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    Trentarighe

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    Ritornando da Caserta… La presentazione ufficiale di Trentarighe, associazione di giovani giornalisti della Terra di lavoro… ricordate? nei libri di scuola, noi del secolo scorso abbiamo imparato che si diceva così… aveva il sapore di terra grassa e di grano. E così mi piace chiamarla, meglio che terra dei fuochi, se non sono più le girandole di quelli d’artificio, anche se ritornando dopo qualche tempo ogni volta vedo crescere il numero di chi si arrabatta a chiedere soldi per strada…  e passare per il corso, la sera, è tristezza che ti stringe il cuore. Comunque, arrivando mi sono chiesta cosa si poteva mai venire a dire, a questo gruppo di giovani alle prese con un lavoro difficile in una terra difficile, dove fragilità che sono oggi di tutti, si moltiplicano… cosa dire che non fosse retorica o frasi fatte, dall’alto, (o dal basso?) di chi se l’è cavata, cosa dire guardando in faccia alle storie di estrema precarietà dell’oggi. Che vengo a dire oggi che lo scenario è completamente diverso da quello dei miei tempi, che non conosceva lo sfruttamento feroce dell’oggi? Allora ho parlato con alcuni giovani, figli di miei amici siciliani e loro amici, per chiedere a loro, ma cosa vorreste sentirvi dire da una come me, cosa vi aspettereste da un’incontro come questo?

    Bèh, mi hanno presa in contropiede. Appena ho accennato al fatto che si trattava della nascita di un’associazione di giovani cronisti: “che bella cosa!” uno di loro ha detto. Che bella cosa… con quella pronuncia piena e appena un po’ nasale che della Sicilia amo tanto.  E ho capito.., che la cosa peggiore della loro condizione ( dei “fortunati che arrivano ad avere di uno stipendio di 600 euro al mese, come di chi si è visto offrire 1 euro, 30 per un pezzo da rivista online.. avete sentito bene, un ero e mezzo), bene, la cosa peggiore della loro condizione è la grande frantumazione, che rende deboli e sfruttabili, divisi e ricattabili. “Siamo ognuno contro l’altro e questo permette anche la corsa al ribasso del valore del nostro  lavoro”… “Se  avessi un problema non saprei a chi rivolgermi. Il sindacato? Categorie debolissime nel sud, senza nessuna voce in capitolo”.. “Le realtà sono frammentatissime… non si percepisce nulla che possa fare da sponda”. (…)

    Passeggiando per via dei Tigli…

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    Dal sito, comedonchisciotte.org , Martina Gerosa mi gira un articolo con l’elenco dei nomi delle 30 persone che da luglio sono morte nelle nostre belle carceri, suicidi o morti per vaga e indefinita malattia. Li riporto, perché sul ciglio di via dei Tigli, anche quando non ce ne accorgiamo, spesso spuntano lapidi… e perché bisogna farli, i nomi e i cognomi, perché nessuno muoia nell’indistinto.  Nomi da pronunciare, lapidi da sfogliare… cercando di leggere la storia che ognuna sigilla…  , come pagine di un ( ahimé, ahiloro) lungo racconto…

    Corso Egidio 81 anni 26-ott-13 Malattia, carcere di Ferrara
    Italiano anonimo 43 anni 20-ott-13 cause “ancora da accertare” carcere di Avellino
    Nuvoletta Angelo 71 anni 20-ott-13 Malattia, carcere di Parma
    Occania Amedi 41 anni 19-ott-13 cause “ancora da accertare” carcere di Teramo
    Nahri Said 33 anni 17-ott-13 Suicidio, carcere di Pesaro
    Simsig Giulio 50 anni 17-ott-13 Suicidio, carcere di Trieste
    Vadalà Antonino 61 anni 16-ott-13 Malattia, non specificata nè definita, carcere di  Secondigliano (…)

    2 novembre…

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    Da Daniela, un pensiero a Greta, che giusto giusto questa notte se ne è andata… Permettete, oggi, questo pensiero esteso a tutti i gatti… meravigliosa sintesi del sublime e del bestiale…

    GRETA  Ciao  sono Greta,come Greta Garbo./PAN Io sono Pan, come panico. / GRETA  Ti conosco…in giardino ho un bronzetto che ti riproduce./ PAN Imbrogli per turisti…/ GRETA  Ti sbagli .E’ una dignitosa riproduzione fine Ottocento. Come quella che ha il Capitano. Lui l’ha messa Su un muretto che guarda sul golfo / PAN  Figurati…/ GRETA E’ vero, sai. Me l’ha detto la Di, l’umana che vive con me. / PAN  Gli umani, gli umani, non mi far venire la nervatura se no, lo sai,mi metto a urlare e  scateno il panico. / GRETA Non ci provare con me! / PAN  Va buo’…come stai? / GRETA    Adesso bene. Ho avuto un po’ male alle zampe. Non riuscivo a muoverle..fastidioso. (…)

    L’uomo senza orizzonte

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    In attesa dell’appuntamento di sabato, un invito, ad ascoltare queste parole, una riflessione, molto bella, di Giampaolo Cassitta, che di storie di carcere e di carcerati ne conosce molte…( e se vi piace, vi suggerisco di andare a leggerne tante altre sulla sua pagina facebook o sul suo sito…)

    “La prima volta che ho incontrato un uomo senza orizzonte era il 1985. Avevo ventisei anni, una barba scura e giovane, molte incertezze nelle tasche. Avevo però la consapevolezza che tutto potesse risolversi anche perché, per gli studi che avevo fatto, per le letture, per gli amori convulsi e adolescenziali non contemplavo l’eternità. Tutto era in movimento. A ventisei anni non si ha il concetto della fine e non hai, a dire il vero, un chiaro concetto della pena, dell’espiazione. Leggere, nella cartella biografica “fine pena mai” faceva un certo effetto. E’ come trovarsi in una galleria dove c’è solo un buco profondo che nessuno, ad un certo punto trivella più. Arrivi alla fine e ti trovi solo buio e una parete rocciosa davanti. E nella vita – almeno questo lo avevo capito – non si ritorna indietro. Fine pena mai è anche la constatazione forte dell’errore. E’ l’emozione del tribunale, è l’applauso scrosciante verso i giudici, è la forza della disperazione,(…)

    Appuntamento a sabato…

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    Per chi è a Roma, e sta pensando ad una gita dalle parti di Testaccio…

    Salone dell’Editoria Sociale, Porta Futuro, via Galvani 108 Roma, Sabato 2 novembre ore 14.30 – 16  Sala BLa pena del fine pena mai. Percorsi. “URLA A BASSA VOCE. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai” ( Stampalternativa 2012), raccoglie le testimonianze di 37 persone condannate ad un effettivo fine pena mai, ergastolo aggravato dall’ostatività. 37 voci di ergastolani, da decenni in carcere, quasi tutti passati per il carcere duro e il 41bis, senza prospettiva di uscirne. Pongono domande sul senso della pena, spunto per dialogare con Stefano Anastasia, di Antigone, e Rita Bernardini, dei Radicali italiani, intorno a una questione di cruciale importanza che rischia di essere messa in ombra dall’emergenza imposta dall’affollamento delle carceri, che pure esige soluzioni immediate. E’ di qualche settimana fa la presentazione della proposta di legge per l’abolizione dell’ergastolo da parte di due esponenti del PD, mentre continua la raccolta di firme per il referendum radicale perché venga superato il concetto di pena come vendetta sociale: il dettato costituzionale vuole come finalità della detenzione la rieducazione del condannato, un principio di civiltà giuridica in chiara contraddizione con il carcere a vita e il “fine pena mai”. Intanto dalle mura di una pena infinita, continuano ad arrivare testimonianze che sono anche percorsi di scrittura che Stampalternativa ha deciso di accogliere.

    Intervengono: Stefano Anastasia – Associazione Antigone; Marcello Baraghini – editore; Rita Bernardini – Radicali italiani; Nadia Bizzotto – Comunità Papa Giovanni XXIII; Francesca de Carolis . GIulia Urso leggerà testimonianze dal carcere

    Nel nome della rosa…

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    In attesa dell’autobus che dal carcere di Maiano porta alla stazione di Spoleto. Lo sguardo cade sull’aiuola spartitraffico con le rose che, accidenti!, non ci sono più… Decapitati, i cespugli, dalla potatura d’autunno. Pazienza, torneranno più belle e più forti in  primavera. E nell’attesa, della primavera e dell’autobus, mi si mette a fuoco nella mente una notiziola che mi era arrivata con la lettera di uno dei “miei” ergastolani. A dire la verità l’avevo subito accantonata come non letta quasi… come il cervello, non volendone sapere, avesse registrato solo lettere sfocate. Eppure è lì, nero su bianco, e non trovo aggettivi. Giudicate voi: “… ieri mi ha scritto Davide, mi diceva che l’area educativa ha ritenuto pericoloso per l’ordine e la sicurezza leggere il libro della biblioteca del carcere “Il nome della rosa” di Umberto Eco”…  Eppure, nota il mio amico di penna, ne hanno fatto anche un film e in tv si vede spesso! Proprio così: pericoloso per l’ordine e la sicurezza. Cercherò di saperne di più, proverò a chiedere verifiche… a volte, capita, che libri vengano vietati quando con copertina rigida (possibile arma d’offesa, pensate!)… nel frattempo magari riprenderò fra le mani il romanzo, a suo tempo letto con grande godimento, per trovare risposte e capire… Anche se forse, in ogni caso, è troppo tardi. Pensandoci bene… ordine e sicurezza, due parole che messe così insieme da tempo non mi dicono niente di buono… non me ne sarò accorta, ma forse l’umore sovversivo del nome della rosa già da tempo scorre nelle mie vene…

    I volti e le maschere della pena…

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    Poche righe, per invitare a leggere un libro importante per imparare a guardare nelle “zone buie della pena e della sua esecuzione”, a chiederci se le nostre prigioni e quello che vi accade dentro, così funzionali alla società che abbiamo costruito e quindi in qualche modo suo specchio, luogo dell’organizzazione di un pezzo dello spazio sociale, è davvero quello che vogliamo. Guardandoci intorno, guardandoci un po’ anche dentro…

    “Volti e maschere della pena. Opg e carcere duro, muri della pena e giustizia ripartiva”, a cura di Franco Corleone e Andrea Pugiotto. Corleone, sottosegretario alla giustizia fra il ‘96  e il 2001, ora garante dei detenuti nel comune di Firenze, presidente della Società della Ragione; Pugiotto ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Ferrara. Volti e maschere della pena, titolo drammaticamente bello ( sempre che “bello” sia aggettivo proprio parlando di pene), per quella che è una tappa della battaglia condotta per la riforma della giustizia penale  e “del suo precipitato in corpi umani nell’inferno delle carceri”, dove gli uomini, si ricorda, sono ridotti a cose. Volume che nasce da un ciclo di incontri svolti a Ferrara intorno ai tanti volti della pena, e sui suoi mascheramenti, dall’urbanistica penitenziaria, all’internamento negli ospedali psichiatrici giudiziari, alla tortura “democratica” del 41bis. Un libro militante, è vero. E perché no. (…)

    uomini e valigie

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    Dialogo breve  tra un Angelo con il cappotto  e un Boia con la valigia di Daniela Morandini:

    Nota introduttiva: Un Angelo e un Boia  parlano seduti a tavolino. Un coro muto di angeli con cappotto, in secondo piano,  osserva seduto. Un cartello indica che sono 335.

    ANGELO  Buonasera.

    BOIA         Buonasera…

    ANGELO  Prego, si accomodi..

    BOIA         Danke…grazie.

    ANGELO   Non si incomodi  a tradurre, comprendiamo … Anche lei con la valigia…Un suo amico scappò in una valigia…(…)

    Una risposta per Nicholas

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    In via dei Tigli arrivano lettere… storie private che vogliono essere ascoltate.. come questa che mi manda Gino Rannesi, dal carcere di Opera… parla diuna giornata della scorsa estate… una giornata davvero difficile.

    “Oggi per me è stata una giornata molto dura. Stamattina ho fatto 3 ore di colloquio, tra i presenti, come sempre, l’unico grande amore della mia vita. Nicholas è il suo nome. Nicholas è mio figlio, ha 10 anni, la sua nascita è stata fortemente voluta.

    Nicholas, è stato concepito con il metodo FIVET (fecondazione assistita), a suo tempo mi trovavo detenuto presso il carcere di L’Aquila e sottoposto al regime del c.d. carcere duro, il 41 bis. Ciò nonostante grazie a uomini di buona volontà sono riuscito a fare “evadere” una parte di me, una sostanza organica composta da una moltitudine di spermatozoi. Questi arrivati a destinazione hanno fatto il proprio dovere, a distanza di 9 mesi mi trovai tra le braccia il bambino più bello che i miei occhi avevano mai visto, Nicholas per l’appunto.

    Quello per me è stato un giorno memorabile ma in cuor mio sapevo che ci sarebbe stato un prezzo da pagare, sapevo che prima o poi qualcuno mi avrebbe presentato il conto. Orbene, stamattina quel tanto temuto conto è arrivato, salatissimo. (…)

    Clandestini…

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    Dopo i giorni della pietas… un pensiero di Daniela Morandini…

    “Dopo i giorni della “pietas” , tornano alla mente  i “Clandestini” di Franco Accursio Gulino, un pittore siciliano che lavora su frammenti restituiti dal mare. Pezzi di barche, carretti sfondati, legni. Ma, soprattutto, porte. Porte spaccate, buttate, che arrivano chissà da dove,  ma che sempre chiamano al passaggio, allo sfondamento. Attori di questi quadri , spesso, non sono né donne, né uomini, né animali: sono clandestini. E c’è anche un’isola dipinta su questi rottami: Ferdinandea, emersa per poco nell’800 e poi ritiratasi sott’acqua, forse per protesta. E anche ora questa roccia di vulcano appare nelle tele, ma poi scompare : troppi cadaveri in mare. I primi “Clandestini” di Gulino sono di dieci anni fa: è noto che l’arte intuisca prima. E’ insopportabile che la politica, intesa come gestione della “polis”, e quindi anche del “mare nostrum”, perpetui il non interesse. Stragi, quindi, non solo tragedia.