere di Spoleto. Mario Trudu, il più “antico” ergastolano del nostro “Urla a bassa voce”. 34 anni di prigione, e un pugno di ore di permesso. Tutt’intorno una grande cortesia e il privilegio di poter incontrare Trudu nella sala della biblioteca, che sembra sia una delle più fornite fra le biblioteche delle carceri italiane. E sicuramente un luogo gradevole, che fa dimenticare il grigio e il ferro che è più in là, all’esterno degli altri edifici… Ne accennerò soltanto, perché privata è la gioia assoluta che esprimeva il suo viso, di signore cortese,… l’abito compunto… il cioccolato e il caffè che insieme al computer dei suoi lavori mi ha portato dalla cella… Pensavo sarebbe stato tempo breve d’imbarazzi, questo primo incontro. Invece, tre ore. Lui che, mi avevano detto, è sempre di così poche parole, tre ore fitte fitte del parlare, delle parole della sua vita, delle pagine che ha scritto (che ha titolato Decenni nel buco del diavolo… ), ricordando con minuzia il tempo della vita sui monti, poi quello della prigionia, della fuga, del sequestro, dei processi, della condanna.. e sullo sfondo la Sardegna e i suoi paesi, e la sua gente, e l’anonima e i terribili anni settanta… prendendo appunti, per il libro che verrà…
Piazza libera tutti..
Tornando, dal Festival di Letteratura Resistente di Pitigliano… ( per la cronaca ,“Piazza libera tutti” il titolo di quest’anno, per “due giorni di arte, musica, creatività, fantasia, indignazione, protesta, provocazione, ma soprattutto, di un futuro liberato da scorie di consumismo, rassegnazione e subordinazione”, parola di Marcello Baraghini, fondatore di Stampa Alternativa e animatore dell’Associazione “Strade Bianche”, che della manifestazione di Pitigliano è ideatore e regista).
Nuova occasione per parlare di ergastolo, ergastolani e della condizione estrema degli ostativi. Girando intanto intorno alle pagine di “Cucinare in massima sicurezza”, ricettario di ergastolani curato da Matteo Guidi, libro che ho molto amato anche perché molti degli autori, i cuochi alle prese con i fornelli dietro le sbarre, sono le stesse persone che intervengono nel libro che ho curato con i fine pena mai di “Urla a bassa voce”. E con questo ricettario danno una risposta a una delle prime domande che mi sono posta di fronte alle loro storie e alla loro prigionia estrema… Ma da dove si può mai suggere la linfa che tenga in vita una vita che si vuole morta, in un luogo che della vita è negazione?(…)
omicidi…
Un pensiero, a Sushmita Banerjee, uccisa nella sua casa, a Kharana nella provincia di Paktika in Afghanistan. Scrittrice indiana che aveva narrato, fra l’altro, della sua fuga dai Talebani… A Kabuliwala’s Bengali Wife… Leggo che era tornata in Afghanistan per raggiungere il marito, e si stava occupando fra l’altro di un filmato sul programma di assistenza sanitario per le donne afghane… Secondo la polizia ad ucciderla un gruppo di estremisti islamici. Un portavoce dei Talebani smentisce qualsiasi ruolo nell’organizzazione dell’omicidio… Un pensiero, a Sushmita Banerjee, uccisa, da un pensiero, comunque talebano…
Una bella notizia
A proposito di Collins, ecco infine una bella notizia… che dire, a parte la contentezza da condividere con lui e Salvatore Bandinu… cose giuste … a volte… accadono… ascoltate, dalle parole di Bandinu, maiuscole come la sua gioia:
CHE DIRE… NON HO PAROLE…. DA QUESTO MOMENTO COLLINS E’ LIBERO! GRAZIE AL CUORE E ALLA PROFESSIONALITA’ DEL SUO AVVOCATO DOTT.SSA LOREDANA LISO, COLLINS STAMATTINA HA OTTENUTO UN PERMESSO PROVVISORIO ED E’ GIA’ FUORI DAL CIE. SI RIPRESENTERA’ IL 24 SETTEMBRE DAVANTI ALLA COMMISSIONE MA MI PARE DI CAPIRE CHE CI SIANO OTTIME POSSIBILITA’. ANCORA NON CI CREDO…. LE “PORTE DELLE FORTUNA” FINALMENTE SI APRONO ANCHE PER LUI……
Nuvole
Alcuni pensieri, sul cammino di questo nuovo progetto, per il racconto dei trentatré anni di carcere di Mario Trudu, ergastolano in quel di Spoleto.
Non è semplice, entrare in un carcere per incontrare un detenuto. Un ergastolano dei più cattivi, poi… Non è affatto semplice, occorre che la domanda sia formulata nella maniera migliore, occorre che dopo le verifiche arrivi un’autorizzazione e per questa è necessario che siano d’accordo tutti, educatori, direzione, magistrato di sorveglianza, comandante della polizia penitenziaria… Credendo che il momento fosse finalmente arrivato, mi ero affrettata a prepararmi per l’incontro: letto e riletto il testo della sua autobiografia, stampata una prima parte per discuterne insieme, quale proposta di lavoro, cosa dire, un foglio zeppe zeppo di appunti, per avere le parole per dire, un libro da portare in dono, anche… Ma qualcosa ancora non va. Si rinvia dunque. Eppure, non ce l’ho fatta, a restare a casa. Così ho preso il treno e comunque ho incontrato Nadia (Nadia Bizzotto ricordate? che queste storie di ergastolani speciali mi ha fatto incontrare … la causa di tutti i miei guai, insomma) e le ho chiesto di portarmi almeno fin sotto le porte del carcere di Spoleto, fin sotto il recinto, anzi, di ferro e filo spinato, come ogni carcere che si rispetti.(…)
voci da dentro…
E’ in cammino un nuovo progetto, per portare fuori dalle mura del carcere un’altra voce. Quella di Mario Trudu, uno dei testimoni di “Urla a bassa voce”, ricordate? quello in carcere da 32 anni, e ora sono già 33. Leggendo l’autobiografia che ha scritto in questi anni, ne anticipo un pensiero dal risvolto di copertina del volume che in carcere ha stampato, con tanto di foto e disegni. “Per decenni dentro una cella a sognare quei luoghi conosciuti da ragazzo, luoghi pieni di luce allegria e lavoro, sono riuscito attraverso le immagini che la mia mente produceva e continua a produrre, a distrarmi dal male che mi circonda, anche quando ho vissuto in una cella buia… riuscivo lo stesso a vedere il sole, e le immagini che la mia mente produceva sono talmente cariche che a volte dovevo chiudere gli occhi per non accecarmi”… E’ stata l’immagine che più mi ha colpito, spero la biografia possa diventare un libro, anzi , ne sono certa… così pieno di “accettate” ( se permettete cito Kafka), per “il lago ghiacciato della nostra anima”.
A proposito di Collins…
Un aggiornamento, sulla vicenda di Collins Igbinoba, che con Salvatore Bandinu aveva partecipato al progetto di scrittura in carcere dal quale è nato “La cella di Gaudì”. E’ ancora nel Cie di Bari, Bandinu lo ha sentito poco fa. Gli ha chiesto come si sentisse e gli ha risposto: “tradito, abbandonato e preso in giro”. “Mi ha ripetuto almeno una ventina di volte, scrive Bandinu, che lui avrebbe voluto una piccola opportunità in Italia, che in carcere ha lavorato e si è sempre comportato bene, che sarebbe potuto scappare ma non lo ha fatto. Non capisce come mai prima tutti lo cercassero per portare in giro un progetto mentre adesso che è lui ad avere bisogno, nessuno più si fa sentire. Non ho saputo cosa rispondere. O meglio, lo avrei saputo ma ho preferito omettere. Il CIE di Bari è peggio di un carcere. Siamo entrati nella vita di questi detenuti e in qualche modo ce ne siamo fatti carico… Mi ha ripetuto in continuazione di essere confuso. Anche io lo sono”. Già, perché la vita di Collins, ne “La cella di Gaudì”, è diventata narrazione che si è offerta a tutti noi, e ognuno di noi, leggendola ne prende parte e ne diventa parte. Ed è cosa questa, difficile da buttarsi alle spalle. Come ben spiega Salvatore Bandinu: “Se raccontare una storia significa intersecare solo per un attimo un altra vita, una diversa esistenza rispetto alla nostra, anche se nulla possiamo affinchè il sogno di Collins ( e di migliaia di persone come lui) si avveri, almeno sentiamoci in dovere di rattristarci per una sconfitta che non è solamente la sua. Sarà poco ma se non altro, prima di lavarcene definitivamente le mani, almeno un poco ce le saremo sporcate.. Non si può toccare il dolore altrui e poi dimenticare…. senza esserne contaminati…” . Già, perché forse potremo tranquillamente dimenticare, buttandola via, anche questa storia, come tante altre, facendone un fantasma, magari… ma i fantasmi, in qualche modo, ritornano, magari anche nutriti della forza del racconto al quale li abbiamo consegnati…