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    Home Blog Pagina 99

    Pensiero di Natale…

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    Un pensiero… con gli occhi miti di questo bue e di questo asinello, che Arnolfo di Cambio scolpì per il primo presepe della storia fatto di statue. Ci guarda ancora, stupito, il bue. Sorride ancora, dolcissimo e tenero, l’asinello, come l’attesa non fosse mai stata tradita… Buon Natale a tutti.

    Urla

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    Prima di iniziare a leggere, l’invito è a fermarsi qualche secondo in più sull’immagine di copertina. Sulla maschera di creta, che sembra testa d’uomo, che non ha occhi, ma due buchi neri, come buco nero è la bocca spalancata. Per un urlo che non ha voce, che si ferma strozzato in gola. E’ lo stesso  volto delle anime ( le avete mai incontrate?) non ancora del tutto morte, che si fermano per qualche tempo, fra il tempo della vita finita e il tempo dell’aldilà, a passeggiare nei meandri della nostra cattiva coscienza. Sì che le abbiamo tutti incontrate, quelle anime, nelle notti più inquiete… e qualcuna magari l’abbiamo anche riconosciuta, per questo abbiamo timore a parlarne… Un muto urlante volto di creta, plasmato da Carmelo Musumeci, che ben introduce nel mondo dei morti viventi: gli ergastolani ostativi. Come Carmelo, appunto, dalla cui parte ho già scelto di stare. Carmelo Musumeci, che frequento ormai da qualche anno. Per quanto e per come si possa frequentare una persona in carcere. Poco, fisicamente molto poco, sì… ma c’è una conoscenza che passa attraverso scambi, che sono lettere, biglietti, cartoline e pagine e pagine di scritti che sono il diario dei lunghi anni da recluso fuori dal mondo. Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo, uomo ombra.(…)

    La marcia di Natale

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    A Pompei fin verso la fine degli anni Settanta veniva allestito il Presepe dei figli dei carcerati, una struttura sotterranea e labirintica, dove in molte scene c’erano solo suppellettili e strumenti di lavoro, sedie, forni, cesti, botti, sacchi di farina… dove la presenza dei soli oggetti della realtà quotidiana e l’assenza di personaggi creava un senso di inquietante disagio. Bene ce lo racconta Roberto De Simone nelle sue pagine sul presepe napoletano, che della vita (e della morte che nella vita siamo così bravi a portare) tutto ci narra.  Per quel cenno sotterraneo, che ricorda chi è in carcere, non c’è più spazio nei nostri presepi, un po’ meno ricchi di simbologie e verità. Ma la brutta verità del carcere rimane, nelle sue peggiori articolazioni ed espressioni, e per ricordarlo il 25 ci sarà la marcia per l’amnistia, voluta dai Radicali, ma che giorno dopo giorno va affollandosi di “parteciperò”. Parteciperò anch’io, magari dietro lo striscione contro l’ergastolo di quelli della Comunità Papa Giovanni XXIII, e con un “voto” in più, perché se l’affollamento delle nostre carceri è una “prepotente urgenza”, e ben venga il decreto del governo, oggi il rischio è che questo lasci in ombra altri, altrettanto gravi, momenti critici della pena e della sua esecuzione. Mi riferisco non solo all’ergastolo (…)

    Se questo è un uomo…

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    Se un dibattito si aprisse, nel cuore della sinistra, a proposito di pene e della sua esecuzione, e sulla giustizia che veramente vogliamo… A cominciare da questo intervento di Mario Spada  da  comune-info.net

    “Qualche bambino potrebbe scrivere a Babbo Natale : “ per Natale vorrei vedere mio nonno ma sta chiuso in una gabbia . Perché non vai a prenderlo con la slitta e lo porti da me?” Ma non credo che questa lettera sarà mai scritta perché è consuetudine nascondere ai bambini le colpe dei grandi, perché il nonno non uscirà mai dalla gabbia, perché Babbo Natale non si occupa  dei cattivi. Il nonno è  “cattivo per sempre”, un mafioso,  o un camorrista, o un sequestratore sardo, arrestato 30 anni fa e chiuso in un carcere senza alcuna speranza di uscirne perché sottoposto al regime del cosiddetto carcere ostativo,  non può fruire dei benefici di cui qualunque  ergastolano  può godere . La colpa è  di non essere un collaboratore di giustizia e la condanna è quella di “essere murato vivo”. Può capitare a chiunque, come è successo per caso a me, (…)

    Autismi…

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    Leggendo leggendo sembra sia tutto così semplice da capire… il ragionare di Jason Blake, ragazzino autistico alle prese con il mondo dei neurotipici, che poi saremmo tutti noi altri che autistici non siamo. Divertente persino, il linguaggio di Jason, come lo sa essere l’intelligenza che con una naturalezza alla quale non sembriamo più abituati svela le nostre ambiguità… e a queste ci inchioda. E’ questa forse la cosa che più colpisce nel romanzo di Nora Raleigh Baskin, “Tutt’altro che tipico”, edito da Uovonero. La storia di Jason che dal suo mondo ci guarda, mentre la sua vita è tutto un difendersi da questi noi altri neurotipici che proprio non vogliamo capire… Ma è lui a fare lo sforzo di raccontarsi, come dichiara dalla prima pagina, nella nostra lingua, “nella vostra lingua” dice. E ci riesce benissimo, serissimamente giocando con le parole, come scritte, pronunciandole, sulla superficie di uno specchio, per meglio guardarle, scomporle, riappropriarsene, usarle per noi. Così Jason ci racconta delle sue mani che sfarfallano, di quando c’è il volto di una persona che dovrebbe conoscere ma la cui faccia assomiglia a tante facce che si assomigliano “ e quindi le metto tutte insieme”, degli occhi che non guardano negli occhi dell’altro, “ma non per questo significa che non ascolti”, perché i volti distraggono… e allora come è possibile “ascoltare tutte quelle parole quando devi pensare a tutta questa roba” ( come mi guarda, perché mi guarda, cosa dicono quegli occhi…).(…)

    La memoria dell’oggi…

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    Un invito, a leggere “Cronache da un manicomio criminale”, di Dario Stefano dell’Aquila e Antonio Esposito. Un libro tutto cucito intorno ad uno straordinario documento che viene per la prima volta pubblicato integralmente: il memoriale scritto nel 1974 da un internato del manicomio criminale di Aversa, Aldo Trivini. Un documento sconvolgente, che denuncia abusi, violenze, morti, dal quale è poi scaturito un processo che svelò tremende realtà, e che qui viene ricostruito per poi ripercorrere l’intero percorso che arriva fino ad oggi, a realtà ancora tanto uguali a quelle di quarant’anni fa, ancora troppo spesso ben serrate dietro le mura di quelli che oggi sono chiamati Ospedali psichiatrici giudiziari. Di cui in fondo tutto si sapeva e si sa. Fino alle ultime pubbliche denunce, mentre ancora si consumano tragedie che non si vogliono vedere. Un testo importante, questo di Dell’Aquila ed Esposito, soprattutto per il lavoro di recupero e custodia della memoria. Ascoltate la voce di Trivini, che a tratti sembra arrivare con toni di meccanica, surreale pacatezza, che è forse l’unico tono possibile per pronunciare l’ordinaria disumanità delle cose. “Il manicomio giudiziario di Aversa è un complesso formato da circa dieci edifici, i quali sono numerati da uno a dieci: primo reparto, secondo reparto, e così via…”, esordisce il memoriale. Ordinaria disumanità e ordinaria illegalità soprattutto… (…)

    Ancora Africa…

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    Tornando, da una festa dedicata all’Africa. Se ne esce un po’ storditi, e mettere in fila le emozioni non è facile. A cominciare dalla sorpresa di un coro di bambini neri e bianchi, per la cronaca il coro delle comunità africane e delle Voci bianche dell’Accademia, insieme. Centoventi? centotrenta? All’inizio tutti composti e in ordine: i neri a sinistra e i bianchi a destra, in canti alternati… Ad affollare fitti fitti il palco della sala Santa Cecilia dell’Auditorium romano. A guidarli, accanto ai loro maestri, le voci di Badara Seck, griot, e Gabin Dabiré, maestro di  mbira, insomma la kalimba ( Kalimba, kalimba de luna… ricordate Tony Esposito?), e ancora, che sul palco proprio non c’era più spazio, i musicisti del PMCE, il Parco della Musica Contemporanea Ensemble, come dire, archi tastiere e percussioni … che tutti andrebbero citati facendo i nomi e i cognomi (ma ho perso il foglio del programma e mi si perdonerà…)

    Magia delle danze africane, della musica di Dumisani Maraire e di Kevin Volans, del timbro delle voci di Seck e Dabiré….(…)

    Pensando a Mandela

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    Pensando a Mandela, mi piace pensarlo accompagnato dal canto di Miriam Makeba… morta, nel nostro paese, nella serata di un concerto, a testimoniare la libertà . Ascoltate… Malaika, nakupenda Malaika / Malaika, nakupenda Malaika / Ningekuoa mali we, ningekuoa dada / Nashindwa na mali sina we, Ningekuoa Malaika / Nashindwa na mali sina we, Ningekuoa Malaika // Pesa zasumbua roho yangu / Pesa zasumbua roho yangu / Nami nifanyeje, kijana mwenzio / Nashindwa na mali sina we Ningekuoa Malaika / Nashindwa na mali sina we Ningekuoa Malaika // Kidege, hukuwaza kidege / Kidege, hukuwaza kidege /Ningekuoa mali we, ningekuoa dada / Nashindwa na mali sina, we Ningekuoa Malaika / Nashindwa na mali sina, we Ningekuoa Malaika
    Angelo mio…

    Ascoltando, in via dei Tigli…

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    Le mura che sul nostro viale s’affacciano pulsano di voci, sapete… Ascoltate questa, che arriva sussurrata dal carcere di Opera, a Milano. E’ quella di Alfredo Sole che ci narra una storiella di stampo medievale, pericolosa, sottolinea, per quei tempi… Dunque.

    Dio creò il Paradiso e gli angeli, ma questi si rivelarono non di poco stress per un dio che doveva continuamente intervenire su tutti i problemi che creavano. Così decise per rilassarsi di creare un posto lontano dal paradiso, un posto dove poter trascorrere il tempo da solo, lontano da quelle pesti. Creò la Terra, un giardino tutto per lui. Ci prese gusto e sempre più spesso si assentava dal paradiso. Gli angeli si insospettirono e uno di loro lo seguì. Nascosto sopra una nuvola spiava Dio. La Terra era un vero giardino, ed era tempo di frutti di bosco. Dio si mise a mangiarli, ne mangiò così tanti da venirgli il mal di stomaco e, visto che credeva di essere solo, si lasciò andare a qualche scorreggia. L’angelo che spiava si mise a ridere e mentre rideva Dio ne fece una così grossa che gli uscì fuori un essere: il diavolo. (…)

    In via dei Tigli…

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    Una pagina scritta col sangue. Con le immagini di un corpo marchiato con sangue e lividi come di carne morta che affiora sulla pelle… Ci vuole stomaco, sì, molto, ma l’invito è andarle a guardare, le foto di Federico Perna, morto tre giorni fa a Poggioreale, a 34 anni. La madre ne ha autorizzato la pubblicazione. Morto per “tortura di stato”, accusa. E non a torto, viene da pensare, se il suo Federico da tempo stava male. Storia di ordinaria tossicodipendenza, viene da pensare, se per chi si avvia su quel percorso è così facile entrare nel circuito impazzito delle nostre legali nefandezze: mesi e anni di carcere sballottato da un istituto all’altro, per cumulo di vari, piccoli reati, non era un santo, piccola criminalità, si dice… Tossicodipendente, ammalato, epatite C che diventa cirrosi epatica, molto debilitato… comunque in carcere. Da dove non può uscire, si legge da qualche parte, per “pericolosità sociale commessa allo stato psicologico”, anche in considerazione del fatto che “aveva rifiutato il ricovero”. Ma poi si legge anche di medici, di due delle carceri dalle quali era passato, che ne avevano chiesto il ricovero in un centro clinico… e poi le lettere alla madre “mi menano le guardie”… e poi gli ultimi giorni a sputare sangue… insomma i dettagli sono tutti su internet, basta digitare il suo nome. Ma soprattutto sfogliate quelle foto, ingranditele, guardatele, perché le parole davanti a quelle immagini sono nulla. (…)